Libano: Trump mette Hezbollah sullo stesso piano dell’Isis, gelo con Hariri

(AGI) – Beirut, 26 lug. – Non deve essere stata semplice la situazione in cui si è trovato il primo ministro libanese, Saad Hariri, nel corso della sua visita di quattro giorni a Washington, dove ha incontrato il presidente americano Donald Trump.
Nelle stesse ore in cui nell’est del Libano, al confine con la Siria, veniva lanciata un’offensiva militare contro reparti dell’Isis e di Al Qaeda sulla cittadina di Arsal da parte dell’Esercito libanese e dei combattenti di Hezbollah, Trump durante la conferenza stampa col figlio dell’ex primo ministro libanese Rafiq (assassinato nel 2005) sosteneva che “il Libano è minacciato dall’Isis, da al Qaeda e da Hezbollah, contro cui l’Esercito libanese combatte”, gelando il primo ministro del Paese dei Cedri.
Trump durante la conferenza alla Casa Bianca ha dichiarato di fronte al suo ospite che gli Stati Uniti continueranno a sostenere l’Esercito libanese contro i suoi nemici, nella cui lista ha incluso il Partito di Dio.
Che Hezbollah ponga dei dilemmi per la sovranità del Libano e per il monopolio della forza da parte del suo Esercito è indubbio, ma ciò non può essere svincolato né dall’attuale situazione di conflitto regionale – che vede Hezbollah combattere contro Isis e al Qaeda – né dalla situazione nel sud del Libano e dai rapporti precari con Israele, che contrariamente a quanto si pensi tende a essere percepito come un nemico da quasi tutto lo spettro politico libanese, Capo di Stato incluso, e non solo da Hezbollah.
Hezbollah da tempo è anche una forza politica con cui fare i conti, e che nell’attuale momento storico non solo è parte del governo di “larghe intese” ma è anche il principale alleato del presidente cristiano maronita Michel Aoun.
Dalla fine della guerra civile, probabilmente mai come ora Hezbollah ed Esercito libanese sono lontani dall’essere nemici, dovendo coordinare gli sforzi militari nell’est del Paese. Mentre gli uomini del partito filo iraniano combattono da entrambi i lati del confine, quelli dell’Esercito nazionale forniscono appoggio nei dintorni di Arsal. Nell’offensiva di quattro giorni fa, una quindicina di uomini di Hezbollah sono morti, a fronte di quasi centocinquanta militanti qaedisti.
Chissà cosa deve aver pensato Hariri mentre Trump, nelle stesse ore dell’offensiva, affermava che “Hezbollah è una minaccia per lo Stato libanese, il popolo libanese e l’intera regione”. Sopratutto se si pensa che la visita di Hariri è finalizzata all’ottenimento di nuovi aiuti militari americani all’Esercito. E chissà cosa deve aver pensato, dal suo palazzo di Baabda, a Beirut, il presidente Michel Aoun, che un paio di mesi fa aveva definito Hezbollah “complementare all’Esercito nella lotta al terrorismo”. (AGI) LBY
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Pakistan: la “nuova via della seta” cinese che preoccupa l’India

(AGI) – Beirut, 26 lug. – Se ne parla ancora poco, della mastodontica iniziativa strategica cinese per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione con i paesi della cosiddetta Eurasia. Forse c’entra il tradizionale basso profilo di Pechino. Si chiama “One belt one road” (OBOR, in italiano “la nuova via della seta”), ed è un progetto finalizzato alla promozione della centralità cinese nelle relazioni globali, con il rafforzamento degli sbocchi commerciali per i prodotti cinesi e la facilitazione dei suoi flussi di investimenti internazionali. Alcuni paesi coinvolti nel progetto lo hanno già accolto in maniera entusiastica; altri, come Giappone e Stati Uniti, hanno avuto reazioni tiepide e contrastanti; altri ancora, come l’India, ne sono molto preoccupati.
Il progetto OBOR, che coinvolgerebbe circa 60 paesi, si sviluppa infatti secondo tre direttrici: la “via della seta economica”, che mira ad alimentare i collegamenti e a rafforzare le infrastrutture lungo l’asse cinese-eurasiatico, passando per le ex repubbliche sovietiche e per il nord europa; la “via della seta marittima”, che insiste sui canali via mare, dal sud est asiatico, passando per il subcontinente indiano, l’Africa orientale e il mediterraneo (con un porto anche in Italia, che ha proposto tempo fa a Pechino una tra Genova, Venezia e Trieste); e il “corridoio economico Cina-Pakistan” (CPEC).
Quest’ultimo – all’interno del quale sono stati convogliati finora circa 60 miliardi di dollari in prestiti e aiuti dalla Cina al Pakistan – è finalizzato a collegare la provincia cinese dello Xinjang all’immenso porto di Gwadar, nel Balucistan pakistano, la sua regione più densamente abitata. Grazie a questo progetto – che mira a dare alla Cina pieno accesso al Mar arabico, bypassando lo stretto di Malacca – il Pakistan otterrebbe un notevole miglioramento infrastrutturale, il più sostanzioso sin dall’indipendenza nel 1947.
Se una parte del CPEC consiste nella costruzione di strade, gli investimenti più importanti dovrebbero riguardare la costruzione di una serie di centrali elettriche, che sono fondamentali per un paese come il Pakistan, la cui rete elettrica è molto inefficiente. La CPEC, secondo informazioni accessibili al pubblico, non dovrebbe servirsi solo di capitali cinesi ma anche della sua forza lavoro. Il Pakistan provvederebbe alla protezione dei lavoratori cinesi in aree fortemente a rischio per via di attentati terroristici, con l’istituzione di una specifica divisione armata.
L’avvicinamento pakistano alla Cina deriva anche dal progressivo raffreddamento dei rapporti con Washington. Come scrive Ravi Velloor sullo Straits Times, nella narrativa pakistana gli Stati uniti hanno utilizzato a lungo il Pakistan in funzione anti sovietica, finanziando militanti islamisti attraverso il canale saudita, per poi abbandonare progressivamente Islamabad in favore di Nuova Delhi. Così, il Pakistan, secondo una frase utilizzata a Pechino, ha iniziato a considerare la sua relazione con la Cina “più alta delle montagne, più profonda delle valli e più dolce del miele”.
Per qualcuno, il progetto CPEC non va solo contro gli interessi indiani, ma potrebbe non essere in linea anche con quelli pakistani. Alcuni analisti sostengono che quattro delle sei centrali termiche da costruire in Pakistan potranno funzionare solo attraverso l’importazione di grosse quantità di carbone, poiché tradizionalmente quelle esistenti in Pakistan funzionano a olio combustibile. In un’epoca di crescita delle rinnovabili, come l’energia solare, a scapito proprio del carbone e dell’olio combustibile, qualcuno a Islamabad ritiene che la scelta del Pakistan possa essere anacronistica.
Negli ultimi anni il gap del Pakistan rispetto all’India si è molto allargato. Si potrebbe sostenere che oggi Islamabad si trova nei confronti di Nuova Delhi nella stessa situazione in cui quest’ultima si trova rispetto a Pechino: una crescente sensazione di insicurezza rispetto ad un vicino sempre più potente, accanto al contestuale timore di finire sotto il suo “controllo” economico e politico. La situazione attuale suggerirebbe – ragionando solo in termini economici – di sviluppare delle relazioni economiche più profonde proprio con l’India, anzitutto perché i prodotto pakistani sarebbero più competitivi rispetto a quelli indiani che non rispetto a quelli cinesi. E’ però noto che esistono molti ostacoli politici ad un simile sviluppo, che non considera le relazioni da sempre delicate tra i due vicini.
Per il Pakistan, il CPEC – nell’ambito della “nuova via della seta” cinese – avrebbe anche un valore simbolico, a testimonianza di una scelta di campo rispetto ai tradizionali rapporti intra regionali con i paesi del sud est asiatico. Ciò potrebbe anche avere delle ricadute culturali, nella misura in cui, secondo il quotidiano pakistano Dawn, la costruzione in ambito CPEC di una fibra ottica sul territorio nazionale sarebbe funzionale anche alla “disseminazione della cultura cinese” nel Paese. (AGI) LBY

