Medioriente: una panoramica su 25 anni di terrorismo

(AGI) – Beirut, 14 dic. – Lo scorso ottobre, quattro soldati americani sono stati uccisi dai militanti in Niger. Il Commando americano era parte di una operazione clandestina per uccidere o catturare un affiliato dello Stato islamico. Il fallimento del raid ha indotto il Pentagono ad aprire una indagine, evitando però accuratamente di stimolare un più ampio dibattito pubblico sull’opportunità o meno per gli Stati Uniti di mobilitare un certo numero di risorse e di correre determinati rischi a fronte della minaccia posta dal terrorismo.
Dopo 16 anni di “guerra al terrore”, iniziati all’indomani dell’11 settembre 2001, è possibile tracciare un percorso, una prospettiva su come il mondo è cambiato sin da quel giorno, da quando il terrorismo sembra essersi trasformato in una minaccia esistenziale per la sicurezza internazionale. Un recente studio di Sean M. Ziegler e di MEagan Smith della Rand Corporation, basato sui dati del Global Terrorism Database, prova a fare un po’ di chiarezza sui numeri, confrontando la cadenza e la diffusione degli attentati terroristici pre-2001 e post-2001.
Secondo i dati, gli attentati terroristici nel mondo, dal 1989 al 2014, hanno iniziato ad aumentare vertiginosamente a partire dal 2004: in quell’anno se ne sono registrati poco più di 1000, mentre 10 anni dopo, nel 2014, il numero sale a 17000. Non sono disponibili dati ufficiali sul 2015 e il 2016, anni in cui le cifre sono rimaste alte ma tuttavia leggermente più basse di quelle del 2014. Il conto, peraltro, rimane molto salato anche se si escludono gli attentati commessi in Iraq e Afghanistan.
Guardando questi numeri, si tende a pensare che il terrorismo sia in crescita negli ultimi 10 anni, e che la minaccia stia divenendo sempre più globale. Va però considerato il fattore geografico, che relativizza la portata globale della minaccia: più del 70% degli attentati degli ultimi dieci anni si è infatti consumato in due macro regioni, entrambe caratterizzate dalla presenza di conflitti o insorgenze armate: il Nordafrica e medioriente da una parte e l’Asia centromeridionale dall’altra.
Se è vero che il terrorismo attecchisce più facilmente in contesti di questo genere, sarebbe errato stabilire un rigido rapporto di causalità tra insorgenza e terrorismo. E’ utile quindi isolare il numero degli attacchi compiuti nel mondo, escludendo quelli verificatisi in contesti di questo tipo dal 1989 al 2014.
Se intorno al 1995 gli attentati compiuti in paesi senza conflitti in corso eccedevano quelli commessi in contesti di guerra civile, per poi tornare ad essere leggermente inferiori, intorno al 2004 il gap si allarga a “favore” dei contesti di guerra. Questo periodo coincide con l’espansione dei conflitti in Iraq e Afghanistan, per poi subire una ulteriore accelerata a partire dalle rivolte arabe del 2011.
In sostanza, c’è una differenza evidente tra il numero e la frequenza degli attacchi terroristici commessi prima dell’inizio della guerra al terrore e quelli commessi dopo. Il terrorismo dal 2001 è in diminuzione nei paesi non affetti da conflitti interni, e la gran parte degli attentati hanno avuto luogo proprio nei paesi in guerra.
In questo periodo, la correlazione tra contesti di insorgenza e frequenza degli attacchi terroristici si è rafforzata, mentre sono diminuiti gradualmente gli attentati in contesti pacifici. Non solo: gli attentati commessi in questi ultimi scenari sono diminuiti dal 2001 al 2014, rispetto al periodo 1989-2001. Un paese non affetto da un conflitto interno aveva circa il 60% di possibilità in più di subire un attentato prima del 2001 che non dopo il 2001.
I dati mostrano anche un cambio di trend per quel che riguarda i paesi a maggioranza musulmana: prima del 2001, questi ultimi paesi – tra cui Sudan, Libia, Pakistan, Afghanistan, Iraq – facevano i conti con un numero molto minore di attacchi rispetto agli ultimi 15 anni. In parte ciò può essere dovuto a sconvolgimenti interni, sopratutto a partire dal 2011, ma anche dal 2001, e all’emersione di gruppi jihadisti. Tuttavia, il terrorismo jihadista, nei numeri, rimane un fenomeno più locale che globale.
A questo trend di crescita degli attentati in paesi a maggioranza musulmana ha contribuito anche l’interventismo occidentale: esiste infatti una correlazione positiva (tra le due e le cinque volte in più) tra interventi militari di paesi occidentali in paesi in guerra e aumento del terrorismo in questi stessi paesi.
Se da una parte è vero che gli interventi militari occidentali erano in parte finalizzati proprio a estinguere le minacce terroristiche, i dati dicono che il dispiegamento di forze straniere in paesi come Iraq e Afghanistan ha finito per mettere a disposizione dei terroristi dei target ulteriori, aumentando così il numero degli attacchi. Nei prossimi anni, questo trend potrebbe anche invertirsi nuovamente, specie se si pensa al ritorno in Europa dei foreign fighters impegnati in Siria e altrove.
La morte di soldati americani in luoghi come il Niger – dove Washington mantiene circa 800 uomini – fanno nuovamente luce sulla questione dei costi umani di un intervento armato. E’ fuorviante l’adagio secondo cui “li combattiamo laggiù per non doverli combattere in casa”, che spesso è alla base delle motivazioni di un intervento militare. Questo perché, ad esempio, il conflitto in Niger ha un carattere prettamente locale e non globale, e anche se il Niger può essere utilizzato come base per le organizzazioni terroristiche, le minacce poste da queste ultime sono localizzate, limitate nello spazio.
Come spiega Meagan Smith, il terrorismo non provoca le guerre civili. Piuttosto, i terroristi sfruttano (e a volte aggravano) i conflitti a loro vantaggio. I decision makers occidentali dovrebbero quindi distinguere sempre tra terrorismo e guerre civili o insorgenze, perché il rischio altrimenti è quello di trattare i sintomi e non le cause, e concentrarsi sulla guerra alle organizzazioni terroristiche capaci e intenzionate a condurre operazioni di portata globale: e le organizzazioni con dei network e delle risorse sufficienti per farlo, sono relativamente poche. (AGI) LBY
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Iraq: quale futuro per le milizie di mobilitazione popolare?

