Islamofobia e superficialità: una questione (anche) di pigrizia?

Attentati in Europa compiuti da soggetti con storie personali ogni volta molto diverse, talvolta accidentate talvolta no, talvolta difficili talvolta no, talvolta svoltesi sopratutto in altri continenti talvolta no; operazioni terroristiche complesse oppure rudimentali, organizzate in varie modalita, generate da impulsi diversi, e per buona parte dei media l’unico aspetto rilevante ai fini della loro comprensione sembra essere l’invocazione “Allah Akbar”, pronunciata prima, dopo, durante, al bagno la sera prima o quando volete. —->È invasione, ci conquistano, ci distruggeranno, schiavizzeranno le donne, saremo tutti sottoposti alla Shari’a, signora mia legga cosa dice oggi “Libero”, guerra santa, basta sbarchi, oddio, madonna ecc., è la quasi comprensibile reazione del lettore medio.

Proteste di matrice socio economica in iran, un paese già di per se molto complesso; sono proteste che sopratutto nelle prime fasi – quelle in cui sui giornali fioccano più commenti, per la consueta gara a chi la dice più grossa per primo – vengono trainate da cittadini di aree tradizionalmente conservatrici o ultra conservatrici, e appoggiate, o dovrei dire “endorsate” da persone come l’ayatollah Nouri-Hamedani, di orientamento oltranzista, ultra conservatore, se così vogliamo dire. Forse “ultra” è anche poco.

In modo abbastanza rapido, queste proteste – che rimangono acefale e prive di una piattaforma comune – si diffondono in diversi centri e città dell’iran, prendono di mira soggetti politici e religiosi diversi, vengono portate avanti da soggetti di diversa estrazione, probabilmente diverse posizioni politiche, e istanze diverse, legate in buona parte alla condizione delle diverse minoranze (l’Iran è un paese multietnico: solo il 52-53% sono persiani, poi ci sono curdi azeri arabi baluci e via via tutte le altre minori), alla corruzione e all’emarginazione storica di alcune aree del Paese. Alcuni “analisti” inebriati si producono nelle solite dicotomie – “popolo buono Vs regime cattivo” – , parlano già di “proteste anti regime” o alludono a “regime change”.

Come sempre si fa nelle piazze di buona parte dei paesi del mondo, anche in iran si urlano slogan diversi, slogan che ovunque somigliano a cori da stadio, che sono espressione di una emotività in parte irrazionale, seppur saldamente legata alle ragioni che spingono a protestare. L’iperbole tende a essere la regola, in piazza si sfoga la propria rabbia e chi ne è destinatario esplicito o implicito diventa in assoluto il proprio peggior nemico, da annientare se si potesse. Quante volte ho sentito chiedere l’impiccagione di berlusconi o Chi per lui durante manifestazioni a cui sono Andato in Italia in passato?

(Anche) In iran si sentono slogan diversi urlati da soggetti con motivazioni diverse, tra i quali anche “a morte khamenei”. Eccolo qui il grimaldello: il sistema nervoso di gran parte dei media va in avaria, tutto si ferma. È una rivoluzione, ah le donne si tolgono il velo, evviva il popolo iraniano che insorge unito contro il regime, per la libertà, la laicità e la democrazia, finalmente l’Iran si evolve signora mia, urrà, ecc, la quasi comprensibile reazione del lettore medio.

Forse vi ho capito, colleghi di varia risma, e direi di varia affiliazione: il vostro è un problema di pigrizia. Non vi va. Non vi va mai, o sempre meno. Approfondire richiede tempo e fatica, oltre a sposarsi male con la fretta di dire la propria prima degli altri. E allora corre in aiuto la dimensione comunicativa primordiale, quello che si vede in superficie: lo slogan pronunciato da uno o più soggetti diventa lo strumento ideale per certificare, interpretare o addirittura spiegare la natura di un fenomeno o un evento, o meglio, di una serie di eventi. Proprio come con “Allah Akbar”. Così vi risparmiate lo sforzo, vi beccate due like, fate la figura dei paladini della democrazia. E, magari senza accorgervene, avvelenate i pozzi

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Iran, l’economia e le canaglie

Qualche numero per mettere in prospettiva, per capire di cosa parliamo, quando parliamo delle cause principali dei problemi economici dell’Iran.

Nella proposta per il budget del nuovo anno presentata al parlamento iraniano lo scorso 6 dicembre, Rouhani destina 11 miliardi di dollari al comparto militare, un aumento del 20% rispetto allo scorso anno, e cmq circa un sesto di quanto abbia speso l’Arabia Saudita nello stesso periodo, e meno di tutti nella regione. Anche della Turchia, cioè l’unico paese della regione ad aver speso mediamente meno dell’Iran in un arco temporale che va dal 1990 al 2012. Sono tanti soldi, comunque, anche se non tantissimi per un paese posizionato in una regione di quel tipo e con una serie di stati ostili di fronte al cortile di casa.

Solo dal 2012 al 2015, solo per le sanzioni sul nucleare (poi ci sono quelle altrettanto pretestuose per il programma missilistico, o per il sostegno a gruppi che qualcuno ancora ha l’ardire di equiparare all’isis), e solo per quel che riguarda il mercato del petrolio, l’Iran ha perso circa 160 miliardi in mancate esportazioni, più altri 100 circa in asset congelati.

Sono duecentosessanta miliardi, ventitré volte il budget per gli apparati militari previsto per il prossimo anno. Ventitré. Duecentosessanta miliardi è una frazione delle perdite e dei crediti che l’Iran vanterebbe verso diversi soggetti nel mondo, e qualcuno ancora lo considera un fatto marginale. Secondo l’ex Segretario del Tesoro americano, Jack Lew, il Pil iraniano negli ultimi 2 anni è cresciuto del 20% in meno rispetto a quanto sarebbe cresciuto nello stesso periodo senza sanzioni. Venti per cento in meno.

Altroché, come ho sempre detto: le sanzioni e gli embarghi sono GIÀ una guerra, che va avanti da 40 anni quasi. E da un punto di vista euristico, impediscono, banalmente, anche una serena e ponderata valutazione delle politiche economiche della repubblica islamica. E’ un po’ come se tu pretendessi di giudicare obiettivamente come gioco a calcio mentre indosso degli scarponi da sci. E magari quegli stessi scarponi ai piedi me li hai messi tu, sostenendo che i miei piedi sono più pericolosi di quelli degli altri.

È giusto, sacrosanto mettere in evidenza e approfondire – come si è sempre cercato di fare – i problemi e le criticità strutturali dell’economia iraniana, la corruzione, il clientelismo, le crescenti diseguaglianze sociali, le eccessive concentrazioni di ricchezza, i monopoli un po’ così, la scarsa trasparenza, la mala gestione. E’ giusto, va fatto, ma non a costo di dimenticare la realtà sottostante, di sostituirla, insabbiarla.

La realtà sottostante è che non esiste cosa più ipocrita che cavalcare le proteste di un popolo fino a ieri disprezzato, sminuito, umiliato, sostenendo in modo demagogico che il governo contro cui protesta spende soldi per “allargare la sua influenza regionale”, “per il terrorismo”, “per distruggere Israele”, soldi che invece sempre a parere di diversi soloni dovrebbe spendere per “far fronte ai bisogni” del suo stesso popolo.

Quando sostenete queste tesi, ricordatevi sempre di tornare, prima o poi, alle proporzioni, alla misurazione di numeri tutto sommato semplici. Non dimenticate mai che quei bisogni magari potrebbero essere soddisfatti se sempre quel qualcuno che cavalca ipocritamente le proteste non minacciasse, ricattasse e prevaricasse da decenni l’Iran stesso, che ovviamente non può avere una postura conciliante anche per questo elementare motivo.

Sono anni che leggo analisi economiche autoreferenziali, insight sospetti, speculazioni sui soldi nelle Bonyad (le fondazioni religiose in Iran), paper sull’egemonia iraniana di qua e di là, ricerche che ci parlano di come l’Iran dovrebbe spendere i suoi soldi per non risultare sgradevole al prossimo: mai e dico MAI che qualcuno scrivesse a chiare lettere che qualunque valutazione delle performance economiche dell’economia iraniana – in tempo di pace come in tempo di guerra – è assolutamente impossibile e priva di senso senza aver prima misurato, soppesato il più accuratamente possibile le enormi perdite per quella stessa economia, provocate da uno strumento di terrorismo economico – e non di diplomazia – che prende il nome di “sanzioni”.