Iraq: l’incerto futuro delle milizie sciite

(AGI) – Beirut, 25 lug. – Dopo mesi di battaglia feroce, la seconda città irachena, Mosul, è stata sottratta dalle mani dei miliziani dell’Isis. Nella riconquista di Mosul hanno giocato un ruolo fondamentale le decine di migliaia di musulmani – perlopiù sciiti, ma non solo – delle milizie paramilitari, in buona parte raccolte sotto l’ombrello delle Forze di mobilitazione popolare (Hashd al Shaabi), coordinate da generali iraniani come Qassem Suleimani. Secondo un recente rapporto, sarebbero circa 122.000 gli uomini facenti parte delle diverse milizie paramilitari, comprendendo anche battaglioni misti oppure interamente cristiani, così come da musulmani sunniti.
Ora che Mosul – a caro prezzo, vista la distruzione su larga scala della città – è tornata sotto il controllo del governo iracheno, in seno alle istituzioni irachene si intensifica il dibattito su quale sarà il futuro di queste milizie. Alcuni chiedono il loro smantellamento, una possibilità che gli stessi miliziani sembrano intenzionati a rigettare, forti anche della legittimazione ricevuta dal premier Haider al Abadi durante le offensive sulla città nel nord dell’Iraq.

Le milizie sciite hanno sostanzialmente riempito un vuoto, sin da quando i reparti dell’Esercito iracheno – già di per se abbastanza debole – nel giugno 2014 vennero colti di sorpresa dagli uomini di Al Baghdadi e furono costretti alla fuga, lasciando via libera alla proclamazione del Califfato nella moschea di Al Nuri. Nel 2014 l’Isis arrivò a 80 km dalla capitale Baghdad, e fu a quel punto che le milizie entrarono in azione.
Nel giugno 2014, all’indomani della presa di Mosul da parte dell’Isis, si tenne un importante meeting a Najaf, città santa sciita nel sud del paese, in cui religiosi come Sheikh Fadil al Bidayri – su stimolo del più importante ayatollah sciita in Iraq, Ali Al Sistani – invocarono il jihad contro le forze takfiri (l’atto di dichiarare il prossimo, specie se sciita, un miscredente, caratteristico dell’Isis) per proteggere la capitale dalla furia di Daesh.
Decine di migliaia di uomini, molti dei quali erano già membri di milizie sciite filo-iraniane che avevano combattuto contro gli americani e contro al Qaeda dopo la caduta di Saddam Hussein, risposero alla chiamata di Al Sistani e iniziarono a riorganizzarsi in battaglioni, coordinati dai generali iraniani, i cui visi sui cartelloni pubblicitari iniziarono a campeggiare in giro per il paese, fianco a fianco con i generali iracheni. Fu questa la genesi delle Hashd Al Shaabi.
Nonostante le milizie non abbiano giocato un ruolo centrale nella ripresa effettiva di Mosul, il loro contributo è stato fondamentale nei dintorni della stessa città, sopratutto a ovest, a Tala Afar e in quel deserto dove tagliarono le linee di rifornimento – prendendo il controllo della strada che unisce Iraq e Siria – dei miliziani assediati dall’Esercito iracheno.
Altrove, il ruolo delle milizie è stato centrale: è il caso delle città di Tikrit e di Falluja, da cui proprio le milizie hanno scacciato i miliziani di al Baghdadi. A caro prezzo, dato che secondo alcuni report è proprio in queste città che le milizie sono state accusate di aver condotto pesanti abusi contro la popolazione sunnita, talvolta accusata di essere complice dell’Isis. Un’accusa di un comportamento che le gerarchie delle milizie sciite hanno sempre negato essere sistematico, ma limitato a casi sporadici di miliziani poi sanzionati o comunque riportati sotto la disciplina. Nel frattempo, negli ultimi tre anni, il ruolo delle milizie è cresciuto di pari passo all’influenza iraniana nel Paese.
Intervistato recentemente, lo stesso Sheikh Al Bidayri, che partecipò a quel meeting in cui venne invocata la difesa del paese con ogni mezzo, sostiene che ora che Mosul è stata ripresa e che l’Esercito iracheno ha una maggiore capacità di reggere autonomamente le offensive, le milizie sciite dovrebbero essere smantellate, poiché viste come uno strumento iraniano di controllo sull’Iraq, con tutto ciò che ne consegue in termini di possibili tensioni settarie. Gli ha fatto eco a marzo scorso anche Muqtada al Sadr, importante religioso e politico iracheno, che all’indomani dell’invasione americana fondò a sua volta delle milizie, l’Esercito del Mahdi.
L’establishment religioso sciita iracheno non ha cattivi rapporti con Teheran ma allo stesso tempo – sopratutto dopo la caduta di Saddam Hussein – ha maturato una posizione altamente nazionalista, come era normale che fosse in un Paese che dal 2003 non conosce né pace né indipendenza, ma anzi teme permanentemente la frammentazione e l’ingerenza esterna, non solo iraniana.
Hadi al Amiri, leader di una delle milizie più importanti, le Badr, è uno di quelli a non vedere di buon occhio lo smantellamento delle milizie: secondo quest’ultimo l’Isis continuerà a lungo a mantenere la capacità di porre minacce terroristiche per l’Iraq, per cui non è pensabile disarmare i suoi uomini. Dalla sua, come accennato, ha anche il sostegno del premier al Abadi, che ha recentemente affermato che le milizie “devono rimanere in piedi per anni, finché esisterà la minaccia terroristica”.
Esistono degli ostacoli anche ad un’altra soluzione apparentemente intermedia, quella dell’assorbimento delle milizie all’interno dei ranghi dell’Esercito iracheno. Ciò ha a che fare con una questione economica, poiché come spiega Nathaniel Rabkin di Iraqi politics, “Se si sommassero tutte le richieste da parte di ogni leader militare delle milizie, e le si confrontassero con l’ammontare di soldi e potere che Baghdad è in grado di distribuire (a chi ha giocato un ruolo nella ripresa delle città irachene, ndr), ci si accorge che esiste una sproporzione, come se il totale delle richieste fosse pari al 250% della torta da dividersi”.
Rabkin sostiene inoltre che le stesse milizie – abituate all’azione, alla battaglia frontale, alla guerriglia – non sarebbero entusiaste, nel momento in cui dovessero adeguarsi agli ordini dell’Esercito iracheno, e magari spedite a pattugliare aree rurali o a dare la caccia a cellule terroristiche dormienti. “Vogliono aver un reale controllo e una porzione di potere”, spiega Rabkin. “Credo che nel giro di sei mesi o un anno ci saranno molti leader militari di piccole milizie abbastanza contrariati per la situazione”. (AGI) LBY

