Bahrein: la crisi dimenticata, specchio di quella siriana

(AGI) – Beirut, 22 mag. – Se di fronte al conflitto siriano Iran e Arabia Saudita si collocano rispettivamente a sostegno del regime alauita di Bashar Al Assad e del fronte ribelle sunnita – o una parte di esso – che intende rovesciarlo, in Bahrein le posture delle due potenze regionali si capovolgono: Riad sostiene la famiglia regnante sunnita degli Al Khalifa, mentre Teheran fornisce una sponda alla popolazione a maggioranza sciita.
Come in Siria, l’opposizione sciita al regime degli Al Khalifa era largamente pacifica quando sono iniziate le proteste sei anni fa, sulla scia delle primavere arabe. Con l’inizio delle repressioni nel 2011, una parte delle opposizioni marginalizzate hanno però radicalizzato le loro istanze: nel corso dello scorso anno, gli apparati di sicurezza del Bahrein hanno subito una serie di attacchi, che sono aumentati nel corso del 2017, sopratutto contro agenti di polizia, ma anche contro la Banca Centrale e in un centro commerciale.
I gruppi di militanti sciiti oggi attivi includono il movimento “14 febbraio”, le Brigate Ashtar (Saraya al Ashtar), le Brigate della Resistenza (Saraya al Muqawama al Shabiya), la Resistenza islamica bahreinita (Saraya al Mukhtar), i Quroob al Basta e i Saraya al-Karar.
L’ampio fronte delle opposizioni non è tuttavia monolitico: i gruppi sopracitati hanno narrazioni, riferimenti dottrinali e persino obiettivi diversi. Alcuni di essi sostengono di combattere in nome della religione, altri no. Le Brigate della Resistenza (secondo alcuni analisti ispirate a Hezbollah ed in contatto con il movimento politico militare libanese), per esempio, affermano di combattere “gli occupanti sauditi (Ryad nel 2012 aveva mandato i propri carri armati in sostegno degli Al Khalifa, ndr) e la famiglia degli Al Khalifa”. Quasi tutti i gruppi invocano la fine della presenza militare americana sul suolo del Bahrein.
La Resistenza islamica bahreinita – secondo l’analista Giorgio Cafiero – seguirebbe invece un’agenda che travalica i confini nazionali, cercando di saldare nella propria retorica la condizione degli sciiti in Bahrein e quella dei loro correligionari nelle province orientali dell’Arabia Saudia (area dove si trova gran parte del petrolio saudita, abitata appunto da ampie comunità sciite). Questo gruppo considera le province orientali saudite e l’arcipelago del Bahrein come un soggetto unico, con un nemico comune (i sauditi).
Proprio come in Siria, dove Bashar al Assad attribuisce sin dal 2011 le rivolte alla “longa manus” di Riad, da quando sono iniziate le rivolte a Manama – capitale del Bahrein – la famiglia degli Al Khalifa denuncia il sostegno iraniano all’insurrezione. Una accusa che è sempre stata ritenuta poco credibile dagli analisti occidentali, che tendono ad attribuirla alla profonda ostilità che esiste tra Teheran da una parte e Abu Dhabi, Riad e Manama dall’altra. L’aumento degli attentati contro le forze di sicurezza del Bahrein hanno tuttavia rafforzato la verosimiglianza di questa ipotesi.
Lo scorso mese il Washington post ha riportato la notizia secondo cui la polizia del piccolo Paese del Golfo persico avrebbe scoperto grossi quantitativi di esplosivo c-4 e altri materiali in una villa adibita a fabbrica di esplosivi. Nel report che la polizia del Bahrein avrebbe condiviso con il quotidiano americano, risulterebbero armi di fabbricazione iraniana, tra cui granate e kalashnikov.
Teheran, da parte sua, nega queste accuse, accusando le autorità del Bahrein di averle fabbricate col fine di ricevere un maggiore sostegno da parte dei Paesi occidentali. In ogni caso, sembra che Washington nei tempi recenti stia prendendo sempre più seriamente le denunce degli Al Khalifa (e ciò è coerente con il rafforzamento delle relazioni saudite-americane sancito dalla recente visita di Trump a Riad).
Se l’amministrazione Obama non ha mai designato alcun gruppo militante bahreinita come movimento terroristico, quella di Donald Trump sembra stia invertendo la rotta: lo scorso marzo il Dipartimento di Stato ha stabilito che le Saraya al Ashtar costituiscono un “movimento terrorista globale”, strumento delle “attività terroristiche e destabilizzanti dell’Iran nella regione”.
 Esistono pareri discordanti sulla reale natura delle opposizioni sciite in Bahrein, e sull’entità del sostegno iraniano. Gli osservatori più critici del regime degli Al Khalifa sostengono che l’aumento degli attentati da parte di movimenti sciiti sono conseguenza diretta della dissoluzione del principale partito sciita all’opposizione, il Wefaq, e del conseguente restringimento dello spazio di espressione politica. Un po’ come avvenuto altrove (Egitto) nei confronti della Fratellanza musulmana, la cui messa al bando ha contribuito a convincere i suoi sostenitori che un cambiamento fosse possibile solo attraverso una resistenza armata (che la Fratellanza in Egitto, così come il Wefaq in Bahrein, rifiutava).  (AGI) LBY

Arabia Saudita: cos’è il wahhabismo?

