Libano: il lento, paradossale tramonto dell’influenza saudita

(AGI) – Beirut, 13 nov. – Il Libano subisce da decenni l’influenza dei vari attori regionali, di cui spesso si ritrova ad essere il terreno di confronto o scontro. Sopratutto dopo il ritiro delle truppe siriane dal Paese dei Cedri, in seguito all’assassinio di Raifq Hariri nel 2005, sono Arabia Saudita e Iran i due paesi che più di tutti gli altri fanno sentire il proprio peso sulle dinamiche interne al paese.
Lo storico libanese Kamal Salbi, subito dopo la guerra civile, definì il Libano un “non-paese dove cristiani e musulmani una volta vivevano fianco a fianco, senza però riuscire a condividere un progetto comune per la loro terra natìa”. Nel paese descritto come “una casa con tante finestre”, i cristiani storicamente guardano all’Europa, mentre i musulmani aspirano a rimanere ancorati al framework nazionalista arabo.
Iran e Arabia Saudita hanno aggiunto altre finestre alla “dimora libanese”. I primi con la fondazione e il finanziamento di Hezbollah, movimento politico militare nato nel 1982 (ufficialmente nel 1985) per respingere l’invasione israeliana del Libano; i secondi sopratutto con la storica cooptazione di esponenti della borghesia sunnita, sin dagli anni ’40. Quando Riad denuncia le “ingerenze iraniane negli affari libanesi”, non lo fa da una posizione imparziale, perché Riad guarda al Libano e lo considera estensione del proprio “cortile di casa” da più di mezzo secolo.
Storicamente, buona parte dei primi ministri sunniti del Libano (il primo ministro deve essere sempre sunnita, così come il presidente deve essere cristiano e lo speaker della Camera musulmano sciita) hanno sempre conservato interessi economici e finanziari in Arabia Saudita, della quale spesso hanno la cittadinanza che gli permette di operarvi liberamente (un cittadino straniero può condurre affari solo tramite uno sponsor locale in Arabia Saudita, ndr).
E’ lunga la lista di personalità della storia recente libanese ad avere legami diretti con i reali sauditi, la cui strategia a partire dagli anni ’50 è quella di promuovere l’ascesa di una borghesia sunnita compiacente verso Riad, e determinata a contrastare le spinte nazionaliste e di sinistra provenienti dalle elitè intellettuali di Beirut : non solo l’ormai celebre famiglia Hariri ma anche gli ex primi ministri degli anni ’40 e ’50, Hussein al Oweini e Riad El Sohl, erano legati a doppio filo a Riad.
Il primo, dal 1923 al 1947 lavorò come agente di commercio per la famiglia reale, fondandovi poi una azienda a Riad, la Ne’ma Te’ma; il secondo, al quale è intitolata una centralissima piazza a Beirut, è nientemeno che il nonno materno Walid bin Talal bin Abdul Aziz al Saud, principe saudita, tra i cinquanta uomini più ricchi al mondo, recentemente arrestato nell’ambito delle purghe anti–corruzione avviate dalla Casa reale.
Tuttavia, se la cooptazione di leader politici ed imprenditori può essere funzionale alla tutela di specifici interessi sauditi in Libano, essa non è riuscita, nel tempo, a canalizzare i sentimenti popolari: durante gli anni ’60, nei principali quartieri sunniti di Beirut, come Tariq Jdeideh e Ras Beirut, i residenti intonano sopratutto cori in favore di Gamal Abdel Nasser e in sostegno al nazionalismo arabo. Insieme ai rifugiati palestinesi in Libano (musulmani sunniti), danno vita ai “nazionalisti di Beirut” (Beirut al Wataniyya), che nel 1970 scendono per le strade del Libano a piangere la morte del leader egiziano.
La mano saudita sul Libano dal secondo dopoguerra viene quindi mantenuta dalla borghesia sunnita di Beirut, Sidone e Tripoli, che sopratutto a partire dagli anni ’80 svolgono le funzioni di avamposti contro la crescente influenza iraniana. Oltre a costruire un impero economico e finanziario sia in Libano che in Arabia Saudita, l’ex primo ministro Rafiq Hariri riesce ad ottenere grande popolarità nella comunità sunnita libanese: dopo la fine della guerra civile è lui – con la fondazione di Solidere – a dominare i piani di ricostruzione nella capitale, monopolizzandoli a danno di piccoli imprenditori.
Come ricorda l’analista Madawi al Rasheed, oggi l’area di Solidere, nel centro di Beirut, è un hub finanziario senza anima, spesso desolato ma allo stesso tempo addobbato con un lusso che pochi libanesi possono permettersi. Testimonianza di un progetto la cui ambizione alla base era forse eccessiva.
Con l’assassinio di Rafiq Hariri nel 2005, Saad Hariri ne rileva il ruolo, ed eredita anche il ruolo di rappresentante principale della comunità sunnita in Libano. Avvia dei progetti filantropici nel Paese con i guadagni in Arabia Saudita, anche per contrastare o rimanere al passo dei progetti di “welfare parallelo” (ospedali, scuole, ecc) avviato dagli enti controllati da altri partiti politici, in primis Hezbollah.
La presa del potere da parte di Re Salman nel 2015 coincide anche con il crollo dei prezzi del petrolio, che contribuisce al declino delle attività finanziarie di Hariri, e di riflesso a quello politico. La sua principale azienda, la Saudi Oger, è costretta a licenziare migliaia di persone, fino alla definitiva chiusura lo scorso luglio.
Nel frattempo, in Libano è prepotente l’ascesa di Hezbollah, sia in termini di popolarità (dopo aver respinto le due invasioni israeliane nel 1982 e nel 2006) che in termini economico-militari, grazie sopratutto al sostegno iraniano. La crescita della popolarità di Hezbollah è evidente sopratutto in seno alla comunità sciita (e in parte quella cristiana); in quella sunnita, invece, complice il sostanziale tramonto del Nasserismo e dei suoi derivati e affini, cresce l’influenza saudita: per le strade dei quartieri sunniti già negli anni ’80 si possono vedere poster dei reali sauditi, a cui in breve iniziano a fare da contraltare i ritratti di Khomeini e Khamenei nei distretti a maggioranza sciita.
Si tratta di una popolarità, quella dei sauditi in Libano, acuita dalla diffusa ostilità di una parte della comunità sunnita (salafita, più spesso) nel nord del Paese verso il mondo musulmano sciita da un lato e verso i persiani – percepiti come intrusi nel “mondo arabo” – dall’altro. Ostilità che nel tempo si scontra con la fedeltà mostrata dalle popolazioni del sud del Libano verso Hezbollah, senza i cui interventi nel 1982 e nel 2006, oggi forse il Paese dei Cedri sarebbe ancora occupato dalle truppe israeliane.
L’intervento di Hezbollah in Siria ha avuto sui libanesi effetti speculari: secondo alcuni ha contribuito a portare il conflitto in Libano, mettendone a repentaglio la sovranità; secondo altri, al contrario, l’intervento del Partito di Dio ha avuto una funzione “preventiva”, impedendo che la guerra in Siria fagocitasse il piccolo paese affacciato sul mediterraneo. Dal punto di vista geopolitico, però, le vittorie militari di Hezbollah in Siria hanno rafforzato l’influenza iraniana nella regione, a discapito dei sauditi. Non solo in Siria: anche in Iraq e sopratutto in Yemen, Riad non è riuscita a gettare le basi per sviluppi ad essa favorevoli.
La convocazione di Hariri e le dimissioni annunciate da quest’ultimo da Riad una settimana fa si inseriscono poi in una storia di pressioni saudite nei confronti del figlio di Rafiq: già tra il 2009 e il 2010, durante il suo primo mandato da primo ministro, Hariri si lamentò con gli americani per le pressioni saudite, volte a concludere una pace don Damasco. Non appena il riavvicinamento siro-saudita iniziò a vacillare, Hariri fu estromesso dal potere nel gennaio 2011, pochi mesi prima dell’inizio delle primavere arabe.
Da quel momento, le disposizioni saudite cambiano, e si basano sull’opposta necessità di non trattare con il regime siriano e di non assecondare l’influenza iraniana in Libano. Un dossier di difficile gestione per Hariri, che ha dovuto mantenere un certo equilibrismo politico per assecondare i suoi sponsor sauditi e nello stesso tempo dialogare con forze politiche libanesi ostili a Riad, fino alle recenti dimissioni, che aprono un futuro di incertezze per il Paese.
Questo ritorno prepotente di Riad sulla scena politica libanese assomiglia però ad un canto del cigno: “troppo tardi, troppo poco” – come sostiene l’analista dell’Arab Center di Washington, Joe Macaron – per contrastare efficacemente l’influenza iraniana, in un momento in cui gli interessi che legano le diverse componenti del governo di unità nazionale sembrano più solidi delle pressioni esterne. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
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Libano: che cosa è successo tra Saad Hariri e l’Arabia Saudita?