È tempo di smetterla con le Pagliacciate, non lamentiamoci se poi tendiamo a capire la realtà con vari anni di ritardo

Iraq: il destino degli Yazidi

(AGI) – Beirut, 23 ago. – Esistono pochi dubbi, ormai, che quello subito dalla comunità yazida in Iraq sia un genocidio, che ha rischiato di far sparire completamente dal Medioriente questa antichissima minoranza che abita il nord dell’Iraq. Nonostante i processi di sensibilizzazione e la parziale mobilitazione della comunità internazionale, tuttavia, il futuro degli yazidi rimane altamente incerto.
Mentre alcune donne yazide come Nadia Murad – tenuta in stato di schiavitù dagli uomini dell’Isis – oggi sono ambasciatrici dell’Onu, attirando anche le attenzioni di personaggi come l’avvocato per i diritti umani Amal Clooney, molte altre ancora oggi vengono schiavizzate nei territori controllati dallo Stato islamico in Siria e in Iraq. Numerosi report indicano che in questi giorni di offensiva irachena sulla città di Tal Afar, centinaia di yazidi si ritrovano intrappolati nella contesa.
I territori da cui provengono gli yazidi, sopratutto l’area di Sinjar, sono stati ripuliti dalla presenza dei miliziani, e ora si pone con sempre maggiore attualità la questione del loro futuro. Stato islamico a parte, gli yazidi si trovano anche nel mezzo della contesa politica tra governo regionale curdo e governo iracheno: i primi hanno annunciato un referendum di indipendenza per metà settembre, che includerebbe i territori storicamente abitati dagli yazidi, mentre Baghdad mira a preservare l’integrità territoriale del Paese.
Nell’impalcatura retorica a sostegno del progetto indipendentista curdo esiste da qualche tempo la auto percezione di una protezione delle minoranze, tra cui anche quella yazida, i cui membri dopo l’arrivo dell’Isis a Sinjar erano stati tratti in salvo proprio dai curdi. Inoltre, tanti yazidi combatterono al fianco dei curdi ai tempi della guerra contro Saddam Hussein.
Ma sarebbe inesatto parlare di una relazione idilliaca tra curdi e yazidi, o addirittura di una empatia dei secondi verso i primi, che usano indirettamente la questione della protezione degli yazidi per alimentare la legittimità del progetto separatista. In un discorso rilasciato lo scorso 3 agosto, anniversario dell’inizio del genocidio yazida, il primo ministro del Governo regionale del Kurdistan, Nechirvan Barzani, ha monopolizzato l’occasione incentrando il suo discorso sulla negligenza dei soldati iracheni nell’estate del 2014, rei di aver abbandonato gli yazidi a se stessi mentre l’Isis ne disponeva a suo piacimento. Non che abbia torto: le divisioni dell’Esercito iracheno, nell’occasione, furono colte impreparate, e abbandonarono una città come Mosul – la seconda dell’Iraq – lasciandola nelle mani degli jihadisti.
Tuttavia, la narrativa che oppone l’eroismo curdo alla pavidità irachena è in parte fuorviante: a Sinjar – che dopo 18 mesi dalla cacciata dell’Isis è ancora ridotta a un cumulo di macerie – anche i pashmerga curdi abbandonarono gli yazidi, decidendo di rifugiarsi in aree a maggioranza curda per preparare da lì una controffensiva. Nel 2014, a Sinjar, dai pashmerga non sarebbe arrivato un solo colpo contro gli jihadisti, contribuendo così a lasciare gli yazidi senza alcuna chance di scappare.
Una fonte anonima del Governo regionale curdo è lapidario in merito, e allude anche a un senso di colpa: “l’imbarazzo curdo per ciò che è accaduto a Sinjar nel 2014 costituisce il motivo per cui il KDP (partito democratico curdo) ha insistito così tanto per il riconoscimento internazionale del genocidio”.
Allo stato attuale, non sembra che il sostegno agli interessi degli yazidi costituisca parte dell’agenda curda in vista di una possibile indipendenza. Molti giovani yazidi, anzi, iniziano con sempre maggiore convinzione ad opporsi al progetto curdo, promuovendo parallelamente la causa di una regione semi-autonoma yazida sotto la protezione internazionale all’interno dell’Iraq. Separata dal Kurdistan, e con un certo grado di vicinanza politica a Baghdad. “Non ci fidiamo più di Barzani, non metteremo il nostro destino nuovamente nelle mani dei curdi”, ha detto tempo fa Haydar Ezedi, un giovane yazida dislocato a Erbil.
Ma a Baghdad gli yazidi non se la passano tanto meglio: da una parte la presenza delle milizie sciite, che rischiano di esacerbare il conflitto settario; dall’altra la legge federale irachena, che li discrimina: gli yazidi, ad esempio, non possono aspirare alla posizione di giudici, e sono oggetto di molte altre limitazioni.
La comunità internazionale si è sempre rivolta alla questione yazida concentrandosi sulla necessità di perseguire i membri dell’Isis per il reato di genocidio, senza curarsi granché del futuro concreto di questa minoranza. Ora che l’Isis va verso una disfatta, quest’ultima questione appare sempre più centrale. (AGI) LBY

Cinque cose che bisogna sapere per capire le proteste in Iran

https://www.vice.com/it/article/mbp38a/cosa-sta-succedendo-in-iran

A partire dallo scorso 28 dicembre in Iran ci sono state diverse manifestazioni di protesta, relativamente contenute dal punto di vista numerico ma diffusesi in modo sufficientemente rapido da attirare l’attenzione dei media di tutto il mondo, oltre che quella delle stesse forze di sicurezza iraniane.

Alcuni riflessi condizionati e una certa tendenza alla semplificazione da parte dei media quando si parla di Iran non hanno aiutato granché a capire cosa stia accadendo. La complessità della scena politico sociale ha fatto il resto, rendendo ancor più opaco il quadro. Di seguito, abbiamo quindi provato a chiarire alcuni punti che sembrano decisivi.

Gli assembramenti, che secondo la BBC non hanno superato singolarmente l’ordine delle centinaia di persone, sono iniziati nella regione nord-orientale del Razavi Khorasan, nel capoluogo Mashhad e in cittadine vicine. Nella stessa giornata del 28 si sono accese altre piccole proteste nell’est e sud est del paese.

Il 29 dicembre altre manifestazioni si registrano a Teheran, Isfahan, Qom, Kermanshah, Qazvin, Rasht, Zanjan, Karaj, Arak, distribuite più o meno su tutto l’arco centro-settentrionale del Paese. Il 30 dicembre è toccato ad alcune città e cittadine del sud, e ad altre delle regioni a maggioranza araba nei pressi del confine iracheno. Nei giorni seguenti, almeno 70 cittadine sarebbero state coinvolte.

La mappa delle proteste in Iran aggiornata al 5 gennaio 2018. Via.

Fino al 3 gennaio—giorno in cui il generale Mohammad Ali Jafari, capo dei Guardiani della Rivoluzione, ha dichiarato “sconfitta la sedizione”—il bilancio degli scontri e delle repressioni è secondo fonti ufficiali di 21 morti, tra i quali due poliziotti, tre agenti della sicurezza interna uccisi a Piranshahr e un bambino di 11 anni.

CHI STA PROTESTANDO

L’ipertrofia di immagini catturate dagli smartphone in piazza, la moltitudine di commenti prodotti nelle prime ore e la sovraesposizione mediatica dei diversi slogan urlati dai manifestanti nelle diverse cittadine ha generato una questione urgente: chi sta protestando in Iran, e contro chi?

Anzitutto, quella di questi giorni non può essere definita una protesta organica, promotrice di una piattaforma politica comune, ma un insieme di (piccole) proteste distinte portate avanti da attori diversi, guidati perlopiù da motivazioni socio-economiche.