(AGI) – Beirut, 22 mag. – Il wahhabismo è un movimento di “riforma” islamica fondato a metà del 1700 da Muhammad Ibn abd al Wahhab, che promuoveva il ritorno alle pratiche degli albori dell’islam, la centralità della sovranità di Dio e sopratutto una lettura letteralista dei Testi Sacri, Sunna e Corano in particolare.
L’approccio di Ibn Wahhab, che si proponeva il fine di riportare l’Islam ai fasti dei primi suoi anni, si caratterizzava per la sua rigidità nel perseguimento dell’eterodossia: secondo Ibn Wahhab, per esempio, le tombe e i mausolei dei santi dovevano essere distrutte, e il pellegrinaggio verso di esse doveva essere vietato. Le pene corporali (hudud) devono essere integralmente recuperate e rigidamente applicate.
Nel tentativo di riformare l’Islam, Ibn Wahhab si opponeva – paradossalmente, in un certo senso – a qualunque forma di innovazione (bid’a) nell’Islam, avvertendo i musulmani sulla necessità di tornare agli insegnamenti e alle pratiche dei “salaf”, i pii antenati, cioè i primi quattro califfi successori di Muhammad, accompagnandovi il rifiuto di storicizzarli. Le sue idee furono fortemente influenzate dai lavori di un teologo del 1200, Ibn Taymiyah, vissuto al tempo dell’invasione mongola del Califfato abbaside, che vedeva lo Stato come un accessorio della religione e si faceva promotore di una visione esclusivista dell’Islam.
Nonostante i mongoli si fossero al tempo convertiti all’Islam dopo aver conquistato l’Asia centrale e il Levante, Ibn Taymiyah utilizzò per loro il termine di kafir (infedeli), che oggi con i gruppi terroristici come Isis e Al Qaeda – che chiamano “infedeli” tutti coloro che non si adeguano alla loro visione salafita-wahhabita dell’Islam – sta recuperando una certa popolarità. I primi destinatari delle “scomuniche” wahhabite sono i musulmani sciiti – la cui gran parte risiede oggi in Iran -, accusati tra le altre cose di “idolatrare” il genero di Muhammad, Ali Ibn Abi Talib.
Il wahhabismo mira alla trasformazione di precetti religiosi in obblighi, se possibile sanciti per legge, e ne fa derivare la validità dal fatto che questi obblighi (e divieti) esistevano al tempo del Profeta Muhammad. E’ vietato radersi la barba, fumare tabacco, venerare santi e profeti.
La fortuna del wahhabismo si lega a doppio filo alla storia della attuale famiglia regnante in Arabia Saudita: gli al Saud. La loro alleanza ha portato nel 1932 alla fondazione della monarchia saudita, in cui gli Al Saud governano con la “legittimazione” degli Ulema di orientamento wahhabita, preservandosi a vicenda.
A partire dagli anni ’70, con il sostegno degli introiti del petrolio, le fondazioni caritatevoli saudite hanno iniziato a finanziare sistematicamente madrase wahhabite in giro per il mondo: secondo il Dipartimento di Stato americano negli ultimi quattro decenni Riad ha investito più di 10 miliardi di dollari nel finanziamento di fondazioni di questo genere, nel tentativo – che assume i contorni dell’esercizio di un “soft power” – di rimpiazzare l’Islam sunnita ortodosso con il rigido wahhabismo. Secondo le agenzie di intelligence europee, poi, circa il 20% di questi finanziamenti sarebbero finiti nelle casse dei movimenti jihadisti come al Qaeda. Oggi il wahhabismo è il riferimento ideologico non solo della casata reale degli Al Saud, ma anche di tutti i movimenti jihadisti del Globo.
Con la minaccia globale posta dalle bandiere nere dell’Isis, è in qualche modo suggestivo e ironico ricordare che proprio l’Imam Ali – che per gli sciiti è il primo legittimo successore di Muhammad – in un suo detto molto popolare contenuto nella raccolta di hadith “Kitab al Fitan”, che alludeva alla “fine dei tempi”, disse, citando lo stesso Profeta Muhammad:
“Quando vedrete le “bandiere nere”, nn muovetevi! [non seguitele! non accorrete in loro aiuto, perché sono mendaci, non conducono al vero!]. Poi comparirà una gente “debole e irrilevante”, con “i cuori duri” come pezzi di ferro: essi sono ‘i Compagni dello Stato’, non rispettano nessuna alleanza, né patto alcuno, invitano al Vero senza però appartenere ad esso, si fanno chiamare con i soprannomi [Abu bakr, Abu Musa’b..], e vengono riferiti alle città [al Baghdadiyy, Al Amrikiyy], ed hanno i capelli lunghi, come i capelli delle donne. Dureranno finché non entreranno in contrasto tra di loro, poi Allah, il Vero, manifesterà cji egli vorrà..”. Una premonizione? (AGI) Lby

Yemen: l’ emergenza alimentare e il porto conteso

(AGI) – Beirut, 22 mag. – Secondo le Nazioni Unite, due terzi dei ventisei milioni di yemeniti soffrono per carenze alimentari, con più di sette milioni di casi di malnutrizione. L’Unicef avverte: ogni dieci minuti, un bambino muore in Yemen a causa di infezioni, diarrea e malnutrizione.
Sono gli ulteriori “effetti collaterali” della sanguinosa guerra in Yemen,che vede di fronte i ribelli Houthi e la coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita. Un embargo deciso da Riad ha portato all’arresto di un’economia già fortemente deteriorata. I raid aerei della coalizione hanno provocato la morte di più di 10.000 civili.
Gli Houthi, nel frattempo, sono riusciti a mantenere il controllo del porto di Hudaydah, sul Mar Rosso. Non un porto come gli altri, visto che da qui passa la gran parte delle importazioni di generi alimentari. Ma anche un punto di transito per le armi: è da Hudaydah, infatti, che secondo la coalizione transiterebbero le armi che l’Iran fa arrivare ai ribelli Houthi.

In risposta alla richiesta della coalizione per un ulteriore embargo sulle armi agli Houthi, le Nazioni Unite sarebbero riuscite a creare un meccanismo autonomo di monitoraggio e controllo di ciò che entra nel porto di Hudaydah, ma secondo l’analista saudita Saeed Wahabi non basta: “Con più di 300 miglia di area costiera, molti battelli riusciranno a recapitare armi in un modo o nell’altro”, sostiene in un’intervista telefonica rilasciata al Los Angeles Times. Secondo Wahabi, nel frattempo, gli Houthi avrebbero alzato le tasse nei confronti dei mercanti del porto, per poter far fronte ai costi del conflitto.