(AGI) – Beirut, 13 nov. – Saad Hariri sarebbe stato costretto dall’Arabia Saudita a rassegnare le dimissioni da primo ministro del Libano lo scorso 4 novembre per essersi rifiutato di combattere attivamente Hezbollah – il movimento politico militare sciita e filo-iraniano. Sono le pesanti rivelazioni che alcune fonti vicine al figlio dell’ex premier Rafiq Hariri – assassinato nel 2005 – hanno fatto all’agenzia Reuters, poche ore prima che quest’ultimo rilasciasse un’intervista di un’ora e mezza alla televisione del suo partito, il Mustaqbal (Futuro).
Nell’intervista concessa alla giornalista Paula Yacoubian, Hariri ha rivelato che entro tre giorni – “dopo aver preso le necessarie misure di sicurezza” – tornerà a Beirut per discutere delle sue dimissioni con il presidente Michel Aoun, dimissioni che ha ribadito di “aver preso autonomamente, volendo causare uno shock positivo per il paese”.
Rappresentanti dell’Esercito libanese, il presidente Michel Aoun, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah e un buon numero di altri rappresentanti politici nei giorni si erano detti convinti che Hariri si fosse dimesso su esplicito ordine dei sauditi, e che addirittura la lettera di dimissioni che ha letto in tv lo scorso 4 novembre fosse stata scritta da questi ultimi. Alcuni osservatori hanno fatto notare come il linguaggio utilizzato dal primo ministro libanese nell’occasione fosse insolito, e modulato da espressioni non ricorrenti nella sua retorica.
Alla sua tv, Hariri ha spiegato di essersi dimesso “per molteplici ragioni”, tra cui il mancato rispetto della politica della “dissociazione” che è alla base dell’accordo che ha portato alla sua nomina a primo ministro e all’elezione di Aoun, alleato di Hezbollah, a presidente. Con “dissociazione” si fa riferimento alla neutralità libanese rispetto ai conflitti regionali, in primis quello in Siria, dove il ruolo di Hezbollah è stato fondamentale per la tenuta del regime di Bashar al Assad.
E’ su questo punto che è opportuno riflettere, alla luce delle rivelazioni fatte alla Reuters citate all’inizio dell’articolo, perché il recente percorso che ha portato Hariri a dimettersi all’inizio del mese potrebbe non essere così scontato: è davvero l’indignazione di Hariri per il mancato rispetto della politica della dissociazione il motivo di questo uragano politico istituzionale in Libano? Bisogna dare per scontata la sua sincerità, in una intervista realizzata a Riad?
Lo stesso presidente Aoun, alcune ore prima dell’intervista, ha sollevato dubbi sul reale valore di dichiarazioni rilasciate sul suolo del paese che per molti sta trattenendo Hariri contro la sua volontà. E’ lecito porsi domande di questo tipo, e non solo perché la posizione di Hezbollah rispetto al conflitto in Siria non è cambiata, né negli ultimi mesi né rispetto ad un anno fa, quando venne formato il governo di larghe intese di cui Hariri è parte.
Alcuni giorni prima di annunciare le dimissioni, Hariri era volato a Riad, dove aveva incontrato una serie di personalità saudite, tra cui il ministro degli Affari del Golfo – colui che lunedì scorso ha detto che “il Libano ha dichiarato guerra all’Arabia Saudita” – Thamer al Sabhan.
Deve essere stato, quest’ultimo, un incontro ambiguo, per certi versi inquietante. Secondo le fonti vicine ad Hariri, infatti, il primo ministro sarebbe rientrato in Libano “molto soddisfatto e rilassato”, con l’impressione di aver convinto Al Sabhan sulla necessità di mantenere intatto l’accordo politico con Hezbollah, per il bene della stabilità del Paese dei Cedri, e su quella di ridiscutere un pacchetto di aiuti militari sauditi all’Esercito libanese. La serenità di Hariri appare simbolicamente confermata anche da un selfie che quest’ultimo si è scattato con il potente ministro saudita, postandolo poi sul suo profilo Twitter.
A Riad, invece, soddisfatti non lo sono per niente. Secondo le fonti citate dalla Reuters, durante questi meeting nella capitale saudita Hariri avrebbe detto apertamente la sua su come rapportarsi a Hezbollah, sostenendo che un conflitto con quest’ultimo – caldeggiato dall’Arabia Saudita – destabilizzerebbe il Paese. Parole che non sarebbero piaciute ad Al Sabhan, che lo avrebbe quindi congedato senza fargli prefigurare nulla di quel che sarebbe accaduto giorni dopo.
Quando Hariri viene “richiamato” a Riad la sera del 3 novembre non si aspetta nulla. Tuttavia, non vede le solite persone ad aspettarlo sulla pista d’atterraggio ma un gruppo di poliziotti sauditi, che subito confiscano a lui e alla sua scorta i telefoni cellulari. Come scrive Robert Fisk, è improbabile che Hariri nei giorni precedenti pianificasse le sue dimissioni, perché aveva in programma per il lunedì seguente degli importanti incontri istituzionali con emissari del FMI e della Banca mondiale.
Da quel momento, e fino all’intervista del 12 novembre una settimana dopo, il primo ministro del Libano non è più comparso in pubblico, fatta eccezione per una foto scattata durante un incontro con l’emiro di Abu Dhabi. Persino l’entourage del suo partito ne ha chiesto pubblicamente il rimpatrio, invocato anche da molti striscioni della Maratona di Beirut. Hariri, tuttavia, ha detto di essere “libero di muovermi all’interno del Regno e fuori”.
Secondo fonti libanesi citate da Middle east eye, Riad vorrebbe rimpiazzare Saad Hariri con suo fratello maggiore, Bahaa, alla guida del blocco sunnita in Libano. Bahaa dovrebbe trovarsi in Arabia Saudita (gli Hariri hanno la doppia cittadinanza, ndr) e secondo questi resoconti gli altri membri della famiglia Hariri avrebbero già declinato l’invito saudita a concedergli l’investitura.
Intanto, il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah ha affermato venerdì scorso su Al Manar – la tv ufficiale di Hezbollah, che non ha trasmesso l’intervista di Hariri come hanno fatto anche gli altri media del Partito di Dio – che “i sauditi stanno incitando Israele a lanciare un’altra guerra sul Libano, sono pronti a pagare decine di miliardi di dollari perché ciò si avveri”, ricordando poi come la guerra del 2006 nel sud del Libano “fu prolungata dai sauditi nel momento in cui Israele era propensa a porvi un termine”. (AGI) LBY

Libano: Arabia saudita richiama i suoi cittadini, segnali di guerra?

(AGI) – Beirut, 9 nov. – “Si invitano i cittadini sauditi residenti o in visita in Libano a lasciare il paese prima possibile, e a tutti gli altri di non viaggiare verso il Libano dal Regno saudita o da qualunque altra località internazionale”. Potrebbe essere questo comunicato rilasciato poche ore fa dal Ministero degli Affari esteri saudita, e citato dalla Saudi press agency, il primo segnale concreto di una escalation nella crisi in Libano.
Dopo i suoi diplomatici, Riad invita quindi i suoi cittadini a lasciare il Paese dei Cedri. Un cittadino libanese, invece, a Riad sembra destinato per il momento a rimanere: di Saad Hariri, primo ministro dimissionario del Libano, non si hanno notizie da sabato scorso, il giorno in cui a sorpresa ha annunciato le sue dimissioni in diretta tv dalla capitale saudita, che il presidente Michel Aoun ha respinto chiedendogli di presentarsi al palazzo presidenziale di Baabda per circostanziarle.
Sulle sue condizioni si sta aprendo un giallo: dopo il discorso televisivo di sabato, è apparso anche in una foto pubblicata martedì dall’agenzia di stato emiratina, nella quale appare in un incontro con l’emiro Bon Zayed, alleato chiave di Mohammad bin Salman. Nelle due occasioni indossava lo stesso vestito e la stessa cravatta.

“Crediamo che l’Arabia saudita stia tenendo Saad Hariri agli arresti domiciliari e che lo abbia costretto a rassegnare le dimissioni da primo ministro. Tutto questo è un attacco alla sovranità libanese. La nostra dignità è la nostra dignità. Lavoreremo con alcuni paesi stranieri affinché Hariri possa fare ritorno a Beirut”, le parole di un ufficiale dell’Esercito libanese, rilasciate oggi alla Reuters. Stamattina lo speaker della Camera Nabih Berri ha incontrato il coordinatore speciale delle Nazioni Unite in Libano Philippe Lazzarini ed una delegazione inglese e italiana. Proprio in queste ore il presidente francese Emmanuel Macron è atteso a Riad.

Anche Abdel Fattah al Sisi, presidente egiziano ed alleato saudita, teme che Hariri possa trovarsi agli arresti domiciliari a Riad, secondo quanto riferito dal citato Nabih Berri, che lo ha incontrato nei giorni scorsi al Cairo. E persino il partito “Futuro”, a capo del quale c’è proprio Saad Hariri, ha invocato il ritorno del figlio dell’ex primo ministro Rafiq.

La tesi di un certo grado di coercizione saudita nei confronti di Saad Hariri era stata sollevata già domenica scorsa da Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, che aveva commentato le sue dimissioni parlando apertamente di “una decisione scritta dai sauditi, perché le modalità con cui è stata presa non riflettono il carattere e il modo di fare di Hariri”.

La situazione è sempre più tesa, ed appare anche paradossale: lunedì l’Arabia saudita – che trattiene nel suo territorio il primo ministro del Libano – ha addirittura annunciato di considerare le “aggressioni di Hezbollah come una dichiarazione di guerra da parte del Libano e del partito del diavolo (Hezbollah, ndr) verso l’Arabia Saudita”, tramite il suo ministro degli Affari del Golfo, Thamer Al Sabhan, che ha poi insistito sulle ingerenze iraniane nella politica libanese.

A questo riguardo, va fatto notare che la retorica di Al Sabhan ricorda molto quella utilizzata dalla leadership di Israele, con cui l’Arabia Saudita vede allinearsi i propri interessi regionali. Dopo che lo scorso maggio il presidente del Libano aveva affermato per la prima volta che “le milizie di Hezbollah sono complementari all’Esercito libanese”, Israele aveva annunciato che in un eventuale ripresa delle ostilità avrebbe considerato tutto il Libano, e non più solo Hezbollah e la comunità sciita del sud, obiettivi militari.

Nel corso dell’estate la tensione è cresciuta, con le Israeli Defence Forces impegnate in due imponenti esercitazioni militari (una di ben dieci giorni) in due mesi, durante i quali gli aerei israeliani hanno sorvolato il territorio libanese una manciata di volte per condurre dei bombardamenti in Siria su convogli di Hezbollah. Gran parte degli analisti e dei militari, sia israeliani che legati ad Hezbollah, sembrano essere convinti che una guerra non sia lontana.

Sul graduale allineamento degli interessi israelo-sauditi in Libano sembra far luce un cablo diplomatico segreto, reso noto un paio di giorni fa dall’emittente israeliana Israeli Channel 10. Si tratterebbe di una circolare interna, fatta recapitare dal ministero degli Esteri israeliano a tutti gli ambasciatori israeliani del mondo nelle ore successive alle dimissioni di Hariri, e durante l’ondata di purghe illustri in Arabia Saudita ai danni di una serie di principi.