Israele: perché il prossimo scontro con Hezbollah potrebbe avvenire in Siria

(AGI) – Beirut, 24 lug. – Il cessate il fuoco – che include delle zone di de escalation al confine siriano con Giordania e Israele – mediato da Russia e Stato Uniti lo scorso 7 luglio, per alcuni giorni è stato seguito da una situazione di relativa calma nel sud della Siria, dopo che nei giorni precedenti erano invece aumentati gli scontri tra fazioni ribelli e milizie affiliati a Damasco. Il sud della Siria, però, è strategicamente troppo importante per far sì che una tregua regga: troppo gli interessi in gioco, non ultimi quelli di Hezbollah (e di riflesso dell’Iran, che conta sull’area per far arrivare munizioni al movimento sciita) e di Israele.
Ed è infatti qui, forse più che nel “tradizionale” sud del Libano, che la prossima guerra tra Israele ed Hezbollah – i cui venti negli ultimi tempi si sono intensificati – potrebbe svolgersi.
Nel sud della Siria gli insorti contro il regime di Assad sono raggruppati sotto l’ombrello del Fronte meridionale, che include dozzine di gruppi che combattono i lealisti. Nel sud della Siria, a Yarmouk, c’è anche un affiliato dello Stato islamico, il Jaish Khalid Ibn Walid. Dall’altra parte della barricata combattono varie milizie filo iraniane, prima tra tutte Hezbollah, ma anche battaglioni iracheni (brigate al Nujaba) e afghano (Liwa Fatemiyoun).
Il cessate il fuoco russo-americano è stato rigettato dalle fazioni qaediste di Jabhat Fatah al Sham. Esiste poi la possibilità che gradualmente gli interessi di Damasco (insieme a Mosca) e quelli di Teheran divergano sempre di più, dato che i secondi sono interessati alla continuità territoriale e amministrativa per arrivare nel sud del Libano, mentre i primi hanno la priorità della tregua, previa accettazione di una condivisione amministrativa del confine con la Giordania con le opposizioni.
Israele si è da qualche tempo inserito nelle pieghe della complessità di questa area, sullo sfondo di crescenti tensioni con Damasco, con Hezbollah e di riflesso anche con il Libano (il cui presidente Michel Aoun è un alleato del partito di Dio): lo scorso 23 aprile un aereo da guerra israeliano ha ucciso una decina di soldati siriani nei pressi di un deposito di armi nella provincia di Quneitra, oltre ad aver colpito alcune altre postazioni sulle alture del Golan sotto il controllo di Tel Aviv. Esattamente due mesi dopo, lo scorso 23 giugno, Israele ha ripetuto l’azione (almeno la quinta in territorio siriano nell’ultimo anno) a Quneitra contro dei convogli lealisti.
“La recente intesa russo-americana-giordana che ha portato al cessate il fuoco nel sud della Siria è funzionale sia agli interessi di Amman che di Tel aviv, volti a tenere lontani gli iraniani e le loro milizie affiliate dal confine siro-giordano e dalle alture del Golan”, spiega Avi Melamed, analista dell’Eisenhower Institute intervistato da Al Monitor.
Hezbollah e l’Iran hanno invece investito molto sul dispiegamento di forze nel sud della Siria. La regione ospita comunità molto diverse – sunniti, cristiani, drusi – ed è in una posizione altamente strategic, prossima alle alture del Golan occupate da Israele. “Il sud della Siria è la porta d’accesso a Damasco, che è molto importante per Hezbollah. Inoltre, è una zona utile per la gestione del conflitto Israelo-palestinese”, spiega Kassem Kassir, esperto del movimento sciita.
L’Iran non è il solo paese a tentare di rafforzare la propria rete in quest’area. Anche Israele stesso sta perseguendo obiettivi speculari: secondo Syria Deeply, Tel aviv ha a lungo lavorato all’istituzione di safe zones intorno alla linea di demarcazione delle Alture occupate. Inoltre, ha sostenuto alcune fazioni dell’Esercito libero siriano, le Liwa Fursan al Joulan, oltre a offrire cure mediche nei suoi ospedali ad alcuni ribelli nell’area. Perché al di là dei rapporti con il mondo arabo sunnita, per Israele la priorità assoluta è tenere l’Iran lontano dalle Alture del Golan, che secondo Avi Melamed potrebbe servire da base strategica per lanciare attacchi sullo Stato israeliano.
La Russia per ora sembra un parziale garante di questo equilibrio precario: la scorsa settimana ha dispiegato nell’area circa 400 uomini come forza di interposizione. Secondo Rami Abdul Rahman dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, il 19 luglio scorso reparti di Hezbollah si sarebbero ritirati dal sud del Libano, anche se ciò potrebbe essere spiegato anche dal fatto che quelli erano i giorni in cui l’Esercito libanese – assieme a Hezbollah – stava iniziando la feroce offensiva (tuttora in corso) contro Isis e al Nusra ad Arsal, città nell’est del Paese dei cedri, vicino al confine siriano.
Secondo Mona Alami del Rafic Hariri Middle east center, l’agenda russa e quella iraniana divergono sempre di più: a marzo, le brigate irachene e filo-iraniane Al Nujaba hanno annunciato la formazione di una forza militare per “liberare le alture del Golan”, una situazione che ha maldisposto Tel aviv nei confronti dell’accordo di cessate il fuoco russo-americano. Insomma, se un conflitto aperto tra Hezbollah (e l’Iran, indirettamente) e Israele è una possibilità concreta, il campo di battaglia più probabile – al netto della possibilità che la Russia agisca da mediatore – sembra poter essere proprio quest’ area, crocevia di interessi compositi e contrastanti. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Palestina: accordo Hamas-Dahlan per marginalizzare Abbas?