Secondo gran parte dei residenti locali, un’operazione militare sul porto di Hudaydah – già danneggiato da alcuni strikes della coalizione nell’agosto 2015 – avrebbe l’effetto di danneggiare sopratutto i civili. “Sarà un disastro in tutti i sensi. La città (di Hudaydah) ha circa un milione di abitanti, quasi 2.6 milioni nella provincia circostante, molti dei quali sono rifugiati che vengono da altre parti del Paese”, spiega Mustafa Bdeyr, a capo del sindacato di giornalisti di Hudaydah. “Se succede qualcosa qui, non c’è modo di scappare. Ci colpirebbero dal cielo con gli aerei, dal mare con le navi da guerra, e sul terreno vanno avanti i combattimenti…non sappiamo dove andare”, conclude.
Secondo varie testimonianze, a Hudaydah c’è una situazione sempre più drammatica, con carenza di cibo, acqua, elettricità e medicine, che quando si trovano hanno dei prezzi folli. Gli impiegati statali nella città portuale non prendono lo stipendio dallo scorso settembre, e la Banca Centrale di Sana’a, secondo le Nazioni Unite, non riesce a pagare i circa 1.5 milioni di dipendenti pubblici, tra cui insegnanti, infermieri, dottori, a causa dell’embargo deciso dalla coalizione.
Jan Egeland, del Norwegian Refugee Council, ha le idee chiare in merito: “L’80% degli aiuti alimentari arriva da Hudaydah. Se verrà attaccata – come si vocifera in questi giorni – questa ancora di salvezza verrà eliminata e sicuramente avremo una carestia che coinvolgerà milioni di persone”.
Secondo Wahabi, l’offensiva della coalizione araba su Hudaydah potrebbe essere devastante, e condotta da più direzioni, con truppe in avanzamento dal distretto di Midi ( a nord di Hudaydah), dalle acque di fronte al porto stesso e dal porto di Mocha, a sud di Hudaydah.
La voce diffusasi nelle scorse settimane, secondo la quale Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti avrebbero chiesto alle Nazioni Unite di prendere il controllo del porto per evitare una pesante escalation, è stata smentita da Jamie McGoldrick, coordinatore dell’emergenza umanitaria in Yemen.
Sarebbe invece confermata la richiesta saudita di una partecipazione più concreta degli Stati Uniti al conflitto, e all’operazione sul porto di Hudaydah. Washington – anche prima del recente patto per aiuti militari siglato da Trump a Riad – già fornisce a Riad munizioni, intelligence e rifornimenti in volo agli aerei da guerra sauditi.
A questo proposito, lo scorso mercoledì una delegazione di 16 membri del Congresso americano hanno mandato una lettera al Segretario alla Difesa, James Mattis, in cui mettono in guardia da eventuali “effetti catastrofici di un coinvolgimento americano nell’attacco saudita al porto di Hudaydah”. Un’altra lettera rilasciata un mese fa da 55 membri della Camera dei rappresentanti solleva preoccupazioni rispetto all’ipotesi che “operazioni contro gli Houthi possano togliere troppe risorse alla guerra contro AQAP, il braccio di Al Qaeda nella Penisola araba, contro cui gli Houthi a loro volta combattono. (AGI) Lby

L’Occidente e la sua percezione dell’Iran dopo la rielezione di Rouhani

In Occidente, gran parte degli osservatori ha tirato un sospiro di sollievo per la rielezione di Rouhani, percepito non a torto come rappresentante di una postura dialogante, conciliante e pacifica dell’Iran rispetto al resto del mondo.

Ora, premesso che l’Iran post rivoluzionario anche nelle sue fasi più dure non ha mai posto minacce globali o dichiarato guerra all’Occidente – se non in situazioni particolari in cui truppe o autorità occidentali, americane e francesi in particolare, venivano percepite come occupanti, come accadde per esempio negli anni 80 a a Beirut, in piena guerra civile – , sia che fosse governata da Khatami, da Khamenei, da Ahmadinejad, Rafsanjani o Rouhani, è interessante notare come questo sospiro di sollievo, ancorché comprensibile, sia emblematico di un certo euro centrismo, della percezione occidentale di una sola parte di realtà, quella che legge l’Iran solo attraverso le lenti della sua minore o maggiore (supposta) aggressività o pericolosità.

Le cose, se lette in un’altra ottica, stanno diversamente. Da quando è al governo Rouhani ha davvero fatto l’impossibile per assecondare molte delle pretestuose richieste occidentali, con l’obiettivo di riavviare una economia molto danneggiata dalle sanzioni (alcune stime parlando mediamente di 70-80 miliardi di dollari persi ogni anno, dal 2002 a oggi). Lo ha fatto in nome del dialogo, del mutuo rispetto, di una stagione di “compassione, fiducia e comprensione” (diceva nel suo discorso inaugurale del 2013), conscio dell’immagine che si tende avere all’esterno del suo Paese.

Il suo percorso politico è stato lodevole, si, e personalmente posso dire di essere contento della sua meritata rielezione. Ma cosa ha ottenuto in cambio? Quali sono le ragioni che hanno spinto un terzo abbondante degli iraniani a votare contro di lui? La vulgata tuona: “eh, ma chi vota conservatore è retrogrado, fanatico, guerrafondaio”.

Sbagliato. Sarebbe ora di guardare ai contesti politici con occhi diversi, considerando le istanze e le ragioni di tutti, e non leggendo la realtà rivolti unicamente al nostro ombelico.