Nella circolare si chiede a tutti i diplomatici di fare tutto il possibile per aumentare la pressione diplomatica su Hezbollah e l’Iran (principali nemici regionali sia di Tel aviv che di Riad, ndr); di sostenere in modo deciso l’Arabia Saudita nella guerra contro gli Houthi filo-iraniani in Yemen; di sollecitare i governi dei paesi ospitanti affinché si impegnino a cercare di far espellere Hezbollah dal governo e dalla politica libanese. Una mossa, quest’ultima, molto inusuale per Israele. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Libano: Hariri si dimette, si va verso una escalation tra Teheran e Riad?

(AGI) – Beirut, 4 nov. – Non sono state un “fulmine a ciel sereno”, le dimissioni da primo ministro del Libano che Saad Hariri ha annunciato oggi: perché il cielo, in Libano, non è sereno da qualche tempo. La tempistica, il momento storico e le motivazioni addotte, però, lasciano molto da pensare.
Il Libano si trova oggi più che mai di fronte ad un futuro ignoto: un futuro in cui il precario equilibrio ricavato un anno fa dall’accordo politico tra lo stesso Hariri e Aoun – che aveva portato ad un governo di unità nazionale, che metteva insieme lo stesso Hariri ed Hezbollah, principale alleato del presidente cristiano maronita – rischia di saltare violentemente. Il paese potrebbe nuovamente precipitare nel caos e nella militarizzazione, fagocitato di riflesso dal conflitto regionale tra Iran e Arabia Saudita, che da anni fa da sfondo alle vicende politiche nazionali.
“Il mio sesto senso mi dice che alcuni (l’Iran ed Hezbollah, ndr) mi vogliono morto. C’è un clima molto simile a quello che precedette l’assassinio di mio padre (l’ex primo ministro Rafiq Hariri, ndr). Non permetteremo che il Libano diventi l’innesco dell’insicurezza regionale. Le mani dell’Iran dagli affari del mondo arabo verranno recise”, ha detto Hariri in un messaggio trasmesso in tv.
Due elementi, in particolare, forniscono degli spunti di riflessione. Il primo è il luogo dal quale Hariri ha annunciato la sua sorprendente decisione: Riad, la capitale dell’Arabia Saudita, in cui Hariri ha la cittadinanza e i suoi principali sponsor. Hariri è diventato primo ministro grazie ad un accordo di larghe intese con il Free Patriotic Movement di Aoun ed Hezbollah, per dare vita ad un governo di unità nazionale. Ed è proprio sul concetto di “consenso nazionale” che Hariri aveva insistito una settimana fa, nei giorni intercorsi tra i due viaggi compiuti nel giro di dieci giorni in Arabia Saudita.
L’accento sul consenso nazionale e sulla “interferenza di paesi stranieri (l’Iran, ndr) in Libano” appare poco compatibile con delle dimissioni annunciate nel Paese che insieme all’Iran mantiene un’influenza più evidente sul Libano, e su Hariri in particolare. Un po’ come se un arbitro passasse l’intervallo nello spogliatoio di una delle due squadre.
Il secondo elemento lascia spazio ad una ulteriore ambiguità: venerdì pomeriggio (ieri, ndr), infatti, lo stesso Hariri si trovava a Beirut, dove ha incontrato nientemeno che Ali Akbar Velayati, il principale consigliere di politica estera della Guida suprema dell’Iran, Ali Khamene’i.
Il meeting, secondo i resoconti dei media libanesi, sembrava essersi svolto in un clima di relativa serenità, in cui l’ormai ex primo ministro libanese si era rivolto a Velayati affermando che “siamo di fronte a delle sfide molto serie poste dal terrorismo, dagli estremisti e dalle correnti takfiri. Dobbiamo fare del nostro meglio per combatterli e sconfiggerli”. Poi aveva anche rassicurato rispetto al clima politico in Libano, dicendo che “nonostante alcune divergenze, la sicurezza e la stabilità sono state raggiunte in Libano, e tutti i gruppi stanno collaborando per promuoverla”.
Poi, deve essere successo qualcosa, perché meno di 20 ore dopo queste affermazioni Hariri è volato a Riad, dove prima ha incontrato Thamer al Sabhan (che nei giorni scorsi aveva caldeggiato una “azione di contrasto all’Iran ed Hezbollah in Libano”), ministro degli Affari del Golfo dell’Arabia Saudita, e poi ha annunciato le proprie dimissioni, comunicandole telefonicamente al presidente della Repubblica, Michel Aoun, che nel frattempo ha rimandato il suo viaggio in Kuwait.
L’incontro con Velayati appare peraltro strano, alla luce della notizia diffusa oggi dall’emittente al Arabiya, secondo cui nel corso di questa settimana Hariri sarebbe sfuggito ad un tentativo di assassinarlo a Beirut. Amaro il commento del leader druso del Partito socialista progressista, Walid Jumblatt: “il Libano è troppo debole per le dimissioni di Hariri”.
Gli osservatori sono sorpresi da questa mossa. Secondo alcuni, come Wael Al Husseini, le dimissioni di Hariri andrebbero inquadrate all’interno di una dinamica di lungo termine che dovrebbe portare il Libano a formare un nuovo governo che dialoghi con la Siria.
Secondo altri, lo scenario potrebbe essere invece assai più funesto, iscritto all’interno della escalation tra Iran e Arabia Saudita (i cui diplomatici, secondo al Hurra news, starebbero già lasciando il Libano).
La dinamica delle dimissioni di Hariri, inserita all’interno dei suoi stretti rapporti con Riad, da un certo punto di vista ricordano il percorso di Abd Rabbo Mansour Hadi, ex presidente dello Yemen, rifugiatosi in Arabia Saudita dopo l’ascesa dei ribelli Houthi, e da dove sta cercando di riconquistare la presidenza, mentre RIad è impegnata nei bombardamenti aerei sul paese del sud della penisola arabica. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Palestina: accordo Fatah-Hamas, che fine faranno le forze armate?

(AGI) – Beirut, 2 nov. – Lo scorso 12 ottobre al Cairo è stato firmato uno storico accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, col quale questi ultimi dovrebbero lasciare l’amministrazione della Striscia di Gaza ai primi. Come tutti gli accordi di riconciliazione da queste parti, però, esiste un margine di precarietà. Questo margine dipende sopratutto dalla gestione e dal futuro delle forze di sicurezza e delle milizie palestinesi.
“L’obiettivo della riconciliazione è quello di trasferire l’esperimento di West bank nella Striscia di Gaza, basato su una sola autorità, una sola legge, un solo esercito, assenza di milizie”, aveva detto lo scorso 24 ottobre il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas.
Secondo il professor Ibrahim Habib dell’Università Ribat (affiliata al ministero dell’Interno a Gaza), intervistato da Al Monitor, i servizi di sicurezza della Striscia di Gaza e di West Bank si dovrebbero “fondere” attraverso un comitato congiunto Fatah-Hamas, e sotto la supervisione egiziana. Questo comitato dovrebbe tra le altre cose fungere da equilibratore di istanze, impedendo ad esempio che la totalità delle forze di sicurezza a Gaza vengano rimpiazzate dai loro omologhi di Fatah.
Ovviamente, per decidere del futuro delle forze di sicurezza a Gaza è necessario valutarne l’entità. Secondo alcune stime interne all’universo palestinese, le forze di sicurezza a Gaza sarebbero composte da circa 18.000 elementi, tra cui 600 ufficiali di alto rango, dei quali 150 colonnelli e 30 generali, disseminati tra Sicurezza nazionale, sicurezza interna, polizia, difesa civile.
Appare chiaro, ormai, che quando si tratta di discutere del delicatissimo tema della gestione del comparto militare e di sicurezza, sia Hamas che Fatah sono inclini a glissare, nel timore reciproco che l’argomento comprometta il faticoso processo di riconciliazione. Prima o poi, però, il tema – che comprende anche quello della dottrina militare da adottare e la possibilità di perseguire o meno chi è accusato di “collaborare con Israele” – va affrontato, come scrive il professore palestinese Adnan Abu Amer.
Secondo l’ex portavoce del ministero dell’Interno a Gaza, Islam Shahwan, “nella Striscia i timori sulla gestione della sicurezza sono dovuti a diverse componenti: anzitutto, la possibilità che i migliaia di agenti di sicurezza di Gaza vengano da un giorno all’altro licenziati, per far posto ai loro “omologhi” di West Bank; in secondo luogo, l’oggettiva difficoltà di fondere i due corpi di sicurezza di Fatah e Hamas (e di tutte le altre milizie attive nella Striscia, che talvolta non dipendono direttamente da Hamas), che si lega anche alla questione dell’Intelligence: a West Bank c’è la Sicurezza preventiva speculare ai servizi interni di Hamas a Gaza. In sostanza, due agenzie di intelligence ben distinte.
In questo ambito, non esiste ancora alcun accordo sulle eventuali nomine dei capi e dei comandanti dei servizi. Infine, la questione dell’eventuale riconoscimento da parte del futuro ministero dell’Interno unificato della legittimità dei compiti assegnati agli ufficiali della sicurezza interna nominati nel 2007.
Secondo alcune fonti anonime citate dallo stesso Abu Amer, recentemente Fatah e Hamas avrebbero idee molto diverse su come trattare i funzionari di sicurezza a Gaza: Hamas chiede che rimangano tutti parte del futuro governo palestinese, Fatah è contraria. Quest’ultima avrebbe sostanzialmente accettato l’eventuale inquadramento di circa 3000 agenti – quelli nominati prima che Hamas prendesse il controllo della Striscia nel 2007 – nelle future forze di sicurezza, mentre Hamas chiederebbe l’inclusione anche degli altri 15000, nominati dopo il 2007.
Hani Masri, direttore del Palestinian Center for Policy Research and Strategic studies di Ramallah, ritiene che “per i comandanti dei servizi di sicurezza della West Bank sarebbe impossibile realizzare il progetto di fusione senza la collaborazione delle loro controparti a Gaza. Questo perché è necessario che essi si consultino gli uni con gli altri sui meccanismi e le modalità con cui ristrutturare e riformare i servizi di sicurezza palestinesi basandosi su criteri di professionalità e competenza, senza l’interferenza di partiti politici, e nella convinzione che l’obiettivo rimanga l’indipendenza palestinese e la fine dell’occupazione, anziché il rispetto degli Accordi di Oslo sulla sicurezza, che Israele ha già da tempo bypassato”. (AGI) LBY