(AGI) – Beirut, 24 lug. – Un accordo sotterraneo, che potrebbe cambiare la struttura del potere e la gestione della Striscia di Gaza: questo è ciò che Mohammad Dahlan, leader palestinese di Fatah in esilio, avrebbe discusso con i suoi ex rivali di Hamas (nella fattispecie attraverso un recente incontro con Yahya Sinwar, neo eletto capo di Hamas a Gaza), volto a marginalizzare Abu Mazen.
L’accordo potrebbe portare alla fine del blocco su Gaza (apertura del valico di Rafah in Egitto) ed essere il preludio per il declino dell’attuale presidente dell’ANP, oltre che prefigurare una alleanza impensabile, in cui Hamas avrebbe il sostegno di Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Dahlan – nato vicino Gaza, nel campo profughi di Khan Younis, così come Sinwar, che conosce sin dall’infanzia – era stato costretto all’esilio per corruzione nel 2012 proprio da parte di Mahmoud Abbas, che ha in lui e in Hamas i suoi principali rivali storici.
Il patto – oltre a prevedere il ritorno dall’esilio di molti sostenitori di Dahlan – comprenderebbe anche la costruzione di una centrale elettrica dal lato egiziano del confine, per ovviare alla mancanza di elettricità nella Striscia, con il contributo di circa 100 milioni di dollari da parte degli Emirati Arabi Uniti.
Verrebbero messe in moto così dinamiche difficilmente prevedibili: gli analisti si interrogano su cosa possa significare per Hamas questo miglioramento – per interposta persona – delle relazioni con l’Egitto, alla luce dei rapporto del movimento islamista palestinese con il Qatar (l’Egitto è uno dei paesi che ha aderito all’isolamento di Doha), che recentemente ha peraltro investito circa 500 milioni di dollari per il miglioramento delle infrastrutture e ospedali nella Striscia. Alcuni pensano che questo accordo farà si che il Cairo, Abu Dhabi e Riyad chiedano ad Hamas di raffreddare le relazioni con lo stesso Qatar. Secondo alcune fonti, inoltre, i colloqui tra Dahlan e Sinwar sarebbero avvenuti all’insaputa delle altre gerarchie di Hamas.
Gli effetti collaterali interni all’orbita palestinese – e ancor più a quella islamista – non mancherebbero, come sostiene una fonte anonima palestinese intervistata da Middle east Eye: “Si tratta di una situazione molto pericolosa e senza precedenti per il movimento. E’ un chiaro tentativo di dividere Hamas al suo interno. Hamas sin dal 1992 prende le sue decisioni strategiche solo dopo lunghe consultazioni tra tutti i suoi componenti principali. Gli Emirati Arabi Uniti vorrebbero sbarazzarsi della Turchia e del Qatar a Gaza. La divisione di Hamas sarebbe un duro colpo per l’asse Doha-Ankara.
Gli obiettivi principali dell’accordo – fine del blocco al confine, miglioramento dell’economia di Gaza – rischia anche di erodere le aspirazioni palestinesi per uno Stato sovrano, ponendo le basi per un de facto “mini Stato” a Gaza, secondo Al Jazeera, una situazione negata con forza dallo stesso Dahlan. “Siamo patrioti, non separatisti”, ha detto quest’ultimo alla Afp, “e io attualmente non ho aspirazioni a diventare presidente Anche perché il 70% del territorio è nelle mani di Israele, che non ha intenzione di concederci uno Stato”.
Secondo fonti interne all’Anp, l’accordo è di difficile realizzazione. Secondo Azzam Al Ahmed, consulente di Abbas, ciò è vero sopratutto perché attualmente l’Anp finanzia Gaza con circa 1.2 miliardi di dollari l’anno, una somma che secondo lui non sarebbe possibile reperire altrove. (AGI) LBY

