Iraq: l’oscuro futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Iran

(AGI) – Beirut, 14 ago. – Che la tensione tra Iran e Stati Uniti sia destinata a crescere non era ormai un mistero, viste le opinioni negative espresse da Trump sull’accordo nucleare, il rinsaldarsi dell’asse Washington-Riad e il contemporaneo protagonismo dei due paesi – Stati uniti e Iran – sul campo di battaglia in Iraq e Siria. Paradossalmente, oggi forse l’unico elemento che impedisce una deflagrazione dello scontro frontale è la presenza dello Stato islamico, nemico tanto dell’Occidente quanto dell’Iran sciita. Ma cosa accadrà, una volta sconfitto?
Gli ultimi segnali non sono confortanti. All’inizio di questa settimana circa 36 combattenti delle milizie sciite filo iraniane Sayyid al Shuhada sono stati uccisi durante un bombardamento nei pressi del confine siro-iracheno. Gli iraniani hanno accusato gli Stati Uniti, che da parte loro hanno negato, forti dell’alibi della rivendicazione dell’attacco da parte dell’Isis. L’area in cui è avvenuto il bombardamento è tuttavia molto sensibile, poiché è qui che più di una volta gli americani hanno preso di mira anche forze pro iraniane in questi anni di conflitto siriano.
L’Iraq è centrale per le strategie di Iran e Stati Uniti: per Teheran, Baghdad costituisce un alleato la cui preservazione è fondamentale, per scongiurare minacce ai propri confini e dare continuità alla propria sfera di influenza regionale; per Washington, un Iraq sovrano e allo stesso tempo alleato di Teheran sarebbe invece proprio in contrasto con il piano di limitare la suddetta influenza regionale iraniana.
L’alleanza con l’Iraq da parte dell’Iran si è rafforzata molto in questi anni, perché laddove l’Esercito iracheno – finanziato in buona parte dagli americani – non è riuscito a respingere i miliziani dell’Isis ci hanno pensato le Forze di Mobilitazione popolare (PMU), le milizie pro iraniane (e perlopiù sciite).
Formatesi nel 2014 con la benedizione dell’ayatollah Al Sistani – la più autorevole figura religiosa sciita del Paese – le milizie sciite contano oggi su decine di migliaia di affiliati, decisi a spazzare via lo Stato Islamico e allo stesso tempo ostili alla presenza americana di lungo termine sul terreno. E’ stato anche grazie alla decisione delle PMU di concentrare i propri sforzi al confine siro-iracheno che l’Isis, una volta scacciato dalle città, non è riuscito a riorganizzarsi saldando le sue due componenti tra Siria e Iraq.
Per il governo iracheno, una priorità è quella di impedire che le milizie col tempo diano luogo ad uno Stato parallelo, forti di una crescente superiorità rispetto all’Esercito regolare di Baghdad. Questa preoccupazione ha peraltro spinto il governo a cooptare formalmente elementi delle PMU, come ad esempio la Divisione Al Abbas.
Tuttavia, al di là di questa precisa misura, il grosso delle PMU risponde più a Teheran che a Baghdad. E’ il caso ad esempio della milizia più forte in assoluto, gli Asaib Ahl al Haq (La lega dei giusti): addestrati, riforniti e talvolta guidati direttamente dalle Quds Forces di Qassem Suleimani, generale iraniano delle IRGC, la Lega dei giusti – che ha avuto un ruolo centrale nell’assalto a Tal Afar – è anche quella più apertamente ostile alla presenza americana.
Nell’attuale situazione, la posizione del premier iracheno Haider Al Abadi sembra quella più ambigua. Da una parte alleato di Teheran, dall’altra di Washington, con cui ha già detto di voler rafforzare lo Strategic Framework Agreement – firmato la prima volta nel 2008 -, che garantirebbe un impegno americano di lungo termine in Iraq. Uno sviluppo che certamente non farà piacere a Teheran, anche perché il campo sciita, a ben guardare, è in questo momento tutt’altro che omogeneo e coeso.
Un indicatore “vivente” di questa frammentazione è Moqtada Al Sadr: chierico sciita, fondatore dell’Esercito del Mahdi che combatté gli americani dopo la caduta di Saddam Hussein, oggi Al Sadr ha delle posizioni più sfaccettate e ambigue, mantenendosi in equilibrio tra retorica religiosa (sciita) e nazionalistica, e prendendo in parte le distanze da Teheran. Sopratutto, la scorsa settimana lo si è sorprendentemente visto in visita in Arabia Saudita, acerrimo rivale iraniano. Anche lo sgretolarsi dell’Islamic Supreme Council of Iraq è una ulteriore prova della frammentazione in atto. Il suo ex leader, il filo iraniano Ammar Al Hakim, ha fondato un nuovo gruppo, col nome di Movimento nazionale della Saggezza.
Sia l’influenza iraniana sull’Iraq che la stessa sovranità politico territoriale irachena passano per la la preservazione della sua integrità e coesione interna. Il rischio è che Teheran di fronte a questa frammentazione decida di investire ulteriormente sui propri “cavalli” (rischiando peraltro di acuire la frammentazione stessa, nel lungo termine), sulle milizie, mentre Washington cercherebbe di contrastarne la crescita, riservandosi l’opzione di mantenere un certo grado di frammentazione (c’è anche la questione dell’indipendenza curda).
Il resto, lo farebbe il visibile irrigidimento della retorica anti iraniana a Washington e anti americana a Teheran, con i primi preoccupati per l’ascesa di Teheran nella regione e i secondi convinti che questa ascesa sia funzionale alla sopravvivenza di un Paese politicamente isolato. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
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Iraq: l’indipendenza curda apre la questione turkmena

