Islam: il dibattito politicizzato sui “vichinghi musulmani”

(AGI) – Beirut, 18 ott. – Non sarebbero caratteri arabi, e non ci sarebbe scritto nessun “Allah”, sui paramenti funebri vichinghi ritrovati in alcune tombe da Annika Larsson, ricercatrice dell’Università di Uppsala. Alcuni esperti, tra cui Stephennie Mulder, professore di storia e architettura islamica all’Università di Austin, hanno escluso la possibilità che sui paramenti ci siano simboli musulmani, una scoperta che avrebbe cambiato la nostra percezione della storia e delle influenze culturali sull’Europa.
Ispezionando degli indumenti femminili da sepoltura ritrovati in alcune tombe a a Gamla Uppsala, Annika Larsson aveva notato alcuni simboli geometrici. Li aveva poi paragonati con alcuni disegni simili iscritti su una fascia di seta ritrovata in un’altra tomba del decimo secolo nei dintorni di Birka, in Svezia, rendendosi conto che i simboli ritrovati – e ricorrenti in entrambe le stoffe – altro non erano che caratteri arabi, in stile cufico, recanti la parola “Allah”. Ovviamente nei giorni scorsi tutti i principali media mondiali hanno ripreso la notizia di quella che sarebbe una scoperta incredibile.
Ora, però, specialisti in arte e architettura islamica spiegano che potrebbe trattarsi di un buco nell’acqua. Stephannie Mulder sostiene anche che la tendenza a credere che i vichinghi potessero essere stati musulmani sia stata alimentata da motivazioni politiche, e cioè dalla volontà di contraddire la narrazione dei suprematisti bianchi, che spesso ricorrono ed esaltano il simbolismo vichingo. “Tutti desiderano una contro narrazione rispetto a quella dei suprematisti”, spiega la Mulder.
Non è raro che questi ultimi si approprino dei simboli vichinghi, che secondo loro sono l’incarnazione storica della razza bianca pura. A Charlottesville, per esempio, i neo nazisti spesso sorreggono dei banner con le rune vichinghe. Ovviamente, l’idea che i vichinghi potessero essere musulmani costituisce una sorta di sacrilegio per loro. Stephannie Mulder ha utilizzato Twitter per smentire la scoperta della Larsson, riassumendo la sua argomentazione in tre punti principali.
Anzitutto, il tipo di grafia araba che la Larsson afferma di aver indentificato – arabo cufico – non risulta che fosse utilizzata nel decimo secolo, ma almeno 500 anni più tardi. In secondo luogo, se assumessimo che si tratti di arabo, la scritta non reciterebbe “Allah”, bensì “Illah”, una parola priva di significato. Al posto della “Alif” (la lettera con cui si indica la “A” in arabo) ci sarebbe infatti una “lam”, cioè la “L”, in caratteri latini. Infine, la parte finale della parola “Allah” non sembra esserci sul paramento, ma è bensì ciò che la Larsson immagina essere stato nel frammento mancante.
Anche secondo l’esperta di tessuti Carolyn Priest-Dorman la ricostruzione della Larsson è infondata, anche perché la banda con le iscrizioni non sarebbe potuta essere più lunga (così da includere la fine della parola “Allah”), se si considerano i suoi bordi stretti.
Anche secondo il professore di Storia islamica dell’Università della Pennsylvania, Paul Cobb, la scoperta non ha valore. Cobb ricorda che i contatti tra mondo islamico e mondo vichingo sono già cosa nota, e furono il frutto di viaggi e commerci nel corso dei decenni. Ma non risulta che i vichinghi fossero musulmani o usassero iscrizioni arabe sui sudari e gli indumenti da sepoltura.
A sua volta, Cobb parla della suggestione indotta da questa presunta scoperta: “la gente desidera che quello sul paramento sia arabo, perché ciò avvalora l’idea di un’Europa più inclusiva. Questo ovviamente contraddice i suprematisti, che vedono i vichinghi come i difensori dell’Europa dalle invasioni extracontinentali, una cosa assolutamente lontana dalla realtà. I vichinghi diedero vita ad una delle società più internazionalizzate del Medioevo”, conclude Cobb.
Anche per questo motivo, l’ipotesi che quelle scritte siano in arabo non significherebbe necessariamente che i vichinghi siano stati musulmani, bensì avvalora l’idea della loro curiosità e dei loro contatti con altri popoli. La Mulder fa un esempio efficace: “se anche fosse vero che i vichinghi avevano iscrizioni arabe su alcuni loro indumenti funerari, potrebbe essere una questione di prestigio: è come se oggi una persona comprasse un profumo con su scritto ‘Parigi’. Baghdad era la Parigi del decimo secolo. Era glamour, vibrante. Probabilmente, per un vichingo, ‘arabo’ faceva rima con ‘cosmopolitismo”. (AGI) LBY
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Siria: recap sui protagonisti della guerra