(AGI) – Beirut, 13 dic. – Si sono attivati prima su stimolo della principale autorità sciita in Iraq – l’ayatollah al Sistani – e poi su invito della Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, dalla quale ricevono gran parte dei finanziamenti, per sostenere l’Esercito iracheno nella guerra all’Isis. Sono state addestrate dalle Forze di elitè dei Guardiani della Rivoluzione (pasdaran), e hanno finito per essere una delle forze militari più rilevanti nel conflitto contro lo Stato islamico; ora che l’Isis è quasi definitivamente sconfitto sul campo di battaglia, le Unità di mobilitazione popolare (PMU, o Hashd al Shaabi), composte perlopiù da milizie sciite, sono al centro delle discussioni sul futuro dell’Iraq.
In questi giorni, infatti, monta il dibattito sullo status delle PMU in un Iraq “pacificato”, nel quale l’Occidente e alcune personalità irachene – compreso il leader sciita Moqtada al Sadr, fondatore di una delle milizie che combatterono gli americani dopo la caduta di Saddam Hussein – chiedono che queste ultime consegnino le armi allo Stato. I leader delle PMU, però, non sono dello stesso avviso, e la frattura che si sta creando all’interno dell’estabilishment iracheno rischia di allargarsi nel tempo.
“Abbiamo bisogno di queste forze militari, e insistiamo per mantenerle affinché sia possibile sradicare e distruggere il terrorismo in Iraq”, commenta  Abu Mahdi Muhandis, vice comandante delle PMU. “Il futuro delle PMU è quello di difendere l’Iraq. Abbiamo bisogno di soldati che abbiano esperienza nel combattere i terroristi e ogni minaccia internazionale, l’Iraq deve avere una forza militare sufficiente a far fronte a queste sfide”.
Le milizie sciite hanno assunto un ruolo da assolute protagoniste del conflitto in Iraq a partire dalla metà del 2014, poco dopo la proclamazione del Califfato a Mosul, quando erano accorse sul fronte dopo il sorprendente ritiro dell’Esercito regolare iracheno di fronte all’avanzata dei miliziani di Al Baghdadi. Tre giorni dopo la caduta di Mosul, l’Ayatollah Ali al Sistani aveva emesso una fatwa in cui chiamava alle armi “ogni cittadino iracheno” (senza riferimenti all’appartenenza religiosa), per difendere il Paese dal’Isis.
Le PMU hanno risposto prima di tutti e in maniera più compatta a questa chiamata, affrontando le battaglie principali contro gli uomini di Al Baghdadi, servendosi di migliaia di volontari, in buona parte cittadini comuni a cui sono state messe a disposizione delle armi. Col tempo, hanno finito per essere la forza militare più temuta da questi ultimi, accreditandosi presso alcuni come i “salvatori dell’Iraq”. “Pensiamo che il nostro sia un ruolo complementare a quello dell’Esercito iracheno: non può combattere senza di noi, e noi non possiamo combattere senza di loro”, aggiunge al Muhandis, intervistato da Middle east eye.
Il crescente potere – a cui si accompagna la crescente influenza iraniana – delle PMU in Iraq sta iniziando ad allarmare le cancellerie occidentali, specialmente quella americana. Perché nonostante le milizie siano ufficialmente inquadrate all’interno delle Forze armate irachene dal novembre 2016, Washington sta cercando di fare pressioni affinché vengano smantellate.
Un mese fa un senatore americano aveva introdotto un disegno di legge per designare due brigate inquadrate nelle PMU – l’Asaib Ahl al Haq e la Harakat al Nujaba – come organizzazioni terroristiche. Il leader della Harakat al Nujaba, Akram al Kaabi, figura nella lista dei terroristi del Dipartimento di Stato già dal 2008. “Gli Stati Uniti sostengono che è essenziale che le Forze americane rimangano in Iraq, mentre non ritengono necessaria la presenza delle PMU. Questi doppi standard devono finire”, aveva commentato in merito a questa notizia il capo della Brigata Badr – inquadrata nelle PMU – Hadi al Amri.
Da quando esistono, le milizie contano sul sostegno economico, logistico e militare di Teheran, che è stato anche il primo paese a fornire aiuti militari al Governo regionale del Kurdistan, all’indomani della caduta di Mosul nelle mani dell’Isis. Secondo Muhandis, anche lui considerato un terrorista a Washington per via del suo attivismo durante l’invasione americana dell’Iraq nella seconda metà del primo decennio del ventunesimo secolo, “non un singolo proiettile” è stato sparato dagli americani nei primi sei mesi di vita del Califfato, lasciando spazio appunto al protagonismo delle PMU.
Se è vero che le milizie sono a larga maggioranza sciita, va anche considerato che al loro interno esistono anche battaglioni composti da musulmani sunniti, da turkmeni e da cristiani. Secondo quanto afferma il capo della comunicazione delle PMU, Muhannad Najam Al Aqabi, tra i circa 140000 uomini totali nelle milizie, circa 34000 sono musulmani sunniti e 10000 appartengono a diverse confessioni minoritarie irachene, che comprendono cristiani, shabak e yazidi. Nonostante le frequenti accuse di settarismo nei confronti delle milizie, secondo il capo della Brigata sunnita Salahadin – inquadrata nelle PMU – Yazan al Jibouri, queste ultime sono state “l’unica organizzazione che ha realmente fornito ai sunniti iracheni l’opportunità di combattere in prima persona l’Isis”.
Sul fatto che oggi le PMU siano composte da volontari esistono molti dubbi. I combattenti ricevono infatti circa 500 dollari al mese, a fronte dei circa 1000-2000 dollari che riceve un soldato iracheno. Gran parte dei combattenti delle milizie considera la propria partecipazione al conflitto in maniera ambivalente: da una parte la difesa del Paese e dall’altra il dovere del Jihad contro un gruppo terroristico nemico di qualunque confessione diversa da quella letteralista sunnita. “L’Isis si è appropriato del concetto sacro di jihad, dandogli una immagine terribile. Il nostro jihad è quello di proteggere il Paese e la nostra gente. Se l’Isis non fosse stato respinto dai nostri sforzi sacri, oggi controllerebbero gran parte del territorio e avrebbero ucciso migliaia di persone in più”, spiega Sheikh Alaa al Shabaki al Mosuli.
Gran parte dei punti oscuri che riguardano le milizie in Iraq sono legate alle accuse di pesanti violazioni dei diritti umani e settarismo. Ciò riguarda sopratutto alcune milizie “locali” che, sebbene affiliate all’ombrello di Hashd al Shabbi, hanno spesso agito in modo indipendente quando si trattava di “liberare” cittadine controllate dall’Isis. “Non siamo angeli, non ci sono angeli sul campo di battaglia, e abbiamo commesso alcuni errori”, ammette Al Aqabi.
“Alcuni dei nostri combattenti ne hanno commessi. Ma il 95% dei report sulle violazioni commesse dalle PMU non sono veritieri. I nostri errori li avrebbe potuti commettere chiunque: l’Esercito americano è considerato il migliore al mondo, ma nonostante questo, in seguito all’invasione del Paese nel 2003, sono usciti centinaia di rapporti, o anche prove, sulle violazioni da loro commesse contro i civili iracheni”, conclude al Aqabi.
Va detto che nessuna delle forze militari presenti in Iraq può vantare una “fedina pulita” rispetto al tema della violazione dei diritti umani durante il conflitto, sopratutto durante la battaglia di nove mesi condotta su Mosul. Anche i pashmerga sono stati accusati di abusi, tra i quali la distruzione di abitazioni di arabi, yazidi e turkmeni in aree controllate precedentemente dall’Isis.
Mentre le PMU rimangono formalmente sotto il controllo del governo centrale di Baghdad, guidato da Haider al Abadi, e dopo che il loro tributo di sangue alla sconfitta dell’Isis si è rivelato importante (si parla di circa 8000 combattenti morti in battaglia), sembra improbabile, allo stato attuale, che la loro posizione possa essere messa in discussione dall’esterno.  (AGI) LBY