(AGI) – Beirut, 14 ago. –  Quella dell’indipendenza curda è una questione che si trascina da decenni, immune a ogni guerra e stravolgimento regionale. Mai come in questo momento storico i curdi – disseminati tra Turchia, Siria, Iran e Iraq – vivono una stagione di favore internazionale, dovuto sopratutto all’impegno di questi ultimi in prima linea contro lo Stato islamico.
Da qualche mese, così, si è arrivati a stabilire una data – il prossimo 25 settembre – per il referendum di indipendenza. Quella curda, tuttavia, non sono non è una comunità omogenea e coesa al suo interno – con ad esempio le rivalità tra curdi turchi e iracheni – ma la stessa area in cui vive in Iraq è a sua volta molto eterogenea dal punto di vista etnico. E ora, assieme alla “questione curda”, rischia di porsi, tra le altre, una questione turkmena.
L’Iraqi Turkmen Front, il più grande partito politico iracheno che rappresenta la comunità, in un comunicato rilasciato lo scorso 29 luglio ha dichiarato la propria contrarietà al referendum nell’area di Kirkuk, sostenendo che il suo destino vada “deciso dal parlamento iracheno”: Kirkuk – che il referendum dovrebbe appunto includere – è una provincia irachena al 52% curda, ma per il restante 48% composta da arabi, turkmeni e cristiani. L’articolo 143 della Costituzione irachena considera la provincia di Kirkuk al di fuori dei confini del governo regionale del Kurdistan.
Quella dei turkmeni è una posizione in parte organica al governo di Baghdad, che da parte sua ha già annunciato la propria opposizione al referendum. La possibilità – oggi del tutto potenziale – che un altro conflitto armato sia all’orizzonte, tra forze irachene e curde, costringerebbe i turkmeni a scegliere da che parte stare, e le terre in cui vivono finirebbero al centro del possibile scontro.
Si tratta di zone perennemente calde, sin dalla caduta di Saddam Hussein. Tutta la striscia di territorio che va da Baghdad a Erbil è oggetto di un eterno contenzioso tra curdi e arabi. Un contenzioso che sembrava essersi inizialmente attenuato, a causa delle contingenze legate alla presenza dello Stato islamico, che sia curdi che arabi hanno combattuto, per poi ripresentarsi in tutta la sua problematicità, dato che il mutuo dispiegamento di truppe – da parte dei curdi e del governo iracheno – ha fatto si che esse si trovassero a pattugliare le stesse aree.
I Turkmeni, il terzo gruppo etnico più numeroso dell’Iraq, sono stanziati qui dai tempi dell’Impero Ottomano, concentrati sopratutto nelle province di Kirkuk, Salahuddin, Diyala, Ninevah, Tal Afar e nelle campagne attorno a Mosul, Erbil, Khanaqin, Kifri, Mandali, Altun Kupri e Qarah Tabbah.
“C’era da aspettarselo un referendum in quest’area dopo la sconfitta dello Stato islamico, visto che i curdi stanno cercando di estendere il loro controllo in aree contese, annettendole al Kurdistan, e chiudendo un occhio sul destino dei turkmeni”, spiega ad Al Monitor Mehdi Saadoun, attivista della Turkmen Rescue Foundation.
“I pashmerga hanno tentato di porre sotto il loro dominio alcune aree, con il pretesto di difenderle e di scongiurare un possibile intervento delle Forze di mobilitazione popolare (le milizie, sopratutto sciite), che secondo molti avrebbero potuto aprire un altro conflitto inter etnico”, continua Saadoun. “I curdi stanno provocando i turkmeni con assassinii, saccheggi alla luce del giorno, con la complicità dei gruppi politici e delle istituzioni curde. Sin dal 2003, i curdi stanno tentando di cambiare l’assetto demografico delle regioni turkmene”.
I turkmeni rischiano di finire da agnelli sacrificali nel possibile innalzamento della tensione tra turchi e arabi: non solo perché sono i meno numerosi (circa 3.5 milioni) ma anche perché sono sostanzialmente disarmati, rispetto a curdi e arabi. Un saggio è stato già fornito da questi anni, in cui molti turkmeni sono stati costretti a spostarsi in altre zone dell’Iraq, oppure in Iran e Turchia, mentre i curdi cercavano di egemonizzare Kirkuk. Lo scorso 9 maggio Human Rights Watch aveva accusato le truppe curde di aver scacciato moltissimi turkmeni dalla città.
Alcuni politici turkmeni, come Jassem Mohammad Jafar, minacciano di portare la questione nelle sedi internazionali. Nei forum su internet delle comunità turkmene, invece, si agitano oscuri presagi, memori dei massacri di cui la comunità è stata vittima nel 1959 a Kirkuk e ad Altun Kupri nel 1991, da parte del regime di Saddam Hussein. Regime che ha provato anche ad avviare una arabizzazione forzata, costringendo tanti turkmeni a cambiare affiliazione comunitaria. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