(AGI) – Beirut, 18 ott. – La guerra in Siria, iniziata come una grande protesta anti-governativa nel marzo 2011, trasformatasi dopo le repressioni in un conflitto civile e sfociata in una guerra regionale che vede la partecipazione di diversi attori internazionali, statali e non statali, dura ormai da quasi sette anni.
Il conflitto ha prodotto mezzo milione di vittime e ha reso sfollata più della metà della popolazione siriana. Con la riconquista di Raqqa da parte delle Syrian Democratic Forces, con la copertura aerea statunitense, lo Stato islamico ha perso la sua capitale, così come almeno tre quarti del territorio che controllava tra Siria e Iraq nel 2014, anno della proclamazione del Califfato. Oggi Daesh controlla un’area perlopiù desertica a cavallo tra Siria e Iraq, oltre ad avere altre piccole enclavi, sopratutto nell’area del Golan.
Se alcune parti della Siria sono tornate ad una situazione di relativa tranquillità, sotto il controllo dell’Esercito del regime di Assad, non si può certo dire che il paese levantino sia stato ricondotto sotto il controllo del regime. I protagonisti in campo sono molti, e gli interessi dei diversi attori non sempre convergenti.
Oggi in Siria il regime, sostenuto sopratutto dai russi, che hanno una base navale a Tartous e diversi distaccamenti militari nelle principali città, controlla più o meno saldamente la direttrice Damasco-Aleppo (qualcuno l’ha definita la “Siria utile”), con quest’ultima riconquistata alla fine dello scorso anno.
Da ormai più di tre anni, un contributo fondamentale alle operazioni di terra del fronte pro-Assad lo hanno fornito le milizie sciite filo iraniane di Hezbollah, prima nelle città di confine tra Siria e Libano e poi anche nella battaglia di Aleppo, dove alcuni media hanno parlato senza mezzi termini della “vittoria di Hezbollah”. Sarebbero circa 8000 gli uomini del Partito di Dio impiegati finora nei diversi fronti.
Di Hezbollah non ne esiste solo una: c’è anche Hezbollah al Nujaba, un altro gruppo paramilitare filo iraniano nato Iraq e sotto i comandi di Abu Mahdi al Muhandis, che dopo aver partecipato ad alcune battaglie in Iraq (quella di Tikrit, di Baji, di Jurf Assakhar, di Amerli e di Salahuddin) ha preso parte anche all’offensiva su Aleppo. Gli Hezbollah rispondono sopratutto al generale iraniano Qassem Suleimani, che guida le Forze Quds, cioè i pasdaran d’elite impegnati nelle operazioni all’estero.
In generale, le milizie di Hezbollah in particolare, così come le altre milizie paramilitari filo iraniane disseminate tra Siria e sopratutto Iraq, hanno svolto le veci di fanteria del fronte pro-Assad, sopratutto a partire dal 2014, con l’Esercito lealista via via sempre più indebolito da defezioni e mancanza di fondi.
L’Hezbollah libanese ha vinto delle battaglie importanti volte anche a securizzare il poroso confine libanese: quella di Qusayr e quella del Qalamoun, a cui si aggiunge anche la recente offensiva – condotta con l’Esercito libanese – su Arsal, cittadina libanese al confine siriano, in cui dal 2014 si era insediato l’Isis, in una dinamica simile a quella che portò alla conquista di Mosul (anche ad Arsal l’Esercito libanese fu colto di sorpresa e quasi 30 soldati furono rapiti e tenuti ostaggi per più di due anni). Anche nei dintorni di Damasco, per esempio nell’offensiva su Zabadani, il ruolo di Hezbollah è stato di primo piano.
L’offensiva del regime ha subito una accelerata nel settembre 2015, cioè da quando i russi sono intervenuti direttamente nel conflitto, fornendo copertura aerea alle truppe governative siriane, coordinate a terra spesso da generali iraniani.
Quasi un terzo della Siria – il nord del Paese – è poi sotto il controllo delle Syrian Democratic Forces, composte da arabi e sopratutto da curdi delle Ypg (a cui si aggiungono anche distaccamenti del Pkk, secondo alcune fonti), e sostenute dai raid aerei americani. Sono le Sdf ad aver condotto l’offensiva su Raqqa e buona parte delle altre offensive (Kobane, per esempio) contro l’Isis in Siria.
Sia Ypg che Hezbollah (in supporto dell’Esercito siriano) sono presenti nel governatorato di Deir Ezzor, liberata dalla presenza dell’Isis, e sembra siano destinate a contendersene il controllo. Deir Ezzor è infatti importante per almeno due ragioni: perché nei suoi dintorni ci sono dei giacimenti petroliferi e perché si trova sulla rotta del “corridoio” che l’Iran cerca di costruire sull’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.
Il fronte sunnita anti-Assad, fatta eccezione per l’Isis che è dislocato nell’est del Paese e in alcune piccole enclavi, è diviso tra quello a nord e quello a sud del paese.
A nord – nella zona di Idlib – c’è sopratutto Hayat Tahrir al Sham, una sorta di coalizione ombrello di formazioni qaediste o ex qaediste: sono gli eredi di Jabhat al Nusra, formazione qaedista che più di un anno fa aveva formalmente preso le distanze dall’orbita del movimento fondato da Bin Laden. All’interno di HTS sono inquadrati alcuni dei più potenti gruppi ribelli della provincia di Aleppo.
Dopo l’intervento russo alla fine del 2015, alcuni accordi tra il regime siriano e le forse di opposizione armata hanno portato al dislocamento di migliaia di combattenti (assieme alle loro famiglie) nella zona di Idlib. La convivenza tra diverse formazioni militari non è stata facile sin da subito, con la creazione di diverse intra alleanze a livello locale, in lotta per il controllo dell’area. Da questi conflitti HTS è emersa come la fazione più solida.
Ad inizio ottobre, l’Esercito turco ha dato il via ad una offensiva militare contro HTS  (usando il Free Syrian Army come fanteria) proprio nella provincia di Idlib, per poter creare un’altra zona di deescalation. E’ verosimile che HTS nei prossimi tempi possa nuovamente dividersi al suo interno, dando vita a formazioni più contenute con strategie diverse.
Poi c’è il Free Syrian Army (FSA): quando è iniziato il conflitto, l’FSA era nato come un confuso ed opaco conglomerato di brigate militari autonome, spesso fondate da ex comandanti dell’Esercito siriano che avevano defezionato, e riunite sotto un vago ombrello, privo di coordinamento militare centralizzato.
Ciò con il passare del tempo ha finito per rafforzare alcune narrazioni che descrivono l’FSA come integralmente organico ad Al Qaeda, in conseguenza del fatto che alcuni battaglioni inquadrati al suo interno hanno finito allearsi militarmente con Jabhat al Nusra. Altre brigate si sono sciolte, nel momento in cui alcuni comandanti hanno deciso di compiere il percorso inverso, defezionando nuovamente a favore dell’Esercito fedele ad Assad. All’interno di quel che rimane dell’FSA sembra non esistere alcuna coesione ideologica, politica o militare: l’FSA è sostanzialmente una piattaforma gestionale per diversi piccoli gruppi armati, attivi sopratutto nel nord, poiché sostenuto dalla Turchia.
Nel 2016, Ankara con l’operazione Scudo dell’Eufrate ha sostenuto la mobilitazione delle truppe dell’FSA dirigendole (e fornendo copertura aerea, logistica e di intelligence)  anche contro le Sdf, nel tentativo di impedire loro la continuità territoriale curda lungo il confine meridionale della Turchia. Il sostegno turco è stato senza dubbio decisivo per la sopravvivenza dell’FSA e per le sue avanzate militari ai danni di HTS o delle Sdf.
Infine, c’è Ahrar al Sham, presente sopratutto a sud (area della Ghouta vicino Damasco) ma anche con alcuni distaccamenti a nord. E’ il gruppo più potente all’interno dell’Esercito Nazionale Unificato (UNA), un’altra coalizione ombrello istituita a metà del 2017. Ahrar al Sham è una delle poche fazioni ribelli ad aver mantenuto la propria denominazione durante tutto l’arco temporale del conflitto.
Di imprinting ideologico salafita e anti-sciita, a metà del 2012 le brigate riconducibili all’interno di Ahrar Al Sham erano più di sessanta, concentrate sopratutto a Idlib, Hama e Aleppo. Pur avendo come obiettivo dichiarato la creazione di uno Stato islamico, a differenza dell’Isis Ahrar al Sham ha cooperato militarmente con le altre formazioni, compreso l’FSA. Mantiene la propria leadership segreta e ha ricevuto la gran parte dei finanziamenti dai Paesi del Golfo. Nell’area di Damasco è attivo anche un altro gruppo, il Jaish al Islam.
Diverse brigate associate all’UNA si sono scontrate con le Sdf, con l’Isis e con HTS per il controllo di porzioni di territorio, per poi ritirarsi in gran parte con l’intervento russo. Nonostante la maggioranza dei combattenti dell’UNA sia siriana, e possa quindi aspirare ad una maggiore rappresentatività nel Paese, la loro capacità di finanziamento sta diminuendo negli ultimi tempi, accompagnata dalla cronica incapacità di coordinamento tra i diversi battaglioni. Si stima che attualmente il 15% della popolazione siriana viva in aree controllate da diverse fazioni ribelli, ed un altro 10-15% in aree controllate dai curdi siriani. (AGI) LBY

Siria: come i leader tribali hanno favorito l’evacuazione di civili da Raqqa

(AGI) – Beirut, 17 ott. – Le Sdf, con la copertura aerea americana, sin dallo scorso giugno sta tentando di riprendere il pieno controllo di Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, la prima grande città conquistata dagli uomini di Al Baghdadi nel 2014. In queste ore l’offensiva sembra essere alle battute finali.
Secondo le stime delle truppe statunitensi, sono circa 3500 i civili scappati la scorsa settimana dalle aree della città controllate dall’Isis. Per moltissimi di loro, la salvezza è arrivata grazie a delicatissimi accordi tra capi tribali locali e i rimanenti miliziani rimasti asserragliati in città.
Domenica scorsa, ad esempio, un convoglio di membri dell’Isis con le loro famiglie ha lasciato Raqqa grazie ad un accordo di evacuazione mediato dai leader tribali, che ha permesso l’evacuazione sicura di decine di civili, al riparo dai cecchini. “Ogni volta i cecchini ci sparavano, ogni volta che mi dicevo che dovevo andarmene da qui”, spiega Fatima Adnan Salam a Middle east eye, dopo essere riuscita a lasciare Raqqa, dove purtroppo è rimasto suo marito.
Con la battaglia di Raqqa nella sua fase finale, le tribù arabe che abitano in città hanno contattato il Consiglio civile di Raqqa, cioè la sede amministrativa messa in piedi dalle Sdf, e i combattenti di Daesh, per provare a mediare un cessate il fuoco in città e un patto di evacuazione. “Ogni volta che uccidete un terrorista, uccidente anche quaranta di noi civili, e distruggete le nostre case”, sarebbe stato il messaggio dei capi tribali al Consiglio di Raqqa.
Omar Aloush, un leader locale del Consiglio, ha fatto sapere che il generale responsabile della coalizione anti-Isis in Siria e Iraq si è rifiutato di permettere ai terroristi di lasciare Raqqa. La coalizione a guida americana, così, temeva che la mossa avrebbe potuto rafforzare l’Isis a DeirEzzor, nella quale l’Isis tiene impegnate sia le Sdf che le truppe di Assad.
“Trovate un modo di portare fuori i civili e di far arrendere i miliziani, e noi smetteremo di bombardare”, sarebbe stata la risposta di un generale delle Sdf alla delegazione di capi tribali arabi giunti nel Consiglio di Raqqa a chiedere la fine dei combattimenti e le evacuazioni. Così, poco dopo, i bombardamenti aerei si sono interrotti, per quasi due giorni, permettendo a dei civili di uscire dalla città assediata.
Il Consiglio locale ha però precisato che l’accordo di evacuazione mediato non ha permesso ai foreign fighters di lasciare la città, dopo che erano circolate voci secondo le quali alcuni “combattenti stranieri” sarebbero evacuati.
“Gli Stati uniti partono dal presupposto che i foreign fighters a cui è stato permesso di lasciare Raqqa secondo accordi conclusi autonomamente, senza la resa incondizionata, potrebbero tornare sul campo di battaglia da qualche altra parte in Siria o Iraq, oppure compiere attentati nei loro paesi d’origine”, spiega il ricercatore americano Nicholas Heras.
“La città di Raqqa era diventata un magnete per i foreign fighters, e gli attentati conclusi recentemente in Europa sono stati pianificati, sostenuti, finanziati o ispirati dai leader jihadisti qui a Raqqa”, le parole di un portavoce della coalizione in condizioni di anonimato. Secondo i dati della coalizione, più di 100 miliziani dell’Isis si sarebbero arresi nelle ultime 36 ore, e rimossi in seguito dal perimetro della città. Ne rimarrebbero altri 300-500, anche se non è chiaro quali siano le loro nazionalità. Il rischio è che utilizzino i civili come scudi umani mentre provano a lasciare la città. (AGI) LBY