Qatar: crisi nel Golfo, una questione familiare prima che politica

(AGI) – Beirut, 21 lug. – La crisi nel Golfo, che ha visto la rottura delle relazioni diplomatiche col Qatar da parte di Arabia Saudita, Egitto, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, che accusano Doha di “sostenere il terrorismo” (la Fratellanza musulmana, ndr), non sembra avere ancora una soluzione. Finora ci sono stati alcuni tentativi di mediazione, compreso quello degli Stati Uniti, e tra due giorni il presidente turco Recep Tayyip Erdogan partirà in tour nella Penisola arabica, per provare a fare lo stesso.
I Paesi del Golfo, alla cui testa c’è Riad, hanno tentato di isolare il Qatar dal resto del mondo, sigillando i confini e mettendo in moto un embargo, per poi far pervenire a Doha una lista di tredici condizioni sotto le quali revocarlo. Tra esse, quella di chiudere l’emittente Al Jazeera, tagliare i rapporti con l’Iran e mettere fine all’attività di supporto della Fratellanza musulmana.
Finora si è parlato molto del carattere politico-economico della crisi, che coinvolge gli interessi di molti paesi – il Qatar ha le più ampie riserve naturali di gas al mondo – e potrebbe stravolgere il sistema di alleanze regionali. Considerando l’assetto istituzionale delle monarchie del Golfo – guidate da ampie dinastie arricchitesi con lo sfruttamento delle risorse naturali alcuni decenni fa, e che talvolta hanno legami di sangue l’una con l’altra – poco invece si è detto della dimensione familiare e personale della contesa. Una dimensione che potrebbe spiegare più efficacemente il perché non si trovi una soluzione.
“Gli emiratini, i sauditi e i qatarioti hanno legami di parentela talvolta molto stretti, e ciò significa che le grandi questioni politiche sono anche grandi questioni familiari. Difficili da risolvere, anche perché ad oggi Riad e Abu Dhabi vorrebbero un cambio di regime a Doha”, commenta al Guardian una fonte diplomatica anonima della regione.
In linea teorica, l’attuale emiro regnante in Qatar è il trentasettenne Tamim bin Hamad al Thani, in favore del quale suo padre Sheikh Hamad al Thani ha formalmente abdicato nel 2013. Da un punto di vista pratico invece, secondo diversi analisti della regione, Sheikh Hamad detiene ancora il potere sostanziale.
Quello di quest’ultimo con Riad è un rapporto complesso: nel febbraio 1991, durante la guerra del Golfo, Sheikh Hamad – quando governava ancora il padre Khalifa – mandò le sue truppe a combattere contro Saddam Hussein nella battaglia di Khafji. Tuttavia, pur combattendo teoricamente a fianco delle truppe saudite, durante la battaglia i marines americani furono costretti a correre in aiuto di questi ultimi, vittime di “fuoco amico” da parte dei qatariotei. Le tensioni furono ricomposte alla fine della guerra ma a causa di una disputa sui confini tra Riad e Doha, non furono mai realmente sopite. E’ in quel momento storico che vengono gettate le basi della “questione personale” tra l’attuale padre dell’emiro regnante Tamim, e le altre monarchie.
Nel 1995, Sheikh Hamad sale al potere con un colpo di stato “indolore”, mentre il padre si trova a Ginevra per curarsi. A partire dalla metà degli anni ’90, quindi, il Qatar vive una fase di sviluppo senza precedenti: la produzione di gas sale a 77 milioni di tonnellate, contribuendo a rendere il piccolo paese della Penisola il più ricco al mondo in termini di Pil pro capite (86000 dollari l’anno).
Sotto il suo regno, in Qatar si svolgono importanti eventi internazionali – i Giochi asiatici del 2006, la Conferenza ONU sul cambiamento climatico del 2012, l’accordo tra Fatah e Hamas, fino al Mondiale di calcio, previsto per il 2022 – e viene istituita la Qatar Investment Authority, uno dei principali fondi sovrani al mondo, che avrà poi un ruolo fondamentale nella ricapitalizzazione di numerosi istituti di credito occidentali colpiti dalla crisi economica del 2008.
Nel 1996, con un investimento da 150 milioni di dollari, Hamad fonda anche l’emittente Al Jazeera, che negli ultimi anni, sostenendo le primavere arabe, ha contribuito a irritare ulteriormente gli Al Saud, già mal disposti verso quest’ultimo per via degli antichi dissapori. Secondo la fonte diplomatica anonima sopracitata, le attuali mosse di Riad e Abu Dhabi rappresenterebbero quindi, in parte, una sorta di vendetta trasversale, con un tentativo di manipolare l’attuale emiro del Qatar contro il mal digerito padre.
Una questione familiare, di sangue. L’influenza saudita sul Qatar si può riassumere con un nome: Attiyah. Gli Attiyah sono una antica e facoltosa famiglia qatariota, con legami di sangue con gli al Saud. Sheikh Hamad, che fa parte degli al Thani, è stato allevato dalla zia materna, che è una Attiyah. Tuttavia, anziché rafforzare questo legame di sangue con i sauditi sposando una Attiyah, Sheikh Hamad decide negli anni ’90 di sposare due figlie dei suoi zii esponenti degli al Thani, cementando il potere di questi ultimi. Anche i più fedeli consiglieri di Sheikh Hamad – come Hamad bin Jassim, cioè colui che ha sostanzialmente scommesso sul sostegno all’Islam politico – sono degli Al Thani. Gli Attiyah quindi, vicini ai Saud, nel tempo sono stati marginalizzati, pur ricoprendo alcune posizioni di potere, in favore dell’ascesa degli Al Thani.
Questa frattura inter clanica ha avuto nel tempo dei riflessi politico-religiosi, perché sia gli al Thani che gli al Saud si ergono a rappresentanti principali – pur in modo diverso, visto che in Qatar le libertà individuali sono più ampie – del wahhabismo, una rigida interpretazione dell’Islam fondata alla fine del 1700 nell’attuale Arabia Saudita da Mohammad Ibn Abd al Wahhab. “Il Qatar promuove l’idea del wahhabismo del mare, più aperto e flessibile rispetto a quello del deserto, rappresentato da Riad. L’asserzione da parte di Hamad di una linea di discendenza con Ibn Al Wahhab è volta a consolidare la legittimità della sua visione ‘alternativa’ del wahhabismo, a danno dei sauditi”, spiega Allen Fromherz, docente e autore di un libro sul Qatar. Il sostegno pubblico alla democrazia – strumentale, poiché volto unicamente all’affermazione della Fratellanza musulmana – da parte di Sheikh Hamad si aggiunge a questo insieme di tensioni sotterranee tra Arabia Saudita e Qatar.
Qui entrano in gioco gli Emirati Arabi Uniti. Negli anni ’60 l’allora emiro del Qatar Ahmad – cugino di Khalifa e zio di Hamad – propose la creazione di una federazione di Emirati arabi che comprendesse anche il Qatar, sostenuto dall’emiro di Abu Dhabi. L’idea viene accantonata nel 1972, quando Ahmad viene detronizzato dal cugino e si rifugia a Dubai. Anche Khalifa troverà rifugio negli EAU quando il figlio Hamad gli subentra nel 1995. Ed è da Dubai che Khalifa tenta – senza successo – alcuni contro golpe per riprendersi il potere dal figlio.
Abu Dhabi – stretta alleata di Riad – ha cercato di sfruttare al massimo le rivalità intrafamiliari qatariote, balzate agli onori delle cronache lo scorso 1 giugno, quando un giornale saudita ha pubblicato le presunte – qualcuno parla di fake news create ad hoc dagli EAU per destabilizzare la famiglia regnante in Qatar – dichiarazioni dei discendenti di Sheikh Ahmad, che avrebbero disonorato gli attuali regnanti a Doha. Che ci siano anche i discendenti di Ahmad, dietro all’ammutinamento del Qatar? (AGI) LBY