La tomba di Edward Wadi Said, che continui a riposare in pace

Arrivato a Brummana, villaggio sulle colline che circondano Beirut, mi sono fatto lasciare direttamente davanti al cimitero. È lì che volevo andare, pensando fosse l’unico. Era chiuso, quindi mi è toccato scavalcare, e arrampicarmi qua e là tra le tombe, poste in pendenza. Le ho setacciate una ad una, leggendo pazientemente un nome per volta. Niente, non c’è traccia di Edward Wadi Said.

Mi fermo all’ombra di un ulivo, cerco un po’ su internet e scopro di essere nel cimitero sbagliato: questo che ho appena vivisezionato è ortodosso. Said è invece sepolto in un fantomatico cimitero protestante, del quale non esiste alcuna indicazione sul web, ne’ una foto della lapide, nada de nada. Chiedo a ogni singolo passante, e tutti mi guardano come se cercassi gli alieni. Niente, “non lo so”, “non ci sono cimiteri protestanti”, “non ne ho idea”, “vai dritto e chiedi”.

Non posso arrendermi, sono venuto qui per questo. Attraverso la cittadina a piedi, sotto un caldo spigoloso e con le scarpe sbagliate, che partoriscono veschiche. Sembro un pellegrino, mi aggiro per i vicoli senza una meta precisa. Mi fermo di fronte ad una Chiesa ortodossa e chiedo alle signore che sono appena uscite dalla messa. Niente, nessuno sa.

Mi decido ad arrivare fino alla fine della città, ai margini della strada che si inerpica ulteriormente tra le colline. C’è un belvedere, mi fermo un attimo, spiazzato ed esausto, sto per arrendermi definitivamente. Mi passa vicino una signora dai capelli rossi, e quasi per inerzia chiedo anche a lei, preparandomi a ricevere la solita risposta. La signora si illumina: “come ti chiami? Io sono protestante, siamo in pochissimi qui. Il cimitero è in fondo a quel vialetto, dietro alla chiesetta bianca. È molto piccolo, magari chiedi di nuovo. Però oggi è chiuso!”. Poco importa, non mi fermo davanti alle chiusure, non oggi.

Scendo per diverse decine di metri, mentre ammetto a me stesso che mai e poi mai avrei trovato ‘sto cimitero in autonomia, senza la signora che mi ha dato una dritta, dopo decine di buchi nell’acqua e sguardi stralunati.

Arrivato su un vialetto ai margini meridionali di Brummana, mi accorgo che sotto di me c’è un piccolo giardino, grande come un campo di calcetto. Mi affaccio e vedo delle tombe. Lo circumnavigo, cercando l’entrata che mi sarei preparato a scavalcare, in barba ad ogni buonsenso. Con mia sorpresa, una famiglia – padre, madre, due bambini e una signora che deve essere la nonna – mi precede. È la signora ad aprire il cancello, che in effetti era chiuso. Entriamo, li seguo tenendomi a distanza: il padre ha un sacco pieno di terra, probabilmente stanno andando a sistemare le aiuole sulla tomba di un loro caro, hanno tutti un’andatura solenne.

Appena entrati, mi fermo davanti alla prime tombe per scandagliare i nomi. Non faccio in tempo a leggere il primo, che la signora fa marcia indietro, mi viene incontro e, con fare inquisitorio ma non minaccioso, mi chiede: “scusami, chi sei?”. Ho una macchina fotografica al collo, è evidente che non sono qui per un mio parente.

Gli spiego che sono un giornalista, e che sono qui perché sto cercando…non riesco a finire la frase perché a pochi metri da noi il suo nipotino, che avrà 6 anni, indica una tomba e grida: “Said!”

“Ecco signora, cercavo proprio quella, la tomba di Said”, rispondo senza staccare lo sguardo dal ragazzino, che a sua volta non lo stacca dalla tomba di fronte a lui.

“Le chiedo scusa davvero, non voglio mancare di rispetto a nessuno, sono venuto qui solo per questo, è importante. Said è importante”, provo a spiegarmi, con le maldestre parole che mi vengono.