Hezbollah: si avvicina il conflitto con Israele? (mia intervista concessa a l’Indro)

http://www.lindro.it/hezbollah-si-avvicina-il-conflitto-con-israele/ (domande di Giulia di Marcantonio)

Abbiamo intervistato Lorenzo Forlani, corrispondente dal Libano per l’Agi e analista specializzato in Medio Oriente, per approfondire l’attuale situazione sulle alture del Golan e capire se Israele e Hezbollah, oggi, si trovano davvero ai ferri corti.

 

Che ruolo ha avuto nel conflitto siriano l’organizzazione Hezbollah? Come si è andato trasformando il gruppo nel corso del conflitto civile siriano?

Hezbollah ha preso parte alle operazioni militari in Siria a partire dalla fine del 2012 e nell’ambito della sua collocazione in un sistema di alleanze con Bashar al Assad e con l’Iran. Anche per via della porosità del confine a est del Libano (che configura una situazione socio-demografica che storicamente vede molte famiglie musulmane sciite divise tra le cittadine libanesi vicine alla Siria e le cittadine siriane vicine al Libano), l’ingresso ufficiale nel conflitto siriano del movimento sciita è in realtà fatto coincidere con la battaglia di Qusayr (a pochi km dal confine libanese) nel maggio 2013, a cui è seguita quella del Qalamoun a novembre dello stesso anno. Il Partito di Dio ha poi inviato consiglieri militari a Damasco in via informale, e col passare degli anni – e il contestuale indebolimento dell’Esercito siriano – ha preso parte ad un numero sempre maggiore di battaglie, anche vicino alla capitale e soprattutto ad Aleppo, dove è risultata essere la forza terrestre più rilevante sul terreno nella ripresa della città da parte dei lealisti alla fine dello scorso anno. Hezbollah, anche dopo l’intervento russo nel 2015, ha costituito sostanzialmente (e con il successivo apporto delle milizie sciite provenienti dall’Iraq) la fanteria del fronte di Assad. In diversi momenti ha rappresentato una forza anche più rilevante dello stesso esercito lealista. A mio parere, è interessante notare che, secondo diverse fonti, il conflitto siriano ha avuto per il Partito di Dio una funzione “allenante” in vista di conflitti futuri (con Israele). Proprio in questa occasione, la sua capacità militare si è accresciuta moltissimo e oggi i miliziani di Hezbollah sono infinitamente più preparati rispetto a 7 anni fa.

In che modo adesso si struttura nel Paese? Quali sono le reazioni degli attori regionali relative a questo cambiamento di Hezbollah? Qual è la sua presenza e la sua forza?

Hezbollah in Libano è l’alleato principale del Movimento Patriottico Libero, il più importante partito cristiano-maronita del Paese, fondato dall’attuale Presidente, Michel Aoun. Il partito di Dio conta ben 11 parlamentari in Parlamento e controlla due Ministeri (energia e politiche giovanili). Per molti versi, l’accordo raggiunto a ottobre 2016 per la formazione di un Governo libanese di larghe intese (con Aoun Presidente e Saad Hariri Primo Ministro) ha rappresentato una vittoria politica per Hezbollah, le cui milizie lo scorso maggio sono state definite dallo stesso Aoun come ‘complementari all’Esercito libanese e fondamentali nella difesa del Paese’. La roccaforte di Hezbollah si trova nella valle della Beqaa (il partito è nato ufficialmente nel 1985 a Baalbek), ma la sua presenza e la sua base di consenso è forte anche nel sud (a Tiro e dintorni) e ovviamente nel quartiere meridionale di Dahye, a sud di Beirut, che è la sua roccaforte cittadina. Hezbollah ha, come detto, una rappresentanza parlamentare e – attraverso alcune sue fondazioni –  fornisce servizi sociali in tutto il Paese, rafforzandone indirettamente il welfare, soprattutto con l’istituzione e la gestione di ospedali e scuole. Fondamentale è stato il contributo di Hezbollah – accanto all’esercito libanese – nella ripresa della cittadina di Arsal (est Beqaa) poco più di un mese fa, che era caduta nelle mani dei miliziani dell’Isis.

Quali sono le altre forze politiche in Libano?

Va ricordato che, se da una parte Hezbollah raccoglie consensi anche tra i cristiani – sopratutto nella Beqaa (Ras Baalbek) – ,  in Libano una parte della popolazione musulmana di rito sciita sostiene l’altro movimento sciita principale, cioè Amal, alla cui guida c’è lo speaker del Parlamento, Nabih Berri.

Come definirebbe la partecipazione del partito di Allah nella guerra in Siria?

La sua partecipazione ha avuto, secondo me, un effetto ambivalente. E’ davvero complicato capire se l’attivismo militare sciita abbia fatto aumentare o diminuire il consenso (e specularmente l’ostilità) dei libanesi nei confronti del Partito di Dio. I filoni di pensiero sembrano essere due, e non necessariamente si escludono: da una parte, soprattutto nella comunità sunnita, è certamente aumentata l’ostilità verso Hezbollah, in quanto percepita come una forza d’ingerenza negli affari siriani e soprattutto come un ostacolo effettivo alla riuscita della rivolta contro Assad. Anche all’interno delle altre confessioni non è raro sentir accusare Hezbollah di essere stata una sorta di ‘calamita’ del jihadismo con la sua entrata in Siria, che avrebbe appunto provocato rappresaglie da parte dei jihadisti e sconfinamenti in territorio libanese, come ad esempio nella stessa Arsal; dall’altra, è aumentata specularmente la convinzione (non solo tra i sostenitori di Hezbollah) che, anche per la debolezza dell’Esercito libanese, la presenza e l’attivismo di Hezbollah siano stati fondamentali per impedire alla guerra siriana di fagocitare anche il Libano.

In che modo sta reagendo, in particolare, Israele? 

Israele formalmente rimane neutrale nel conflitto siriano, ma nell’ultimo anno ha compiuto in realtà decine di raid in Siria diretti contro dei convogli di armi (presumibilmente destinate a Hezbollah in Libano). Alcuni quotidiani israeliani lo scorso anno avevano anche riportato la notizia secondo cui decine di miliziani di Jabhat al Nusra e dell’Fsa che operavano nei dintorni del Golan erano stati curati in alcuni ospedali israeliani di confine. Israele è nemica di Assad e di Hezbollah, chiaramente, ma d’altra parte non si può certo sostenere che sia solidale con la rivoluzione, né tantomeno con le sue frange islamiste, che spesso e volentieri sono affini ad Hamas (che infatti si è schierata da subito a favore della rivoluzione e contro Assad), o hanno una base di consenso in qualche modo simile. In ogni caso, è certo che Israele abbia interesse da una parte verso la frammentazione dell’area e l’indebolimento degli Stati ostili (di qui il sostegno aperto al progetto curdo), e dall’altra verso un livello costante di caos e conflittualità, che ritiene possa tenerla al sicuro dalla formazione di eventuali ‘coalizioni’ ostili.