Libano: grande corteo a Dahye, Nasrallah invoca terza Intifada

(AGI) – Beirut, 11 dic. – “Trump sembra essere solo in questa decisione che ha preso, con Israele al suo fianco. Noi dovremmo mostrare il nostro apprezzamento (ironico, ndr) per le decisioni prese, e dovrebbero farlo tutti i paesi che le hanno condannate”. Le parole di Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, risuonano sui maxischermi a Dahye, la zona meridionale di Beirut, di fronte a una decina di migliaia di persone oggi riunitesi qui proprio su invito del capo del Partito di Dio, per protestare contro la decisione americana di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele.
La manifestazione odierna arriva al culmine di tre giorni caldissimi in Libano, con marce e manifestazioni in atto da venerdì. Proprio venerdì un corteo palestinese era partito dalla moschea Al Furqan, nel campo profughi di Burj el Barajneh, per arrivare alle rocce di Raouche, sul lungomare di Beirut, sulle quali in serata era stata proiettata una enorme bandiera palestinese.
Domenica mattina, invece, era stato il turno di Awwkar, un sobborgo di Beirut, dove è situata l’ambasciata americana. Circa tremila persone si sono asserragliate di fronte ai cancelli della sede diplomatica, qualcuno ha provato a forzare l’ingresso, e le forze di sicurezza hanno risposto con idranti e lacrimogeni, provocando qualche decina di feriti lievi.
Bandiere israeliane e americane date alle fiamme, cori contro Trump, Mohammed Bin Salman, Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in particolare sono stati il leit motif di questi tre giorni di proteste, che sopratutto ad Awwkar hanno visto apparire bandiere di diverse fazioni palestinesi, quella del Partito comunista libanese, del Partito Nazional socialista siriano, di Hezbollah e di Paesi considerati vicini alla causa palestinese, come l’Iran e l’Algeria. Nelle stesse ore e nella giornata di venerdì, ci sono state altre manifestazioni in più o meno tutti i campi profughi palestinesi in Libano, sopratutot ad Ain el Helweh (a Sidone) e a Nahr el Bared, vicino Tripoli.
La folla oggi, affluita nel quartiere meridionale di Beirut da diversi punti della città a partire dalle 13, ha marciato scandendo slogan in solidarietà con la causa palestinese. Anche i sostenitori dell’altro grande movimento sciita, Amal (al cui capo c’è lo Speaker della Camera, Nabih Berri), hanno preso parte al corteo.
Nasrallah ha iniziato a parlare attorno alle 16, tre giorni dopo il discorso di venerdì, in cui aveva indetto la manifestazione odierna. Si è subito rivolto ai palestinesi in Libano (che si stimano in circa 450.000) e a quelli in Palestina: “Un saluto alla gente di Gaza e di West Bank, vorrei ringraziarli per le loro posizioni rispetto alla decisione di Trump. Loro che hanno fatto tanti sacrifici, che hanno difeso Gerusalemme, meritano tutta la nostra gratitudine”.
Parole ferme, dure come non lo erano da qualche tempo, e che preannunciano un innalzamento della tensione: “Invito i popoli arabi ad abbandonare ogni colloquio che miri a facilitare il processo di pace in Medioriente. E se Trump dovesse ritirare la sua decisione, sta a voi decidere se voler continuare le negoziazioni per la pace”, ha aggiunto Nasrallah, che ha poi espresso il suo sostegno per l’inizio di una eventuale terza Intifada in Palestina e il suo augurio per una maggiore coesione tra le milizie palestinesi. “La risposta più importante che possiamo dare è quella di annunciare una terza Intifada nei territori occupati, e starà poi al resto del mondo arabo e islamico decidere se porsi al fianco dei palestinesi. La decisione di Trump è la dimostrazione dell’inizio della fine di Israele”.
Intanto il presidente del Libano Michel Aoun, che mercoledì parteciperà – su invito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan – ad una riunione straordinaria dell’Organizzazione per la Cooperazione islamica a Istanbul, ha detto oggi – poco prima di incontrare dei rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale – che è necessario mantenere Gerusalemme “città delle tre religioni monoteiste”, aggiungendo poi che la decisione di Trump è “un grande errore che deve essere corretto, perché viola tutte le decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. (AGI) LBY

Domande retoriche nel “giorno della rabbia” a Beirut: l’ipocrisia di tutti noi sulla Palestina

Datemi una risposta come se io fossi analfabeta, o un bambino, o entrambe le cose, perché sono anni che non trovo un singolo collega/studioso/ecc in grado di rispondermi in modo sensato:

Facciamo finta che abbiano ragione quelli che dopo 70 anni hanno l’ardire di sostenere che l’ostacolo principale alla pace (e alla giustizia, la pace non basta, se perpetua lo status quo, può essere solo conseguenza di un cambiamento) è il fatto che i palestinesi si sono armati, quello che loro chiamano “terrorismo”.

Immaginiamo, quindi, che domattina ogni singolo palestinese deponga le armi, che svaniscano nel nulla tutti i movimenti di lotta armata, tutte le milizie grandi e piccine. Insomma, che venga meno quello che certuni chiamano “l’ostacolo alla pace”.

Ora, sempre trattandomi da infante, con parole vostre, lasciando da parte tutte le speculazioni sociologiche e le variabili geopolitiche, ditemi per favore, allo stato attuale, DOVE e COME dovrebbe nascere domattina uno Stato Palestinese sovrano, che possa dissuadere un palestinese orfano e disilluso rispetto alla pace dal voler riprendere la Palestina integralmente.

Ditemelo senza pensare alle puttanate irrilevanti come i riconoscimenti ufficiali, le bandierine, i posti ai tavoli che contano, le cene di gala, i boicottaggi, l’indignazione®, le belle parole, la solidarietà, l’unione europea, Oslo, le risoluzioni ONU, e anche lo status di Gerusalemme. Andiamo sul pratico, sulla sostanza: vorrei sapere, io che ho 7 anni e la prima elementare, dov’è che questi cattivi palestinesi, una volta rinunciato magicamente alla lotta armata, dovrebbero ambire ad avere il loro Stato. Ho detto “Stato” eh, non ho detto “provincia israeliana”.

E’ una domanda tanto banale quanto totalmente e storicamente evasa, perché alla fin fine, all’atto pratico, la postura dell’intero occidente – chi più chi meno, con sfumature differenti – è quella di preservare e difender anzitutto Israele, le sue priorità, i suoi timori, perché Israele è sostanzialmente uno Stato occidentale (in tempi meno sconvenienti l’avrebbero definito ancora la “sentinella del medioriente”, “l’oasi di democrazia”, un avamposto euro-americano per un riuscitissimo progetto neocoloniale). Poi c’è il resto, le necessità e le aspirazioni altrui, se rimane spazio.

Dove dovrebbe nascere la Palestina? A nord, a sud, in mezzo (!), sul mare, sospesa nel cielo?

Ditemelo, voi che avete tanta paternalistica compassione e finta empatia per i palestinesi, voi che “eh, poverini, se solo volessero la pace, se solo non fossero violenti, fanatici, se solo affermassero il diritto di esistere di Israele, se solo non ci fossero i cattivi di Hamas”. Siete a 24500 anni luce dalla realtà.

I palestinesi tutti riuniti sotto la bandierina della pace e con i fiori per Israele in mano, dove dovrebbero vivere, crescere, avere un passaporto, delle proprietà, dei sogni, delle delusioni di cui ritenersi unici artefici, essere seppelliti? Nella striscia di Gaza, quello sputo di terra inglobato nel sud di Israele? Dovrebbero vivere a West Bank, quell’altro sputo un po’ più a nord? Dovrebbero vivere in entrambi i lembi di terra, stringendosi ancora un po’, magari collegati da una strada colorata di arcobaleno, nuova di zecca, che qualche samaritano chiamerebbe tipo “la strada della pace”? Dovrebbero chiedere un po’ di deserto del Sinai in prestito, per allargare la superficie nazionale? Dove? Dite la verità: pensavate – come pensavano i nostri antenati già 100 anni fa – che prima o poi si sarebbero arresi? Che dopo un po’ di decenni di casini, avrebbero rinunciato alle loro istanze, si sarebbero fatti ammaestrare, civilizzare®, e si sarebbero accontentati di non essere bombardati?

Davvero pensate che i palestinesi – anche se non fossero passati 70 anni, diverse generazioni, milioni di profughi in tutto il mondo che non vedono la loro terra da decenni, decine di migliaia di morti, orfani ovunque, umiliazioni quotidiane – dovrebbero accettare di vivere in uno “Stato” che si trova all’interno di un alto Stato, un novello San Marino, anche se non venisse più seviziato, pattugliato e circondato come è attualmente?

Uno Stato – e sopratutto uno Stato palestinese – come minimo deve avere una continuità territoriale, una propria amministrazione indipendente, un esercito proprio, la gestione dei propri confini inviolabili, le proprie risorse naturali e i propri terreni coltivabili ed edificabili, il controllo sui propri cieli e sulle proprie acque territoriali. Molto prima che avere Gerusalemme come capitale o discuterne il futuro. Sennò non è uno Stato: è una eterna, permanente presa per il culo. Ma tranquilli, i ragazzi palestinesi se ne sono accorti da una vita che stamo a scherza’, e in ogni caso se non ci arriveranno le Intifade ci arriverà la demografia.

Guardate quella cazzo di cartina. Guardatela ora. Fatelo anche se non sapete nulla del conflitto. Fate finta che ci siano gli israeliani, quelli in blu e bianco, che sono buoni e hanno uno Stato – Israele – e i palestinesi, quelli in verde nero e rosso, che sono cattivi e ne chiedono uno. Guardatela, la cartina, guardatela bene. Dove stanno lo spazio, la volontà, la volontà di creare uno spazio? Ma non lo vedete che sono anni che parlate del nulla cosmico?