Mentre Rouhani due giorni fa nel suo discorso post rielezione ribadiva la bontà del suo percorso, l’intenzione di proseguire in un cammino “di pace, di prosperità, di dialogo”, a Riad arrivava Trump, per siglare un accordo per la fornitura di aiuti militari per 350 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Una cifra che l’Iran non ha speso nemmeno in 30 anni, visto che mediamente dal 90 ad oggi le spese medie per la difesa di Teheran ammontano a circa il 2.5% del PiL, le più basse della regione.

Da parte sua, anche senza questi aiuti promessi dal neo presidente americano, l’Arabia Saudita nello stesso periodo ha speso circa il 10% del PiL in armamenti. Questi aiuti arrivano peraltro all’indomani delle minacce americane nei confronti di Teheran, rea di sviluppare un sacrosanto programma missilistico che tutti – nella regione ma anche nel mondo – portano avanti (chi in ambito Nato, chi fuori) in un’area altamente conflittuale, che in ogni caso vede l’Iran accerchiato da potenze dichiaratamente ostili (Saudi, EAU, Qatar, Pakistan, Talebani, Al Qaeda, Isis, Stati Uniti con le loro 63 basi militari, alcune di esse vicinissime ai confini dell’iran, rispetto al quale ogni singola amministrazione americana ha sempre ribadito la validità dell’opzione di “regime change”, se necessario tramite azione militare).

Capite perché alcuni iraniani non è che siano pazzi, ma semplicemente hanno diritto a ritenere dalla loro prospettiva un po’ naive le parole d Rouhani sulla pace e il dialogo, mente fuori dai confini iraniani ci si prepara a mettere Teheran all’angolo senza nemmeno troppi sotterfugi e escamotage?

Il dialogo, la pace, il “mutuo rispetto basato su mutuo riconoscimento” (parole del brillante Zarif) si portano avanti in due, o più. Non può essere unilaterale, altrimenti è né più né meno una presa per i fondelli, cui gli iraniani sono abituati da decenni.

Qui invece abbiamo un Paese che con l’accordo sul nucleare ha rinunciato ad alcuni suoi diritti sanciti dall’Npt, ha perso valanghe di soldi, per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano: le sanzioni sono state rimosse in minima parte, le banche americane minacciano sostanzialmente ogni azienda occidentale che voglia fare affari con Teheran, e gli Stati uniti di Trump hanno appena partecipato al primo summit arabo-americano, quello citato sopra, in palese funzione anti iraniana, con la benedizione di Israele (che da una parte si atteggia a baluardo contro l’estremismo islamico, dall’altra ha in Riad – portatrice del vessillo wahhabita – un solido alleato).

Una storia di inganni che si ripete da decenni: si era già visto alla fine della guerra Iran Iraq (e anche durante, visto che l’Occidente finanziò Saddam per tutto il conflitto, e l’Onu mancò clamorosamente di sancire a fine guerra il lampante ruolo di aggressore del Rais iracheno), come si era visto anche nel 2002, quando l’allora presidente Khatami – che così segnò tristemente e involontariamente il suo declino – fornì lo spazio aereo iraniano alle truppe americane nella guerra contro i Talebani, vedendosi ringraziare da Bush jr con l’inserimento di Teheran nel celebre Asse del Male. Queste cose gli iraniani non le dimenticano. E non è mica fanatismo.

Dobbiamo rallegrarci del buonsenso forse addirittura eccessivo di una parte dell’elettorato iraniano. Ma inviterei a non confonderlo con pazienza illimitata e con ingenuità. C’è un limite a tutto: anche alla buona creanza.

Nel deserto del Sinai le tribù si stanno rivoltando contro l’Isis

http://www.agi.it/estero/2017/05/20/news/nel_deserto_del_sinai_le_trib_si_stanno_rivoltando_contro_lisis-1795077/

L’esercito egiziano non è più solo nella guerra al Wilayat Sinai, gruppo affiliato dello Stato Islamico che colpisce tra il Canale di Suez ed il confine con Israele. La rivolta delle tribù del Sinai segna un momento di svolta: l’Isis si trova bloccata nelle sue aspirazioni di espansione verso gli integralisti dell’Alto Egitto e della Cirenaica. E soprattutto perde un altro importante pezzo di quello che una volta era la più potente arma nelle sue mani: il consenso nei territori e nelle masse meno abbienti.

La scintilla nella tribù Tarabin

Tutto inizia lo scorso 29 aprile, con la chiamata alle armi contro i miliziani dell’Isis da parte della tribù Tarabin, una delle più importanti del Sinai: “Bisogna affrontare le invasioni immorali e terroriste della Nazione araba islamica, che prendono di mira la nostra gente e il nostro territorio, che violano tutti gli standard morali e umani e la tradizione islamica, il conflitto bussa alle nostre porte che una volta erano sicure, e l’inganno sta rubando la vita ai nostri ragazzi”. Pochi giorni dopo, il 3 maggio, si passa dalle parole ai fatti: la tribù Tarabin annuncia l’uccisione di otto membri del Wilayat Sinai in seguito a scontri nell’area di Ajraa, oltre alla cattura di altri tre di loro, incluso Asaad al Amarin, un leader dell’organizzazione, responsabile del finanziamento e del reclutamento. Da allora altri clan hanno stretto una vera e propria alleanza con i Tarabin, che opra si trovano a capo di un fronte composito e forse anche instabile, ma micidiale se si tratta di combattere su un terreno difficile e in condizioni improbe.