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Più nello specifico, le proteste di Mashhad—guidate dai segmenti più umili della popolazione, a causa della disoccupazione e del carovita—sembrano la coda lunga di altre proteste anti-governative (quindi anti-Rouhani) iniziate lo scorso ottobre, sostenute e probabilmente alimentate a diversa intensità da due leader dell’ampio fronte conservatore, opposto a quello centro-riformista del presidente Rouhani: Ebrahim Raisi e Mahmoud Ahmadinejad.

Secondo una fonte interna ai Pasdaran, citata dallo storico iraniano Siavush Randjbar Daemi, in queste ore le autorità inquirenti in Iran starebbero indagando proprio sul presunto ruolo di Ahmadinejad e di Ahmad Alamolhoda, l’Imam della Preghiera del Venerdi al Mausoleo dell’Imam Reza di Mashhad, nei disordini di Mashhad.

Ahmadinejad, escluso dalle ultime elezioni dal Consiglio dei Guardiani, continua a mobilitare una rilevante base di consenso nel Paese, forte soprattutto tra i dipendenti pubblici nelle piccole città del nordest e nelle periferie di quelle più grandi. In più, è in guerra con una parte dell’establishment della Repubblica islamica. Ebrahim Raisi è invece presidente di una delle più ricche fondazioni caritatevoli della Repubblica islamica, la Astan Quds Razavi, genero di Ahmad Alamolhoda, e principale rivale di Rouhani alle ultime elezioni presidenziali, nelle quali Mashhad è stata prevedibilmente la sua roccaforte.

Se Raisi, dopo aver perso alle ultime elezioni, ha imboccato la via dell’opposizione politica, Ahmadinejad conduce in realtà due diverse battaglie: una contro il governo Rouhani, l’altra contro una parte dell’establishment della Repubblica islamica, che minaccia di ridimensionarlo—o di perseguirlo penalmente, dopo averlo escluso dalle ultime elezioni—a tal punto da fargli considerare l’opzione di favorire la creazione di malcontento. Già durante la sua presidenza, peraltro, Ahmadinejad aveva lasciato intravedere l’intenzione di riformare il sistema in senso militarista, spostando una porzione di potere verso gli apparati di sicurezza.

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A parziale conferma della composizione delle proteste dei primi giorni—ovvero appunto le classi lavoratrici delle periferie urbane e i giovani delle aree rurali, danneggiati dalle politiche economiche neoliberali del governo Rouhani—ci sono i diversi “endorsement ” dei manifestanti da parte di vari esponenti conservatori; oppure i diversi tweet e le testimonianze fatte circolare in Iran da attivisti del Movimento Verde del 2009, che hanno preso le distanze dai manifestanti. I moti del 2009 dopo la rielezione sospetta di Ahmadinejad avevano una matrice prettamente politica, e diedero luogo ad un movimento per i diritti civili trainato dalle classi della borghesia di Teheran in particolare. Qui, ad esempio, c’è quello di Sanam Shantyaei, giornalista irano-britannica di France 24.

C’è anche un elemento da tenere in considerazione a proposito della tendenza delle fasce più umili della popolazione a identificarsi con le fazioni principaliste-conservatrici, sebbene ciò sacrifichi un po’ di complessità: nella Repubblica islamica, tradizionalmente, il fronte “principalista”—che potremmo in qualche modo definire la “destra” iraniana—è conservatore per quel che riguarda le politiche culturali ma inclusivo rispetto alle fasce meno abbienti (nella retorica rivoluzionaria i “mostafazin”: gli oppressi, gli umili) e tendente a politiche assistenzialiste in campo economico. Il fronte riformista (il “centro-sinistra”, soprattutto nella sua attuale variante centrista-pragmatica, impersonata da Rouhani), al contrario, ha sviluppato una postura progressista e più liberale in materia di costumi ma, essendo sostenuta in buona parte dai bazaari e dalla borghesia, un approccio neoliberista in politica economica, che altrove ascriveremmo a una formazione conservatrice.

Ahmadinejad, che aumentò i sussidi e introdusse una sorta di reddito di cittadinanza, drenando voti dai settori più umili della società, rappresenta bene la postura principalista in politica economica, così come il defunto Rafsanjani, presidente durante gli anni Novanta, rappresenta bene quella pragmatico-centrista. Non è un caso, infatti, se alcuni osservatori hanno paragonato le attuali proteste a quelle avvenute in diverse province dell’Iran nel 1991-1992, durante il primo mandato Rafsanjani, quando l’inflazione raggiunse il 46 percento, il prezzo dei beni di prima necessità schizzò alle stelle e il Riyal si ridusse a un ventesimo del suo valore originario. Proteste sull’aumento dei prezzi si sono poi verificate anche durante il suo secondo mandato (1993-1997), soprattutto a Mashhad, Shiraz e Qazvin.

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PERCHÉ SONO SCOPPIATE LE PROTESTE

Una volta chiarito quali fasce della popolazione abbiano manifestato in prima istanza, è importante chiarire le ragioni della protesta. Buona parte degli indicatori macroeconomici dell’Iran sono rimasti stabili rispetto allo scorso anno, ma la disoccupazione—nel Paese che ha la più numerosa forza lavoro della regione, quasi 30 milioni di persone, gran parte dei quali sotto ai 35 anni—è particolarmente alta tra i giovani (attorno al 30-40 percento a seconda delle stime).

Negli ultimi sei mesi—complice anche la assai parziale rimozione delle sanzioni in seguito all’accordo sul nucleare e la conferma di quelle legate al programma missilistico dell’Iran—la situazione è peggiorata: il Riyal è crollato (meno 20 percento rispetto all’euro negli ultimi sei mesi) e il prezzo dei beni di prima necessità è aumentato in modo esponenziale: a novembre quello del pane è stato maggiorato del 20 percento circa, mentre quello delle uova è addirittura raddoppiato nell’ultimo mese.

Come dimostra uno studio di Manata Hashemi dell’Università dell’Oklahoma, negli ultimi decenni la mobilità sociale in Iran è cresciuta molto, e ciò avvalora la tesi secondo cui i moti protesta in Iran dovrebbero essere guardati attraverso la lente di una curva a forma di J. In breve: “Si protesta quando a un periodo di aspettative crescenti e di gratificazioni segue una situazione in cui le gratificazioni crollano improvvisamente ma le aspettative continuano a crescere.” In effetti, le aspettative dei lavoratori iraniani—in questi due anni dopo la firma dell’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti—non hanno mai cessato di crescere, ma sono state in parte disattese.

La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso sarebbe però la presentazione di fronte al Parlamento del budget annuale del governo Rouhani, lo scorso 6 dicembre. Nella proposta di budget si prevede una riduzione della spesa pubblica reale, un aumento del 70 percento sul prezzo della benzina, del 40 sulle bollette di luce e gas, del 300 sull’imposta per i viaggi all’estero e sulle multe stradali, oltre all’abolizione dei sussidi diretti per circa il 25 percento della popolazione.

Per la prima volta alcune voci del budget sono state inoltre rese note, inclusi dettagli sugli ingenti finanziamenti alle istituzioni religiose e agli apparati militari nel Paese. Gli iraniani hanno così scoperto che in Iran—mentre vengono tagliati i sussidi, aumentati i prezzi di benzina e altri beni primari, privatizzate alcune scuole pubbliche—milioni di dollari vengono convogliati nelle casse delle Bonyad (le fondazioni religiose), dei Guardiani della rivoluzione e dell’Esercito.

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Gli apparati militari iraniani—molto attivi nella regione in questi ultimi anni—hanno visto per esempio aumentare del 20 percento il loro budget, che il prossimo anno passerà a circa 11 miliardi di dollari pur rimanendo uno dei più bassi della regione (dal 1990 al 2012, l’Iran ha speso mediamente un terzo dell’Arabia saudita per il comparto Difesa). Sono stati inoltre rivelati gli aumenti previsti negli stipendi di molti religiosi vicini alla Guida Suprema, con incarichi universitari di rilievo.

In generale, è la struttura dei privilegi del clero di fronte all’aumento della povertà ad essere stata posta al centro delle proteste che hanno visto scandire slogan contro i religiosi.