Dove? Dov’è l’idea, l’embrione di un’idea di Stato palestinese come si deve? Finiamola di girare intorno sempre alle stesse cazzate, scrivendo sempre gli stessi articoli ogni anno; ci sarà un’altra intifada e ce ne saranno altre mille, perché a nessuno piace essere preso per il culo, tantomeno se sei alla quarta generazione di prese per il culo. Dimenticate i volenterosi o pelosi progettini susseguitisi nel tempo, quelli che vogliono dare ai palestinesi un posticino in cui stare, quelli che “le concessioni”, “terra in cambio di pace”, ecc. Dimenticate tutto, che la misura è colma, il bicchiere è pieno da un po’ e oggi rischia solo di bagnare il tavolo.

La risposta a questa domanda – ovviamente – non esiste: non ce n’è una logica, immediata, immediatamente fruibile se si ponessero le surreali e tanto pelosamente invocate condizioni di rinuncia alla propria dignità, al proprio diritto di resistere, da parte di donne e uomini palestinesi. Andrà sempre peggio, e sappiamo tutti il perché, al di là delle contingenze geopolitiche. Non esiste nessuna intenzione da parte di nessuno, in Occidente, di immaginare “due stati, due popoli”, a meno che per “Stato” non si intenda un cortile recintato con pochissimi animali all’interno di un grande campo di grano. Quello che rimane in “concreto” – oltre a tanta gente che ancora morirà o si farà molto male – è solo un sanguinoso quanto utopico ed eterno – perché lo sarà, non ci si stanca di combattere, dovremmo averlo capito – progetto di liberazione di tutta la Palestina, che si specchia e si scontra con la realtà di uno Stato che esiste eccome e che non solo ritiene tutta la Palestina (qualcuno anche molto oltre, tipo il Likud che sta al governo) parte di Israele, ma che continua anche ad allargarsi impunemente. Poi, ma solo poi, c’è anche Gerusalemme e la decisione di quell’imbecille di Trump, una questione che ora sembra solo fumo negli occhi per alcuni osservatori sbadati e un po’ cerchiobottisti.

Gerusalemme – che rimane una questione delicatissima ed eternamente centrale – potrebbe anche non esistere, e si continuerebbe comunque a porre la domanda: dove lo volete, voi che siete “per la pace e la convivenza pacifica, per ‘i diritti dei palestinesi®’ e quello di Israele di vivere in pace”, questo Stato palestinese? Dov’è, dove sarà mai la Palestina che alcuni negano/ignorano e con cui altri si riempiono la bocca? Non voglio più sentire parole da ignavi, se vogliamo un cambiamento è ora di cambiare sul serio. ‘Che mi sono rotto il cazzo io, figuriamoci loro.