Il difficile controllo delle armi

Tuttavia, questi sviluppi nascondono delle insidie. Sameh Eid, ricercatore indipendente, avverte: “E’ molto pericoloso che le tribù del Sinai abbiano armi. Ciò determinerà magari delle vittorie momentanee (sull’Isis, ndr), ma nel lungo termine, i civili armati comprometteranno la stabilità dello Stato. Le armi dovrebbero essere in possesso solo della Polizia e dell’Esercito. Se le tribù vogliono affrontare il Wilayat Sinai con le armi, dovrebbero unirsi all’Esercito egiziano anziché agire in modo autonomo. D’altra parte se lo Stato approva l’utilizzo di armi da parte delle tribù, significherebbe che giustifica le uccisioni al di fuori della legge”. In proposito, un portavoce dei Tarabin, Moussa al Dalah, sostiene che “nessuno dei membri delle tribù del Sinai ha usato armi contro l’Esercito. Le tribù del Sinai hanno subito ingiustizie da parte dello Stato, ma nessuno ha preso le armi contro di esso”. Al Dalah continua: “L’ottanta per cento circa dei militanti di Ansar al Maqdis (gruppo affiliato all’Isis) sono stranieri, e solo una piccola parte viene dal Sinai, la parte peggiore del Sinai”. L’Esercito egiziano non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione sulla chiamata alle armi dei Tarabin e sui primi militanti uccisi da questi ultimi. Quel che appare certo è che se il Wilayat Sinai continua a minacciare l’area, altri civili prenderanno le armi, e nel lungo periodo diverrebbe ancora più difficile per lo Stato tenere sotto controllo la situazione.

La posizione dell’esercito egiziano

Il possesso di armi è permesso con licenza in Egitto, ma le tribù del Sinai eludono quest’obbligo. L’Esercito in passato ha chiesto la loro riconsegna, ma solo pochissime tribù hanno aderito. Il Wilayat Sinai ha condotto in passato diverse operazioni contro le tribù del Sinai. Tra esse, si ricorda il rapimento di una donna nella sua casa ad aprile 2015, accusata di cooperare con l’Esercito egiziano. A novembre 2016, il Wilayat Sinai ha annunciato l’esecuzione di due sceicchi. Uno di loro era Suleiman Abu Haraz, un mistico sufi della tribù dei Sawarka. Il gruppo terroristico ha anche pubblicato delle foto dell’esecuzione, scatenando la rabbia delle tribù. Non va inoltre dimenticato che il Wilayat Sinai sta portando avanti una vera e propria guerra contro i Copti, spingendo migliaia di persone a scappare dalle loro case e dai loro villaggi.

Kurdistan: i “siti di coscienza”, per non dimenticare il dramma yazida

(AGI) – Beirut, 17 mag. – Lo chiamano il “turismo nero” nei “siti di coscienza”, e per la prima volta ne aveva parlato nell’ottobre 2013 a Londra Bayan Sami Abdul Rahman, rappresentante del governo regionale del Kurdistan in Regno Unito, nello spiegare i settori dell’economia curda che necessitavano di maggiori investimenti.
Siti di coscienza, ovvero i – tanti, in Kurdistan – luoghi dove si sono consumate le più immani tragedie di questo secolo nella regione, i progetti di genocidio, gli stermini di massa. Luoghi che le autorità curde vorrebbero trasformare in musei, recipienti di memoria collettiva.
“Sono sicura che conoscete persone che hanno visitato Auschwitz come un modo per scoprire la storia dei Nazisti e di cosa è accaduto alla comunità ebraica”, spiegava a Londra la Abdul Rahman. “Vogliamo che il mondo conosca la nostra storia e cosa è successo in Kurdistan, sia in positivo che in negativo. Vogliamo che il mondo conosca il genocidio, i bombardamenti con le armi chimiche, la tortura, le esecuzioni”.
Il campionario di riferimenti è molto ampio, ma probabilmente la Abdul Rahman si riferiva ad Anfal, il nome della campagna genocida portata avanti da Saddam Hussein in Kurdistan sul finire degli anni ’80, nella quale furono uccisi circa 182.000 curdi. Il più famoso degli episodi di sterminio è l’attacco chimico contro 5000 curdi condotto ad Hallabjah, sul confine iraniano, nel 1988.
Qualcosa è stato già fatto, nei siti dove sono state commesse queste atrocità. Uno di questi è Amna Suraka, l’ex quartier generale dell’Intelligence irachena, dove furono applicate contro i curdi le peggiori tecniche di tortura e all’interno del quale migliaia di persone sono sparite nel nulla.
Oggi Amna Suraka – situata a Sulemainiyah e conosciuta col nome della “Casa degli Orrori” – è un museo. Ed è anche un monito alle generazioni, un promemoria sulle brutalità del regime. Al suo interno, proprio all’ingresso, sono sistemati 182.000 pezzi di vetro, una per ogni vittima di Anfal. Anche ad Hallabjah c’è un memoriale e un museo degli attacchi chimici.
Al tempo delle parole della Abdul Rahman, un’altra strage era solo all’orizzonte: meno di un anno dopo, infatti, i miliziani dell’Isis avrebbero tentato di far scomparire la minoranza yazida nella regione montuosa del Sinjar, uccidendo migliaia di uomini, donne e bambini e schiavizzando sessualmente centinaia di ragazze. La comunità yazida – nonostante la liberazione di Sinjar da parte dei pashmerga nel novembre 2015 – è tuttora una comunità di sfollati.
Alcuni progetti per l’accorpamento delle atrocità del Sinjar al sistema di “siti di coscienza” del Kurdistan sono già in atto. “La vecchia Sinjar (distrutta dall’Isis) dovrebbe rimanere un simbolo di memoria per le prossime generazioni, così che sappiano cosa è successo alla nostra gente”, aveva detto ad agosto 2016 il presidente della regione autonoma curda, Masoud Barzani, suggerendo poi la costruzione di una nuova città per gli yazidi.
La proposta di Barzani, scrive Paul Iddon per Al Arab al Jadeed, ricorda quanto accaduto nel villaggio francese di Oradour-sur-Glane, dopo la seconda guerra mondiale. A giugno del 1944 i nazisti massacrarono quasi tutta la popolazione del villaggio, dandolo poi alle fiamme. Anziché ricostruire il villaggio, i francesi decisero di lasciarlo in rovina, simbolo di un passato da non dimenticare, e ne ricostruirono un altro poco lontano. (AGI) LBY