Medioriente: cresce la cooperazione tra la Cina e l’Autorità Palestinese

(AGI) – Beirut, 20 lug. – Quattro importanti accordi in diversi settori, tra cui il sostegno al ministero degli Esteri palestinese, attività di formazione di risorse umane, e alcuni accordi di cooperazione economica e culturale. E’ quel che è uscito fuori dalla recente visita – durata quattro giorni – di Mahmoud Abbas, a capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, in Cina.
Uno dei progetti più importanti che Pechino sosterrà in Palestina è la costruzione della zona industriale di Tarqomia, a ovest della città di Hebron, in cui è previsto anche lo sviluppo di energie alternative. Tra le richieste di Abu Mazen alla sua controparte cinese c’è stata anche quella di avviare in Cina attività di promozione del turismo cinese in Palestina, con la promessa da parte del presidente dell’ANP di adoperarsi rimuovere tutti gli ostacoli burocratici alla concessione di visti turistici.
La Cina, membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, formalmente sostiene la causa palestinese, anche se si è sempre esposta molto meno di quanto storicamente non facciano gli Stati Uniti nei confronti di Israele. Recentemente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invocato la limitazione delle relazioni diplomatiche con ogni paese – compresa la Cina – che abbia sostenuto la risoluzione Onu 2334, che condanna gli insediamenti illegali dei coloni israeliani, compresi quelli a Gerusalemme est. Un “incidente” che ha spinto l’ambasciata israeliana a Pechino a rassicurare la Cina, affermando che la cooperazione tra i due paesi non sarebbe stata danneggiata dalle decisioni di Netanyahu.
Sin dalla fondazione dello Stato di Israele, le amministrazioni cinesi hanno sempre mantenuto la trasversalità dei loro rapporti internazionali in Medioriente, coltivando relazioni con Israele e con i Paesi arabi e sostenendo gli Accordi di Oslo. Sia Arafat che Mahmoud Abbas hanno visitato più volte la Repubblica cinese. Quando nel 2006 Hamas vinse le elezioni in Palestina, Pechino si rifiutò di designare il gruppo come “organizzazione terroristica”, ribadendo la legittimità di un movimento che era stato eletto dal popolo palestinese. Nel novembre 2012, la Cina è stata tra i paesi che hanno votato a favore della risoluzione 67/19 dell’Assemblea generale, per dare alla Palestina lo status di Stato non membro e osservatore alle Nazioni Unite.
Nel 2016 il presidente cinese Xi Jinping ha riaffermato il sostegno cinese “alla istituzione di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme est”, durante un meeting della Lega Araba in cui era stato invitato. Fu in quella occasione che Xi Jinping annunciò inoltre l’avvio di un progetto da 7.6 milioni di dollari per la costruzione di pannelli solari nei territori palestinesi. Quasi un anno dopo, ad aprile 2017, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi – durante un meeting con il suo omologo palestinese Riyad al Maliki – affermò che “la mancanza di uno stato palestinese indipendente costituisce una terribile ingiustizia”.
Per la Cina, l’iniziativa strategica della “Nuova via della Seta” – volta a migliorare i collegamenti e la cooperazione con i paesi della cosiddetta Eurasia – passa necessariamente dalla cooperazione anche con Israele, oltre che dall’utilizzo del proprio soft power nei paesi arabi, nel tentativo di mantenere la tradizionale neutralità e il tipico basso profilo degli ultimi decenni. (AGI) Lby