Sudan: come Pechino vince la partita economica con Washington

(AGI) – Beirut, 1 nov. – Lo scorso 6 ottobre il Dipartimento di Stato americano ha deciso di rimuovere l’embargo ai danni del Sudan, dopo più di 20 anni: era il 1997, quando l’allora presidente Clinton decise di sanzionare Khartum sopratutto per la violazione sistematica dei diritti umani ed alcune preoccupazioni legate al terrorismo (in Sudan troverà rifugio anche Bin Laden, ndr), estromettendola di fatto dai mercati globali. Lo scorso marzo, l’ex ministro delle finanze sudanese, Badr el Din Mahmoud, ha stimato in 45 miliardi di dollari le perdite sostenute da Khartum a causa dell’impianto sanzionatorio.
La recente decisione del Dipartimento di Stato sembra essere in parte conseguenza – come spiegato nel comunicato che annuncia la fine delle sanzioni – di alcune “buone azioni del governo sudanese, sopratutto per quel che riguarda la cooperazione internazionale per la stabilità regionale e la gestione della minaccia terroristica. Tuttavia, sembra anche possibile che la decisione sia funzionale alla volontà statunitense di recuperare terreno nella competizione economica con la Cina. Un gap che, in questi anni, si è molto allargato.
Fino a 30 anni fa, le aziende americane erano assolute protagoniste in Sudan: questo dominio era ben rappresentato dalla Chevron, che di fatto monopolizzò l’esplorazione dei giacimenti petroliferi del Paese fino al 1984, quando a Bentiu (oggi città del Sud Sudan) fu attaccata una struttura dell’azienda americana da parte dei separatisti. In quegli anni, gli Stati Uniti erano anche tra i principali importatori di gomma arabica sudanese, una sostanza molto usata nell’industria alimentare, dei cosmetici e dei prodotti farmaceutici.
Negli ultimi 30 anni, e in particolare con l’inizio dell’embargo nel 1997, le cose sono cambiate. E’ Pechino il principale partner economico sudanese: Khartum esporta lì il 54% dei suoi prodotti, ed è sempre Pechino il principale esportatore in Sudan, seguita dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita.
Il rafforzamento della cooperazione tra Khartum e Washington sulla sicurezza e il terrorismo è stato, come detto, il viatico per la rimozione dell’embargo. Tuttavia, durante i venti anni di sanzioni le aziende americane hanno perso molto terreno, spianando la strada al protagonismo cinese e alla comparsa di altri investitori. “Oltre alla Cina, anche la Russia, l’India e il Brasile hanno riempito il vuoto lasciato dai paesi occidentali, sviluppando numerose partnership col governo sudanese”, spiega a Middle east eye l’analista politico sudanese Ahmed Mohammed.
Inizialmente, l’attivismo cinese in Sudan consisteva sopratutto nella concessione di prestiti a bassissimo tasso d’interesse e in fornitura di equipaggiamenti militari in cambio di petrolio. Col passare del tempo, però, gli investimenti cinesi nel settore petrolifero sudanese si sono fatti più consistenti, fino ad integrarsi in una piena partnership economica, politica e militare.
Sono tantissimi i progetti infrastrutturali finanziati dai cinesi in Sudan: dalla costruzione di reti stradali, della diga di Merowe nel nord del Paese, passando per l’espansione della bacino idruco di Al Rusairis nello stato del Blue Nile, fino ad arrivare ad un altro ambizioso progetto di costruzione di una doppia diga nel’est. I prestiti cinesi sono fondamentali per la manutenzione del sistema ferroviario sudanese, della sua flotta commerciale, e per la costruzione della strategica strada di Ingaz, che collega il Darfur al resto del Paese. In cambio, alla Cina è stato tra le altre cose garantito l’accesso esclusivo alle terre fertili della regione di Al Jazira, per la coltivazione del cotone.
Recentemente, la camera di commercio cino-sudanese ha reso noto che sono circa 160 le aziende cinesi attive nel mercato dei servizi, delle costruzioni e dell’agricoltura in Sudan. Inoltre, la Cina National Petroleum Corporation (CNPC) oggi domina l’intero settore petrolifero locale. Nel comparto militare, Pechino ha sostenuto attivamente Khartum nello sviluppo di un’industria per la produzione in loco di carri armati e aerei, e dal punto di vista politico, Pechino ha spesso fornito la copertura diplomatica necessaria a Khartum, ogni qual volta si attivava il tentativo occidentale di imporre nuove sanzioni.
Non è un mistero, infatti, che gli Stati Uniti e l’Unione europea abbiano più volte accusato Pechino di ostruzionismo in sede di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, impedendo con il proprio diritto di veto la promozione di altre sanzioni contro esponenti del governo di Khartum, per via dei crimini di guerra commessi in Darfur.
Sembra, tuttavia, che ora la Cina – stimolata dalla fine delle sanzioni occidentali – stia mettendo pressione al Sudan, chiedendo il pagamento dei debiti. Alcuni osservatori ritengono che ciò rappresenti una sorta di promemoria dei cinesi, un modo per ricordare al paese nordafricano la propria dipendenza dai prestiti del gigante asiatico. Nel 2016, Pechino e Khartum avevano raggiunto un accordo per la rinegoziazione dei debiti contratti dal Sudan, stabilendo la cifra di 10 miliardi di dollari, che Khartum dovrebbe pagare nel corso di cinque anni (un debito che è incluso nei 50 miliardi di dollari di debito estero sudanese, circa il 60% del suo Pil).
Secondo l’analista economico sudanese Asim Ismail, con la rimozione di buona parte delle sanzioni e i probabili tentativi di attrarre investimenti occidentali, gli interessi cinesi in Sudan non verranno intaccati nel breve termine: questo perché è improbabile, al momento, che un paese con infrastrutture precarie, mancanza di servizi e una modesta capacità di assorbimento del mercato sia attraente per le compagnie americane.
Nel lungo termine, invece, le cose potrebbero cambiare: per rafforzare la crescita economica il Sudan ha estremo bisogno di tecnologie avanzate nel settore petrolifero ed in altre industrie strategiche. Tecnologie che possono essere fornite dalle aziene occidentali in particolare. “Le tecnologie cinesi utilizzate in Sudan non sono state molto d’aiuto per l’obiettivo di ottimizzare la produzione petrolifera, ed hanno finito per rallentare il progresso economico, causando anche un impatto ambientale notevole”, spiega ancora Ismail.
Tuttavia, sembra di vitale importanza per Khartum la copertura diplomatica cinese, ogni volta che Washington si riserva l’opzione di sanzionare membri del governo sudanese, e d’altra parte per Pechino è fondamentale mantenere un accesso privilegiato in Africa orientale e sulle coste del Mar Rosso in particolare. Lo spiega anche Mohammed Aljak,  professore di economia all’Università di Khartum. “La posizione del Sudan è strategica per gli interessi cinesi, e nonostante le fine dell’embargo faccia immaginare risvolti positivi nel commercio con gli Stati Uniti, il Sudan è ancora profondamente connesso agli interessi cinesi”. (AGI) LBY

Iraq: Kirkuk è una partita di scacchi, e la sta vincendo Teheran

(AGI) – Beirut, 26 ott. – Congelato il risultato del referendum da parte del governo regionale del Kurdistan, riesteso il controllo del governo federale sulle aree considerate contese dalla Costituzione irachena, la questione chiave, in Kurdistan, ora è quanto e come durerà questo equilibrio precario.
A Kirkuk, ed in altre aree contese, i curdi sembrano progressivamente sempre più disillusi rispetto ai partiti principali, sopratutto il PUK e il KDP. Dal canto loro i turkmeni di Kirkuk e Tuz Khormato hanno mostrato un certo grado di coesione nell’opporsi al referendum del 25 settembre scorso, ma rimangono divisi su linee settarie. Da una parte ci sono le Milizie popolari sciite, che proteggono sopratutto i turkmeni sciiti a sud di Kirkuk e a Tuz Khormato, e sono legate all’Iran; dall’altra ci sono i turkmeni sunniti, che fanno riferimento all’Iraqi Turkmen Front, più vicino ad Ankara.
Nel 2014, i turkmeni non riuscirono a mettersi d’accordo sul nome di un candidato unico da porre a capo del Consiglio provinciale di Kirkuk: si tratta di un aspetto importante, perché questo mancato accordo ha permesso che la stessa Kirkuk venisse inclusa dal Governo regionale curdo nei territori soggetti a referendum. Parallelamente, le tensioni tra curdi e turkmeni, sopratutto a Tuz Khormato, si sono via via intensificate con la cacciata dello Stato islamico. Turkmeni sciiti e curdi si sono scontrati più volte negli anni recenti.
Come scrive il giornalista Fazel Hawramy, nell’area c’è una figura chiave da tenere a mente: si tratta del comandante dei pasdaran Haji Ali Eqbalpour, conosciuto a Tuz Khormato col nome di “Mr. Eqbali”. Quando nella città di Chamchamalm, lo scorso 18 ottobre, ad un gruppo di sfollati curdi di Tuz Khormato fu chiesto se l’Iran giocasse un ruolo nella loro città, la risposta è stata: “Il signor Eqbali si occupa dei turkmeni qui”.
Eqbalpour è conosciuto nella regione, essendo un luogotenente locale del comandante delle Forze Quds, Qassem Suleimani, ma sembra che in pochi si spingano a parlarne apertamente. La sua faccia a volte appare sulle pagine Facebook delle milizie popolari sciite, anche se non viene mai fatto il suo nome.
Il 18 ottobre, due giorni dopo che gli iracheni hanno sconfitto i pashmerga a Kirkuk, in una di queste pagine Facebook appare un’immagine che ritrae alcuni leader delle milizie a Kirkuk. Sulla destra dell’immagine, si staglia la figura di Eqbalpour, così come su molte altre foto di comandanti delle milizie, tra cui il celebre Abu Mahdi al Muhandis. La didascalia recita: “Al popolo glorioso di Kirkuk, ci congratuliamo con voi per queste vittorie, che confermano che la provincia di Kirkuk è sotto il controllo e la protezione del governo federale”.
E’ per questo che nei giorni scorsi il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha invitato pubblicamente gli iraniani ad “andare a casa e permettere agli iracheni di riprendere il controllo”. L’affermazione, però, sembra rivelare una dispercezione di fondo da parte degli Stati Uniti sul modus operandi iraniano nella regione. E forse anche sulla figura dello stesso Eqbalpour.
L’ex comandante pashmerga, Nawshirwan Mustafa, racconta in un suo libro che nella primavera del 1988, quando Saddam Hussein – sostenuto dall’Occidente – represse la ribellione curda (usando anche armi chimiche), i pashmerga insieme alle loro famiglie si spostarono sul lato iraniano del confine. In Iran trovano un interlocutore dei Pasdaran, incaricato di occuparsi dei rifugiati giunti dall’Iraq, disseminati nei tanti campi profughi iraniani. L’interlocutore è proprio Eqbalpour, che negli anni seguenti si continuerà a
coordinare con i pashmerga curdo-iracheni, imparando anche fluentemente il curdo.
Nel 1996, quando Barzani chiese aiuto all’esercito iracheno per sottrarre il controllo di Erbil ai rivali del PUK, gli Americani assicurarono a questi ultimi che non avrebbero permesso all’Esercito di Saddam Hussein di entrare in città. Quando l’attacco iniziò, il figlio di Jalal Talabani (leader del PUK) chiese quindi agli ufficiali americani di assicurare la no-fly zone. Gli americani risposero che Saddam non sarebbe entrato a Erbil. Ma i fatti li smentirono: l’esercito iracheno entrò a Erbil, Barzani riprese il controllo e gli statunitensi di stanza nella capitale del governo regionale fuggirono.
Due mesi dopo, furono quindi Eqbalpour e Suleimani ad aiutare il PUK a riprendersi il territorio sottrattogli da Barzani. Da questo genere di azioni concrete deriva, quindi, la fonte dell’influenza iraniana in Iraq.I curdi, così come gli sciiti iracheni, vedono nell’Iran un partner che mantiene le promesse.
Prima del referendum del 25 settembre, Eqbalpour e Suleimani avevano promesso ai curdi che li avrebbero aiutati ad ottenere i loro diritti secondo quanto afferma la Costituzione irachena, se si fossero astenuti dal votare. Se invece avessero preferito votare, le conseguenze sarebbero state immediate. Non a caso un mese dopo, i curdi stanno facendo i conti con la più umiliante sconfitta militare degli ultimi 40 anni, con l’Esercito iracheno a pattugliare Kirkuk.
Tutto ciò, assieme al lavoro di radicamento all’interno di comunità anche contenute come quella dei Turkmeni,  dimostra ancora una volta come gli iraniani abbiano una visione di lungo termine in Iraq, e che la loro influenza è tutt’altro che facile da erodere. Il rischio, però, è che gli interessi di Teheran e Baghdad si scontrino con quelli delle opposizioni dei turkmeni e degli arabi sunniti, e di riflesso con quelli di potenze regionali come la Turchia. (AGI) LBY