Libano: al via la caccia al petrolio, tensione con Israele

(AGI) – Beirut, 16 mag. – Sono cinquantatré le compagnie petrolifere autorizzate a fare un’offerta per l’esplorazione dei giacimenti petroliferi scoperti a largo delle coste libanesi. Alle quarantacinque già pre qualificate nel 2013 – tra cui l’italiana Eni, la francese Total, le statunitensi Chevron, Anadarko ed ExxonMobil, la brasiliana Petrobras e la spagnola Repsol – dopo il primo round di assegnazione delle licenze, se ne sono aggiunte altre otto, che includono tra le altre la russa Lukoil, l’indiana Ongc Videsh e la qatarina Qatar Petroleum International limited.
La lista completa è stata pubblicata poco meno di un mese fa dalla Lebanon Petroleum Administration (LPA), agenzia sotto il controllo del ministero dell’energia e dell’acqua. Le compagnie hanno tempo fino al prossimo 15 settembre per formalizzare le loro offerte per l’inizio delle esplorazioni, con la firma dei primi contratti prevista prima della fine del 2017.

“Le possibilità di successo e le opportunità di guadagno nelle acque libanesi sono promettenti”, aveva dichiarato il ministro dell’Energia e dell’Acqua Cesar Abi Khalil durante il diciottesimo summit internazionale sul petrolio tenutosi a Parigi lo scorso 29 aprile.
Uno sviluppo importante, dopo il lungo stallo iniziato con le dimissioni dell’ex primo ministro libanese Najib Mikati nel 2013 e la prolungata assenza di un presidente della Repubblica, che aveva reso impossibile per il Parlamento approvare una legge che permettesse alle compagnie pre qualificate di fare le loro offerte. L’elezione di Michel Aoun a Capo dello Stato nell’ottobre 2016 ha posto fine allo stallo, con l’approvazione lo scorso gennaio da parte del Consiglio dei ministri di due decreti per completare il framework legale che permetterà alle compagnie di iniziare le esplorazioni.
Secondo il nuovo framework, le compagnie petrolifere potranno esplorare i giacimenti offshore per cinque anni a partire dal 2018, dopo la firma dei contratti. Dopo aver trovato il petrolio o il gas in quantità rilevanti, verranno invitate a presentare un’offerta per lo sfruttamento dei giacimenti dalla durata di 25 anni, rinnovabile per altri cinque in caso di ulteriori investimenti. E’ previsto il pagamento di royalties del 4%.
Sullo sfondo, i rinnovati venti di guerra tra Hezbollah e Israele, che la disputa sulle acque territoriali – e le rispettive quote di sfruttamento dei giacimenti marittimi – rischia di alimentare ulteriormente.
Secondo alcune studi condotti sin dal 2002, le riserve libanesi scoperte nel Mar Mediterraneo ammonterebbero a circa 96 mila miliardi di metri cubi di gas offshore e ad altri 865 milioni di barili di petrolio, anche se è impossibile stabilire numeri affidabili finché non inizieranno le esplorazioni.
Con gli attuali prezzi degli idrocarburi (3.5 dollari ogni mille metri cubi di gas e 47 dollari al barile di petrolio), tuttavia, le risorse energetiche libanesi avrebbero un valore complessivo di circa 380 miliardi di dollari, circa otto volte il Pil del Libano. Un potenziale enorme, se si considera peraltro che il debito del Paese dei Cedri ammonta a circa il 140% del prodotto interno lordo.
Un potenziale che tuttavia non è ancora chiaro in che misura potrà essere sfruttato dal Libano: le riserve scoperte nel Mar mediterraneo sono infatti diffuse tra le acque territoriali libanesi, egiziane, cipriote e israeliane. La definizione di un confine marittimo tra Israele e Libano è sempre stata problematica, con un’area di 850 chilometri quadrati oggetto di una annosa disputa.
Dopo il fallimento dei negoziati nel 2013, Israele ha proseguito nello sfruttamento dei giacimenti di gas che considera all’interno delle proprie acque, indispettendo le autorità libanesi. Lo scorso marzo Tel aviv ha reclamato la giurisdizione sulle acque a largo delle coste dei due paesi, in corrispondenza dell’area di confine.
Le autorità libanesi dal canto loro affermano che l’intero triangolo di territorio in cui sono stati scoperti i giacimenti ricade sotto la Zona Economica Esclusiva del Libano, e che la sua appropriazione da parte di Israele verrebbe percepita alla stregua di una violazione della sua sovranità. La produzione domestica di gas potrebbe permettere al Libano di risparmiare sulle importazioni e sopratutto di migliorare la sua carente offerta di energia elettrica per uso interno. Nel paese i tagli all’elettricità e i blackout programmati sono ancora molto diffusi, con alcune aree più povere in cui l’elettricità manca fino a 12 ore al giorno. (AGI) LBY