Iraq: il massacro di Mosul, si temono 40000 morti durante la ripresa della città

(AGI) – Beirut, 20 lug. – Sarebbero oltre 40000, secondo le stime di ufficiali curdi iracheni rivelate all’Independent, i civili morti a Mosul durante la lunga battaglia per sottrarre la seconda città irachena dal controllo dell’Isis.
I residenti delle zone assediate della città sarebbero stati uccisi sopratutto durante le offensive di terra delle truppe irachene, volte a stanare i miliziani, così come durante alcuni bombardamenti aerei, oltre che dagli stessi seguaci di Al Baghdadi. Secondo Hoshyar Zebari, fino a poco fa ministro delle Finanze, degli Esteri e vice primo ministro dell’Iraq, ha dichiarato che moltissimi corpi potrebbero essere ancora sepolti sotto ai cumuli di macerie di una città devastata. “Il livello di sofferenza umana è immenso”, ha aggiunto Zebari.
Sinora le stime diffuse sul numero di morti sono sempre state al ribasso, poiché concentratesi essenzialmente sui danni fatti dai bombardamenti aerei, e non molto sulle conseguenze dell’azione dell’artiglieria. Secondo un gruppo di monitoraggio bellico, Airwars, il fuoco dell’artiglieria sarebbe responsabile di circa 5800 morti tra i civili tra febbraio e giugno 2017.
Zebari nell’intervista se la prende in qualche modo anche col governo iracheno di cui faceva parte fino a poco tempo fa. ” A volte penso che il governo a Baghdad sia indifferente a quanto accade”. Esiste più di un dubbio sulla possibilità che cristiani, yazidi, curdi e altre minoranze tornino a convivere in pace a Mosul, dopo questi anni di rappresaglie e conflitti inter confessionali. Secondo Zebari – comprensibilmente, visto che è un esponente curdo – il futuro iracheno sta nella soluzione federale.
Non solo i civili morti ma anche un livello di corruzione che rischia di minare ulteriormente la sicurezza della città dopo la sconfitta degli uomini di Al Baghdadi. Secondo Zebari attualmente è già possibile passare indisturbati ai checkpoint militari, pagando circa 770 dollari, che salgono a 1500 nel caso in cui si sia a bordo di un veicolo. Questo tipo di corruzione sembra riguardare sopratutto il sedicesimo e diciannovesimo battaglione dell’Esercito iracheno e i gruppi tribali di volontari (Hashd al Ahsairi), che in parte sono espressione della minoranza Shabak nella piana di Ninive.
La corruzione si riflette anche sul comportamento della gente comune rispetto all’Isis: se è vero che molti miliziani riescono a farsi scarcerare – dopo essere stati arrestati in seguito a segnalazione da parte di civili –  pagando “mazzette” all’Esercito, oggi i civili che prima erano ben contenti di fornire informazioni alle autorità si guardano bene dal farlo, poiché temono ritorsioni da parte dei miliziani che nel frattempo vengono rilasciati.
“L’anima di Mosul non c’è più e i suoi palazzi più iconici sono stati distrutti”, commenta Zebari, che ha tuttora una casa nella parte est della città, dove è cresciuto, e che gli è stata confiscata una volta da Saddam Hussein e poi dall’Isis. “Non riesco a immaginare Mosul senza la tomba di Giona (fatta saltare in aria dall’Isis nel 2014) o la moschea Nuri con il suo minareto del dodicesimo secolo, andata incontro allo stesso destino poche settimane fa.
Se l’Esercito ha comunque riportato una vittoria contro l’Isis a Mosul, in molti temono la capacità dei miliziani di adattarsi a nuove realtà, ma sopratutto il concreto ammontare degli armamenti rimasti sotto il loro controllo: molte delle armi sequestrate all’Esercito dall’Isis durante la presa di Mosul nel giugno 2014, infatti, non si trovano più. E qualcuno teme che siano tuttora nascoste in buona pare nei tunnel sotterranei scavati dagli uomini di Al Baghdadi. (AGI) Lby

Afghanistan: Trump verso la privatizzazione della guerra?

(AGI) – Beirut, 19 lug. – La proposta, arrivata sul tavolo di Steve Bannon e sottoposta anche al consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, viene direttamente da Erik D. Prince e Stephen A. Feinberg, rispettivamente a capo di due giganti dell’industria militare privata, la Blackwater worldwide e la Dyncorp International: appaltare la guerra in Afghanistan alle compagnie militari private, togliendo l’incombenza alle Forze armate statunitensi.
In un recente pezzo sul Wsj, Prince delinea più precisamente la sua proposta: l’esercito di mercenari dovrebbe essere guidato da una sorta di “viceré”, che riferirebbe direttamente a Trump, e concentrerebbe in se stesso tutti i poteri, sul modello del Generale McArthur nel Giappone post seconda guerra mondiale. La sua missione consisterebbe nel “pacificare” l’Afghanistan a ogni costo: niente più ordini da parte di burocrati, o regole di ingaggio restrittive sui militari.
Non è chiaro a chi si stia pensando nei panni di questa figura. Probabilmente anche lo stesso Prince, e ciò non sarebbe sicuramente di buon auspicio: sotto la sua stessa guida i contractor della Blackwater aprirono il fuoco in una piazza di Baghdad nel 2007, uccidendo 16 civili. Prince ha una mentalità apertamente colonialista, e nel suo recente op-ed ha scritto di considerare la compagnia delle Indie orientali un modello per le operazioni militari americane in Afghanistan: come noto, la compagnia delle Indie fu per secoli il principale strumento di colonizzazione dell’India da parte degli inglesi, al cui capo c’era un viceré con poteri monarchici è un esercito privato per reprimere la popolazione locale.
Insomma, l’analisi è le soluzioni offerte da Prince e Feinberg, e giunte probabilmente alle orecchie del presidente Trump, sono di tipo neo-Colonialista. Non solo, esse sembrano non tenere conto di aspetti economici e gestionali: McArthur fu infatti rimosso dal presidente Truman per abuso di potere, mentre gli eserciti della compagnia delle indie finirono per far andare in bancarotta la stessa compagnia, costringendo i britannici a salvarla nel 1770, e più di cento anni dopo il governo inglese a prenderne il pieno controllo.
La Blackwater 2.0 sarebbe una formidabile opportunità d’affari per uno con le connessioni istituzionali di Prince, la cui sorella Betsy deVos è nel governo, segretaria all’istruzione. In questi anni, dopo il fiasco in Iraq, Prince ha aiutato Abu Dhabi a mettere in piedi un esercito segreto che operasse nel deserto e ha aiutato anche i cinesi in Africa. Sembra che lo scorso gennaio sia stato lui a organizzare incontri segreti alle Seychelles per stabilire poi un contatto “laterale” tra Trump e Putin. In molti, nell’industria militare americana, spingono per la soluzione Blackwater: non solo Bannon. Ovviamente, è il profitto, più che la sorte degli afghani, a guidarli. Il messaggio collaterale dietro a questa proposta è che se dovesse essere adottata, il mercato dei mercenari potrebbe vivere un boom, generando un enorme flusso di soldati fai da te. Anche  se è certamente vero quanto afferma sull’Atlantic un ex contractor (oggi analista), Sean McFate, il quale – nel criticare l’iniziativa di Prince – ricorda anche che in molti casi gli eserciti privati possono vantare una grande efficienza e preparazione. Che poi è uno dei motivi per cui gli affari delle compagnie militari private vanno a gonfie vele.
Secondo McFate, in sostanza, i Paesi stanno facendo ricorso in misura crescente alle compagnie militari private per risolvere alcuni rebus militari, e spesso lo fanno in gran segreto. Due anni fa è stato il turno del governo nigeriano, che ha appaltato ad alcuni mercenari – con elicotteri e forze speciali – una parte della guerra a Boko Haram, riuscendo in poche settimane laddove l’Esercito nigeriano aveva fallito. Lo stesso hanno fatto in tempi recenti, e nei confronti di formazioni terroristiche, la Russia, gli Emirati Arabi Uniti e l’Uganda. In un certo senso, l’iniziativa di Prince avrebbe solo l’effetto di rendere palese una tendenza che già esiste – ma normalmente viene tenuta segreta – da decenni.
Tuttavia, le ragioni per cui in Afghanistan una simile strategia non funzionerebbe sono molte. Anzitutto, come scrive McFate Parlando della sua esperienza personale, c’è sempre il rischio della formazione di incontrollabili (anche per il viceré) eserciti di pretoriani, come quelli che nell’Antica Roma assassinarono vari imperatori. Cosa accadrebbe, poi, se la Russia o la Cina offrissero al potenziale esercito privato  delle condizioni economicamente più vantaggiose? Sono gli enormi rischi dell’appaltare conflitti alle logiche di mercato. Probabilmente vedremmo nascere moltissimi signori della guerra, pronti a vendersi al miglior offerente.
La questione sta nella dimensione dell’esercito privato: un piccolo esercito privato ben monitorato, sotto piena sorveglianza e incaricato di occuparsi di precisi compiti può essere utile; un grande esercito privato, o addirittura più eserciti privati in totale sostituzione di quelli convenzionali nella gestione dell’Afghanistan, come propone Prince, potrebbe rivelarsi una tragedia. (AGI) LBY