La signora spinge un qualche interruttore nella sua anima e cambia espressione, mi guarda come un nipote che è tornato a trovarla: “figliolo! Penso tu sia la prima persona non di Brummana che viene qui dentro. La prima! Scusami tu per i miei modi un po’ rudi, è che qui non viene mai nessuno, e il cimitero sarebbe chiuso, l’ho aperto io perché dobbiamo cambiare i fiori sulla tomba di mia madre”.

Poi mette maternamente una mano sul mio viso, ci commuoviamo un pochino entrambi, senza un particolare motivo, senza averlo previsto.

“È così bello sapere che qualcuno se ne ricorda. Amiamo tutti Edward Wadi, non sai quanto ci manca!”, mi anticipa, perché onestamente stavo per dire la stessa cosa. “Vai pure, fai quello che vuoi, e prega per lui”. Mi congeda, stavolta con l’aria di chi vorrebbe adottarmi sul momento.

Non prego, non ne sono capace, ma è come se lo stessi facendo. E in ogni caso basta e avanza il brivido che mi percorre il corpo, e che mi lascia immobile a fissare la lapide, in contemplazione per chissà quanti minuti.

Eccolo, Edward Wadi, nascosto nell’angolo più remoto di un remoto e minuscolo cimitero protestante di uno dei tanti villaggi collinari che circondano la capitale del Libano. Una lapide nera, l’unica del cimitero, circondata da lapidi bianche, con un piccolo ulivo a fargli compagnia.

Qui è sepolta una delle nostre speranze. Qui è sepolto chi aveva capito tutto mentre il mondo non capiva nulla, chi aveva iniziato decenni fa a lottare contro i mulini a vento che oggi sono diventati delle pale eoliche.

Si, ci manchi da morire, Edward. Riposati, non ti disturbo più.

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Medioriente: Golfo, la corsa ad ospitare i Talebani tra le petromonarchie

(AGI) – Beirut, 1 ago. – L’accusa più frequente che gli Emirati Arabi Uniti muovono storicamente nei confronti del vicino Qatar è quella di sostenere o dare rifugio a gruppi islamisti, come ad esempio la Fratellanza Musulmana. Fu così anche nel 2013, quando a Doha venne aperta una rappresentanza diplomatica dei Talebani.
Tuttavia, alcune mail hackerate dall’account dell’ambasciatore emiratino a Washington Yousef al Otaiba – le stesse che qualche settimana fa avevano evidenziato una convergenza di strategie anti iraniane tra paesi del golfo e Israele – sembrano raccontare una storia molto diversa: al tempo dell’apertura dell’ambasciata a Doha, infatti, al Otaiba ricevette una chiamata da parte del ministro degli Esteri di Abu Dhabi, indispettito per il fatto che i Talebani avessero optato per il Qatar e non per gli Emirati Arabi Uniti come sede diplomatica.
Una situazione che sembra essere rafforzata da altre e-mail risalenti a settembre 2011, arrivate in possesso del Times, dove Mohamed Mahmoud Al Khaja, un diplomatico emiratino, incalza Washington – nella persona di Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato per gli Affari del vicino oriente -, accusandola di sostenere la “candidatura” di Doha come sede diplomatica regionale dei Talebani. Nella mail si legge che “HH (il nome “in codice” del ministro degli Esteri emiratino) sostiene di aver avuto l’impressione che per Voi Abu Dhabu fosse la prima scelta, come comunicatoci dall’inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan”.
In un’altra mail del 2012, Al Otaiba si rivolge ad un suo collega americano sostenendo di aver ricevuto “una chiamata dai toni indispettiti da parte del nostro ministro degli Esteri, che si chiede come mai non siamo stati informati di un simile sviluppo(..). Questa gente (i qatarioti, ndr) vuole sempre mettersi in mezzo. Lasciateli fare, eventualmente gli tornerà tutto indietro”, si legge nella mail.
Duro il recente commento Al Otaiba, intervistato da Charlie Rose: “Non penso sia una coincidenza che a Doha ci sia la leadership di Hamas, quella della Fratellanza musulmana e ora l’ambasciata dei Talebani. Perché lo hanno fatto? Non conosciamo la risposta, ma questi sviluppi ci sembrano contraddire l’idea di situazione regionale che stiamo perseguendo”.
La relazione tra Doha e Abu Dhabi è del tutto particolare: teoricamente alleati, ed entrambi alleati chiave di Washington, le due piccole petromonarchie hanno sempre avuto nei fatti una relazione antagonistica. Negli ultimi anni sono state frequenti e reciproche le accuse di “ingerenze negli affari interni” dell’altro, con particolare riferimento ad attività di cyberspionaggio.
Le mail hackerate dall’account dell’ambasciatore Al Otaiba sembrano però imbarazzare molto di più Abu Dhabi, a vantaggio di Doha. Tre diplomatici americani avrebbero confermato al New York Times che Abu Dhabi avrebbe provato a far sì che l’ambasciata talebana venisse aperta negli Emirati.
Sempre Washington sostiene che l’apertura della sede di Doha è avvenuta previo consenso degli Stati Uniti – così come quella di Hamas -, nel tentativo di facilitare i negoziati di pace in Afghanistan e non per affinità ideologica tra Doha e i Talebani stessi. Inoltre, gli Stati Uniti confermano che sia gli Emirati Arabi Uniti che il Qatar avrebbero avuto interesse nell’apertura dell’ambasciata, per rafforzare il loro ruolo di attori regionali di rilievo. (AGI) LBY