Iraq: “Mosul eye”, lo studente che ha “spiato” l’Isis dall’interno

(AGI) – Beirut, 8 dic. –  Per oltre due anni, “Mosul eye” è stato per i media di tutto il mondo una risorsa fondamentale per capire come si vivesse sotto lo Stato islamico. Un blog anonimo, fondato da “uno storico indipendente che vive a Mosul”, si legge tuttora sulla sua pagina web. Un diario, dettagliatissimo, scritto da un ragazzo che ha condotto in questo periodo una vita segreta, a contatto con i miliziani che da giugno 2014 avevano occupato la seconda città irachena. Un occhio su Mosul, appunto. Il suo nome lo ha finalmente rivelato alla AP pochi giorni fa: si chiama Omar Mohammad, ha 31 anni, ed è uno studente di storia.
Per quasi due anni, Omar ha girovagato per le strade di Mosul pattugliate dall’Isis, fermandosi a parlare con i negozianti e con i miliziani, facendo la spola tra gli ospedali. Si è fatto crescere la barba e i capelli, ha indossato i pantaloni a tre quarti tipici di Daesh, e ha assistito a decapitazioni, lapidazioni e altre atroci violenze. Si è appuntato tutto – nomi e cognomi dei giustiziati, luogo e ora della loro morte, i “reati” di cui erano accusati – e poi lo ha trasferito sul suo pc.
Ma non chiamatelo “spia”: Omar ci tiene a definirsi blogger e storico. Quando l’Isis ha preso Mosul, ha deciso di rimanere e provare a raccontare in che modo gli jihadisti stessero provando a cambiare l’assetto e la natura di una città multi confessionale, trasformandola in una roccaforte del wahhabismo. Si è imposto due regole: non fidarsi di nessuno. E documentare tutto.
Col passare del tempo, ha ottenuto centinaia di migliaia di lettori e followers in tutto il mondo: 293000 su Facebook, 37000 su WordPress, 24000 su Twitter. Nessuno di essi, tantomeno i miliziani di Daesh o i suoi familiari, conosceva la reale identità di chi riempiva le pagine di Mosul eye. Innumerevoli le volte in cui è stato fermato ai checkpoint dei miliziani, mentre portava con se una piccola chiavetta usb, dentro la quale c’era la sua condanna a morte, ossia le prove sulle atrocità dei miliziani da lui raccolte. Incredibilmente, non è mai stato scoperto.
Quando i miliziani sono arrivati in massa a Mosul, a bordo di nuovissime jeep Toyota, Omar ha pensato che si sarebbero dileguati in breve tempo, come già avevano fatto altri jihadisti nel corso del tempo, sin dalla caduta di Saddam Hussein, quando in Iraq è esplosa la guerra civile. Si sbagliava, e se ne è reso conto quasi subito, quando nel bel mezzo dei combattimenti in città, una parte dei miliziani già si stava occupando di far eseguire una settantina di condanne a morte precedentemente stabilite.
Al tempo, Omar aveva appena iniziato ad insegnare all’Università di Mosul, per cui pochi giorni dopo l’arrivo dell’Isis partecipa ad un meeting con lo staff didattico nell’ateneo cittadino. Un meeting particolare, con i miliziani che spiegavano come avrebbero concepito il nuovo sistema scolastico, interamente basato su una interpretazione lettaralista – o a volte su una totale fraintendimento – dei Testi sacri islamici. In quel momento, Omar capisce per la prima volta la consistenza del pericolo, o perlomeno la probabile fine della sua carriera: solo un anno prima, infatti, durante la discussione della sua tesi di laurea, era stato accusato di “secolarismo”.
Omar, quindi, lascia l’università, e inizia a scrivere le prime osservazioni sull’Isis da una pagina Facebook. Finché, poco tempo dopo, un amico non gli comunica che così facendo rischia di essere ucciso. Mosul eye, il blog, nasce il 18 giugno 2014, meno di due settimane dalla proclamazione del Califfato. Di giorno Omar se ne va in giro per la città vestito come richiedono i miliziani, parla con tutti, raccoglie volantini di ogni genere, frequenta le moschee “occupate” con finto entusiasmo, cercandp di non attirare sospetti; di notte, riporta tutto su Mosul eye.
Più passano le settimane, più Mosul diventa inaccessibile, la vita al suo interno impossibile, all’insegna della violenza, dell’oscurità, dell’estremismo più cieco, e più Mosul eye diventa la principale risorsa per capire la sua drammatica trasformazione. “Avevano organizzato una macchina di morte. Sono assetati di sangue, di soldi e di donne”, racconta Omar, mentre ricorda anche il destino di due suoi vecchi amici, irretiti dalla retorica dello Stato islamico, che andava a toccare le corde del risentimento accumulato negli anni passati contro le milizie sciite, che nel 2008 li avevano detenuti per qualche tempo.
I media occidentali, nel frattempo, si accorgono di Mosul eye: lo contatta un quotidiano tedesco, al quale rilascia una intervista anonima; poi il New Yorker, col quale traccia per la prima volta, sempre in forma anonima, un suo profilo. Lo contattano anche alcune agenzie di intelligence, a cui però ribadisce il suo mantra: “non sono un giornalista, né una spia. Se volete informazioni, sono tutte pubblicate sul mio blog. Prendetele”.
Non è facile vivere a Mosul, anche non considerando i rischi personali: nei primi mesi del Califfato, i miliziani stilano una lista di donne accusate di prostituzione, e ne uccidono circa cinquecento. Poi se la prendono con i gay, che si riconoscono quando i loro corpi vengono gettati in strada dai tetti dei palazzi. Nel frattempo, sciiti, cristiani e yazidi iniziano a scappare, sfuggendo a un destino certo. Mosul cambia pelle, non è più la città eterogenea di un tempo. Omar registra decapitazioni, amputazioni per furto, fustigazioni per apostasia, per assenteismo alle preghiere congregazionali, “tasse “non pagate. In quel periodo, nella sezione dei commenti di Mosul eye, iniziano ad apparire minacce di morte di simpatizzanti dell’Isis.
A marzo 2015, Omar dice basta. Un ragazzo di 14 anni viene decapitato in piazza; altre 12 persone vengono arrestate per aver fumato delle sigarette, e alcuni di loro fustigati davanti a tutti. In assenza di alternative, tanti giovani di Mosul decidono di giurare fedeltà ad Al Baghdadi. Per Omar la misura è colma, e così decide di dismettere i vestiti che indossava per volere dei miliziani, si taglia la barba e i capelli e decide di interrompere il suo lavoro allontanandosi dalla città. Riesce anche a coinvolgere un suo amico. “Ho deciso di morire, in quel momento”, ricorda Omar nell’intervista alla AP.
I due, a bordo di una Chevrolet in cui risuonava quella musica che era vietata sotto al Califfato, guidano fino alle rive del fiume Tigri, poi si fermano, bevono del thè e fumano, non accorgendosi degli sguardi di alcune persone che fanno un pic nic poco lontano. Omar in quel momento pensa nuovamente che verrà segnalato, arrestato, e poi torturato, ucciso. Ma ancora una volta, scampa al pericolo, e decide di tornare indietro, a casa sua.
Ricomincia ad aggiornare il blog, e nel frattempo si fa crescere nuovamente la barba e i capelli. Fuma, ascolta musica, ma lo fa tenendo le serrande abbassate e la luce spenta. Qualche tempo dopo, un suo amico lo informa su un bombardamento che avrebbe appena ucciso decine di comandanti dell’Isis, distruggendo anche un deposito di armi. Lui posta tutto su Mosul eye, ma pochi secondi dopo aver pubblicato, si accorge di aver commesso un errore, perché quella informazione sarebbe potuta venire da una sola persona, il suo amico. Così, decide di rimuovere il contenuto immediatamente, sperando di essere in tempo, e quella notte non chiude occhio. “E’ come un gioco con la morte, un errore può porre termine alla tua vita”.
Il suo è un duplice impegno, una doppia battaglia: “la prima contro l’Isis, la seconda contro le voci su Mosul, per proteggere la sua anima, la sua reputazione”. In quel periodo in Iraq sono in molti, soprattutto tra i sostenitori del governo sciita a Baghdad, ad accusare gli abitanti di Mosul di essere artefici del loro infausto destino, di aver sostanzialmente dato il benvenuto ai miliziani di Daesh, percepiti da alcuni come dei “liberatori” in una città abbandonata dal governo centrale (e dalle stesse truppe irachene, che colte di sorpresa sono costrette a fuggire quando i miliziani prendono il controllo di Mosul).
Resosi conto di aver sufficiente materiale per raccontare la storia della sua città sotto il Califfato, Omar decide stavolta di andarsene definitivamente. Paga 1000 dollari ad un trafficante, che acconsente ad accompagnarlo fuori città. Passa da casa, trasferisce sulla sua preziosa chiavetta USB il materiale nel suo pc e, cercando di non guardarsi indietro, monta in macchina il 15 dicembre 2015.
Il trafficante lo accompagna fino alla periferia est di Raqqa, in Siria. Da qui, in compagnia di altri siriani e iracheni con i suoi stessi progetti, paga altri trafficanti per raggiungere la Turchia. Mentre si trova in Turchia, continua ad aggiornare il blog, ottenendo informazioni da parenti e amici a Mosul via Whatsapp, Viber e Facebook. Una parte di lui è ancora lì, insieme alla madre, che non ha idea di quali siano i progetti del figlio.
Un paio di mesi dopo, a febbraio 2017, ottiene asilo in Europa, con l’aiuto di una organizzazione internazionale che era venuta a conoscenza della sua storia segreta. Da una località sicura nel cuore del Vecchio continente, traccia tutti i bombardamenti aerei su Mosul, temendo di volta in volta che possano colpire la sua casa. Chiede alla madre e a suo fratello maggiore di scappare, ma alcuni giorni dopo quest’ultimo, a 36 anni, viene ucciso da un colpo di mortaio, lasciando quattro figli senza padre. Quello è il momento in cui Omar decide di rivelare a suo fratello minore – un assiduo lettore del blog, che mai avrebbe immaginato fosse redatto dal fratello – la sua vera identità.
Mentre la città vecchia di Mosul viene distrutta, Omar fornisce agli inviati sul posto della BBC le coordinate, i numeri di telefono e gli indirizzi di abitazioni con all’interno dei civili, nella speranza che vengano poi segnalati ai comandanti della coalizione. Probabilmente, è così che Omar, dopo aver custodito i segreti della Mosul occupata, ha contribuiti a salvare delle vite. Ancora nessuno conosce il nome del fondatore di Mosul eye: una attivista, fondatrice del gruppo Facebook “Donne di Mosul”, inizia a descriverlo come un “leader spirituale” dei laici di Mosul. A lui basterebbe che sua madre sappia cosa ha fatto per la sua città in questi anni, ed è sopratutto per questo che accetta, il 15 novembre 2017, di rivelare la sua identità alla AP.
Ovviamente, Omar ha sempre saputo di rischiare la propria vita. Tuttavia, aveva una ambizione e dei desideri che lo hanno spinto a continuare. “L’ho fatto per la Storia. Un giorno tutto questo finirà, e la vita tornerà normale anche a Mosul. A quel punto, la gente inizierà a studiare cosa è accaduto. E la città si merita di essere raccontata, merita che la verità venga preservata. Perché ogni volta che c’è una guerra, la prima vittima è la verità”. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Medioriente: l’asse arabo di Trump su Gerusalemme capitale d’Israele

(AGI) – Beirut, 7 dic. – La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele, e spostarvi l’ambasciata americana, ha un significato sopratutto simbolico, legato al potere evocativo di Gerusalemme e alla sua centralità per le tre religioni monoteiste. E nulla è in grado di plasmare delle realtà parallele, percepite, come fanno i simboli: solo poche ore dopo l’annuncio del presidente americano, per esempio, due figure agli antipodi come Mahmoud Abbas – a capo di Fatah – e Ismail Haniyeh – alla guida di Hamas – hanno trovato un raro terreno di accordo, nell’opposizione viscerale alla decisione americana.
Quella di Trump non è e non può essere, tuttavia, una decisione totalmente unilaterale, così come non può essere frutto esclusivo della pressione di gruppi di pressione interni, come i cristiani evangelici americani, convinti che il ritorno del Messia sulla Terra potrà avvenire solo quando tutta Israele – e quindi Gerusalemme in primis – sarà tornata nelle mani del popolo a cui Dio l’aveva assegnata. Questo annuncio, che promette di innalzare la tensione in Palestina, non avrebbe potuto avere luogo senza il sostegno fondamentale dei partner regionali arabi di Washington.
 
Come scrive David Hearst, direttore di MEE, uno sviluppo direttamente legato ai primi mesi di amministrazione Donald Trump è la formazione di un “asse” di autocrati arabi, ambiziosi, mediamente giovani, autoreferenziali, convinti di poter parlare o agire anche in nome dei palestinesi, e all’interno di una regione in cui vogliono imporre la loro visione, renderla universale. Una visione condivisa anche da Benjamin Netanyahum e da Jared Kushner, l’uomo di Trump – nonché suo genero – per il Medioriente.
 