Egitto: la lotta silenziosa delle attiviste

(AGI) – Beirut, 12 mag. – A uno sguardo superficiale, la condizione femminile nell’Egitto di Al Sisi sembrerebbe non così problematica: lo scorso marzo il regime ha celebrato la Festa della Mamma, realizzando un evento in cui sono state premiate una serie di donne “modelli di eccellenza”, tra cui attrici, docenti, atlete, professioniste in vari settori e madri di poliziotti e soldati uccisi in servizio.
Nel governo ci sono alcuni ministri di sesso femminile, e nel Parlamento siedono 89 deputate. Ma i miglioramenti per quel che riguarda i diritti delle donne in Egitto, e la loro rilevanza nella società come agenti di cambiamento e progresso, rimangono più superficiali di quel che sembrano. Lo dimostra anche il destino di tante donne a capo di organizzazioni per i diritti delle donne.
L’evento di marzo, altamente pubblicizzato, secondo la ricercatrice Nermin Allam, del Research Council of Canada, sottendeva infatti un messaggio chiaro: la madre e la donna ideale, da prendere a modello, deve disinteressarsi alla politica nel perseguimento del suo successo e nel tentativo di veder accresciuti i suoi diritti.
Nell’Egitto odierno una serie di figure femminili attive nella difesa e nella promozione di questi diritti fa i conti con divieti di espatrio e frequenti cicli di interrogatori. E’ per esempio il caso di Mozn Hassan, direttrice del Nazra for Feminist Studies, di Azza Soliman, a capo del Centro di assistenza legale per le donne egiziane (CEWLA), e di Aida Seif-al-Dawla, co-fondatrice del Centro di Riabilitazione per le vittime di violenza, conosciuto col nome di Nadeem.
Secondo le ricerche di Nermin Allam, il regime egiziano sostanzialmente utilizza le donne per perseguire la propria agenda e rafforzare il proprio potere. A partire dall’evento della Festa della mamma, in cui lo Stato avrebbe cooptato le donne che vi hanno partecipato. Sembra che mentre si promuovono a parole i diritti delle donne, si continuino a limitare fortemente le libertà delle stesse, specie se organizzate in movimenti con fini politici.
 In questo senso va intesa la controversa “legge sulle Ong” approvata lo scorso anno: essa minaccia non solo le organizzazioni non governative che si occupano di advocacy ma anche il lavoro di beneficienza portato avanti dalle organizzazioni femminili all’interno della società civile.
Le legge in questione impone nuove restrizioni al loro lavoro e ai loro canali di finanziamento, oltre stabilire pene pesantissime per coloro che lavorino per entità straniere o conducano attività di advocacy o ricerca sul campo senza approvazione dello Stato. Numerose associazioni hanno subito il congelamento degli asset, e i membri del loro staff, come detto, fanno i conti con restrizioni, divieti di espatrio interrogatori a sorpresa.
Ma le donne impegnate in queste battaglie non si arrendono, mantenendo la speranza su una futura apertura, continuando a sfidare le autorità col loro attivismo e trovando nuove forme espressive e di lotta. Un esempio di come i gruppi di attiviste adottino nuovi linguaggi per far sentire la loro voce lo fornisce HarrasMap: nata nel 2010, l’organizzazione traccia e mappa tutti i casi di molestie sessuali in Egitto, paese in cui un recente sondaggio ha rivelato che il 99% delle donne ne è rimasta vittima almeno una volta nella propria vita.
Per sfuggire in un certo senso ad una pretestuosa accusa di “politicizzazione” delle proprie istanze da parte delle autorità, lo staff di HarrasMap anziché affidarsi a report di attivisti cerca il più possibile di servirsi di esperti e di raccogliere prove attraverso immagini o filmati. Un altro progetto interessante è BuSSY (in un evidente gioco di parole col termine inglese per designare la vagina), un’iniziativa di storytelling e arti performative che documenta e condivide le storie e le esperienze di varie donne.
Nella crescita tra mille difficoltà di questo attivismo delle donne hanno giocato un ruolo fondamentale le rivolte del 2011, in cui donne e uomini si sono riappropriati di spazi pubblici per protestare contro il regime. Ciò ha prodotto quella che in un certo senso è una “generazione politica”, composta da persone che sono tornate o hanno iniziato a interessarsi – e a lottare – per i loro diritti e per l’autodeterminazione. Molte delle donne intervistate da Nermin Allam hanno attribuito alla partecipazione alle primavere arabe i cambiamenti e gli avanzamenti nella loro carriera e nell’autoconsapevolezza. (AGI) LBY

Tunisia: Amal, un rifugio per le madri non sposate

(AGI) – Beirut, 12 mag. – “Non sono viste come degli esseri umani al pari degli altri”. E’ lapidario il giudizio di Rebah ben Chaaben, psicologa, sulla considerazione delle madri non sposate all’interno della società tunisina. Ben Chaaben lavora per Amal, l’unica clinica – con sede a Tunisi – dedicata esclusivamente all’assistenza legale, sociale e sanitaria delle madri non sposate.
Ogni anno Amal – che in arabo significa “speranza” – accoglie una cinquantina di madri, anche con i loro bambini, al suo interno. La stragrande maggioranza di esse viene dalle fasce più disagiate della popolazione, non ha alcuna educazione sessuale e molte di essere non sono nemmeno alfabetizzate. Una buona parte si sono ritrovate incinte dopo relazioni sessuali consenzienti con i loro fidanzati, per poi essere abbandonate.
Quando per esempio il ragazzo di Mariam ha scoperto che era incinta, l’ha lasciata. “E poi ha sposato un’altra donna”, spiega, mentre allatta il figlio di venti giorni. Rimarranno nella clinica di Amal per i prossimi quattro mesi, e nel frattempo gli operatori dell’organizzazione la aiuteranno a trovare lavoro e una casa.
“Tutto per queste donne dipende dalla reazione della famiglia”, spiega la direttrice di Amal, Semia Massoudi, al Guardian. Il sesso extraconiugale è malvisto, e dunque una madre non sposata viene vista come portatrice di disonore e vergogna. Molte famiglie fanno pressioni sulle figlie affinché diano il bambino in affidamento. Secondo la ong francese Santé Sud, più della metà di queste madri abbandona il proprio figlio.
Il tabù sociale si riflette sul sistema legale: “esiste una differenza giuridica tra un figlio “legittimo” e uno “illegittimo”, spiega Monia ben Jemia, giurista e presidente dell’Associazione tunisina delle donne democratiche. Una differenza che inizia a manifestarsi in ospedale dopo il parto, dove talvolta le madri non sposate vengono interrogate dalla polizia, che vuole sapere il nome del padre del bambino.
Un bimbo nato fuori dal matrimonio non ha gli stessi diritti di eredità di un bambino nato al suo interno, e non esiste in Tunisia una giurisprudenza circa la potestà delle donne non sposate sui loro figli. Sia il Marocco che l’Algeria hanno eliminato la legge sul “capo di famiglia”, che concede solo all’uomo la potestà sui figli. Un passo che la Tunisia non ha ancora fatto.
Date queste premesse, il riconoscimento da parte del padre diventa fondamentale per queste donne, anche per quelle rimaste incinta a seguito di uno stupro. Amal ha un ruolo fondamentale anche in questo ambito, agendo da mediatore tra le madri e i padri, oppure aiutando le prime a ricorrere ad una legge del 1998, che permette alle stesse di chiedere la prova del DNA ai potenziali padri. In questo ambiente ostile, in ogni caso, Amal costituisce un rifugio unico per queste donne.
La Tunisia è spesso descritto – per molti versi a ragione – come un Paese arabo mediamente progressista, nel quale, secondo Freedom  House, “le donne godono di maggiori libertà sociali e diritti che in altri paesi della regione”. Una serie di riforme approvate durante l’epoca Bourghiba, tra gli anni ’50 e ’70, ha abolito la poligamia, ha concesso il diritto di voto alle donne, quello al divorzio e all’aborto, e ne ha elevato lo status all’interno della società. Per tutte le donne – verrebbe da dire – tranne che per le madri non sposate. (AGI) LBY