QUAL È ORA LA SITUAZIONE SOCIO-ECONOMICA INTERNA IN IRAN

Per decenni, sin dalla fondazione della Repubblica islamica nel 1979, la popolazione che viveva nei villaggi rurali e nelle piccole città—per anni emarginata dalle politiche dello Shah—ha costituito lo zoccolo duro del consenso al regime. Gente mediamente umile, conservatrice nei costumi, restia ai cambiamenti e a proprio agio con lo stile di vita, incentrato su una plateale morigeratezza, promosso dalle istituzioni.

Negli ultimi vent’anni, molto è cambiato: il processo di urbanizzazione ha subito un’accelerata, contribuendo nel tempo all’emergenza abitativa e a quella occupazionale. Il governo di Hassan Rouhani ha investito molto sui dividendi potenziali dell’accordo e finora sta perdendo la sua scommessa: tecnicamente sono state sospese la gran parte delle sanzioni americane ed europee; di fatto, però, le aziende del vecchio continente hanno ancora molti problemi a fare affari in Iran, nel timore di ritorsioni da parte degli istituti finanziari americani.

Solo dal 2012, l’Iran ha perso a causa delle sanzioni circa 160 miliardi di dollari in mancati introiti del petrolio, più un altro centinaio se si considerano gli assetcongelati all’estero. La crescita dell’influenza regionale iraniana alla luce dei successi militari in Siria, Iraq e Yemen, la contestuale accelerazione nella convergenza di interessi tra Israele e Arabia Saudita e il rafforzamento del rapporto di queste ultime con gli Stati Uniti di Trump proprio in funzione anti-iraniana, inducono gli analisti a non ritenere così assurda l’ipotesi—peraltro già esplicitamente ventilata—che Donald Trump non rinnovi l’accordo sul nucleare a metà gennaio, reintroducendo nuove sanzioni.

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Il malcontento e le difficoltà economiche di una parte della popolazione si sono nel tempo saldate con un sentimento di crescente indignazione, dovuto alla sensazione, o talvolta alla consapevolezza, di una diffusa corruzione e che alcuni esponenti del governo e dell’establishment in genere conducano vite assai lontane da quelle di gran parte della popolazione, nonostante rappresentino un sistema istituzionale nato proprio nella pretesa di “difendere gli oppressi”, di porre al centro la nozione di ghest (giustizia sociale).

COSA NON STANNO CAPENDO I MEDIA OCCIDENTALI

Più che sull’analisi delle singole istanze e della loro genesi, i giornali italiani si sono concentrati sui simboli, azzardando interpretazioni. Così, una protesta contro la cattiva gestione dell’economia, la corruzione e i privilegi dell’establishment religioso, per buona parte dei nostri quotidiani è diventata automaticamente una “rivoluzione,” una protesta “per la libertà,” “contro il velo” o persino contro l’islam—come ha scritto Alessandro Sallusti su Il Giornale, accusando le “finte femministe sottomesse” italiane.

Storicamente, quando qualcuno protesta per qualcosa in Iran, è come se l’attenzione di gran parte degli osservatori in Occidente tendesse a “illuminarsi” di una luce difettosa, e a finire in quello che il sociologo iraniano Eskandar Sadeghi-Boroujerdi ha chiamato “un vicolo cieco epistemologico”: la protesta viene sempre, aprioristicamente, percepita come sistemica, anticamera permanente di un’opzione binaria fra sostegno e rigetto del regime iraniano, tra mantenimento dello status quo e rivoluzione. In definitiva, tra male e bene.

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Se c’è una protesta in Iran, deve per forza essere una protesta che mira al rovesciamento di un regime. Il risultato più immediato di questo approccio è quello di non riuscire a cogliere le singole istanze che animano quelle stesse proteste, e nemmeno i graduali e irregolari processi di trasformazione. Curioso, poi, è il fatto che questa tendenza occidentale a essenzializzare la realtà sia speculare a quella delle autorità iraniane, che tendono a chiamare ogni protesta “sedizione” e a inserirla nella casella dei complotti occidentali—paranoia che per la verità è in parte comprensibile—e della minaccia all’integrità del sistema, anziché in quella delle istanze di trasformazione endogene.

Questa volta, una fonte di alimentazione dell’equivoco è stata probabilmente la sovraesposizione mediatica degli slogan urlati nelle diverse piazze, oltre ai generici endorsement dei manifestanti da parte di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu. Gli smartphone hanno catturato diversi cori nel corso dei giorni scorsi, scanditi da decine o in certi casi da centinaia di persone: “Usate l’Islam per speculare sulla miseria della gente”; “il popolo è povero mentre il Capo [ Khamene’i] vive come Dio”; “Non a Gaza, non al Libano, darò la mia vita per l’Iran”; “Moriremo ma riavremo indietro l’Iran”; “ morte a Rouhani”; “morte al dittatore”; “Oh Shah, riposa in pace.”

Al di là di una valutazione affidabile del numero di manifestanti scesi in piazza in questi giorni (il generale Ali Jafari parla di 15mila persone in totale, ma è possibile siano state molte di più), è utile dire qualcosa su questi slogan. Partendo dall’ultimo, la vera novità di questo ciclo di proteste, che non a caso hanno ricevuto la solidarietà istantanea dell’erede al trono dei Pahlavi, Reza, che vive negli Stati Uniti ed è cittadino americano. Sebbene siano stati sporadici, non si erano mai sentiti nell’Iran rivoluzionario dei cori a favore della monarchia. Ironia della sorte, questi slogan sono stati registrati in due città “sante” per gli sciiti, cioè Mashhad e soprattutto a Qom, descritta spesso come il “Vaticano sciita”, ma soprattutto nota per essere la culla del khomeinismo.

Ora, che in Iran—anche per via della inevitabile apertura al mondo stimolata dall’utilizzo di internet—esista un modesto segmento della popolazione che rimpiange (consciamente o inconsciamente) i tempi dello Shah è cosa nota. L’aspetto antropologicamente interessante è che a intonare cori in favore della monarchia siano dei ragazzi nati circa vent’anni dopo la fine della monarchia.

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Inoltre, proprio perché le proteste di questi giorni sono state portate avanti soprattutto dalle classi lavoratrici guidate principalmente da istanze socio-economiche, è importante precisare che gli slogan contro l’establishment religioso tendono ad avere a che fare meno con la religione e più con la mancanza di equità, il divario tra ricchi (tra cui i religiosi) e poveri, la struttura dei privilegi dei chierici. Come ricorda Ramita Navai, la religione non è così rilevante nel consenso al regime. Esistono sostenitori laici della Repubblica islamica—magari più empatici verso la componente nazional-militarista del sistema – così come esistono persone molto religiose che non sostengono la commistione tra religione e politica.

In Iran, come ricorda anche Azadeh Moaveni sul Guardian, bisogna mettere in prospettiva il peso e il senso di un “morte al dittatore,” o a chiunque altro. Sin dalla nascita della Repubblica islamica, la cui istituzionalizzazione ha creato una nuova grammatica del linguaggio politico, gli iraniani si sono abituati a scandire “morte a” ogni volta che erano arrabbiati per qualcosa con qualcuno. Se “morte a Rouhani” designa quasi certamente un’opposizione all’attuale governo, “morte al dittatore” può voler significare tante cose, che variano in uno spettro che va dal “rovesciamo il sistema” a “sbarazziamoci di questo specifico leader che mi rovina la vita.” “Morte a,” per alcuni iraniani, è diventato uno strumento culturale, un modo per articolare il dissenso in un ambiente in cui lo spazio per esprimere le istanze di cambiamento è ancora troppo esiguo.

Alcuni commentatori hanno poi azzardato dei paragoni (anche alla lontana) con i moti di protesta del 2009, che diedero luogo al Movimento Verde, in opposizione alla dubbia rielezione di Ahmadinejad ai danni del candidato riformista Mir Hossein Mousavi. Anche lì, dopo le repressioni dei pasdaran, si sentì scandire “morte al dittatore” ma le differenze con quanto accade oggi sono strutturali ed evidenti: nel 2009 i manifestanti—la borghesia e la classe media di Teheran in particolare—erano guidati da istanze politiche, avevano una piattaforma comune e dei leader organici al sistema.