Qual è l’attuale situazione sulle alture del Golan?

Le alture del Golan appartengono de iure alla Siria, ma sono state occupate militarmente dagli israeliani, che nel 1980 hanno proceduto alla sua annessione unilaterale e non riconosciuta dalle Nazioni Unite,  anzi l’hanno condannata ufficialmente con la risoluzione 497. Sia secondo analisti israeliani che secondo una parte degli apparati di sicurezza di Hezbollah, la prossima guerra tra Israele ed il Partito di Dio ha buone chances di consumarsi proprio nel Golan.

Israele ha sempre avuto come acerrimi nemici sia Hezbollah che Teheran naturalmente. Perché ultimamente si sta surriscaldando il clima nel Golan? E perché si stanno riaccendendo le tensioni tra Israele ed Hezbollah? Che ruolo gioca, a tal proposito, Teheran?

Lo status giuridico del Golan è disallineato rispetto alla realtà. Il clima si è surriscaldato anche perché durante il conflitto siriano la parte siriana del Golan è stata a lungo sotto il controllo di movimenti jihadisti. La tensione tra Israele ed Hezbollah è invece ai massimi storici sin dal 2006: su entrambi i fronti si discute apertamente del ‘quando e dove’ inizierà una guerra, non più del ‘se’. Israele ha fatto sapere che – viste le dichiarazioni sopracitate del Presidente libanese Aoun a proposito delle milizie di Hezbollah – se scoppiasse un nuovo conflitto le IDF riterrebbero responsabile, e quindi obiettivo militare, tutto il Libano (e il suo Governo). Avigdor Liebermann ha affermato di essere disposto a ‘riportare il Libano all’età della pietra’. Israele è conscia del fatto che Hezbollah ha aumentato esponenzialmente la propria capacità militare partecipando al conflitto siriano, ed anche per questo nel 2017 ha condotto due esercitazioni militari imponenti: la prima sui monti Tadros – che ricordano morfologicamente il sud del Libano – a Cipro (per la prima volta una esercitazione israeliana ha visto la partecipazione di militari stranieri non americani) lo scorso giugno; la seconda meno di un mese fa in territorio israeliano, durata dieci giorni e considerata la più imponente negli ultimi 20 anni. Hezbollah, da parte sua, è convinta dell’attualità del progetto israeliano di espandersi a nord (la ‘Grande Israele’), e ha percepito in questo senso i raid di Tel Aviv in Siria. Secondo fonti locali riservate, all’interno del Partito di Dio – che negli ultimi anni è divenuto più indipendente ed autosufficiente rispetto a Teheran, con cui ovviamente condivide visioni e strategie – prevalgono due filoni di pensiero: gli analisti e i think tank vicini al Partito sono convinti che Israele attaccherà il Libano nel Golan e nel sud del Libano; molti dei quadri militari, invece, ritengono verosimile un attacco direttamente su Beirut. La pensa in quest’ultimo modo anche il giornalista libanese Ramy G. Khouri, che lo ha scritto sul Daily Star.

In relazione al binomio Tel Aviv- Hezbollah, quali potrebbero essere  le reazioni degli attori internazionali e regionali, qualora si riaccendessero ulteriormente le tensioni? Quale sarebbe, in particolare, il ruolo di Teheran e Riyad? Quale invece quello di Mosca e Washington?

E’ difficile dirlo, dipende soprattutto dalla tempistica. Riyad recentemente si è avvicinata molto a Tel Aviv, con cui d’altronde condivide il ruolo di principale alleato regionale di Washington. Allo stesso tempo, i due Paesi sono ,forse mai come ora – anzi, paradossalmente oggi è più Riad che ‘traina il carro’ -, ai ferri corti con Teheran. Se scoppiasse un conflitto, tuttavia, è largamente inverosimile sia un coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita che quello di Teheran. Più possibile quello americano, se ce ne fosse bisogno. Ma oltre che dalla tempistica, molto dipenderà anche dal tipo di conflitto che esploderà, e in che aree avrà luogo. Quello di Mosca è un ruolo interessante e ambiguo, perché Putin sembra voler tenere i piedi in tutte le staffe, mantenendo comunque le carte abbastanza coperte. Il Cremlino è, infatti, alleato di Teheran, le truppe russe hanno indirettamente collaborato con Hezbollah in Siria, ma solo la settimana scorsa Re Salman è andato in Russia dove ha firmato accordi militari per un valore di oltre 3 miliardi di dollari, e nei mesi scorsi ha incontrato più volte sia il Presidente egiziano, Al Sisi,  sia il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Per la prima volta, sembra che Mosca possa avere una importante voce in capitolo in un eventuale scenario degenerativo, forse la più importante tra quelle esterne. Resta, comunque, da vedere in quale veste si proporrà la Russia,  se come ‘mediatore’, o come ‘fomentatore’, ma al momento non ci sono elementi concreti per capirlo.

Quale sarebbe, secondo lei, un prospetto futuro a breve e a lungo termine nell’area? Hezbollah continuerà ad essere presente in Siria e nel Golan? L’Iran si sta veramente costruendo un corridoio di ‘Paesi sciiti amici’ che, partendo da Teheran, arrivi fino in Israele?

Difficile dirlo, soprattutto nel lungo termine, vista l’imprevedibilità delle dinamiche in quest’area. Se dovessimo menzionare un fronte che potrebbe aprirsi a breve, il Libano sarebbe il primo indiziato. La questione dello Shia crescente a guida iraniana andrebbe chiarita una volta per tutte, chiamando in causa anche una questione di mutua percezione. Per Israele, l’Iran ricerca appunto una continuità territoriale e ‘logistica’ che da Teheran arrivi a Beirut, attraverso le alleanze con Baghdad, Damasco e ovviamente Hezbollah, e che mira alla distruzione della stessa Israele; l’Arabia Saudita teme tanto il soft quanto l’hard power di Teheran, che rimane il suo principale competitor regionale; Washington, alleato dei primi due, vorrebbe preservare gli attuali equilibri, che vedono l’Iran ancora su un piano di rilevanza geopolitica secondaria rispetto a Riyad e Tel Aviv, ‘reggenti’ degli interessi regionali americani nell’area, ai quali Teheran spesso si oppone, nel timore di un accerchiamento. E’ utile ricordare che l’opzione del ‘regime change’ – tramite intervento militare o indirettamente, come accaduto in passato anche in Iran, con il colpo di stato ai danni di Mossadegh nel 1953 – a Washington è apertamente valida sin dal 1979, a prescindere dalle amministrazioni. Gli iraniani ne sono consci e percepiscono ogni movimento attorno ai propri confini (ci sono più di 50 basi americane nei Paesi confinanti con l’Iran) come funzionali a eventuali progetti di ingerenza o di attacco alla propria sovranità e interessi regionali. Teheran – non solo perché le sue truppe e i suoi comandanti sono stati fondamentali nella guerra al terrorismo qaedista e dell’Isis – vuole assicurarsi anzitutto il riconoscimento del suo ruolo di potenza regionale primaria (anche in virtù della sua rilevanza demografica, economica, culturale e militare), e non elemento di contorno o “ancella” di potenze mondiali; poi, memore soprattutto dell’aggressione irachena del 1980 (di fronte alla quale le Nazioni Unite si dimostrarono tremendamente inefficaci o ignave, e in cui l’Occidente si schierò a fianco di Saddam, negando all’Iran la vendita ufficiale di qualunque strumento di difesa, che poi convinse l’establishment iraniano ad avviare in autonomia un programma missilistico), Teheran – che non attacca un Paese dal 1700, ai tempi di Nader Shah – vuole garantirsi un vicinato amico, e perlomeno non ostile: è utile ricordare che tutti i movimenti del terrorismo globalista, da Al Qaeda all’Isis, hanno sempre avuto in Teheran – dal punto di vista politico – e negli sciiti – dal punto di vista religioso, con il ‘takfirismo’ – il proprio obiettivo principale ed esplicito. La persecuzione degli sciiti – sponsorizzata lo scorso anno addirittura dal Gran Muftì saudita – è elemento fondante dell’impalcatura dottrinale qaedista e di Daesh, in virtù del fatto che gli sciiti vengono percepiti come dei ‘falsi musulmani’, intenzionati a ‘traviare’ nel tempo l’intera comunità islamica mondiale. Gli interventi di Teheran nell’area, in Siria soprattutto, per quanto certamente abbiano configurato una ingerenza e un elemento per molti versi problematico (che ha fatto parlare alcuni di ‘imperialismo iraniano’) sono di natura ‘solidaristica’ (verso quello che era l’unico alleato regionale di Teheran al tempo) e di ‘securitizzazione preventiva’, volti ad impedire l’attecchimento vicino ai propri confini di entità politiche apertamente ostili alla Repubblica islamica.