Siria: saranno le tribù le chiavi per la stabilità della Siria orientale?

(AGI) – Beirut, 23 ott. – Parallelamente alla cacciata dello Stato islamico dalla parte orientale della Siria, da settembre le Syrian Democratic Forces e le truppe fedeli al regime di Bashar al Assad hanno iniziato a contendersi le loro zone di influenza. Questo perché la città di Deir Ezzor, per esempio, è in una posizione strategica, vicino al confine con l’Iraq, e il controllo di quest’ultima farebbe la differenza, dopo averla sottratta al controllo di Daesh. Sia le truppe vicine al regime che quelle a guida curda hanno partecipato all’offensiva.
Un aspetto ineludibile per poter controllare la regione di Deir Ezzor è quello della cooperazione con le tribù locali, un processo tutt’altro che scontato, e che aveva interessato anche lo stesso Stato islamico, nei mesi in cui aveva necessità di radicarsi sul territorio.
Secondo un recente rapporto dell’Institute for the Study of War, i russi avrebbero installato un ponte sll’Eufrate, per permettere alle forze lealiste di attraversarlo dopo aver condotto bombardamenti sulle postazioni delle Sdf vicine a Deir Ezzor. Questi bombardamenti sarebbero arrivati all’indomani delle dichiarazioni del Consiglio militare delle Sdf nella città, il quale aveva fatto sapere di voler impedire ai lealisti di attraversare l’Eufrate.
Se in parte le Sdf sono un baluardo contro l’Isis, la loro espansione territoriale di questi mesi sembra anche la testimonianza dell’intenzione degli Stati Uniti di mantenere una propria influenza nella Siria orientale. “Gli Stati uniti non vogliono solo che la regione venga liberata dall’Isis, ma assicurarsi che i miliziani non vi facciano ritorno, come accaduto in Iraq”, spiega ad Al Monitor Bassam Barabandi, autore di un recente paper sulle tribù di Deir Ezzor pubblicato dal Center for a New American Security. Questo piano sembra funzionale al contenimento dell’influenza iraniana, il cui “corridoio sciita” che da Teheran arriva fino a Beirut, passa inevitabilmente per l’ovest dell’Iraq e l’est della Siria.
Chi controlla Deir Ezzor e la regione circostante, quindi, controlla un’area strategica, in un senso o in un altro. E per controllare un’area come quella, la fiducia e la cooperazione dei clan tribali locali diventa fondamentale. Secondo un rapporto di Justice for Life, nella regione di Deir Ezzor ci sono diverse confederazioni tribali. Le più importanti sono la Egaidat – che comprende le tribù dei Bu Kamal, dei Bu Kamil e diverse sottotribù -, la Baggara, la Abeed, e la Sultan.
Con la presa della Siria orientale da parte dell’Isis nel 2014, molti di questi gruppi tribali hanno accolto – o sono stati costretti ad accogliere – i miliziani di Al Baghdadi. La gran parte dei combattenti dell’Isis che provenienti dalle tribù locali ha aderito all’organizzazione per ragioni economiche, in un’area povera. Ragioni economiche oppure anche il timore della coercizione, specie da quando membri importanti di tribù locali come quella dei Bakir o degli Albu Azadeen (facenti parte della confederazioni Egaidat) hanno iniziato a sollecitare i giovani locali ad unirsi a Daesh.
Oggi le tribù di Deir Ezzor si trovano di nuovo di fronte ad una scelta, di chi fidarsi di più tra le forze lealiste e i curdi. Secondo l’esperto Hassan Hassan, alcuni leader militari russi avrebbero già incontrato dei capi tribali locali. Secondo Bassam Baradandi, poi, il regime avrebbe già cooptato Nawaf Bashir, uno dei più importanti sheikh locali, della confederazione dei Baggara, ed ex membro delle opposizioni siriane. Inoltre, alcuni capi tribali sarebbe stato concesso il titolo di membro del Parlamento per garantirsene la fedeltà.
Durante lo scorso decennio, il regime di Assad aveva condotto nelle province orientali una politica opportunistica e rischiosa, basata sul clientelismo, che aveva finito per creare delle nuove leadership interne al contesto tribale, frammentando le tribù e facendo emergere contrasti interni. Questa frattura è stata sfruttata a pieno dall’Isis, che quando è arrivato nell’area ha messo in moto un processo di sostituzione dei leader tribali, promuovendo molti giovani a discapito degli anziani. Oggi rimane il problema di dover ridiscutere questi delicati equilibri, e volgerli a proprio favore.
Ma non sarà facile per nessuno radicarsi a Deir Ezzor: le forze del regime non possono dire di godere di ottima fama qui; gli iraniani – che secondo Barabandi hanno provato senza successo ad ingraziarsi le tribù locali anche provandole a convertire allo sciismo – vengono guardati con forte sospetto, e un dispiegamento di pasdaran in questa area potrebbe portare ad una insurrezione armata e ad un ritorno di Al Qaeda. Sopratutto dopo l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, Deir Ezzor è servita a lungo come crocevia per il jihad nel paese mesopotamico.
D’altra parte, anche i curdi – e di riflesso gli Stati Uniti – non hanno alcuna certezza di poter ottenere il beneplacito delle tribù locali. Lo scorso 23 settembre hanno annunciato la formazione di un consiglio civile di Deir Ezzor ma sembra che le SDF non abbiano alcuna intenzione di permettere l’ascesa di una forte figura araba locale, come dimostrerebbe l’arresto di Ahmad Dahmi, della tribù dei Baggara, che fino a quel momento aveva collaborato con i curdi.
Ciò ha spinto una volta di più la popolazione araba locale ad essere sospettosa nei confronti delle intenzioni dei curdi, da cui in ogni caso sembra non voler essere governata. Questa frammentazione interna, unita alle faide intertribali attivatesi con l’arrivo dell’Isis – che al suo arrivo uccise 700 membri della tribù Shaitat – potrebbe condurre presto ad un nuovo conflitto locale, che le forze del regime o quelle delle Syrian Democratic Forces dovranno cercare di contenere o evitare. (AGI) LBY

Il lungo e difficile cammino dell’Egitto (Ultimo uomo)

http://www.ultimouomo.com/il-lungo-e-difficile-cammino-dellegitto/

 

“Alessandria, finalmente! Alessandria goccia di rugiada. Esplosione di nubi bianche. Sei come un fiore in boccio bagnato da raggi irrorati dall’acqua del cielo. Cuore di ricordi impregnati di miele e di lacrime” (Miramar – Naguib Mahfouz)

 

Dopo le rivolte del 2011 e la caduta di Mubarak, in Egitto i già labili confini tra sport, religione e politica sono divenuti ancora più porosi. «Quando vieni qui, hai subito piena contezza di come il calcio sia parte del tutto, e di come politica e pallone siano totalmente connesse», disse quasi quattro anni fa Bob Bradley, dal 2011 al 2013 allenatore della Nazionale egiziana.

 

Il calcio e la politica, in Egitto

In Egitto si dibatte molto su cosa abbia significato la rivolta egiziana del 2011, in un Paese che con il colpo di Stato del 2013 è tornato sotto il controllo di quell’apparato militare che tutti manifestanti, al di là delle differenze politiche, volevano marginalizzare nella gestione della cosa pubblica. Ma in realtà l’esercito, anche durante il breve mandato di Mohammed Morsi, non ha mai abbandonato il controllo dei centri decisionali e dell’economia.