Le proteste odierne appaiono invece acefale, prive di una leadership e di una visione comune, e trainate da settori neo-inurbati della popolazione. Non fanno parte di una comune insurrezione, bensì sono frutto di diverse insofferenze nei confronti di diversi soggetti interni al sistema. Al momento è davvero difficile capire se possano sfociare in qualcosa di più strutturato, o dar luogo ad un movimento analogo a quello del 2009.

Nel frattempo, gli osservatori nostrani potrebbero evitare un approccio autoreferenziale agli avvenimenti che si consumano in Asia occidentale, che li porta sempre più spesso ad ignorare i processi economici, di produzione, accumulazione e distribuzione della ricchezza, in favore dell’idea che in Iran—o altrove—le persone agiscano solo in quanto parte di masse informi e mai come individui, e che non abbiano altra preoccupazione che non sia quella di inseguire uno stile di vita sovrapponibile a quello diffuso in Occidente.

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CHI SEGUIRE PER RESTARE INFORMATI

Pur non esistendo una singola fonte a cui fare riferimento, in questi giorni articoli e reportage puntuali si possono leggere (in inglese) sulla ezine gratuita Jadaliyya, il quotidiano online Al Monitor, il portale Qantara, i siti IranWire e Payvand.

Per quando riguarda i singoli giornalisti che twittano e scrivono in inglese, segnalo Arash KaramiHooman MajdSadegh GhorbaniSanam ShantyaeiSaeid JafariThomas Erdbrink, corrispondente del New York Times; la ricercatrice Narges Bajoghli; il professore Hamid Dabashi; e il sociologo Eskandar Sadeghi-Boroujerdi.

L’ipocrisia della corsa al “decoro”

Alcuni anni fa proprio su Fb scrissi la mia sull’estensione incredibilmente minima della minchia che misura quanto è importante il concetto di “decoro” per una società sana.

Anzi, scrissi proprio che dare un peso prioritario all’idea di “decoro” è la spia che segnala un certo grado di putrefazione culturale in un dato contesto; che una società preoccupata anzitutto del decoro è una società già morta, sepolta, decisa ormai a umiliare gli ultimi per illudersi di primeggiare in qualcosa.

Scrissi che il decoro è parente stretto del concetto a noi così caro di “tolleranza”, che altro non è se non l’ufficializzazione implicita di un rapporto di subalternità: la carità che il più forte concede al più debole. Scrissi che il decoro è triste proprio per quella sua natura illusoria, fuorviante, ipocrita: che ha a che fare con l’idea di dover tenere lontana dagli occhi la realtà, di vestirla per bene, di non farcela vedere nuda per non dover fare i conti con domande che chiamerebbero in causa la profonda ingiustizia di un certo modello di sviluppo. E in definitiva delle vite che conduciamo, vite che nel peggiore dei casi andrebbero più che bene al più fortunato in assoluto tra chi non nasce nel posto giusto. Scrissi né più né meno che il decoro è la traduzione allarmante del concetto di “fastidio per il povero”, un’evoluzione ulteriore del processo di de-umanizzazione dell’Altro.

Se ci pensiamo bene, poi, la corsa al “decoro”, l’aspirazione politica (si tratta di un tema squisitamente bipartisan, e non da ieri) e collettiva al decoro, funzionale al sentirsi in qualche modo “moderni”, il meno possibile decadenti, all’autocertificarsi “evoluti”, poggia sulle stesse premesse cognitive su cui poggia l’idea di “aiutare gli immigrati a casa loro”.

Così come, nel migliore dei casi, chi parla di “aiutare a casa loro” non ha alcun interesse reale verso l’effettivo miglioramento delle condizioni di vita del prossimo, nessun interesse verso il segmento “aiutare” (processi di lungo termine, ridiscussione dei rapporti di forza ed economici, investimenti, aiuti rilevanti per lo sviluppo, rinunce, regolamentazioni del mercato) e molto invece verso il segmento “a casa loro” (demagogia, leviamoceli dalle palle prima possibile e poi vediamo, ci rubano il lavoro, sono “troppi”, ecc), chi parla dell’importanza del “decoro” non ha alcun interesse – come di solito afferma per assolversi moralmente – verso l’obiettivo di una società senza persone costrette a dormire per strada, a soffrire ogni minuto della loro vita, mentre ne ha assai di più verso l’idea che quelle stesse persone gli stiano il più lontano possibile, e se necessario spariscano nei tombini (come già avviene in alcuni luoghi).

Il punto è sempre quello, visto da angolazioni via via differenti: siete razzisti, nel senso più pieno, completo, profondo del termine. E non ve ne rendete conto granché, in buona parte dei casi

Proteste in Iran: prime impressioni a caldo

Come ha scritto Arash Karami, è difficile capire cosa stia realmente accadendo, anche se fioccano gli indovini come al solito. Finora l’ipotesi più sensata – oltre che prudente – è che si sia di fronte a una sorta di “rivoluzione delle aspettative”, quelle di diversi segmenti della società iraniana, partite e approdate in lidi diversi. Le aspettative degli iraniani in genere sono sempre state alte – gli iraniani sono mediamente molto istruiti e vanno a votare alle diverse elezioni con una affluenza mediamente superiore al 65-70%, si tratta di un dato che racconta qualcosa anche sulle Aspettative – dopo l’accordo sul nucleare sono cresciute ancora di più. E quando vengono deluse, o si percepisce siano state deluse, le persone si fanno sentire. Ricordiamoci peraltro che gran parte delle sanzioni (quelle che riguardano transazioni di società occidentali che hanno i conti presso banche americane, che si adeguano alle sanzioni americane) ai danni dell’iran rimangono in essere, in palese contrasto con quanto pattuito durante gli accordi sul nucleare e sopratutto con il suo spirito.

Non è tuttavia chiaro come mai non emerga un leader, e finora le proteste in atto sembrano essere policentriche, venire addirittura da attori ostili l’uno all’altro. La portata di alcune manifestazioni in alcune città tradizionalmente conservatrici induce alcuni a pensare che vengano più da “destra” che da “sinistra” (scusate la becera semplificazione).

Alcuni religiosi ultra conservatori come l’ayatollah Nouri Hamedani hanno ufficialmente appoggiato le proteste (magari non capendo in primis, o facendo finta di non capire, che le proteste vengono da soggetti diversi con istanze diverse o anche inconciliabili). Sarebbe suggestivo capire in che misura (magari nessuna) c’entri l’elettorato potenziale e gli aficionados di Ahmadinejad (che per molti versi rimane un “anti-sistema”, un po’ come Grillo da noi, ma senza i suoi soldi), ultimamente tornato agli onori delle cronache per delle pesanti accuse al potere giudiziario e una reprimenda di Khamenei. La sua base (oggi sicuramente ristretta) coincide con le fasce della popolazione che hanno risentito molto del lieve peggioramento delle condizioni economiche, o in ogni caso del tradimento delle aspettative. Anche se a dire il vero le sanzioni colpiscono anche molti commercianti della classe più o meno media, che fanno affari con l’estero.

Difficile capirci qualcosa, anche perché oltre alle istanze specifiche esistono le culture politiche, vecchie e nuove, di riferimento (con i loro lasciti). E l’Iran custodisce al suo interno, storicamente, diverse culture politiche, pre e post rivoluzionarie, diversi set di ideali, di approcci filosofici, che influenzano le scale di priorità. In Iran – che rimane uno Stato rivoluzionario, etico, in cui valori intangibili assumono forza solo al suo interno, in cui l’ideologia ha ancora un peso e lo fa sentire in modo diverso a seconda dell’interpretazione che le si da’ – esistono diverse scale di priorità anche all’interno dello stesso segmento socioeconomico della società, o se preferite della stessa “classe”. Rende tutto ancor più complicato.