MO: scambio tra gulenisti e ikhwan, la proposta di Abu Dhabi ad Ankara

(AG) – Beirut, 18 lug. –  Una proposta concreta, quella fatta recapitare da Abu Dhabi ad Ankara all’indomani della crisi del Golfo. Secondo quanto scrive Kenan Akin, del quotidiano turco Yenicag, un funzionario emiratino avrebbe proposto ai suoi omologhi turchi uno scambio: la Turchia dovrebbe consegnare agli EAU nove membri della Fratellanza musulmana di nazionalità emiratina, rifugiatisi in Turchia; Abu Dhabi, in cambio, sarebbe disposta a consegnare ad Ankara alcuni gulenisti, accusati dal governo turco di aver organizzato il tentato golpe dell’estate 2016.
“In Turchia ci sono nove terroristi che sono nostri cittadini, lavorano per la Fratellanza e li rivolgiamo indietro. Il dott. Hakan Fidan (capo dell’intelligence turca, ndr) sa benissimo chi sono”, ha detto Abdullah Sultan al Nuaimi, del ministero degli Esteri di Abu Dhabi.
Il funzionario emiratino avrebbe aggiunto anche di non avere alcun problema con la base militare turca in Qatar, la cui chiusura nei giorni scorsi era stata inserita tra le richieste dei paesi del Golfo nei confronti del Qatar, per poter revocare così il blocco. Così come Abu Dhabi (e gli altri paesi del Golfo) hanno designato la Fratellanza musulmana come gruppo terroristico, lo stesso ha fatto Ankara con i seguaci di Fetullah Gulen, predicatore turco che vive negli Stati Uniti e che guida il movimento Hizmet (il servizio).
“La Fratellanza musulmana è per noi quello che i Gulenisti sono per la Turchia. Non abbiamo obiezioni in merito. Il problema riguarda la posizione (di Ankara) sulla Fratellanza. Vogliamo sbarazzarci dei terroristi”, ha commentato al Nuaimi, aggiungendo che gli Emirati Arabi Uniti come segno di “buona volontà” avrebbero già arrestato e riconsegnato alla Turchia due generali gulenisti che erano transitati per Dubai. “Ci aspettiamo da Ankara la stessa sensibilità”.
Gli Emirati Arabi Uniti costituiscono un hub di transito per i voli per l’Africa e l’Asia, e il movimento gulenista avrebbe una presenza forte nell’Africa orientale e meridionale, oltre che nell’estremo oriente. Le autorità turche alcune settimane fa – senza fare nomi, ma quello degli Emirati sembra il più papabile, menzionato in seguito dal giornalista filo-governativo Mehmet Acet – hanno sostenuto che un paese del Golfo avrebbe fornito sostegno al tentativo di golpe del 15 luglio 2016. Mehmer Acet sostiene che Abu Dhabi avrebbe fornito aiuti finanziari per 3 miliardi di dollari ai golpisti.
In seguito al golpe egiziano del 2013, molti membri e sostenitori della Fratellanza sono stati arrestati o uccisi, e più di un migliaio hanno lasciato il Paese. Un buon numero ha trovato ospitalità in Turchia, dove ad esempio a Istanbul vive nel quartiere di Yenibosna, nella parte occidentale della città. La Turchia ospita anche membri dell’opposizione siriana, compresi quelli afferenti all’orbita della Fratellanza.
Paesi come Arabia Saudita, EAU e Bahrain guardano con preoccupazione ai movimenti islamisti di carattere popolare come i Fratelli Musulmani, e in essi vedono una minaccia concreta al loro potere dinastico. Per questo motivo hanno sostenuto il colpo di Stato guidato dal generale Al Sisi in Egitto nell’estate 2013. Dal canto loro, Turchia e Qatar hanno sempre sostenuto movimenti popolari di ispirazione religiosa, e si sono opposti al suddetto golpe. Anche per questo motivo Ankara ha subito dichiarato la sua vicinanza a Doha con l’esplodere della crisi nel Golfo. Il prossimo 23 e 24 luglio il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è atteso in Arabia Saudita, in Qatar e in Kuwait per cercare una mediazione. (AGI) LBY