Libano: dopo la battaglia di Arsal, cresce l’influenza di Hezbollah

(AGI) – Beirut, 31 lug. – Nel suo consueto intervento televisivo del mercoledì, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah ha annunciato la “grande vittoria militare” conseguita dai miliziani sciiti del Partito di Dio – con il supporto dell’Esercito libanese nei dintorni del confine con la Siria – contro gli uomini di Jabhat Fatah Al Sham, aggiungendo che “il loro capitolo in Libano si è concluso”. Hezbollah nell’ultima settimana è stata impegnata in violenti scontri contro i qaedisti sia dal lato libanese del confine – ad Arsal – che da quello siriano, sulla direttrice che va da Qusayr a Zabadani.
Fondamentale sembra esser stato anche il supporto aereo – molto discusso – del regime siriano, che per alcuni giorni ha offerto fuoco di copertura anche all’interno del territorio libanese. Da giovedì è in corso un cessate il fuoco, che ha come effetto lo spostamento dei miliziani qaedisti nell’area di Idlib, nel nord della Siria, definito da alcuni analisti come il principale covo di al Qaeda dai tempi dell’Afghanistan post undici settembre.
Come ricorda Mona Alami dell’Atlantic Council, sin dal 2011 la cittadina di Arsal è un punto di passaggio e una base operativa per i jihadisti che combattono in Siria. Arsal, però, si trova a meno di 40 km da Baalbek, la città della valle della Beqaa roccaforte di Hezbollah, che qui nacque all’inizio degli anni ’80.
Il fatto che Hezbollah sia il principale alleato del regime di Damasco, e che da qualche anno combatta in territorio siriano, ha contribuito a rafforzare l’ostilità inter comunitaria, sia in Libano che in Siria: più di 100 persone sono morte tra il 2013 e il 2014, vittime di attentati suicidi condotti da jihadisti provenienti dalla Siria nelle aree a maggioranza sciita, come atti di rappresaglia trasversale.
In molti casi gli attentatori suicidi colpevoli di attacchi a Beirut, nel campo profughi di Burj el Barajneh e nella cittadina di Qaa – erano passati da Arsal. A metà del 2014, durante la prima battaglia di Arsal tra l’Isis e l’Esercito libanese, 25 soldati libanesi erano stati rapiti e tenuti ostaggi per mesi (quattro di loro uccisi), fino ad un accordo per uno scambio di prigionieri.
Nella stessa Arsal, tuttavia, la situazione continua ad essere esplosiva: al suo interno ci sono circa 50.000 rifugiati siriani, e secondo un ufficiale anonimo dell’Esercito libanese “molti di loro sono imparentati con militanti dell’Isis e di Jabhat Fatah al Sham rimasti tra le montagne al confine con la Siria”. Molti rifugiati si sono comunque rifiutati di raccogliere le cicliche “chiamate alle armi” dei reclutatori qaedisti infiltrati ad Arsal. Proprio nei dintorni di Arsal lo scorso 30 giugno, durante un raid dell’Esercito libanese, cinque attentatori suicidi si sono fatti esplodere. La rappresaglia dell’Esercito è stata quindi durissima, con conseguenti accuse di torture sistematiche ai danni dei rifugiati siriani da parte delle organizzazioni umanitarie.
La strategia di Hezbollah sembra andare di pari passo con gli sviluppi della guerra in Siria: lo scorso 7 luglio, gli Stati uniti e la Russia hanno trovato un accordo che include l’istituzione di alcune aree di de-escalation lungo i confini siriani, con il sostegno anche della Giordania. L’accordo ha fatto si che Hezbollah si ritirasse dal sud della Siria (rimpiazzata da truppe di Mosca nei dintorni di Dara’a), per ricollocare le proprie milizie proprio nell’area di Arsal.
Una volta completata la riconquista delle aree montuose al confine tra Siria e Libano, Hezbollah potrà probabilmente vantare una presenza continua nel triangolo che unisce Homs, Damasco e la direttrice Qusayr-Zabadani. Nasrallah ha tuttavia affermato che una volta che Arsal – cittadina a maggioranza sunnita – sarà completamente sotto il controllo del Partito di Dio, verrà riconsegnata all’Esercito libanese. (AGI) LBY

Inghilterra: se il liberale Independent finisce in mani saudite

(AGI) – Beirut, 31 lug. – Si chiama Sultan Mohammed Abuljadayel, il quarantaduenne imprenditore saudita che ha appena acquistato il 50% della Independent Digital news and media, la compagnia che controlla il quotidiano britannico – di orientamento liberale – “The Independent”. Lo rivela in esclusiva Middle east eye.