Stati Uniti: la guerra al Califfato virtuale

(AGI) – Beirut, 12 mag. – “Le sconfitte militari dell’Isis sono essenziali ma insufficienti. Man mano che ne indeboliamo la capacità militare sul campo di battaglia, sposteranno la loro attenzione sempre di più sul mondo virtuale, e avremo bisogno di fare tutto il possibile per anticiparli”.
Con queste parole il Generale americano Joseph Votel, a capo  del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha fatto il punto sulla resilienza dell’Isis, ricordando come la perdita di territorio da parte dei miliziani di Al Baghdadi non significhi che il collasso del gruppo terroristico sia vicino. “Continueranno a coordinare e ispirare attacchi dal loro ‘Califfato virtuale'”, conclude il generale.
Lo scorso 8 febbraio un drone americano ha ucciso nei pressi di Mosul Rachid Kassim, terrorista dell’Isis nato in Francia, che aveva avuto un ruolo nell’organizzazione di attacchi in Francia. L’uccisione di Kassim fa luce su una guerra parallela che la coalizione a guida statunitense conduce contro i membri dell’Isis attivi nel mondo digitale, i quali si servono dei social media e dei messaggi criptati per reclutare attentatori in giro per l’Europa. Gli esperti di anti terrorismo li chiamano “attacchi a controllo remoto”.
Un team speciale del Comando statunitense, la Expeditionary Targeting Force, ha ucciso oltre una dozzina di sospetti pianificatori di attentati sin dalla scorsa estate. Oltre a Kassim, lo scorso agosto è stato ucciso il responsabile delle operazioni terroristiche dell’Isis, Abu Muhammad Adnani, il coordinatore della propaganda e fondatore del mensile Rumiyah, Abu Muhammad Furqan, e il responsabile dell’attentato di Capodanno in un night club di Istanbul, Abdurakhmon Uzbeki. Lo scorso dicembre, inoltre, un raid aereo su Raqqa ha ucciso tre uomini coinvolti nei sanguinosi attacchi di parigi del novembre 2015.
Man mano che l’Isis perde territorio tra Siria e Iraq, sembra che la sua capacità di stimolare attentati cresca: nell’ultimo mese – in corrispondenza dell’inizio dell’offensiva che nei giorni scorsi ha portato alla liberazione di Tabqa, città siriana vicino a Raqqa, che si aggiunge alla quasi completa liberazione di Mosul – lo Stato Islamico ha rivendicato diversi attacchi nel mondo, tra cui l’uccisione di un poliziotto sugli Champs-Elysees a Parigi, la strage contro i copti della domenica delle Palme in Egitto, quella nell’ospedale di Kabul (38 morti) e l’attacco suicida in un mausoleo sufi in Pakistan (88 morti).
Rob Wainwright, capo dell’Europol – l’agenzia di polizia dell’Unione Europea – ha infatti scoperto una decina di giorni fa che l’Isis ha messo in piedi una propria piattaforma sui social media, per cercar di sfuggire al controllo delle agenzie di intelligence che monitorano le comunicazioni e la propaganda dei militanti.
“Abbiamo certamente reso molto più difficile la loro operatività nello spazio digitale, ma su Internet è ancora pieno di terribili video di propaganda e possibilità di comunicazione su larga scala”, ha spiegato Wainwright nel corso di una conferenza sulla sicurezza tenutasi a Londra. “L’Europa sta facendo i conti con la più grande minaccia terroristica di questa generazione”, conclude.
Secondo Thomas Joscelyn, ricercatore della Fondazione per la Difesa delle Democrazie, con base a Washington, “i tentativi statunitensi di intercettare le comunicazioni dei terroristi sono falliti fino ad ora. Il governo statunitense ha bisogno di una campagna sistematica per contrastare questo fenomeno”. In effetti, uno studio pubblicato ad aprile dal Government accountability Office – una sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti, dedita all’auditing e alla valutazione – rivela che “non è stata messa in piedi alcuna strategia coesa e dai risultati misurabili per contrastare la propaganda dell’Isis”.
“La propaganda dello Stato islamico sopravviverà sicuramente al Califfato”, commenta Charlie Winter del King’s College di Londra, “e questa elasticità significa che la loro capacità di ispirare attacchi terroristici durerà”. Dal 2015 Twitter ha sospeso più di 650000 account legati all’Isis; Facebook e Youtube rimuovono regolarmente materiale di propaganda. Ma non è abbastanza, anche perché l’Isis pubblica tuttora un mensile online in dieci lingue diverse – Dabiq – e diffonde messaggi attraverso la propria agenzia di stampa, Amaq, che poi vengono resi virali sui social. (AGI) LBY