Sono i due principi ereditari di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Mohammad bin Salman e Mohammad bin Zayed, che sembrano immaginare per la regione una serie di Stati di polizia, in cui sia però preservato il liberismo economico. Ed è mediante questa logica mercantilistica che, secondo diverse fonti citate dall New York Times, Mohammad bin Salman ha pensato di poter “comprare” Mahmoud Abbas, convincerlo ad accettare la rinuncia a Gerusalemme e al diritto di ritorno per i palestinesi, nel nome di una crescente convergenza con Israele dal punto di vista degli equilibri regionali. 
 
 
Una convergenza assecondata anche da personaggi del mondo culturale saudita, che da mesi – dando forma ad una sorta di soft power – promuovono da una parte il distanziamento di Riad dalla causa palestinese e dall’altra la normalizzazione ufficiale nei rapporti con Israele: come Turki al Hamad, che pochi giorni fa ha twittato che la “causa palestinese non deve più essere considerata la principale causa araba”; o l’analista Hamzah Muhammad al Salim, Sa’ud Fawzan, l’ex direttore di Al Arabiya Abd Al Rahman Al Rasheed, o Muhammad al Sheik, presidente dell’Assemblea consultiva saudita.
 
L’Asse che sostiene Trump è composto dai sovrani (o dai futuri sovrani) di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto: tutti, a livelli diversi e in momenti diversi, hanno chiesto e ottenuto il permesso del presidente americano per risolvere questioni interne o regionali: dall’embargo sul Qatar, passando per le dimissioni forzate di Hariri da primo ministro del Libano, fino al ciclo di arresti illustri all’interno dei circoli della famiglia reale saudita. In cambio, avevano tutti, d’altronde, assecondato il Muslim ban deciso da Trump nei primi mesi del suo mandato.
 
Una serie di scelte politiche forti, accentratrici, provocatorie, che hanno avuto il risultato immediato di creare una distanza quasi visibile tra questo gruppo di paesi alleati degli Stati uniti e un altro gruppo di alleati statunitensi, tra cui figurano Giordania e Turchia in particolare: Erdogan e Abdullah II sono stati tra i primi leader ad avvertire Trump sugli enormi rischi legati alla sua decisione su Gerusalemme. Un tempo sarebbero stati ascoltati, oggi sembrano essere finiti all’angolo, senza un grande spazio di manovra, sovrastati dall’ingombranza e dal protagonismo dei nuovi sovrani nel Golfo.
 
Il terzo gruppo è quello dei Paesi e dalle organizzazioni ostili alle politiche Usa, composto da Iran, Hezbollah, Siria e Iraq. Trump ha fornito loro un assist irripetibile con la decisione su Gerusalemme: una occasione, sopratutto per Teheran ed Hezbollah, di ergersi a difensori ultimi della causa palestinese, rimediando forse al parziale crollo della loro popolarità presso i Paesi e le comunità sunnite, a causa del loro massiccio intervento nella guerra in Siria.  (AGI) LBY

Yemen: morto Saleh, quali le prossime mosse dell’Arabia Saudita?

(AGI) – Beirut, 5 dic. – L’uccisione di Ali Abdullah Saleh, ex presidente dello Yemen, rischia di cambiare in modo imprevedibile le dinamiche della guerra nel Paese amato da Pasolini. Nel giro di 48 ore, si è passati dal colpo di scena – relativo, dato che i rapporti tra Saleh e Ansar Allah non sono mai stati davvero lineari, tantomeno idilliaci – dell’annuncio della rottura tra l’ex presidente e gli Houthi, alla morte del primo per mano dei secondi.
Un rapporto di convenienza, quello tra l’ex presidente e i miliziani sciiti: il primo ha potuto in questi anni usufruire della forza militare dei secondi, mentre questi ultimi hanno sfruttato i network del primo, tanto negli ambienti politici quanto in quelli dell’Intelligence. Era chiaro che, una volta interrotta questa alleanza, si sarebbe tornati ad essere nemici giurati. La morte di Saleh è stata salutata dagli Houthi come una “vendetta”, perché il fondatore del movimento, Hussein Badr al Din al Houthi, fu ucciso in una grotta nei dintorni di Saada nel 2004, proprio su ordine dell’allora presidente Saleh.
Ora il conflitto, che già aveva assunto contorni apocalittici, dando luogo alla più grave crisi umanitaria al mondo, rischia di diventare ancor più brutale: da una parte gli Houthi, galvanizzati dall’eliminazione di quello che poteva essere un pericoloso nemico, e che fino a tre giorni fa era un alleato; dall’altra la coalizione a guida saudita, che considera lo Yemen una linea rossa, e che tanto aveva investito dal punto di vista diplomatico sulla rottura tra Saleh e Ansar Allah.
“La reazione saudita rispetto all’uccisione di Saleh è stata di sostanziale panico: erano anni che che Riad provava a far divorziare Saleh dagli Houthi, e finalmente ci erano riusciti, grazie al sostegno sopratutto degli emiratini (si parla anche della Russia, ma il sostegno non è confermato, ndr). Chiaramente, la reazione immediata degli Houthi, che sono riusciti sa far fuori subito Saleh, ha spiazzato Riad, che ora ha il problema di trovare il sostituto di Saleh alla guida del General People’s Congress (GPC, il partito di Saleh)”, spiega ad Agi Cinzia Bianco, analista per Gulf State Analytics e Phd candidate all’Università di Exeter.
Si, perché se in queste ore Riad sta bombardando le postazioni Houthi in alcune aree densamente abitate della capitale, dando vita ad una prevedibile e durissima reazione militare (mentre gli Houthi hanno invitato la popolazione a scendere in strada per festeggiare la morte di Saleh), molti dubbi rimangono sulle prossime mosse dell’Arabia Saudita da un punto di vista strettamente politico-diplomatico.
“Il sostituto di Saleh – che è stato di gran lunga il personaggio chiave del Paese per oltre 40 anni – è molto difficile da trovare: potrebbe essere Ali Mohsen al Ahmar, se non fosse che le sue capacità politiche non sono all’altezza di quelle militari; difficile possa essere Abd Rabbo Mansour Hadi, che era stato sostanzialmente rigettato dallo stesso GPC; ha delle possibilità anche Ahmed, il figlio di Ali Abdullah Saleh, ma sicuramente assisteremo ad una fase di grande confusione e frustrazione dal punto di vista politico. Riad soffre la mancanza di reali opzioni strategiche, ed ha già ripreso i bombardamenti a tappeto sulla capitale”, continua Cinzia Bianco.
Secondo l’emittente Intelligence Online, con sede a Parigi, alcuni mesi fa il prossimo re saudita Mohammad bin Salman (MBS) aveva inviato ad Abu Dhabi Ahmad Al Asiri, ex portavoce militare della coalizione saudita, per incontrarsi proprio con il figlio di Ali Abdullah Saleh, Ahmad, e discutere la possibilità di formare un nuovo governo.
Governo che avrebbe previsto la graduale marginalizzazione dell’altro “cavallo” scelto qualche anno fa da Riad, cioè Abd Rabbo Mansour Hadi, in favore proprio di Saleh (una scelta promossa dal principe emiratino Mohammad bin Zayed, secondo quanto afferma l’analista Faisal Edroos su Al Jazeera). Secondo il professor Murad Alazzany, il figlio di Saleh sarebbe appunto la “carta vincente” di Abu Dhabi, in grado di prenderne potenzialmente il posto. Da un punto di vista militare, è probabile – come scrive Abu Bakr Al Shamahi, giornalista yemenita-britannico – che le forze governative guidate da Riad si uniscano ai lealisti di Saleh per combattere gli Houthi per le strade di Sana’a.
Secondo Adam Baron dell’European Council of Foreign Relations, siamo di fronte ad uno stallo politico, rafforzato anche da una diversa percezione di cosa rappresenti un “successo”: “Per gli Houthi, la sopravvivenza è già sinonimo di vittoria, e in questo senso stanno raggiungendo i loro obiettivi, se si considera che sono partiti dalle montagne e che invece oggi controllano la capitale. Anzi, probabilmente si rafforzeranno al nord, dove gli apparati legati a Saleh rischiano di venir ridimensionati; per i sauditi, invece, sinonimo di vittoria può essere solo il ripristino del governo”.
Intanto, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha fatto saper che solo durante l’ultima settimana almeno 125 persone sono state uccise a Sana’a, ed altre 240 sono rimaste ferite. La guerra in Yemen, dopo due anni di bombardamenti della coalizione a guida saudita, ha prodotto decine di migliaia di morti, provocando la più grave crisi umanitaria dei giorni nostri, aggravata dall’embargo. Circa 7 milioni di persone soffrono la fame e più di un milione sono le persone colpite dal colera, una malattia che era stata precedentemente debellata. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Postilla sul legame Iran-Houthi