La riconciliazione in Libia vedrà protagonisti i figli di Gheddafi?

https://www.agi.it/estero/figli_gheddafi_libia_onu-2260256/news/2017-10-17/

L’annuncio è arrivato da Ghassam Salame, a capo della missione libica delle Nazioni Unite, che in una recente intervista ha affermato che il processo di riconciliazione e ricostruzione politica potrebbe includere Saif al-Islam, figlio di Muhammar Gheddafi, e una serie di figure vicine all’ex rais. Una dichiarazione in parte sorprendente, specie se si considera che un Tribunale di Tripoli ha emesso una condanna a morte nei confronti di Saif al Islam lo scorso 28 luglio, e che su di lui pende anche un mandato d’arresto della Corte penale Internazionale. Liberato lo scorso giugno dalle milizie di Zintan di cui era prigioniero da sei anni, Saif al Islam sembra essere sparito da quel giorno, e alcuni pensano sia morto. Anche al di là di Saif al Islam, in Libia sembra registrarsi un graduale ritorno sulla scena dei gheddafiani. “I Gheddafiani che non hanno le mani sporche di sangue hanno causato meno danni alla Libia di quanti non ne abbiano fatti i rivoluzionari che hanno facilitato l’arrivo di terroristi oppure sono tornati ad effettuare rapimenti”, le parole di Hashim Bashir, consulente del primo ministro libico riconosciuto dall’Onu, Fayez Serraj.

Quella sontuosa cena con Saadi Gheddafi

Secondo quanto riporta Middle East Eye, l’ex presidente del Consiglio di Sicurezza suprema, la milizia salafita che ha preso il controllo di Tripoli l’indomani della rivoluzione, avrebbe detto di non vedere nulla di male nella eventuale candidatura di Bachir Saleh, che è stato a capo del fondo di investimento libico durante la presidenza di Gheddafi. Parole, dichiarazioni, quindi, ma anche fatti: alcuni giorni fa, in un lussuoso resort del paese, è stata organizzata una sontuosa cena, con la partecipazione di numerosi sodali di Gheddafi. Tra gli invitati c’era Saadi Gheddafi (fratello di Saif), Abdullah Senussi (ex capo dell’intelligence militare sotto Gheddafi), Baghdadi Mahmudi (ex segretario del Comitato generale del Popolo), Mansour Dhao (ex capo della sicurezza interna sotto Gheddafi) e Abouzed Omar Dorda (ex primo ministro negli anni ’90). C’e’ un particolare: se Saadi Gheddafi fa i conti con un processo per omicidio e attività illecite durante la rivoluzione, gli altri sono stati condannati tutti e quattro a morte (insieme a Saif Al Islam) da un Tribunale libico il 28 luglio 2015, per una decina di reati, tra cui minaccia all’unità dello Stato e incitamento all’omicidio. Questi ex alti ufficiali ora sarebbero nelle mani di Haithem Tajouri, a capo delle Brigate rivoluzionarie di Tripoli.

La riconciliazione in Libia vedrà protagonisti i figli di Gheddafi?
 Il processo a Saif al-Islam, avvenuto nel 2014

Nella prigione di Al Hadhba

Lo scorso 26 maggio Tajouri sarebbe entrato con i suoi uomini nella prigione di Al Hadhba, per dare la caccia a Khalid Al Sharif, membro della Gruppo di combattimento islamico libico (LIFG), e ai suoi sodali. Nella prigione di Al Hadhba ci sono decine di detenuti politici, come dimostrano alcuni video circolati un paio di anni fa, come quello che vede Saadi Gheddafi torturato e costretto ad assistere alle torture di altri prigionieri. Un report delle Nazioni Unite di febbraio 2017 viene citata una guardia carceraria che sostiene che i parenti delle vittime del massacro di Abu Salim del 1996 (in cui si stima che siano morti circa 1200 detenuti) si sarebbero presentati proprio nella prigione di Al Hadhba per vendicarsi con Abdullah Senussi, ritenuto responsabile del massacro. Alcuni riescono a prendersela con Abuzeid Dorda e con Baghdadi Mahmudi, entrambi picchiati e sottoposti a umiliazioni.

L’anello mancante per la riconciliazione?

Quando Tajouri arriva nel carcere di Al Hadhba lo scorso maggio, rilascia i prigionieri gheddafiani, che quindi gli devono molto e che sono sotto la sua protezione. Sembra che Tajouri li utilizzi come strumenti atti a rafforzare la sua reputazione di “uomo forte di Tripoli”, un soprannome che si era già guadagnato la scorsa primavera, quando espulse da Tripoli assieme ai suoi uomini le milizie di Misurata e le altre milizie islamiste (come quella dello stesso Khalid Al Sharif).

La riconciliazione in Libia vedrà protagonisti i figli di Gheddafi?
L’ex presidente del Perugia, Luciano Gaucci, con Saadi Gheddafi

“I gheddafiani vengono tenuti tutti insieme in un posto che non è una vera prigione. Ci si può entrare come in ogni altro palazzo. Mio fratello è vestito normalmente e viene nutrito in modo adeguato”, sostiene Abdullah Dorda, fratello di Abouzeid, che sarebbe appunto tra i cinque. “Posso andarlo a trovare quando voglio”, aggiunge. Ali Dhouba, avvocato di Mahmudi e di Dorda, si dichiara fiducioso sul possibile rilascio dei suoi assistiti. “La Corte Suprema ha tutte le prove necessarie per ribaltare il verdetto emesso due anni fa. Inoltre, tutti e cinque questi signori avrebbero diritto a usufruire della grazia, in base alla legge sull’amnistia votata dal parlamento di Tobruk il 29 luglio 2015, proprio il giorno dopo l’emissione di queste sentenze di morte”, spiega l’avvocato. C’è poi chi mette sul tavolo una argomentazione politica, come Mehdi Bouaouaja, uno degli avvocati di Baghdadi Mahmudi in Tunisia: “Questi cinque signori sono coloro che possono portare stabilità alla Libia. Sono l’anello mancante che potrebbe portare alla riconciliazione”.