 

Un’innegabile conquista dei giovani di piazza Tahrir, di cui si è parlato poco, era stata proprio l’appropriazione di quegli spazi pubblici – piazze, palazzi, scalinate, parchi trasformati per la prima volta nella storia del Paese in luoghi del dissenso, di espressione di sentimenti politico-sociali – che prima erano sotto l’eterno ed ingombrante presidio dell’esercito. Anche il calcio è stato investito da questo fenomeno, tanto che nel 2011 a scendere in piazza sono stati anche tantissimi tifosi e ultras dell’Al Ahly, la più vincente squadra del Paese, la cui curva è rimasta uno dei pochi spazi di dissenso nei confronti del regime di Al Sisi.

 

Tutto è iniziato nel 2012, vero e proprio annus horribilis del calcio egiziano. Dopo una sospensione del campionato di tre mesi nel 2011, nel pieno delle rivolte di piazza, il 1 febbraio 2012 allo stadio di Port Said va in scena il derby tra Al-Masry (i cui ultras sono vicini al regime) e Al-Ahly (i cui tifosi parteciparono invece alle proteste nelle settimane precedenti). Nelle ore seguenti alla fine di quella partita, vinta dall’Al-Masry per 3-1, prende forma quello che è conosciuto come “il massacro di Port Said”.

 

I tifosi dell’Al-Masry, armati di pietre, coltelli e altre armi (a quanto pare, con il tacito consenso della polizia) invadono il campo e aggrediscono i tifosi rivali fino all’esterno dello stadio. A fine giornata, i feriti saranno più di 500, i morti 74. Il campionato egiziano viene definitivamente sospeso dopo quel giorno, danneggiando peraltro molti club locali, costretti a vendere anzitempo dei giocatori per sopravvivere. Tra questi c’è anche l’Al-Mokawloon, che vende al Basilea prima Salah e poi El Neny, i due giocatori egiziani più affermati.

 

Come ha scritto James Montague, nel mondo arabo il calcio ha sempre avuto una duplice funzione: strumento utilizzato dai regimi per cementare il nazionalismo e la fedeltà ad esso da una parte, ed elemento di distrazione dalle difficoltà della vita quotidiana dall’altra.

 

L’ex presidente egiziano Hosni Mubarak lo sapeva benissimo: fu lui a mobilitare i media nazionali e, con loro, l’intero Paese al seguito dei “Faraoni” durante le fortunate qualificazioni al mondiale di Italia ’90, l’ultimo a cui ha partecipato l’Egitto. Fortunate, e drammatiche: il match che al tempo permise all’Egitto di garantirsi la qualificazione si disputò il 17 novembre 1989 al Cairo, di fronte a 100.000 spettatori, e vide il successo per 1-0 sull’Algeria. La partita viene ricordata come “la battaglia del Cairo” ma in questo caso la metafora bellica non ha nulla a che vedere con l’epica sportiva perché quella che si scatenò in campo e sugli spalti alla fine del match fu una battaglia in senso letterale, durante la quale il medico sociale dell’Egitto perse addirittura un occhio. Il suo carnefice è stato la leggenda del calcio algerino (pallone d’oro africano nel 1981) Lakhdar Belloumi (che ha sempre negato ogni responsabilità) e nei confronti del quale fu emesso addirittura un mandato d’arresto internazionale, annullato solo anni dopo.

 

A distanza di vent’anni esatti, per le qualificazioni ai mondiali del 2010 al Cairo arrivò di nuovo la nazionale algerina: i media egiziani, su stimolo questa volta del presidente Mubarak, dipinsero la partita né più né meno come una guerra. Il canale francese Canal+ riprese, poco prima del match, il bus algerino mentre fu attaccato dai tifosi egiziani, che arrivarono a ferire alcuni giocatori.

 

Il gol del 2-0 per l’Egitto, siglato al novantaseiesimo minuto da Emad Moteab, scatenò il finimondo allo stadio, e prevedibili scontri all’esterno, in cui decine di tifosi algerini vengono aggrediti e alcuni forse uccisi (il ministero della Salute egiziana ha però sempre negato). Nei giorni seguenti si sfiorò ripetutamente la crisi diplomatica: ad Algeri vennero attaccate da alcuni vandali prima una filiale della Egypt Air e poi il quartier generale della Djezzy, una sussidiaria locale del gruppo egiziano Orascom.

 

A fine partita Egitto e Algeria si ritrovano a pari punti, con la stessa differenza reti generale e negli scontri diretti (3-1 e 0-2). Bisogna giocare il match decisivo – che molti, senza indulgere in particolari metafore, definiscono “il match della morte”– in campo neutro. Viene sorteggiata Karthoum, capitale del Sudan.

 

Le imponenti misure di sicurezza (15.000 poliziotti, scuole e uffici pubblici chiusi in anticipo) non riescono però a evitare gli incidenti – stavolta viene attaccato il bus egiziano, senza però provocare feriti. Il presidente del Sudan, Omar al Bashir (sul quale pende un mandato d’arresto internazionale per genocidio e crimini di guerra) finisce a fare da mediatore al palazzo presidenziale tra le controparti egiziane e algerine.

 

(SP)EGYPT-CAIRO-WORLD CUP 2018-QUALIFICATION-CELEBRATION

Foto LaPresse / Xinhua.

 

Alla fine vince l’Algeria per 1-0, davanti a 50mila spettatori, che va al Mondiale in Sudafrica. L’Egitto rimane a casa, ancora una volta. Il primogenito di Mubarak, Alaa, in un’intervista telefonica concessa alcuni giorni dopo, dichiara: «Siamo egiziani e teniamo la testa alta, chiunque ci insulta dovrebbe essere preso a schiaffi». Gli fa eco il padre, che promette di «vendicare l’umiliazione subita dai nostri connazionali all’estero». Ci vorrà qualche settimana e una serie di incontri tra rappresentanti diplomatici per riportare la situazione ad una relativa normalità.

 

Quattro anni dopo, per le qualificazioni al mondiale del 2014, l’Egitto verrà eliminato invece dal Ghana, subendo una sconfitta addirittura per 6-1 fuori casa, all’andata (i “Faraoni” avranno l’amara consolazione di vincere l’inutile ritorno, per 2-1).

 

L’importanza di Alessandria

Stavolta, invece, l’Egitto, sotto la guida di Hector Cuper, ce l’ha fatta. E non poteva che essere Alessandria il luogo dove gli egiziani sarebbero tornati a gioire tutti per la stessa ragione: aver raggiunto una qualificazione ai Mondiali che mancava da 28 anni, grazie al 2-1 sul Congo, arrivato per giunta all’ultimo minuto. Ventotto anni di ambivalenza emotiva, in cui i “Faraoni” hanno alzato per ben 4 volte la Coppa d’Africa (sono la Nazionale africana che ne ha vinte di più, con 7 successi), senza mai riuscire però ad accedere alla Coppa del Mondo.

 

Alessandria d’Egitto è il luogo in Egitto dove le cose accadono, praticamente da sempre. Perché se il Cairo è il cervello del Paese, il centro del potere militare che ha governato sin dalla caduta del Regno di Faruq nel 1952, Alessandria ne è la sua storica culla culturale, il suo laboratorio politico più vivace. La sua pancia, anche geograficamente parlando, con un fianco esposto al Mediterraneo e all’Europa, e un altro rivolto verso il delta del Nilo e le profondità dell’Egitto rurale.

 

Qui, più di due millenni fa, Eratostene provò a calcolare la circonferenza della Terra, sbagliandosi di “soli” 650 km; qui sorse la prima grande biblioteca sul mondo antico, senza la quale probabilmente oggi non avremmo i lavori di Omero, Platone e Aristotele; qui il sapere ellenistico e quello egizio sono arrivati a compenetrarsi, influenzando poi sia l’Europa che la civiltà islamica. Alessandria è stata la prima vera città cosmopolita del mondo.

 

Alessandria è stata anche la città in cui è stato gettato il primo seme della rivolta del 2011. Era il 6 giugno 2010 quando il blogger Khaled Mohammed Saeed venne prelevato dalle forze di sicurezza in un bar e picchiato a morte. Le foto del suo volto sfigurato furono la miccia delle proteste che inizieranno solo qualche mese dopo.

 

Lunedì 9 ottobre, invece, Alessandria attendeva.

 

Le sembianze dell’attesa

È evidente che gli egiziani, potendo, avrebbero giocato Egitto-Congo con la regola del golden gol, tanto era l’attesa e la voglia di andare ai Mondiali russi dell’anno prossimo. Al 62′ del secondo tempo El Neny, dalla linea del fallo laterale, lancia un pallone in area verso Salah. Il difensore congolese salta fuori tempo e spizza la palla di testa allungandone involontariamente la traiettoria, tagliando fuori il raddoppio di un suo compagno. Salah si gira di centottanta gradi mentre la palla è in aria, e senza perdere velocità la stoppa a seguire di destro. La sfera sembra scappargli via, ma l’ala del Liverpool riesce comunque ad anticipare l’uscita del portiere Barel Mouko, portando in vantaggio l’Egitto.

 

Lo stadio esplode e si riversa sul campo di gioco, nonostante manchi ancora mezz’ora al fischio finale. L’intero staff egiziano corre ad abbracciare Salah, assieme a diversi tifosi, che avrebbero pagato di tasca propria per far finire il match in quel momento. Il gioco riprende più di due minuti dopo, quando Salah riemerge dall’abbraccio collettivo e il telecronista Methaat Shalabi finisce di rendere lode a lui e ad Allah.

 

 

 

Nei venti minuti successivi la pigra manovra congolese si infrange sulla resistenza egiziana, con la squadra di Cuper che in un paio di occasioni aveva anche avuto la possibilità di raddoppiare in ripartenza. E invece a 3 minuti dalla fine arriva il pareggio di Bouka, come uno schiaffo a un bambino che non ne capisce il motivo. Dopo aver segnato l’autore del gol incita i suoi senza troppa convinzione mentre torna al centro del campo. Poi ricompone le rughe del viso, la cui espressione nel fermo immagine si presta a diverse interpretazioni. Sembra quasi aver paura delle conseguenze di ciò che ha appena fatto.