Se vogliamo basarci sui fatti – il ché mi rendo conto ormai essere una operazione naive – chiariamo un punto: propaganda a parte, il grado di coinvolgimento diretto dei pasdaran iraniani in Yemen non è assolutamente chiaro, e mai lo è stato. Il supporto morale e ideologico è indubbio, quello militare assolutamente no (nella stessa misura in cui non è un “fatto”, ma una speculazione basata su qualcosa di vagamente verosimile, che gli Usa abbiano sostenuto militarmente l’Isis), anche non considerando l’embargo (che può essere aggirato per armi fino a un certo calibro: e di sicuro non arrivano aerei da guerra).

Il fatto che gli Houthi abbiano dei missili in un Paese nel caos non significa nulla davvero: in Yemen le armi ci sono sempre state – sarebbe stato bello chiedere proprio a Saleh, che in trenta anni ne ha comprate un po’ -, compresi i missili SCUD-B, che sono stati ultimamente associati a Teheran, come fossero in qualche modo una “pistola fumante”. L’Esercito yemenita ne ha sempre avuti a palate di missili nord coreani, comprati durante tutti gli anni ’90. Basta una ricerchina. Come al solito, sull’Iran (e affini, basti pensare agli attentati attribuiti nel tempo ad Hezbollah..) si procede per supposizioni e mai per evidenze, quelle stesse evidenze che si pretenderebbero se si parlasse di altri.

Dipingere gli Houthi come uno “strumento” iraniano poi non ha davvero senso, allontana dalla realtà, perché gli Houthi – che hanno una componente tribale molto più pronunciata di quella religiosa, che peraltro non è sovrapponibile a quella iraniana – esistono e esisterebbero anche senza l’Iran, bisognerebbe farci i conti, essendo parte del tessuto sociale almeno dal 1992, così come Hezbollah è parte del tessuto libanese dagli anni ’80. Anche perché l’Iran, in Yemen, e solo in Yemen, una vera strategia non ce l’ha, si limita ad assecondare una affinità, sperando che la campagna di bombardamenti aerei sauditi possa portare al collasso del regime a Riad, obiettivo ultimo di Teheran. Il problema è che una reale strategia – non solo in Yemen – non ce l’hanno manco i sauditi, che pure considerano il Paese amato da Pasolini il loro cortile di casa. Un cortile che sono disposti a riprendersi anche in macerie. Tanto poi qualcosa ce costruimo, che ne so, un bel resort intitolato a MBS e alle “riforme”, anzi alla “rivoluzione”…

Egitto: come il Cairo si avvicina al Sud Sudan

(AGI) – Beirut, 4 dic. – Lo scorso 16 novembre, all’interno del quartier generale dell’Intelligence egiziana al Cairo, è stata firmata la Dichiarazione di Unità del Sudan People’s Liberation Movement (SPLM, il principale raggruppamento politico sud sudanese), alla presenza del presidente dell’Egitto Abdel Fattah al Sisi e di quello ugandese, Yoweri Museveni. Una dichiarazione attesa, rispetto alla quale sarà proprio l’Intelligence egiziana a doverne monitorare l’implementazione.
Il documento firmato, permetterà anzitutto di organizzare il ritorno dei rifugiati sudanesi nei loro paesi di provenienza, sempre sotto la supervisione egiziana. Gli osservatori hanno salutato questa firma come un successo, un possibile viatico alla fine del conflitto in Sud Sudan. Ci sono tuttavia dei punti oscuri da chiarire, dal momento che il coinvolgimento del Cairo nel conflitto sud sudanese – che vede opposte dal 2013 le forze governative legate al presidente Salva Kiir e quelle fedeli al suo ex vice, Riek Machar – è una novità. In questi ultimi due anni migliaia di civili sono morti e alcuni milioni hanno cercato rifugio nei paesi vicini.
Secondo l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, nell’ultimo anno in Uganda sono arrivati mediamente 1800 rifugiati sud sudanesi al giorno. Oggi ammonterebbero a un milione. Altrettanti si sarebbero stanziati tra Sudan, Etiopia, Kenya, Repubblica democratica del Congo e Repubblica centroafricana.
Il SPLM è un partito sud sudanese nato nel 1983 come movimento separatista del Sud Sudan dal dal Sudan. In realtà, il SPLM deve indirettamente la sua nascita all’ex presidente del Sudan, Jaafar Nimeiri, che in quell’anno schierò un battaglione dell’Esercito in Sud Sudan per contrastare la rivolta animata da circa 500 soldati sudanesi che avevano defezionato. Questo battaglione fu affidato a John Garang, proveniente dalla tribù dei Dinka, una delle due maggioritarie in Sud Sudan (l’altra è quella dei Nuer). La mossa non ebbe esattamente l’effetto sperato, poiché Garang decise invece di unirsi in prima persona ai ribelli, dando vita appunto all’SPLM, col fine di porre fine al controllo di Khartoum sulle regioni del Sud Sudan.
Così, inizia una delle guerre civili più sanguinose del secolo – quella tra Khartoum e Juba – che va avanti fino al 2005, con la firma di un Accordo di pace che porta alla nomina di John Garang a vice presidente del Sudan. Dura poco, John Garang (oggi considerato il padre della Nazione Sud sudanese), che nel luglio dello stesso anno muore in un misterioso incidente in elicottero: così il suo posto viene preso da Salva Kiir Mayardit, con Riek Machar – un comandante militare famoso per la sua spietatezza, ampiamente dimostrata durante il massacro di Bor, nel 1991 – a fargli da vice.
Il processo di transizione verso l’indipendenza va avanti lentamente: la separazione del Sud Sudan dal Sudan diventa ufficiale ad inizio 2011, legittimata da un referendum. Due anni dopo, però, inizia un’altra guerra civile, che riporta a galla i conflitti inter-etnici in un paese dagli assetti totalmente tribali: da una parte le truppe del presidente Salva Kiir, di etnia Dinka; dall’altra quelle fedeli a Riek Machar, di etnia Nuer. Il conflitto dura due anni, finché nell’agosto 2015 non viene firmato un accordo di pace, che riporta nominalmente le cose allo status quo precedente, con i due leader nelle loro rispettive posizioni.
A luglio 2016, tuttavia, Salva Kiir rimuove Riek Machar dal suo incarico, accusandolo di aver fomentato i suoi sostenitori nei loro assalti alle truppe di Kiir nella capitale Juba. Da quel momento, gli scontri esplodono di tanto in tanto, in uno stato di perpetua tensione.
Secondo alcuni, come l’autore sud sudanese Deng Aling, l’Egitto ha interesse in questo momento a partecipare all’unificazione del movimento sud sudanese per cercare di limitare il ruolo di Etiopia, Sudan e Israele nelle stesse dinamiche sud sudanesi, in un momento storico di grande attivismo diplomatico per il Cairo, visto il ruolo preponderante sia in Libia che nella riconciliazione tra Fatah e Hamas in Palestina.
Israele, in particolare, è stato uno dei primi paesi a sostenere in funzione anti-araba il movimento separatista sud sudanese. Tel aviv considera il Sud Sudan una importante porta d’accesso all’Africa, oltre ad un Paese utile per le sue risorse idriche e petrolifere. Il primo accordo per la cooperazione in questi due campi tra i due Paesi è stato firmato a luglio 2012, meno di un anno dopo l’ottenimento dell’indipendenza.
Con l’Etiopia, Juba ha visto inasprirsi le relazioni a partire dall’esplosione del nuovo conflitto civile nel 2013: il Sud Sudan ha infatti accusato l’Etiopia di aver dato rifugio, addestramento ed equipaggiamento militare alle forze ribelli, accusa sempre negata da Addis Abeba. Con il Sudan le relazioni rimangono da sempre assai volatili, specie se si pensa alle questioni dei territori contesi nell’area di Abyiei. La firma delle Dichiarazione citata all’inizio di queste righe arriva negli stessi giorni in cui persiste lo stallo nei negoziati tra Sudan, Egitto ed Etiopia sulla “Diga della rinascita”: lo scorso 12 novembre il ministro delle risorse idriche egiziane, Mohammed Abdel Ati, ha affermato che sul tema esistono forti divergenze tra i tre paesi.
“Il governo egiziano cerca di rafforzare i regimi in Siria e Libia per il timore dell’ascesa di movimenti islamisti (primo tra tutti la Fratellanza musulmana, estromessa dal potere in Egitto nell’estate 2013, ndr). Anche la promozione della riconciliazione in Palestina va letta nell’ottica di impedire l’arrivo di estremisti nel Sinai”, spiega Hassan Nafea, professore di scienza politica all’Università del Cairo, intervistato da Al Monitor.
Secondo il docente, la politica estera egiziana ha subito un cambiamento radicale proprio a partire dal 2013, in base al timore che la Fratellanza musulmana potesse crescere nei paesi vicini, come il Sudan. Diventare un attore di primo piano in Sud Sudan potrebbe fornire al Cairo delle carte negoziali, degli strumenti di pressione nei confronti di Khartoum. (AGI) LBY