Siria: chi vince e chi perde nella futura ricostruzione del Paese

(AGI) – Beirut, 13 ott. – Con la fine della guerra in Siria che sembra più vicina, ferve il dibattito sulla ricostruzione del Paese. L’Unione Europea, così come gli Stati Uniti ed alcuni paesi della regione mediorientale, stanno studiando diverse opzioni in diverse sedi, ed è già partita la “corsa” al miglior posizionamento per potere giocare un ruolo rilevante nel processo di ricostruzione.
L’idea della ricostruzione della Siria, come scrive Lina Khatib di Chatham House, parte dall’assunto che essa avverrà in tutto il territorio siriano, portando benefici a tutti i siriani. Una premessa fuorviante.
Secondo un recente rapporto del Comitato Internazionale della Croce rossa (ICRC), oggi in Siria il livello di violenza diffusa è il più alto registrato sin dalla caduta di Aleppo est. I piani per le zone di de escalation, discussi sopratutto da Russia, Turchia e Iran, sono stati annunciati ma Mosca continua a bombardare aree che ne sarebbero oggetto. I civili continuano a essere uccisi, sacrificati sull’altare dei “danni collaterali” nella guerra allo Stato islamico a Raqqa, portata avanti dalle SDF con sostegno americano.
Quello che sta accadendo a Raqqa ricorda lo schema utilizzato per riprendere il controllo delle città irachene, che ha portato alla distruzione delle principali infrastrutture. E la continuazione di un tale costante livello di violenza non può che portare all’innalzamento dei costi della ricostruzione post conflitto, che ad ora sono stimati attorno alla cifra di 350 miliardi di dollari.
Sembra appurato che né Russia né Iran, anche prese insieme, possano da sole sostenere questa cifra, per cui è verosimile che verranno coinvolti molti donatori internazionali. Ma la ricostruzione non ha mai solo ragioni umanitarie. Ne ha anche di politiche, perché è noto che finanziare qualcuno significa anche avere una influenza su di esso, e quindi sul futuro della Siria.
Non è un caso che se la Russia si pone come attore chiave nella ricostruzione siriana, alcuni stati della regione, pur non condividendo la postura di Mosca rispetto ad un numero di questioni legate alla Siria stessa, stanno cercando di aprire delle linee di comunicazione col Cremlino, poiché interessati a partecipare alla ricostruzione. Alcuni altri, proprio in virtù di questa prospettiva, si sono avvicinati del tutto alla Russia.
Non solo Stati, ma anche individui con interessi in Siria: meno di due mesi fa alcuni politici libanesi di diversa collocazione politica hanno fatto visita prima alla Fiera internazionale di Damasco e poi a Mosca. Tra loro, sia membri della coalizione 8 marzo (quindi anche Hezbollah, o il Partito cristiano maronita FPM) che di quella 14 marzo (quindi Saad Hariri ed esponenti del partito Mustaqbal).
Tutti puntano sul ruolo che può svolgere il porto di Tripoli, nel nord del Libano, a una ventina di chilometri dal confine siriano. Il porto di Tripoli, che è oggetto di una ampliamento partito nel 2009, può aggiungersi a quelli di Latakia e Tartous in Siria. Insieme, questi due porti possono sostenere una capacità di circa 15 milioni di tonnellate annue di carico: secondo il direttore del porto di Tripoli, Ahmed Tamer, la ricostruzione siriana richiederà una capacità di 30 milioni di tonnellate all’anno, e il porto di Tripoli potrebbe coprirne una decina.
Ad ogni modo, le considerazioni politiche rischiano di avere un impatto diretto sull’omogeneità dei piani di ricostruzione. La Russia verosimilmente insisterà per far essere il governo siriano il principale gestore e distributore dei fondi per la ricostruzione: ciò ovviamente potrebbe far sì che i capitali vengano convogliati più facilmente in aree controllate dal regime – o considerate “lealiste” – rispetto ad aree controllate dalle opposizioni, nonostante le seconde siano state danneggiate più pesantemente delle prime. Investitori esteri potrebbero chiudere un occhio rispetto a queste possibili disparità, con l’obiettivo di proteggere i propri interessi.
Ciò potrebbe innescare anche un circolo vizioso che danneggerebbe in primis i siriani: i donatori occidentali saranno certamente indotti ad aggiustare le loro posizioni, a indirizzare i loro investimenti in alcune zone della Siria e non in altre, per poter rimanere attori rilevanti nel processo. Col rischio che alcune zone fuori dal controllo del regime rimangano abbandonate a loro stesse, producendo peraltro nuovi flussi migratori verso i paesi vicini, e migliaia di nuovi profughi. (AGI) LBY

Le tre milizie siriane che si contendono le chiavi del Medio Oriente

https://www.agi.it/estero/siria_milizie_al_qaeda_esercito_assad_al_nusra_fsa-2242374/news/2017-10-12/

Da quando la Russia è intervenuta, lo scenario bellico in Siria è cambiato molto, con gran parte dei territori controllati dai diversi gruppi armati tornati sotto la gestione del regime e dei suoi alleati. L’Isis ha perso più del 70% del territorio tra Siria e Iraq, mentre le Syrian democratic forces (SDF), guidate dalle truppe curde e sostenute dagli Stati Uniti (di cui di fatto costituiscono le truppe sul terreno), hanno guadagnato terreno, aumentando la possibilità di una futura autonomia curda anche in Siria. Allo stesso tempo, il processo di Astana, con i colloqui a tre fra Iran, Russia e Turchia, ha portato alla creazione di zone di deescalation, modificando indirettamente la realtà delle opposizioni armate. Formazioni che oggi possono essere suddivise in tre grandi conglomerati.

Hayat Tahrir al Sham (HTS)

Sono gli eredi di Jabhat al Nusra, formazione qaedista che più di un anno fa aveva formalmente preso le distanze dall’orbita del movimento fondato da Bin Laden. All’interno di HTS sono inquadrati alcuni dei più potenti gruppi ribelli della provincia di Aleppo.
Dopo l’intervento russo alla fine del 2015, alcuni accordi tra il regime siriano e le forse di opposizione armata hanno portato al dislocamento di migliaia di combattenti (assieme alle loro famiglie) nella zona di Idlib.

La convivenza tra diverse formazioni militari non è stata facile sin da subito, con la creazione di diverse intra alleanze a livello locale, in lotta per il controllo dell’area. Da questi conflitti HTS è emersa come la fazione più solida. A inizio ottobre, l’Esercito turco ha dato il via ad una offensiva militare contro HTS proprio nella provincia di Idlib, per poter creare un’altra zona di deescalation. La Free Syrian Army (FSA) è stato utilizzata come fanteria, con il sostegno aereo di Ankara.

Si tratta di uno schema già utilizzato in Siria: una forza di terra che approfitta dei bombardamenti aerei di copertura per avanzare sul territorio. Un altro esempio è quello delle Sdf, che con il sostegno statunitense hanno sottratto territorio all’Isis. Oppure le stesse forze alleate del regime, che grazie ai bombardamenti aerei russi hanno ripreso il controllo di Homs, Hama, Aleppo e altre zone del Paese. È verosimile che HTS nei prossimi tempi possa nuovamente dividersi al suo interno, dando vita a formazioni più contenute con strategie diverse.

Le tre milizie siriane che si contendono le chiavi del Medio Oriente
 Un cecchino della Free Syrian Army

Jaish Al Hurr – Free Syrian Army (FSA)

Del Free Syrian army si è parlato molto in questi anni, ed in modo contraddittorio. Per certi versi, l’FSA – come scrive il giornalista Samer Abboud – è “l’esercito che non è mai stato tale”. Sicuramente, quando è iniziato il conflitto, ormai sei anni fa, l’FSA è nata come un confuso ed opaco conglomerato di brigate militari autonome, spesso fondate da ex comandanti dell’Esercito siriano che avevano defezionato, e riunite sotto un vago ombrello, privo di coordinamento militare centralizzato.

Ciò con il passare del tempo ha finito per rafforzare alcune narrazioni che descrivono l’FSA come integralmente organica ad Al Qaeda, in conseguenza del fatto che alcuni battaglioni inquadrati al suo interno hanno finito allearsi militarmente con Jabhat al Nusra. Altre brigate si sono sciolte, nel momento in cui alcuni comandanti hanno deciso di compiere il percorso inverso, defezionando nuovamente a favore dell’Esercito fedele ad Assad. All’interno di quel che rimane dell’FSA sembra non esistere alcuna coesione ideologica, politica o militare: l’FSA è sostanzialmente una piattaforma gestionale per diversi piccoli gruppi armati.

Nel 2016, Ankara con l’operazione Scudo dell’Eufrate ha sostenuto la mobilitazione delle truppe dell’FSA dirigendole (e fornendo copertura aerea, logistica e di intelligence) contro le Sdf, nel tentativo di impedire loro la continuità territoriale curda lungo il confine meridionale della Turchia. Il sostegno turco è stato senza dubbio decisivo per la sopravvivenza dell’FSA e per le sue avanzate militari ai danni di HTS o delle Sdf.

Le tre milizie siriane che si contendono le chiavi del Medio Oriente
 Miliziani dell’Esercito Siriano Unito

Esercito Nazionale Unificato (UNA)

Si tratta dell’ultimo tentativo in ordine di tempo – a metà di quest’anno – di riunire sotto un unico ombrello diversi gruppi armati ribelli, con impostazioni ideologiche e obiettivi politici diversi. Molte delle fazioni riconducibili al suo interno sono disseminate all’interno della Siria, sopratutto in aree in cui si combatte ancora, come il sud del Paese, l’area della Ghouta (vicino Damasco) o le aree settentrionali nei dintorni di Aleppo e Idlib​.

Il gruppo più potente all’interno dell’UNA è Ahrar al Sham, una delle poche fazioni ribelli ad aver mantenuto la propria denominazione durante tutto l’arco temporale del conflitto. Ahrah Al Sham è una formazione islamista, di imprinting ideologico salafita e anti-sciita. A metà del 2012, le brigate riconducibili all’interno di Ahrar Al Sham erano piu’ di sessanta, concentrate sopratutto a Idlib, Hama e Aleppo. Pur avendo come obiettivo dichiarato la creazione di uno Stato islamico, a differenza dell’Isis Ahrar al Sham ha cooperato militarmente con le altre formazioni, compreso l’FSA. Mantiene la propria leadership segreta e ha ricevuto la gran parte dei finanziamenti dai Paesi del Golfo.