 

Il gol del Congo lascia sullo stadio un velo di brusio perpetuo, fatto di pianti, imprecazioni, bestemmie. Il telecronista cerca di scacciare i fantasmi e ricomporre l’incantesimo, ripetendo “maaleish, maaleish, maaleish, maaleish”: non fa niente, non fa niente, non fa niente, non fa niente. Lo ripete altre volte anche quando il gioco è ripreso, mentre continua a maledire la sorte.

 

Per i successivi due minuti l’Egitto sembra frastornato, incapace di portare colpi al suo avversario. Potrebbe crollare da un momento all’altro. La reazione nel finale di partita, infatti, è esclusivamente nervosa.

 

Mahmoud (detto Trezeguet), che ha delle responsabilità per il pareggio del Congo, decide di prendersene di speculari, e nel giro di cinquanta secondi finisce per reclamare tre rigori ai suoi danni, stabilendo probabilmente un record. Prima salta un uomo sulla sinistra, si accentra, chiede l’uno due ad Abdel Shafi e viene atterrato vicino all’area piccola, prima che la difesa del Congo spazi in fallo laterale.

 

Il rigore forse potrebbe starci ma l’arbitro non fischia. Il gioco va avanti e in area dieci secondi dopo spiove un’altra palla, che Trezeguet stoppa di petto all’altezza del dischetto: il pallone si alza e Mayembo, difensore del Congo, lo sovrasta, prendendo la palla e poi finendogli addosso. Gli egiziani iniziano a chiedere il rigore per qualunque contatto in area. La situazione emotiva nello stadio ormai è precipitata: il telecronista sembra sul punto di esplodere di rabbia, e con lui il pubblico.

 

L’azione continua: dopo l’intervento di Mayembo, la palla viene alzata a campanile di fronte l’area congolese. Il neo entrato Ndockyt prova a controllarla ma sbaglia lo stop, facendola schizzare sui piedi di Hegazy, sul vertice sinistro dell’area. Il ventiseienne centrale di Ismailia ha un passato da centrocampista e piedi più che discreti: quando gli arriva la palla non la stoppa, si gira su se stesso di novanta gradi e la lascia scorrere sul sinistro. Il pallone sta atterrando sul dischetto, nei pressi di Beranger Idoua, che non si accorge che gli sta passando davanti Trezeguet, che abbatte nel tentativo di anticiparlo. È rigore, come certificato anche dal takbeer (cioè l’atto di gridare “Allah akbar”), ripetuto sette volte dal telecronista egiziano, che non contempla nemmeno la possibilità che l’Egitto quel rigore lo sbagli.

 

 

Un minuto e mezzo dopo, sgomberato il campo dagli intrusi, rialzatisi i tanti giocatori egiziani che si erano genuflessi al suolo per ringraziare la Divina provvidenza, anche Methaat Shalabi prova a tornare in se: «Oh Signore, è rigore, oh signore è rigore, è rigore», ripete mentre Salah sistema il pallone sul dischetto. Poi lo accompagna con la basmala (un’invocazione che i musulmani pronunciano prima di compiere un’azione, di iniziare un discorso pubblico, di scrivere un testo): «Nel nome di Dio, il clemente, il misericordioso…». Salah parte, calcia, spiazza il portiere e manda l’Egitto ai Mondiali. Il campo viene invaso nuovamente, stavolta in modo massiccio, anche se manca più di un minuto alla fine.

 

La voce di Shalabi si fa più debole, lontana, e viene sommersa dalla commozione: sembra quasi che stia chiedendo perdono per qualcosa, implorando pietà. Non si capisce nemmeno se il telecronista sia solo nella sua postazione o se stia abbracciando qualcuno a portata di mano.

 

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Foto di Tarek Abdel Hamid/AFP/Getty Images.

 

L’annunciatrice dello stadio, Inas Mazhar, rimane in silenzio, sopraffatta dalle sue stesse lacrime: «Tutti piangevano: i giocatori, lo staff, gli ufficiali delle forze di sicurezza», racconta alla Cnn. «Il nostro paese, l’Egitto, il nostro amore, l’Egitto», intona commosso Shalabi durante i festeggiamenti che iniziano non appena l’arbitro fischia la fine.

 

L’incredibile carriera di El Hadary

Il primo eroe di questa impresa è Essam El Hadary, che potrebbe essere il padre di quasi tutti i giocatori della rosa egiziana. Con Ramadan Sobhi, il giocatore più giovane in rosa, ci sono quasi 24 anni di differenza. Con il secondo giocatore più vecchio dopo di lui – il secondo portiere, Sharif Ekramy – passano precisamente dieci anni.

 

Essam el Hadary, nato nel villaggio di Kafr al Battikh, nei pressi di Damietta, pochi mesi prima della guerra dello Yom Kippur che gli arriverà fin sotto casa, compirà 45 anni fra tre mesi. Le gioie e le delusioni dell’Egitto dal 1990 in poi, lui le ha vissute tutte. Quando i “Faraoni” si qualificavano a Italia ’90, ed El Hadary si affacciava al calcio professionistico, quasi nessuno dell’undici titolare che ha battuto il Congo era ancora nato. In Russia sarà il giocatore più vecchio ad aver mai disputato un Mondiale. E non è detto nemmeno che si fermi, se dovesse decidere di dare ascolto alla profezia dell’amico e attuale preparatore dei portieri dell’Egitto, Ahmed Nagui, secondo il quale El Hadary smetterà dopo i cinquant’anni.

 

La mimica facciale di El Hadary è unica: i suoi occhi sembrano dei solchi, le sue rughe incisioni di scalpello. Prima del match col Congo, canta l’inno nazionale come se gli avessero affidato un microfono, scandendo tutte le parole a voce altissima. «Egitto sempre nel mio cuore», si legge sul suo sito web, che non è aggiornato da più di cinque anni.

 

Quando era piccolo, El Hadary ha dovuto superare le resistenze del padre per intraprendere la carriera di calciatore (una storia abbastanza comune in Egitto). Hajj Kamal El Hadary aveva un piccolo negozio con cui manteneva la famiglia, e sin da quando Essam è piccolo gli ricorda che deve studiare, finire la scuola e andare all’Università, se possibile. Non vuole che suo figlio passi la sua vita senza prospettive, a gestire una piccola attività commerciale che non gli permetterebbe nemmeno di trasferirsi in una città più grande.

 

Essam è d’accordo col padre: non vuole passare nemmeno lui tutta la vita in un chiosco. Ma la sua soluzione non è lo studio, ma il calcio, che invece il padre considera una perdita di tempo. Nasce un conflitto dai contorni aspri, in parte teatrali, tra un padre che pensa a un futuro più sicuro per il suo unico figlio e quest’ultimo che invece insegue il più classico dei sogni infantili. Da piccolo Essam gioca in una squadra locale di Kafr al Battikh, preferendo gli allenamenti ai compiti a casa. In quel periodo, ogni volta che torna a casa dal campo, il padre ritualizza il suo disappunto, bruciandogli davanti agli occhi la divisa d’allenamento.

 

 

Il padre lo vuole ingegnere e fa pressioni perché Essam si iscriva ad un liceo di indirizzo agrario. Anche in questo caso Essam è d’accordissimo, ma solo per convenienza: il liceo in questione, infatti, è noto perché ha la miglior squadra di calcio giovanile della cittadina. Poche settimane dopo essersi iscritto, El Hadary diventa il loro portiere, e da quel momento non uscirà mai più dai pali.

 

Nel calcio provinciale El Hadary è fuori categoria già da giovanissimo, e lo dimostra il fatto che non è solo il miglior portiere di Kafr el Battikh, ma anche il principale marcatore della sua squadra. La leggenda, narrata nella sua biografia, racconta di diversi gol segnati direttamente su rinvio dalla sua area. L’unica certezza che possiamo avere è il suo rinvio, molto potente anche oggi. In meno di un anno i responsabili della sua squadra lo aiutano a entrare a far parte del settore giovanile del Damietta, la squadra più importante della zona.

 

Il padre, quando capisce che il figlio non intende fare l’università, cerca di ostacolarlo in tutti i modi, negandogli addirittura i soldi per pagare il bus che lo dovrebbe portare agli allenamenti in città, a sette chilometri da casa. Ma El Hadary ha una volontà di ferro e decide di coprire in corsa la distanza che separa casa sua dal centro d’allenamento di Damietta. El Hadary è sempre stato un atleta straordinario, con un fisico ancora oggi sopra la media per un uomo quasi più vicino ai cinquanta anni che ai quaranta, e papà Kamal dovrà arrendersi.

 

In pochi mesi El Hadary viene promosso a 18 anni titolare della prima squadra del Damietta (Serie B egiziana). Si fanno avanti alcune squadre di prima divisione ma El Hadary decide di rimanere nella sua città, vincendo il premio di miglior portiere della seconda serie. Nel 1994-1995 il Damietta viene promosso in Serie A.

 

Nel 1994 El Hadary incontra il tecnico olandese Nol de Ruiter, da pochi mesi è allenatore della Nazionale egiziana, che decide di andarlo a vedere una partita del Damietta contro il Port Fouad, in seconda serie, dopo aver sentito parlare di lui. La prestazione è straordinaria e El Hadary diventa di lì a poco il primo e unico portiere della storia egiziana a essere convocato in Nazionale mentre gioca ancora in Serie B. Ma per esordire dovrà aspettare comunque due anni, perché davanti a lui ci sono Thabeet al Batal ed Ekramy Al Shahat (padre di Sherif Ekramy, oggi secondo di El Hadary in Nazionale). Nel 1996 – l’anno in cui si trasferisce nell’Al Ahly, una delle più importanti squadre egiziane, dove totalizzerà oltre 400 presenze in dodici anni di permanenza – ottiene il posto da titolare, e non lo lascerà più.

 

Quando Salah segna il rigore decisivo contro il Congo, El Hadary è visibilmente il più emozionato e non potrebbe essere altrimenti. Corre fuori di sé verso una telecamera a bordo campo e ci infila la testa dentro. A fine partita, è il primo ad arrampicarsi sulla transenna che separa il campo dai tifosi, dove arringa la folla come un capo ultrà. Poi si sposta sulla traversa, dove rimarrà appollaiato a cantare per mezz’ora, circondato da ragazzi a cui potrebbe dare la paghetta settimanale.