Yemen: ucciso Saleh, la guerra civile a un punto di svolta?

(AGI) – Beirut, 4 dic. – Sembra essere arrivata pochi minuti fa la conferma ufficiale dell’uccisione dell’ex presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh, caduto vittima di un bombardamento degli Houthi nei pressi della sua casa di Sana’a. Su Twitter circola un video che lo ritrae su una barella, ormai esanime, colpito da un cecchino, secondo quanto affermano fonti vicine al partito dell’ex presidente. Il ministero dell’Interno gestito dagli Houthi ha confermato la morte del “traditore” Saleh.
Si tratterebbe di uno sviluppo devastante per le sorti del conflitto, i cui equilibri sembravano già in fase di ridefinizione: proprio due giorni fa Saleh – che negli ultimi due anni si era alleato con gli Houthi dopo esser stato scalzato dal potere nel 2012 da Abd Rabbo Mansour Hadi – aveva rotto con i ribelli sciiti e si era dichiarato disponibile a negoziare con l’Arabia saudita lo stop dei bombardamenti aerei, ed eventualmente il tentativo di riprendere il controllo del Paese col sostegno di Riad, poiché le milizie di Saleh – cioè gli ex uomini della Guardia presidenziale – sono in netta minoranza rispetto ai miliziani sciiti. La decisione di Saleh è stata percepita come un tradimento da parte degli Houthi, che lo avrebbero per questo ucciso.
Sembra che la decisione ultima di “cambiare barricata” da parte di Saleh sia stata stimolata nei giorni scorsi dal tentativo degli Houthi di arrestare un ufficiale dell’ex Guardia repubblicana, accusato di aver attaccato un loro checkpoint. I rapporti tra l’ex presidente e gli Houthi, tuttavia, non sono mai stati sereni, con il secondo che si è dovuto sostanzialmente subordinare ai progetti dei primi, che a loro volta non hanno mai considerato “alleato” Saleh, forti di quello che hanno sempre definito un “solido mandato popolare”. Gli Houthi, sebbene sostenuti dall’Iran, sono organici alla società yemenita: il loro movimento – distinto dalla famiglia Al Houthi, con una ventina di membri – è nato nel 1992 nel governatorato di Sa’da, e ha preso parte alle rivolte del 2011.
“La strategia di Saleh è sempre stata quella di mettere una fazione contro l’altra. Lo fece quando decise di sostenere le formazioni salafite nel nord, quando erano in crescita, finché non ha deciso di abbandonarle e sostenere gli Houthi. Poi, ha deciso di abbandonare anche loro”, spiega ad Al Jazeera Mohammed Qubaty, ex ambasciatore yemenita.
Saleh aveva annunciato la decisione di rompere con gli Houthi sabato scorso in diretta televisiva, in quella che sembrerebbe esser stata una mossa orchestrata dagli Emirati Arabi Uniti, che insieme alle forze aeree saudite e sudanesi bombardano da due anni lo Yemen nel tentativo di sconfiggere gli Houthi. Secondo l’emittente Intelligence Online, con sede a Parigi, alcuni mesi fa il prossimo re saudita Mohammad bin Salman (MBS) aveva inviato ad Abu Dhabi Ahmad Al Asiri, ex portavoce militare della coalizione saudita, per incontrarsi con il figlio di Ali Abdullah Saleh, Ahmad, e discutere la possibilità di formare un nuovo governo.
Governo che avrebbe previsto la graduale marginalizzazione dell’altro “cavallo” scelto da Riad, cioè Abd Rabbo Mansour Hadi, in favore proprio di Saleh (una scelta promossa dal principe emiratino Mohammad bin Zayed, secondo quanto afferma l’analista Faisal Edroos su Al Jazeera). Secondo il professor Murad Alazzany, il figlio di Saleh sarebbe appunto la “carta vincente” di Abu Dhabi, in grado di prenderne potenzialmente il posto.
Dopo l’annuncio di sabato da parte di Saleh, a Sana’a e dintorni sono ripresi feroci combattimenti nel corso del week end tra i ribelli e gli uomini della Guardia presidenziale, che hanno provocato circa 200 morti. Nel tardo pomeriggio di domenica aerei della coalizione saudita avevano bombardato alcune postazioni Houthi nei pressi dell’aeroporto, mentre questi ultimi prendevano il controllo della tv di proprietà dell’ex presidente.
Nelle stesse ore, la coalizione a guida saudita plaudeva alla decisione dell’ex presidente: “la decisione presa da Saleh libererà lo Yemen dalle milizie leali all’Iran”, si legge in un comunicato della coalizione stessa. Perché quella dell’ex presidente aveva tutti i crismi di una mossa decisiva, un game-changer nel conflitto. Meno di quarantotto ore dopo, però, Saleh – che una volta aveva detto che “governare un Paese della Penisola arabica come danzare sulla testa dei serpenti” – è stato ucciso da uno dei rettili sui cui “ballava”.
Lo Yemen, ora, ha di fronte a se un destino ancora più precario. Non è ancora chiaro quale sarà la reazione saudita rispetto all’uccisione di Saleh. Riad considera lo Yemen un paese del suo “cortile di casa”, e già durante la recente crisi libanese – con le dimissioni, poi ritirate, del primo ministro Saad Hariri, direttamente dalla capitale saudita – aveva avvertito il fronte filo-iraniano (Hezbolah e gli stessi Houthi) dell’impossibilità di negoziare il destino del Paese amato da Pasolini, dopo aver visto il trionfo militare-diplomatico di Teheran prima in Iraq, poi in Siria ed infine – da un punto di vista diplomatico – in Libano. In molti considerano San’a la vera “linea rossa” di Riad, una questione legata quasi alla stessa sovranità saudita.
Gli Houthi continuano a controllare il nord del Paese – dove vive più di metà della popolazione – e probabilmente l’assassinio di Saleh contribuirà a galvanizzarli. In tre anni di guerra civile sono morte, negli scontri sul terreno e a causa dei bombardamenti della coalizione saudita, almeno diecimila persone. Diverse altre migliaia, tra cui moltissimi bambini, sono morti per le epidemie, a partire da quella di colera, e la malnutrizione, che rendono quella in Yemen la più grave crisi umanitaria del Pianeta. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)