Diverse brigate associate all’UNA si sono scontrate con le Sdf, con l’Isis e con HTS per il controllo di porzioni di territorio, per poi ritirarsi in gran parte con l’intervento russo. Nonostante la maggioranza dei combattenti dell’UNA sia siriana, e possa quindi aspirare ad una maggiore rappresentatività nel Paese, la loro capacita’ di finanziamento sta diminuendo negli ultimi tempi, accompagnata dalla cronica incapacità di coordinamento tra i diversi battaglioni. Si chiama Esercito Unificato, ma è in realtà – paradossalmente – l’ultimo fallito tentativo di unificare le opposizioni siriane armate.

Iraq: i turkmeni si mobilitano per Kirkuk

(AGI) – Beirut, 11 ott. – L’esito del referendum indetto dal governo regionale del Kurdistan lo scorso 25 settembre ha attestato la presenza di una ampia maggioranza della popolazione locale a favore dell’indipendenza, rafforzando questa istanza. D’altra parte, però, il referendum sta facendo emergere alcune delle divisioni interne al territorio controllato dai curdi.
Quella più evidente e problematica riguarda la minoranza turkmena della provincia di Kirkuk, una delle città più ricche, strategiche (per la presenza di giacimenti petroliferi) e culturalmente eterogenee dell’area. Kirkuk è stata inserita nel territorio oggetto di referendum, stimolando reazioni contrastanti da parte di minoranze come quella turcofona, che non vogliono che città miste vengano annesse ad un futuro stato curdo. Minoranza che ora, però, potrebbe rafforzare le proprie posizioni e le proprie istanze.
Durante la settimana che è seguita al voto, alcuni membri del partito turkmeno hanno denunciato ben cinque volte episodi di violenza ai danni della minoranza o direttamente alla sede del partito. Episodi, come quello del rapimento di un ragazzo turkmeno lo scorso 19 settembre proprio a Kirkuk, parlamentari come Jassim Mohammad al Bayati hanno accusato “le gang legate al governatore curdo”.
La tensione rimane alta e diffusa, anche perché è complesso capire chi ci sia davvero dietro questi attacchi. Le forze curde affiliate al PUK mantengono il controllo militare della città sin dal giugno 2014, cioè da quando la dodicesima divisione dell’Esercito iracheno si ritirò di fronte all’avanzata dell’Isis, lasciando campo libero ai curdi.
I turkmeni sono il terzo gruppo etnico più popoloso in Iraq, e sin dal rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003 denunciano l’estromissione dalla gestione del potere nel “nuovo” Iraq e la negazione di alcuni diritti. Una posizione di subalternità acuita anche dal conflitto settario tra sunniti e sciiti turkmeni, che rende complicata la formazione di blocchi politici unitari al loro interno.
A differenza di altre fazioni confessionali o etniche in Iraq, i turkmeni non hanno mai avuto dei bracci armati organizzati, tali da potergli permettere una partecipazione alla gestione della sicurezza a Kirkuk. Alcuni turkmeni sciiti sono stati inquadrati all’interno delle milizie di protezione popolare (PMU), a maggioranza sciita, nell’area di Tuz Khormato. Inoltre, secondo quanto ha affermato Ali Mahdi, membro turkmeno del Consiglio provinciale di Kirkuk, in una intervista dello scorso 3 ottobre, dal 2006 i turkmeni invocano la formazione di un comando militare congiunto per la difesa di Kirkuk, composto da arabi, curdi e turkmeni, proposta sempre declinata dagli stessi curdi.
Teoricamente, per quel che riguarda il sostegno estero, la Turchia si è sempre dichiarata sostenitrice della causa dei turkmeni in Iraq, ma il suo è rimasto sempre e solo un sostegno verbale, specie alla luce del recente riavvicinamento tra Recep Tayyip Erdogan e Masoud Barzani, presidente del governo regionale del Kurdistan, da cui Ankara importa petrolio e con cui ha siglato un accordo cinquantennale (nonostante le timide obiezioni proprio dei turkmeni) che legittima il controllo dei pozzi da parte delle forze legate al KDP.
A questo psoposito, lo scorso 26 settembre il Consiglio di coordinamento dei Turkmeni iracheni ha chiesto espressamente al governo centrale di Baghdad di “riprendere il controllo dei pozzi di Kirkuk e proteggerli con la polizia federale”.
Ed è proprio il Consiglio di coordinamento turkmeno, nato nel 2014, a rappresentare per questa minoranza una speranza di coesione interna e di maggiore possibilità di partecipazione alla gestione del potere. Il Consiglio è infatti composto da sunniti e sciiti, con il superamento delle divisioni intraislamiche, e da persone di diversa affiliazione politica. E sembra che stia incontrando un crescente favore tra l’opinione pubblica e le elite turkmene. (AGI) LBY

Yemen: combattere o sposarsi, il destino obbligato dei bambini yemeniti

(AGI) – Beirut, 10 ott. – Mohsina ha 14 anni, è yemenita, e qualche tempo fa è riuscita a scappare da una stanza senza finestre, dove la tenevano segregata per punizione. Si era rifiutata di avere rapporti con quello che era deliberatamente diventato suo marito, un uomo di 35 anni. Oggi si trova a Sana’a, la capitale dello Yemen, da dove ha raccontato la sua storia al New York Times.
Ma Mohsina non è l’unica, tutt’altro: sono numerosissimi i casi di matrimoni precoci (e forzati) in Yemen, un paese in preda ad una devastante crisi umanitaria. La famiglia di Mohsina è stata costretta dalle circostanze, dalla fame a venderla in sposa, ricavandone una dote di 1300 dollari, abbastanza per dare da mangiare per un anno all’intero nucleo familiare. In Yemen la legge non fissa un’età minima per il matrimonio, né punisce lo stupro domestico.
Dopo più di due anni di intensi bombardamenti sauditi, lo Yemen è un paese distrutto. Le sue infrastrutture sono state danneggiate o polverizzate, la povertà dilaga, la gente è tornata ad ammalarsi di colera. Tutto ciò basterebbe per dare un quadro della disperazione generale. Eppure, dietro le agghiaccianti statistiche sulle morti e sulla distruzione, ce un’altra tendenza in crescita in Yemen, che fa capire il livello di disperazione raggiunto: sempre più famiglie decidono di offrire le loro figlie in sposa a  chi sia in grado di assicurare una dote, o in alternativa di far reclutare i propri figli maschi per andare a combattere.
“E’ impossibile sapere quanti bambini siano stati costretti ad abbandonare la scuola finora, per sposarsi o per andare a combattere, ma sappiamo che un numero crescente di famiglie è costretta a scegliere questa strada, per via della mancanza di lavoro e di mezzi di sostentamento”, spiega Meritxell Relano, rappresentante Onu in Yemen.
L’Arabia saudita, insieme ai suoi alleati ha bombardato lo Yemen per più di due anni, nel tentativo di scalzare dal potere i ribelli sciiti Houthi. Un obiettivo mai raggiunto, a fronte di una crisi umanitaria che si aggrava di giorno in giorno e che colpisce anche migliaia di bambini. Il conflitto nel Paese era iniziato nel 2014, quando gli Houthi, provenienti da nord e alleati con una parte delle forze armate yemenite, presero il controllo della capitale Sana’a, spingendo verso l’esilio il governo di Abd Rabbo Mansoud Hadi, alleato saudita. Ciò ha spinto Riad ad intervenire militarmente.
Secondo le Nazioni Unite, un bambino yemenita su due è malnutrito e ha problemi di crescita a causa della mancanza di viveri. La malnutrizione, poi, aumenta la possibilità di malattie. Gli insegnanti non ricevono più lo stipendio, e in ogni caso si stima che circa 12000 scuole sulle 14400 totali siano state ormai chiuse. Più di 700000 yemeniti, di cui la metà bambini, hanno fatto registrare casi di colera.
Mohsina ha raccontato che durante il mese trascorso con quello che era diventato suo marito, è stata picchiata e violentata ripetutamente nelle ore notturne, così forte che talvolta faceva fatica a stare in piedi. E’ riuscita a scappare con un escamotage, chiedendo di poter andare in strada a chiedere l’elemosina per contribuire al mantenimento della casa.
“Nel momento in cui mi sono ritrovata in strada, ho iniziato a correre”, ricorda Mohsina. “Tutte le mie amiche in questo momento sono state costrette a sposarsi, oppure stanno già cercando di ottenere il divorzio”, continua. L’uomo che Moshina ha dovuto sposare, senza conoscerlo, si chiama Fawzi Mohammed, ed è un suo lontano cugino. La decisione di dargliela in sposa è arrivata dopo che la fabbrica di patatine in cui lavorava il padre è stata distrutta durante un bombardamento aereo saudita (sostenuto anche dagli Stati Uniti), lasciando la sua famiglia senza un reddito e costringendola ad accettare l’offerta dell’uomo.
A Mohsina, mentre la accompagnavano dal suo futuro marito, dissero che l’uomo era già sposato ed aveva già dei bambini. E quando Mohsina arriva nella sua casa, non la attende alcuna cerimonia. “Quando sono arrivata, Fawzi mi ha chiesto subito di spogliarmi. Io non volevo, così lui ha iniziato a picchiarmi”. Così, avanti per un mese.
Dopo essere scappata, Mohsina si è rifugiata a Sana’a, e precisamente a casa di Maged al Ajmal, un capo facoltoso tribale che ha deciso di trasformare una stanza della sua casa in un rifugio per ragazze vittime di abusi. Ogni sei mesi, in media, nel suo rifugio arrivano una decina di ragazze. Mohsina è la settima quest’anno. Suo padre si è rifiutato di riprendersela, perché ciò significherebbe dover restituire la dote. Così, ci sta pensando il signor Al Ajmal a raccogliere il denaro necessario a convincere il marito di Mohsina ad accettare il divorzio.
Questo il destino di molte bambine. I ragazzini, invece, vanno spesso incontro alla guerra: le famiglie che mandano i figli a combattere ricevono infatti circa 55 dollari ogni tre mesi, che sono abbastanza per nutrire una famiglia di cinque persone per almeno due settimane. Già prima della guerra, le Nazioni Unite stimavano che in Yemen ci fossero circa 900 bambini soldato. Secondo alcune stime diffuse da Relano, oggi sarebbero almeno il doppio. Ma potrebbe essere una cifra aggiustata per difetto.
Nonostante gli alti comandi degli Houthi neghino con forza la presenza di bambini soldato tra le loro fila, attivisti per i diritti dell’infanzia sostengono che l’utilizzo di bambini in guerra sia più diffuso nel movimento sciita che negli altri gruppi armati. L’età minima per servire nell’Esercito sarebbe di 18 anni in Yemen, ma spesso viene bypassata reclutando anche sedicenni e diciassettenni. (AGI) LBY