La situazione sembra estremamente fluida, stanotte succederanno sicuramente delle cose, specie a Teheran, la città “dove le cose accadono quando scende l’oscurità” (lo ha detto qualcuno, chi si ricorda chi). Gli slogan sentiti finora attraversano tutto lo spettro del pensabile, vanno da cori a favore di Reza shah da parte di ragazzi nati 60 anni dopo la fine del suo regno (..) a cori contro Rouhani; cori contro khamenei (sia da chi lo accusa di essere in combutta con rouhani nelle aperture all’America e nel “bere il calice amaro” sulle spalle della popolazione, sia da chi lo accusa di essere un dittatore esponente del clero privilegiato); cori contro i religiosi in genere; cori contro l’attivismo iraniano all’estero; contro il carovita (dal quale erano sostanzialmente partite le manifestazioni); contro i basij; contro gli Stati Uniti. C’è di tutto. Non mi pare ci siano stati cori a favore di Mousavi o Karroubi ma sono pronto a essere smentito. Ci sarebbe stata anche una manifestazione a favore del governo rouhani con circa 4000 persone.

Mi pare il massimo che per ora è possibile dire, considerando anche che non mi trovo lì in prima persona. A latere, il ruolo ineludibile e centrale dei social network, che sembrano aver dato una dimensione diversa al tutto, certificata dal grado di diffusione delle proteste. Non partecipatissime (si parla sempre di gruppi di centinaia) ma diffuse: in almeno 10-12 città ci sono stati movimenti (a Dorood, nel Lorestan, 6 persone sarebbero state uccise dai pasdaran durante gli scontri). Presto per parlare, interpretare o teorizzare, meno che mai per vaneggiare, come mi pare abbiano già ripreso a fare in molti, prima ancora di aver capito cosa sta accadendo, chi e perché sta protestando, dove e chi vuole andare in quale direzione.

Libano: la crisi economica dietro l’angolo

(AGI) – Beirut, 21 dic. – Vista la posizione geografica e l’influenza di attori esterni, il Libano vive una “esposizione geopolitica” permanente. Un recente studio della Reuters, tuttavia, avverte su un altro pericolo per il Paese dei Cedri: una devastante crisi economica, che potrebbe essere più vicina di quanto non si creda.
Ciò è dovuto anzitutto ad elementi strutturali: con i tassi di cambio fissi, uno dei più alti debiti pubblici al mondo ed un saldo profondamente negativo nella bilancia dei pagamenti, il Libano potrebbe trovarsi in seria difficoltà il prossimo anno. Sopratutto se, visti i rapporti declinanti con i Paesi del Golfo, dovesse esaurirsi o diminuire sensibilmente il flusso di denaro dalla Penisola, che sostiene l’ancoraggio al dollaro della Lira libanese.
Per anni, la capacità del sistema economico libanese di evitare il disastro finanziario ha sorpreso gli osservatori, che non hanno mai visti confermati i loro allarmi. Le cose potrebbero però cambiare parallelamente ad un cambiamento nella politica estera saudita, sotto la guida de facto di Mohammad Bin Salman, che recentemente, con le dimissioni indotte (e poi ritirate) del primo ministro libanese Saad Hariri, ha rimesso Beirut al centro della disputa regionale con la Repubblica islamica dell’Iran. Le dimissioni di Hariri possono essere così lette come il principio di un cambiamento nella strategia politica ed economica di Riad nei confronti del Libano, considerato dai sauditi sotto il controllo fattuale dell’Iran, attraverso Hezbollah.
La rinuncia di Hariri alle dimissioni ha calmato le acque in Libano ma ha anche avuto l’effetto di rimettere al centro della discussione la fragilità dell’economia libanese: un’economia che dipende molto dalle rimesse degli emigranti, e che fa i conti con un debito estero pari al 20% del Pil ed un debito pubblico pari al 150% del Pil, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Si tratta dei numeri peggiori in assoluto, tra quelli dei paesi a cui Fitch, l’agenzia internazionale per la valutazione del credito, concede un rating “B”.
Centrale, ai fini del discorso, è la Lira libanese, il cui cambio fisso col dollaro è attorno ai 1500. A differenza di gran parte dei paesi in via di sviluppo, che hanno adottato valute fluttuanti, il cambio fisso col dollaro rimane la norma nei paesi del Medioriente, sopratutto in quelli del Golfo. La valuta libanese, tuttavia, a differenza di questi ultimi, non è sostenuta dalla adeguata solidità finanziaria. Al contrario: Beirut fa affidamento da decenni sulle sue banche, e nella fattispecie sui depositi nelle banche libanesi da parte dei milioni di libanesi che compongono la diaspora, molto più numerosi dei libanesi che vivono in Libano. “Nel medio termine, il Libano ha dei problemi macroeconomici strutturali, perché è costretto a continuare ad attrarre depositi per sostenere la valuta nei confronti del dollaro”, spiega Jean Michel Saliba, economista alla Bank of America. “Il Libano è stato resiliente per molto tempo ma ciò non significa che lo sarà per sempre”.
Con una valuta agganciata al dollaro, le autorità del Paese devono essere attente a detenere una sufficiente quantità di dollari per mantenere fisso il cambio, oltre che a monitorare la stabilità dei flussi per non sguarnire le casse statali. Durante l’ultima crisi politica di novembre, un buon numero di libanesi è corso in banca per ritirare dollari: i dati del FMI mostrano infatti che nel corso dell’ultimo mese i depositi di valuta estera nella Banca centrale libanese sono diminuiti di 1.6 miliardi di dollari, mentre gli operatori finanziari cercavano di rimediare con manovre a sostegno della Lira libanese. Nella Banca centrale del Libano, guidata dal Riad Salameh dal 1993, ci sono circa 43 miliardi di dollari in riserve. L’affidamento che il Libano fa sui cittadini all’estero e le loro rimesse, può essere visto come un punto di forza ma anche come una debolezza.
Come spiegano Lisa Barrington e Sujata Rao, da una parte il denaro proveniente dalla diaspora è noto per essere più vischioso degli investimenti in bond o titoli esteri, cioè più in grado di resistere ai cambiamenti dell’economia: il rovescio di questa medaglia è però che queste rimesse oggi ammontano al 16% del Pil libanese, un numero molto più alto di quello delle altre economie emergenti. Inoltre – ed è un aspetto centrale – i due terzi di queste rimesse provengono dai paesi del Golfo e sono quindi perennemente a rischio, viste le recenti e crescenti tensioni tra Beirut e Riad. Non è un caso che lo stesso Saad Hariri abbia menzionato le possibili “sanzioni” da parte dell’Arabia Saudita come uno dei pericoli più concreti per il Paese.
“Hanno un numero sufficiente di riserve, che vengono alimentare però dalle rimesse. Se le cose peggiorano nella regione, non c’è alcuna garanzia che questo denaro continui a fluire nel Paese”, avverte Regis Chatellier della Societe Generale, aggiungendo che un eventuale collasso del meccanismo di ancoraggio al dollaro potrebbe far velocemente schizzare il debito estero a cifre insostenibili. “A mio avviso, l’economia libanese è quella da monitorare in modo più attento il prossimo anno. In termini di rapporto tra debito e Pil ha numeri simili a quelli del Giappone ma a differenza del Paese dell’Asia orientale ha un enorme disavanzo nelle partite correnti”.
Anche il meccanismo di ancoraggio al dollaro è per il Libano un punto di forza e allo stesso tempo di debolezza. Finché si rivela affidabile e stabile, i libanesi della diaspora avranno tutti i motivi per convogliare i loro fondi negli istituti di credito libanesi, caratterizzati da altissimi tassi di interesse. La crescita costante dei depositi ha permesso al sistema bancario di finanziare le politiche del governo e alla Banca centrale di utilizzare questa liquidità; tuttavia, se questo flusso dovesse diminuire, per esempio nel caso in cui i libanesi residenti nei paesi del Golfo dovessero essere costretti a tornare in Libano, il dubbio sulla stabilità dell’ancoraggio al dollaro crescerebbe, col rischio che si attivi una corsa all’acquisto di dollari. Secondo gli esperti, la Banca centrale libanese potrebbe affrontare solo parzialmente una situazione del genere, visto che le riserve in dollari ammontano a circa il 60% del totale dei depositi bancari.
Secondo Toby Iles, direttore della sezione Medioriente e Africa di Fitch, avverte che “se dovesse crescere il deflusso di denaro (a cui il Libano non è abituato, ndr) stimolato da una crisi politica, potrebbe materializzarsi uno scenario in grado di minare alla base la fiducia nel meccanismo di ancoraggio al dollaro”. Per il Libano, quindi, sembra esser necessario un taglio della spesa per ridurre il deficit. “Nel lungo termine, quello che stiamo facendo non è sostenibile. Non puoi affidarti ai prestiti per sempre. Non puoi affrontare così a lungo un deficit fiscale così grande, come quello del Libano. Se la fiducia nella Banca centrale rimane intatta, questo lungo termine può facilmente trasformarsi in breve termine. Ed è a quel punto che iniziano i problemi”, aggiunge Fadi Osseiran, direttore di una delle principali (e più solide) banche libanesi, la Blom Bank. (AGI) LBY