Abuljayadel può ora vantare la quota più significativa di diritti di voto nella compagnia, assieme a Evgeny Lebedev, oligarca russo , figlio di una ex spia del Kgb, a cui era stato venduto il giornale nel 2010 dopo anni di perdite, ad una cifra simbolica di una sterlina, dopo la chiusura. Il terzo è Justin Byam-Shaw. Secondo alcune fonti riservate, attualmente il valore dell’Independent si aggira attorno ai 130 milioni di dollari, anche se non è attualmente possibile verificare l’esatto ammontare dell’investimento da parte dell’imprenditore saudita.

Sin dal 2010, anno in cui Lebedev ha rilevato il quotidiano, le cose sono iniziate ad andare meglio. La svolta tuttavia è arrivata lo scorso anno, quando si è deciso di porre fine all’edizione cartacea e la compagnia ha registrato profitti record per circa 2.2 milioni di dollari, con un incremento del 20% dei lettori dell’edizione online e un aumento dei ricavi del 75%.

Nonostante una portavoce della compagnia abbia ribadito recentemente che “l’indipendenza editoriale dell’Independent è stata preservata”, l’ingente investimento di Abuljayadel ha generato alcune polemiche tra gli attivisti per i diritti umani, tra i quali Peter Tatchell, che ha dichiarato che “il fatto che un imprenditore saudita detenga una quota significativa del giornale non è coerente con la storia di difesa e promozione dei valori liberali dell’Independent. Molte domande necessiteranno di una risposta, prima che il pubblico si convinca che non esiste contraddizione tra i valori promossi dall’Independent e quelli dell’imprenditore saudita”. L’Independent si è distinto per una posizione progressista, per battaglie sulla parità di genere, per i diritti LGBT e l’opposizione ferma alla pena di morte.
Come ricorda Seamus Dooley, segretario generale del Sindacato nazionale dei giornalisti britannici (NUJ), “il NUJ è a favore della massima trasparenza per quel che riguarda la proprietà dei giornali, e ad ora non esistono informazioni precise e affidabili su questo gruppo (di Abuljayadel, ndr). Esistono invece serie preoccupazioni sull’investitore saudita, e sulla sua relazione con il concetto di libertà di stampa”. Secondo MEE, l’operazione di acquisto sarebbe stata finalizzata circa un mese fa, e fa seguito ad una precedente missione esplorativa di un altro gruppo di investitori sauditi risalente a qualche anno fa. (AGI) LBY