Sudan: UE paga regime di Al Bashir per fermare migranti

(AGI) – Beirut, 10 ott. – L’Unione europea pagherebbe il governo sudanese per arginare il flusso di migranti verso l’Europa, nonostante la concreta possibilità che Khartoum commetta degli abusi anche su di essi, oltre che sui propri cittadini. Lo riferiscono fonti governative sudanesi al quotidiano Al Arab al jadeed. Non è un mistero che il presidente del Sudan Omar al Bashir dal 2008 è accusato dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio (primo capo di stato incriminato dalla Corte). E’ di ieri, peraltro, la notizia che gli Stati Uniti hanno alleggerito le sanzioni ai danni del Sudan.

“La gente tende a dimenticarsi che il governo sudanese è responsabile del più lungo genocidio della storia umana”, il commento di Osama Mahmoud, capo ufficio stampa di un movimento della diaspora sudanese, Darfur Union. “Che criteri sta utilizzando il governo inglese per soppesare i vantaggi che trarranno da questi accordi con questo regime, a fronte delle atrocità provate?”.
L’Unione europea sta garantendo in questi mesi alcuni fondi al Sudan e ad altri governi del Corno d’Africa, nell’ambito del programma conosciuto come il “processo di Khartoum”, finalizzato al rafforzamento dei confini, alla lotta al traffico di esseri umani e al rallentamento del flusso migratorio verso l’Europa.
Nell’ambito dell processo di Khartoum, il Regno Unito e altri paesi occidentali forniscono aiuti indiretti ad un Paese che non solo ha un presidente ricercato da quasi 10 anni dalla Corte internazionale, ma anche che vede molte sue autorità di frontiera colluse con i trafficanti, che si rendono protagonisti di rapimenti e torture ai danni di rifugiati eritrei.
In merito sono molte le testimonianze di attivisti e cooperanti occidentali e britannici, che hanno registrato la presenza in Sudan di veri e propri centri di tortura, dove i dissidenti e gli attivisti politici spariscono o vengono uccisi. Solo due settimane fa, le forze armate sudanesi hanno ucciso cinque manifestanti pacifici in un campo profughi per sudanesi sfollati all’interno del Paese.
Sembra vi sia un graduale spostamento di priorità per il governo britannico e quelli europei in genere: diminuisce l’importanza della lotta agli abusi e del peacekeeping, mentre aumenta quella del “controllo delle frontiere” e delle “leggi sul traffico di esseri umani.
Alcuni memorandum ottenuti da Freedom of Information mostrano come questa decisione sia stata presa. In un briefing del 2015, l’allora ambasciatore  britannico in Sudan, Peter Tibber, esprimeva la sua preoccupazione per il fatto che molti parlamentari britannici, oltre che gli attivisti, sarebbero trasaliti alla notizia che il governo britannico avrebbe alleggerito le pressioni sul Sudan per gli abusi e le violazioni dei diritti umani.
Nelle successive corrispondenze durante il briefing, emergeva però chiaramente come le cause profonde delle migrazioni dal Sudan – cioè le violazioni dei diritti umani – fossero tenute in conto dal governo britannico solo dal punto di vista nominale, e che i funzionari britannici si fossero “preoccupati di porre sul tavolo le preoccupazioni sugli abusi con le loro controparti sudanesi, ma in un modo che ne rendesse improbabile una reale discussione aperta in merito”.
Già in passato il governo britannico era stato costretto a cancellare degli aiuti al Sudan, quando gli abusi erano troppo evidenti per poter essere ignoranti: è il caso del 2013, quando fu cancellato il programma di addestramento della polizia sudanese in seguito alla repressione violenta di alcune proteste. All’inizio del 2017, il governo di Khartoum ha deportato un gruppo di migranti eritrei e etiopi che avevano preso parte ad un’altra protesta.
In una emblematica circolare del ministero dell’Interno sudanese del 2015, si legge che il governo da’ il via libera alla deportazione di persone non arabe provenienti dal Darfur, “anche se potrebbero essere interrogate, intimidite e trattate in modo ruvido” dall’Intelligence sudanese. Sembra che questo modus operandi sia ormai utilizzato regolarmente per rifiutare le richieste d’asilo da parte di persone che scappano dal Darfur in particolare. Nel 2016 Mohammed Ahmed, un richiedente asilo nel Regno Unito, fu riportato in Sudan per essere interrogato dall’Intelligence sudanese. Ne uscì morto.
In una lettera mandata due anni fa dall’ambasciatore britannico in Sudan al direttore della UK Mediterranean Migration Unit, si legge che “su gran parte delle questioni politiche Sudan e Regno Unito sono ai lati opposti dello spettro, ma su alcune questioni regionali abbiamo interessi più allineati, e le migrazioni possono essere tra questi”. In teoria, gli abusi dei diritti umani in Sudan sono in cima alle priorità delle autorità britanniche, incalzate da diverse ong. In pratica, si tratterebbe di problemi affrontati in modo formale, attraverso blandi richiami o sollecitazioni al regime di Al Bashir.
Nel frattempo, la crisi umanitaria si allarga, come ricorda il caso della carestia nella zona meridionale delle montagne Nuba, accompagnata dall’esplosione di una epidemia di colera. Più di 800000 sudanesi vivono oggi in condizioni di inedia, in seguito ad un blocco totale degli aiuti e alla carenza dei medicinali nelle aree delle Nuba. Un cessate il fuoco tra truppe governative e ribelli nell’area è stato raggiunto solo cinque mesi fa. (AGI) LBY