Siria: il lungo divorzio di HTS da Al Qaeda

(AGI) – Beirut, 19 dic. – Sembra essere una vera e propria guerra interna all’universo delle fazioni ribelli in Siria, quella che si sta consumando sopratutto in queste settimane. Ad agosto 2016 la più grande coalizione di forze ribelli in Siria, Hayat Tahrir al Sham (HTS), aveva annunciato la sua separazione formale da Al Qaeda, l’organizzazione di cui era in origine una emanazione, rinunciando al nome di Jabhat al Nusra e tramutandosi in Jabhat Fatah al Sham. Lo scorso 27 novembre, poi, è accaduto qualcosa che sembra confermare la rotta di collusione tra HTS e l’orbita qaedista.
Sui siti web vicini a HTS, ha infatti iniziato a circolare la notizia dell’arresto da parte dell’organizzazione di una serie di importanti leader jihadisti, che in passato erano stati dei membri di Jabhat al Nusra: Sheikh Sami Uraydi, Abu Julaybib al Urduni, Abu Khadija al Urduni e Abu Mussab al Libi. “Queste persone si opponevano alla separazione di HTS dalla galassia salafita-jihadista”, spiega Sheikh Hassan Dgheim, un religioso siriano che monitora l’area jihadista in Siria da qualche tempo.
Questo ciclo di arresti arriva al culmine di una lunga campagna di misteriose uccisioni di membri di HTS. Secondo Haid Haid, ricercatore dell’Atlantic Council, da settembre a novembre 2017 sono più di 35 i membri di HTS assassinati in Siria, nell’area di Idlib, e tra questi figurano sopratutto leader di alto rango e religiosi, sopratutto sauditi, giordani e tunisini: Abu Talha al Urduni, Abu Abdulrahman Al Mohajer, Abu Sulaiman Al Maghribi, Abu Yahya al Tunisi, Suraqa al Maki e Abu Muhammad al Shari’i tra gli stranieri; Abu Elias al Baniasi, Mustafa al Zahri, Saied Nasrallah e Hassan Bakour tra i leader di nazionalità siriana.
Secondo fonti locali a Idlib, citate dalla ricercatrice Mona Alami, queste uccisioni segnalano l’irrigidirsi di una campagna interna all’organizzazione, condotta dalle fazioni più estremiste, formate sopratutto da foreign fighters, non disposte ad accettare un’agenda più pragmatica. Ostili, in sostanza, al disegno immaginato dal leader di HTS, Abu Mohammed al Jouwlani, che da qualche tempo promuove la “sirianizzazione” dell’orbita ribelle, che passa anche per la recisione dei legami con al Qaeda.
Secondo alcuni osservatori in Siria, gli arresti condotti lo scorso 27 novembre comporteranno un prezzo molto alto da pagare per HTS, una organizzazione che peraltro in questi anni è passata da un’alleanza all’altra, da quella con lo Stato islamico a quella con Al Qaeda. Quando ad agosto 2016 HTS decise di “divorziare” dall’organizzazione capeggiata da Ayman al Zawahiri, la notizia fu accolta da gran parte degli osservatori come un mero esercizio di marketing, di “rebranding”, una operazione più di facciata che sostanziale. Quella, invece, era solo la prima fase di un processo che ora sembra giungere quasi a pieno compimento.
La seconda fase è invece iniziata a gennaio 2017, quando Jabhat Fatah al Sham, dopo aver rinunciato formalmente alla affiliazione qaedista, cambiando nome, ha deciso di tramutarsi in quello che è oggi: Hayat Tahrir al Sham, un raggruppamento che in seguito ha stimolato l’adesione di diverse formazioni armate – alcune pragmatiche, altre estremiste – nel nord della Siria, sopratutto nell’area di Idlib: Nur al Din al Zenki, Liwa al Haqq, Jabhat Ansar al Din, Jaish al Sunna le principali, con l’aggiunta di ex membri di Ahrar al Sham.
L’ultima fase è quella in corso: sempre secondo il religioso Hassan Dgheim, gli arresti di venti giorni fa non indicano semplicemente la frattura dall’orbita salafita-jihadista da parte di HTS, bensì anche l’intenzione di dare all’organizzazione una dimensione diversa, basata su una struttura interna che faccia sempre più ricorso ai civili: “HTS vuole reinventarsi come un attore pragmatico”, sostiene Dgheim. L’organizzazione recentemente ha anche rilasciato un comunicato, nel quale si parla di stabilire una entità “sunnita”, e non più “jihadista”.
La metamorfosi “civile” di HTS la spiega a SyriaDeeply l’attivista siriano, nativo di Idlib, Ibrahim Idlibi, secondo cui il gruppo da qualche tempo sta cercando di “infiltrarsi” nelle strutture amministrative della provincia, come la “Idara Madaniya Ameh”, cioè l’amministrazione civile generale, che si occupa della fornitura di servizi alle diverse cittadine del governatorato di Idlib, intrattenendo rapporti con autorità civili e coordinandosi anche con ong locali e internazionali.
Secondo l’esperto di Siria Samuel Heller, oggi il nordest del Paese è governato da “una serie di istituzioni nuove e solo formalmente indipendenti, poiché già sotto il controllo fattuale di HTS. Il fulcro del progetto amministrativo di HTS si basa sul ‘governo di salvezza’, secondo il quale la stessa HTS cede gradualmente il controllo di determinate aree ad una amministrazione civile”, spiega Heller. Un divorzio dall’orbita dell'”Internazionale jihadista” che sembra sempre più concreto, come dimostra il recente video pubblicato dal leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri, in cui quest’ultimo accusa HTS di aver “tradito” il giuramento prestato all’organizzazione terroristica resa “celebre” da Osama Bin Laden. (AGI) LBY