Iraq: il destino degli orfani dell’Isis

(AGI) – Beirut, 27 lug. – Abituato a curare ogni giorni decine di persone a Mosul, il medico dell’Esercito iracheno Abu Hassan ad un certo punto si è ritrovato davanti un bambino diverso dagli altri. Non sembrava avere paura come i suoi coetanei, sembrava in qualche modo già adulto, con lo sguardo privo di esitazioni.
Abu Hassan prova a parlarci, a chiedergli come sta e, come si fa con i bambini, cosa vuole fare da grande. “Il cecchino”, risponde Mohammed. Non certo una cosa normale per un bimbo. “Cosa fa tuo padre”, chiede Abu Hassan. “Mio padre è l’emiro dei cecchini”, risponde il bambino, figlio di un combattente dell’Isis.
Informatosi meglio, Abu Hassan scopre che il padre di Mohammad era un pezzo grosso dell’Isis a Mosul. Il bimbo è stato ritrovato in una stanza sotterranea, in mezzo ai cadaveri di decine di combattenti del sedicente Stato islamico.
Con la riconquista di Mosul, la situazione inizia ad emergere in tutta la sua drammaticità: centinaia, forse migliaia di bambini sono rimasti orfani durante la guerra. Peggio ancora, molti di essi hanno subito il lavaggio del cervello, e si sono abituati a considerare normalità, persino meritorio, far parte del gruppo di Al Baghdadi. In una città allo stremo, vengono trattati come reietti, privati degli aiuti umanitari, visti come dei piccoli demoni. Le agenzie umanitarie fanno spesso finta che non esistano.
I bambini dell’Isis per ora vivono in buona parte nei campi del nord dell’Iraq, o nascosti in abitazioni private dove alcuni volontari si occupano di dargli da mangiare. Uno dei programmi che si dedicano a loro viene gestito da Sukaina Mohammed Younes, capo dell’Ufficio per le donne e i bambini della provincia di Nineveh. Mohammed è passato di qui, per poi essere mandato da uni zio ad Erbil, lontano dal rischio di rappresaglia degli abitanti di Mosul. Come lui, centinaia di altri bambini.
“Abbiamo ricevuto da Mosul decine di migliaia di bambini che hanno perso madre e padre”, spiega Sukaina al Guardian. “Potremmo dire che all’incirca il 75% viene da famiglie che avevano aderito all’Isis. Non abbiamo numeri precisi, perché alcuni di loro non hanno documenti, e non sappiamo chi siano. Posso però affermare con certezza che nel campo profughi di Hammam Al Alil ci sono circa 600 orfani di famiglie dell’Isis”, prosegue.
“Finora non esiste un programma che si occupi nello specifico di questi casi. Ho fatto una proposta in questo senso al governo. Inizialmente volevamo sistemare gli orfani dell’Isis tutti in un campo di massima sicurezza. Ma il problema è che questi ragazzi no vengono accettati da nessuno”. A questo va aggiunta la totale mancanza di sostegno psicologico o psichiatrico per casi come questi.
“Il principale problema per questi bambini è la vendetta. Le persone comuni che hanno avuto a che fare con la furia dell’Isis non dimenticano. E gestire una situazione del genere è forse più complicato che condurre un’operazione militare”, continua Sukaina.
Mohammed non stava delirando, era davvero un cecchino. “Ero bravo, l’Isis mi ha dato cinque proiettili e avevo quattro obiettivi da colpire. Ho mancato solo l’ultimo. Ho sparato con un kalashnikov, e anche se sono un bambino ho sparato molto bene. Anche quando mio padre mi diceva di non sparare, io sparavo. Ero il numero uno per tutti gli altri bambini”, spiega freddamente Mohammed.
Quando la guerra finirà del tutto, sarà comunque difficile pensare a una riconciliazione, e tantomeno per un sostegno dello Stato a casi come questo. Belkis Wille, ricercatrice irachena di Human Rights Watch, spiega come i bambini orfani dell’Isis vengano trattati da adulti in sede giudiziaria. “L’unica differenza è che un bambino in Iraq non può essere condannato a morte. Ma non esiste questa idea che se l’Isis ti ha reclutato da bambino, allora sei una vittima. Non ci sono programmi di riabilitazione o di de-radicalizzazione. Il motivo, dicono, è che questi ragazzi rimarranno in galera per sempre oppure saranno condannati a morte in futuro. Quindi, perché prendersi la briga di occuparsi della loro riabilitazione?”.
Nei campi nel nord del paese, le madri che danno alla luce bambini concepiti con combattenti dell’Isis – molti dei quali stranieri – cercano di nascondere le loro storie. Spesso per evitare pregiudizio o cose peggiori dicono che i loro figli sono dei nipoti di cui si stanno occupando. La riabilitazione è complessa ma va portata avanti. Perlomeno per i bambini sotto ai 12 anni, perché, come spiega Sukaina, “i bambini più grandi hanno una ideologia più forte. Con loro è molto difficile. La comunità internazionale deve interessarsi a queste situazioni, perché per trattare questi casi abbiamo bisogno di persone speciali”. (AGI) LBY