 

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Foto di Tarek Abdel Hamid / Getty Images.

 

 

El Hadary ha avuto una carriera legata quasi totalmente all’Egitto anche a livello di club. Nel corso della sua vita El Hadary ha ricevuto offerte dalla Turchia (Besiktas) e dall’Inghilterra (Stoke City, Hull City) ma alla fine – complice anche la reticenza a farlo partire dell’Al Ahly – è rimasto in Egitto fino a tarda età. La prima esperienza all’estero l’ha fatta a 35 anni, nel Sion, dopo un trasferimento molto discusso dall’Al Ahly, che lo ha addirittura multato. L’avventura in svizzera dura un solo anno, dopo il quale El Hadary tornerà in Egitto, prima all’Ismailia, poi allo Zamalek. Nel 2011 giocherà due anni in Sudan, nell’Al Merreikh, uno dei club più antichi d’Africa, per poi tornare in Patria nel Wadi Deghla. Dall’anno scorso difende i pali dell’Al-Taawoun, in Arabia Saudita, diventando il primo portiere straniero a vestire una maglia nella massima serie della monarchia del Golfo.

 

Uno degli aspetti più sorprendenti di El Hadary, al di là del mantenimento fisico, è il fatto che sia riuscito a sopravvivere nel calcio contemporaneo nonostante la tecnica da autodidatta. Per certi versi si vede che si è formato negli anni ’90, con una tendenza a respingere molto di pugno e un certo gusto per i rinvii lunghi. Ma ci sono degli aspetti del suo gioco anche molto moderni, come una marcata predisposizione all’uscita, sia con le mani che con i piedi. El Hadary, in questo senso, è più sweeper che keeper, ma il suo tempismo rimane comunque fondamentale per una squadra che a volte tende a difendersi molto alta. Anche nella partita contro il Congo El Hadary ha messo la sua firma, con due interventi di istinto quasi dalla stessa porzione di area egiziana, quando il punteggio era ancora sullo 0-0.

 

Non è quindi solo una questione di esperienza, carisma o leadership: El Hadary è ancora il più forte portiere egiziano in circolazione, con un ottimo controllo dello spazio, una reattività fuori dal comune e un’attenzione maturata dal tempo, che gli permette di commettere meno errori rispetto a qualche anno fa. Nel 2012, dopo un Egitto – Costa d’avorio in cui l’allora 39enne prese di tutto, Didier Drogba dichiaròsenza mezzi termini: «El Hadary è il miglior portiere che abbia mai incontrato».

 

Salah, l’eroe nazionale

L’immagine più iconica di Egitto-Congo è quella che ritrae, con una inquadratura strettissima, gli occhi concentrati e impazienti di Mohammad Salah, mentre sta per calciare il rigore del 2-1. Se l’Egitto non avesse vinto, invece, l’immagine scolpita nell’immaginario sarebbe stata quella di Salah che crolla con le ginocchia al suolo, poco dopo il pareggio del Congo.

 

E questo perché Salah è già oggi una leggenda del calcio egiziano, per i risultati raggiunti in grandi  squadre europee e per i gol segnati in Nazionale. Salah con la maglia dell’Egitto ha segnato 32 gol in 55 partite, rendendolo a 25 anni il quinto marcatore della storia egiziana (con una media gol migliore dei quattro che lo precedono, che hanno totalizzato il doppio o il triplo delle presenze).

 

L’importanza di Salah per gli egiziani, che ormai lo venerano con un vero e proprio culto della personalità, ha raggiunto un tale livello d’astrazione che ormai prescinde dalla reale qualità delle sue prestazioni. Come ha scritto Tom Goodyer, Salah l’idea è sempre più importante di Salah il giocatore. Il giorno dopo la qualificazione, il governatore di Gharbiya, Ahmed Sakr, ha deciso di cambiare il nome della Bassioun Industrial School – che Salah ha frequentato da piccolo – in Mohammad Salah Industrial School.

 

La figura di Salah, in questo senso, si è inserita in un momento di grande disillusione da parte del pubblico egiziano. La corruzione, l’instabilità politica e la precarietà sociale di questi anni sono in parte la cartina di tornasole di una prolungata assenza, nella società egiziana, di figure universali, non polarizzanti, che fossero in grado di porsi al di sopra delle divisioni settarie e politiche che hanno dilaniato il Paese. Insomma, l’assenza di eroi nazionali, che per definizione sono percepiti sempre come qualcosa di superiore a quello che realmente sono, facendo sì che l’idea di loro soppianti la realtà. In Egitto, poi, le celebrità godono storicamente di un credito che in altri Paesi non concedono.

 

L’adorazione degli egiziani nei confronti di Salah ha molto a che fare col desiderio di evasione di cui il calcio è vettore. Pur essendosi esposto alcune volte in passato dal punto di vista politico – ad esempio scegliendo il numero 74, come le vittime di Port Said, quando giocava nella Fiorentina – Salah oggi si pronuncia raramente sulla situazione nel suo Paese, che è molto sensibile alla differenza di opinioni politiche.

 

Salah non arringherà mai la folla come fece Drogba (che invocò la fine della guerra civile nel suo Paese) ma nonostante questo è impossibile non dare una valenza in qualche modo politica ad una figura unificante come quella di Salah, dal momento che la politica è, alla sua radice, la gestione dei rapporti tra le persone.

 

In un paese che sembra incapace di risolvere le proprie fratture politiche senza ricorrere alla violenza, l’immagine vincente di un campione affermato come Salah che segna il rigore decisivo all’ultimo minuto è esattamente quello che serve al regime di Al Sisi per unire il paese all’insegna di un patriottismo semplicistico ma indubbiamente coinvolgente. In questo senso, Alessandria è stata la cornice perfetta, da un punto di vista simbolico e storico, per un entusiasmo troppo grande e atteso per poter essere contenuto. Il teatro di una storia di emozione collettiva rispetto alla quale i versi iniziali di Mahfouz, se lievemente parafrasati, potrebbero essere l’esergo: Egitto, finalmente!

Iraq: l’Isis torna alla guerriglia dopo la perdita di Raqqa?

(AGI) – Beirut, 19 ott. – Con la ripresa di Raqqa da parte delle Syrian Democratic Forces, l’Isis ha perso la sua capitale, oltre a gran parte del territorio che controllava. Dopo la proclamazione del Califfato a metà del 2014, lo Stato islamico governava di fatto su un’area che corrisponde più o meno all’estensione dell’Austria. Oggi l’area in cui è presente si riduce ad una serie di distaccamenti isolati, all’interno di un’area perlopiù desertica.
Sconfitta sul campo che non necessariamente significa la fine del Califfato. Ufficiali dell’Intelligence di paesi occidentali e anche arabi sono infatti convinti che l’Isis sia in procinto di cambiare forma, o meglio di tornare in qualche modo al passato, tornando a ricorrere alla guerriglia su larga scala, forte comunque di una capacità di reclutamento potenzialmente illimitata nel tempo e nello spazio.
D’altronde, un fatto è certo: l’Isis – come per certi versi Al Qaeda nel momento di massimo “fulgore” – non ha alcun bisogno di controllare delle porzioni di territorio per fungere da fonte di ispirazione per migliaia di lupi solitari in giro per il mondo, accecati dall’estraniante propaganda telematica e pronti a compiere azioni terroristiche nel nome del Califfato. Prima di tutto in Iraq, dove il Califfato è nato, e poi nel resto del mondo.
“E’ abbastanza chiaro che stiamo facendo i conti con una intensa minaccia terroristica. La minaccia è multidimensionale, evolve rapidamente, e potrebbe operare su una scala e ad un ritmo mai visto prima”, ha detto martedì scorso in un discorso pubblico Andrew Parker, direttore dell’MI5.
Ad avvalorare questa ipotesi c’è un discorso di un anno fa di Abu Muhammad al Adnani, ex portavoce dello Stato islamico, ucciso da un drone americano ad agosto 2016, il quale invitava i seguaci del Califfato nel mondo a “continuare combattere come se apparteneste ad una agile organizzazione di guerriglia, anziché ad un colosso burocratico (come in parte era diventato il Califfato da quando governava dei territori, ndr)”.
“La vera sconfitta sta nella perdita della volontà di combattere”, diceva Al Adnani. “Verremo sconfitti, e voi sarete vittoriosi, solo nel caso in cui riusciate a rimuovere il Corano dai cuori dei musulmani”, aveva concluso rivolgendosi all’Occidente.
Quando gli americani si ritirarono dall’Iraq nel 2011, era opinione diffusa nei servizi segreti americani che gli uomini a disposizione dello Stato islamico dell’Iraq – predecessore o embrione di quello che poi diventerà l’Isis – non fossero più di settecento. Troppo pochi per considerare il gruppo una minaccia di un certo rilievo. E lo testimonia il fatto che in quell’anno, la ricompensa promessa da Washington a chiunque ne catturasse il capo scese da 5 milioni di dollari a centomila.
Nel corso degli anni Daesh ha attratto tra le sue fila circa 25.000 combattenti da 100 paesi diversi, secondo le Nazioni Unite. Oggi l’Isis dovrebbe avere ancora almeno 6000 uomini tra Iraq e Siria – secondo le stime della coalizione a guida americana -, che è comunque un numero di otto volte superiore rispetto a quello del 2011. E a prescindere dalla quantità di territorio controllato, le sue idee, la sua macchina propagandistica, il suo “brand”, sono più vivi che mai, come sostiene anche il ricercatore del Middle east Forum, Aymenn al Tamimi.
Solo nel 2017, l’Isis ha rivendicato (o messo il “cappello”) su tre attentati in Gran Bretagna (37 morti totali), l’attentato di capodanno a Istanbul (39 morti), e altri attacchi in almeno altri sette paesi. Non appena ha perso il controllo di Mosul, l’Isis ad agosto ha organizzato l’attentato di Barcellona, in cui sono rimaste uccise 13 persone. C’è poi l’evoluzione dei “distaccamenti” dell’Isis in Africa e in Asia centrale e orientale. (AGI) LBY