Libia: come le fazioni libiche cercano di accreditarsi presso Trump

(AGI) – Beirut, 18 dic. – E’ partita la corsa all’accredito presso l’attuale amministrazione americana delle varie fazioni libiche. Il mese scorso Fayez Serraj, primo ministro del governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite, ha incontrato per la prima volta alla Casa Bianca Donald Trump, nelle stesse ore in cui il generale Khalifa Haftar, in controllo dell’est del Paese, rafforzava la sua presa militare, alleandosi via via con milizie locali in grado di legittimarlo e contribuendo a rendere più profonda la frattura interna al Paese.
Durante l’incontro con Serraj, il presidente americano Donald Trump ha ribadito il suo sostegno al Governo di unità nazionale (GNA) e agli sforzi delle Nazioni Unite per condurre il paese ad una riconciliazione. Parallelamente, avrebbe invece glissato sulla richiesta di Serraj di annullare l’embargo sulle armi in Libia. Nel frattempo, la famiglia Haftar ha assunto un paio di aziende di lobbying americane, per cercare di raggiungere il Congresso e il potere esecutivo americano attraverso canali paralleli. Merito del figlio di Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico, che lo scorso 1 novembre ha messo sotto contratto per i prossimi sei mesi – a 20.000 dollari di salario mensile – la Grassroots Political Consulting, con base a Washington, per “promuovere gli interessi politici e strategici della famiglia Haftar in seno al Congresso americano”.
Un mese dopo, il generale Abdelrazek al Nadhouri, autoproclamato governatore della Libia orientale, nonché capo dello staff di Khalifa Haftar, ha fatto lo stesso con la Keystone Strategic Advisers. Gli interessi di Al Nadhouri a Washington, peraltro, sono curati da Vladimir Petrovic, ex ambasciatore della Serbia negli Stati Uniti.
Insomma, nonostante la visita di Serraj a Washington faccia pensare ad una corsia preferenziale per quest’ultimo, sembra sempre più chiaro che è in corso una “gara all’accredito”, attraverso canali diversi, da parte dei leader libici presso l’amministrazione americana, che d’altronde ha sempre mandato messaggi contraddittori sul tema dell’impegno a mantenere intatto il processo di pacificazione.
Lo scorso aprile Trump aveva affermato di “non vedere un ruolo americano in Libia, se non quello di combattere lo Stato islamico”, salvo essere parzialmente smentito alcuni giorni dopo da Nikki Haley, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, che aveva invece ribadito il pieno supporto alle iniziative dell’Onu. Una affermazione poi rafforzata il mese successivo dalla visita da Fayez Serraj dell’ambasciatore americano in Libia – ma residente in Tunisia – Peter Boyle, in compagnia del comandante di Africom, Tom Waldhauser.
In modo forse controintuitivo, sia il Congresso Generale Nazionale di Tripoli (oggi smantellato), vicino a Serraj, che la Camera dei rappresentanti di Tobruq, vicina ad Haftar, hanno mantenuto contatti serrati con la Dickens and Madson, un’azienda canadese di consulenza, a capo della quale c’è nientemeno che Ari Ben Menashe. Ben Menashe, ebreo iracheno nato in Iran, è un ex trafficante di armi, noto per il suo ruolo nello scandalo Iran-Contras degli anni ’80. Ha affermato di aver incontrato rappresentanti di diverse fazioni libiche e di entrambi i parlamenti, per cercare di mediare una pacificazione e ottenere in caso il sostegno di Trump.
Lo scorso luglio, in seguito ad un incontro mediato dal presidente francese Emmanuel Macron a Parigi, Serraj e Haftar si erano accordati per indire delle elezioni in Libia nel corso dei primi mesi del prossimo anno. E’ tuttavia tutt’altro che scontato che il voto avvenga. “Questi accordi durano di solito poche settimane, a volte solo pochi giorni”, commentava lo scorso agosto con disincanto l’ex inviato speciale degli Stati Uniti in Libia, Jonathan Winer, che aveva lasciato la sua posizione in Libia con l’inizio dell’amministrazione Trump, senza essere ancora rimpiazzato.
Per l’anno fiscale iniziato ad ottobre, il Dipartimento di Stato americano ha chiesto circa 31 milioni di dollari per aiuti alla Libia, che configurerebbe un aumento del 50% rispetto allo scorso anno. “Il generale Haftar cerca aiuti militari per poter diventare il capo del Paese e governarlo come in una dittatura”, avverte Winer. “Vogliono solo un riconoscimento dell’est del Paese, per poter controllare le risorse e il petrolio in modo indipendente rispetto a Tripoli”. Per questi obiettivi, appunto, Haftar avrebbe già alcuni alleati a Washington, tra i quali anche Walid Phares, consigliere sul Medioriente di Trump, che considera il Parlamento di Tripoli dominato da islamisti e poco affidabile. Poi, ci sono Egitto e Emirati Arabi Uniti, i principali sponsor regionali del generale libico.
In questo senso, secondo l’esperto di Libia dell’European Council on Foreign Relations, Mattia Toaldo, se da una parte Trump pare disinteressato alla Libia, dall’altra ha sostanzialmente “consigliato” ad Haftar di attenersi alle strategie delineate da Abu Dhabi e il Cairo, appaltando ai due paesi arabi le decisioni sul futuro imminente della Libia. (AGI) LBY

Armenia: il ritorno dei profughi siriani (di origine armena)

(AGI) – Beirut, 18 dic. – Si chiama “Casa a casa” (“Home to home”), la mostra fotografica organizzata a Yerevan, capitale dell’Armenia, dalla curatrice Anna Kamay e altri tre fotografi – Anush Babajanyan, Piruza Khalapyan e Nazik Armenakyan -, un’iniziativa volta ad aprire gli occhi sulla realtà delle migrazioni, del conflitto siriano e del destino che lega i profughi siriani all’Armenia.
Gli oltre ventimila profughi siriani giunti in Armenia, infatti, sono a loro volta diretti discendenti degli Armeni che fuggirono dalla Turchia durante il genocidio, per trovare rifugio sopratutto in Libano e Siria. Oggi, stanno ravvivando la “fabbrica sociale” armena, come la definisce la giornalista Tamila Varshalomidze su Al Jazeera, rendendo più eterogenea una società notoriamente mono-etnica come quella del piccolo paese nei pressi del Caucaso.
“La gente di Yerevan si veste perlopiù con colori scuri, e i rifugiati venuti dalla Siria hanno portato colore. Si tratta di una novità qui, in grado di portare cambiamenti culturali”, spiega Anna Kamay. Cambiamenti culturali ma anche economici, dato che i nuovi arrivati in gran parte hanno aperto via via nuovi esercizi commerciali – tra cui alcuni ottimi ristoranti – che hanno ravvivato l’atmosfera capitolina.
“La comunità armena era una delle più solide in Siria, e se non fosse stato per la guerra, non avrebbe mai lasciato il Paese per tornare in Armenia. Si tratta quindi di una circostanza sfortunata quella che li ha riportati qui, che però sta producendo effetti positivi, dando una spinta all’economia attraverso il capitale umano e la diversità, una cosa che manca in Armenia”, continua la Kamay.
Non è ancora quanti dei 20.000 rifugiati di origine armena si siano spostati in altri paesi o abbiano fatto ritorno in Siria nel frattempo, ma il numero degli arrivi totali in Armenia – che ha una popolazione i 2.9 milioni di persone – pone il piccolo paese in cima alla lista dei Paesi col più alto numero di rifugiati in rapporto alla popolazione: su mille locali, i rifugiati sono circa sei.
“Inizialmente i rifugiati armeni siriani vengono trattati come stranieri, perché l’Armenia è un paese mono etnico, le persone non sanno rapportarsi bene con i forestieri”, spiega uno dei fotografi, Anush Babajanyan. “Tuttavia, gli armeni siriani sono molto espansivi, aperti e vivaci, per cui sono spesso loro a fare il primo passo. Questo aiuta molto nel processo di inserimento”.
La parte più difficile nel processo di integrazione è legata alla mancanza di opportunità economiche, in un paese con un tasso di disoccupazione intorno al 20%. Alcuni dei rifugiati armeno siriani – beneficiando di sistemazioni in aree rurali, offerte dal governo de facto, in cambio della gestione dei terreni agricoli – si sono addirittura stabiliti nel Naghorno-Kharabak, una regione che pone in conflitto Armenia e Azerbaijan e che è riconosciuta dalla comunità internazionale come parte del vicino paese azero. Tuttora non sono infrequenti scontri armati e schermaglie tra i rispettivi eserciti di frontiera.
“Si tratta di un aspetto interessante”, spiega ancora Babajanyan. “Quella non è una regione pacifica, ma molti dei rifugiati che arrivano qui dicono: se devo stare in una zona in guerra, voglio che sia un conflitto che riguarda la mia gente. E molti dei rifugiati armeno siriani considerano questo conflitto ancora più vicino di quanto non lo sia quello in Siria”.
Il giovane Shant Muradian, armeno nativo di Aleppo, ha deciso nel 2015, a 19 anni, di tornare in Armenia in compagnia del fratello, lasciandosi dietro l’intera famiglia tranne la madre, che li ha raggiunti poco dopo. Il suo percorso è al centro della mostra di Yerevan, nonostante inizialmente fosse restio a farsi fotografare. “Sono stato fortunato. Mio cugino, arrivato in Armenia quattro anni prima di me, mi ha aiutato a trovare un lavoro (nella cucina di un ristorante, ndr), ma molti altri ragazzi non hanno la mia fortuna, non hanno parenti o amici qui che gli possano dare una mano. Per loro è più difficile”, spiega Muradian. La Kamay, curatrice della mostra, ne è convinta: “è una storia non solo di migrazione ma anche di coraggio, resilienza e incrollabile volontà di iniziare da capo”. (AGI) LBY