Medioriente: perché le azioni dell’Isis hanno poco a che fare con l’Islam

(AGI) – Beirut, 27 lug. – Il mantra ripetuto dalle estreme destre europee e tra i neocon americani è ormai noto, e nel migliore dei casi è questo: “la violenza dell’Isis è insita nell’Islam e nei suoi insegnamenti, che rendono l’Islam incompatibile con l’Occidente e la sua civiltà, a meno che non venga riformato”.
Una argomentazione ripresa in un recente documentario “Isis: the origins of violence”, realizzato dallo storico Tom Hollande e trasmesso lo scorso maggio nel Regno Unito, su Channel 4, il quale collega le atrocità dello Stato islamico alla presa di Costantinopoli da parte dell’Esercito ottomano nel 1453, oltre a interpretare alcuni detti sul Profeta Muhammad (contenuti nella Sunna) come precursori dell’utilizzo di “esplosivi e bombe”, utilizzate oggi dagli uomini di Al Baghdadi. Insomma, secondo alcuni l’Isis è una espressione inevitabile dell’Islam, che ciclicamente tornerebbe a palesarsi nella Storia, come fosse ad esso connaturato.
La realtà è un po’ più complessa, come spiega in un lungo articolo Peter Oborne in un lungo articolo pubblicato su Middle east eye. Anzitutto, è impossibile slegare la nascita dell’Isis dalle contingenze geopolitiche: le origini dello Stato islamico, come noto, vanno ricercate nella caduta di Saddam Hussein con l’invasione americana del 2003, e il contestuale dissolvimento del suo Esercito baathista e del suo apparato burocratico, che lasciò per strada milioni di disoccupati.
Molti ex tecnici e soldati baathisti, rimasti senza molte alternative e animati da risentimento verso gli Stati Uniti, decisero di entrare nei ranghi di al Qaeda in Iraq, guidata da Abu Musab Al Zarqawi, che poi verrà ucciso nel 2006 in un bombardamento americano. Al Qaeda in Iraq, dopo il 2006, cambierà gradualmente strategia, fino ed evolvere nell’Isis, ossia in un concreto progetto di conquista territoriale e non più solo una organizzazione incaricata di compiere attentati.
Gli esperti stimano che circa un terzo dei membri dell’Isis sono ex soldati baathisti, soldati che per anni hanno servito nell’Esercito di un regime “laico”. Tra loro ci sono due stretti sottotenenti di Al Baghdadi, Ilyad Al Obaidi e Ayad al Jumaili. Visto sotto questa luce, l’Isis può essere definito come un progetto di rinascita baathista. La sua natura la spiega bene Christopher Reuter del Der Spiegel, il quale sostiene che “non c’è nulla di religioso nelle azioni dell’Isis, nella sua pianificazione strategica, nella facilità con cui cambia alleati e nella sua narrativa. La fede, anche nella sua forma più estrema, è solo uno dei tanti mezzi per raggiungere un fine. L’obiettivo costante è la conquista e l’espansione a ogni costo”. Questo aspetto – le origini baathiste dell’Isis – non viene mai menzionato nella narrativa neocon sullo Stato Islamico.
Un’altra omissione significativa riguarda l’Arabia Saudita, storico alleato statunitense. Come ha spiegato l’ex agente dell’MI6 Alastair Crooke, è impossibile capire le origini dell’impalcatura dottrinale dell’Isis senza conoscere un po’ di storia, nella fattispecie l’accordo stretto dopo la prima guerra mondiale tra la casata reale saudita degli Al Saud e i seguaci di Mohammad Ibn Al Wahhab, fondatore di una corrente letteralista chiamata in seguito Wahhabismo, che vide la luce alla fine del 1700 proprio nell’Hejaz, regione oggi appartenente all’Arabia Saudita.
Da un punto di vista del credo religioso, Wahhab credeva che i musulmani dovessero tornare a concentrarsi su un’idea del tutto particolare dell’unicità di Dio, e che la devozione dei musulmani nei confronti del Profeta Muhammad, dei suoi compagni, delle sue moglie, dei santi o dei “martiri” fosse espressione di una condannabile idolatria. La rigidità della dottrina wahhabita insisteva anzitutto sulla “pulizia” del credo religioso da quelle che venivano viste come “impurità idolatriche”, che spingevano (e spingono) i musulmani ad esempio a festeggiare il compleanno di Muhammad.
La dottrina wahhabita manifestò tutta la sua ferocia nel 1802, quando una tribù riconducibile ai Saud uccide migliaia di sciiti nei pressi della città irachena di Karbala. Un comportamento ripetuto dai qaedisti e dall’Isis, che in questi anni hanno preso di mira anzitutto gli sciiti e poi tutti gli altri, e che a Karbala stessa – città santa per i musulmani sciiti, poiché qui fu massacrato Hussein, nipote del Profeta – hanno condotto numerosi attentati.
La principale fonte del credo wahhabita è il Libro del monoteismo. Dopo la seconda guerra mondiale ci fu nell’attuale Arabia Saudita un’altra esplosione dell’insorgenza wahhabita, ma alcuni ufficiali britannici – uno dei quali, Philby, in seguito si convertirà al wahhabismo ed entrerà nella corte di Al Saud – si affrettarono a rassicurare l’allora governator del Nejd, Abd al Aziz Al Saud, che a lui sarebbe stato affidato il trono di tutta la Penisola arabica, non appena gli Ottomani fossero stati sconfitti. L’Arabia saudita nascerà poi ufficialmente nel 1932.
In un certo senso, spiega Peter Oborne, c’è una grossa contraddizione tra il cinismo della casata reale degli Al Saud e il fondamentalismo dell’Isis. Il vero obiettivo dell’Isis, secondo lui, non è l’Occidente in se, bensì proprio gli al Saud, percepiti come corrotti, ancora di più da quando sono alleati americani (cioè dagli anni ’40). Per farla breve: l’Isis è una combinazione mortale tra la preparazione militare dei baathisti e il retrivo credo wahhabita. Solo che nella narrativa neoconservatrice – ma anche nel documentario di Channel 4 criticato da Peter Oborne – non vengono menzionati né il baathismo, né l’Iraq, né il wahhabismo, né l’Arabia Saudita.
Leggere quello che sta accadendo in termini di dicotomia tra Islam e Cristianesimo porta a compiere errori storici e a corto circuiti concettuali: ad esempio, un refrain molto utilizzato insiste sul declino della Cristianità nell’area mesopotamica. Ci si ricorda spesso come circa 1200 anni fa i cristiani vivessero un’epoca d’oro in quelle aree, che potevano essere definite ancora come “il cuore della Cristianità” stessa, e come col tempo quelle terre si siano “islamizzate”.
Questo approccio dicotomico ignora clamorosamente un dato fondamentale: le terre in cui i cristiani un tempo vivevano la loro “epoca d’oro” erano governate già dai musulmani. Il periodo di maggior fulgore e prosperità per i cristiani corrisponde esattamente al periodo del Califfato Abbaside, quello che aveva in Baghdad la sua capitale, e al tempo forse il principale centro culturale del Globo. E’ curioso, ma quella che alcuni storici come Hollande chiamano “l’epoca d’oro del Cristianesimo” è nota in realtà come l’epoca d’oro islamica, dove scienziati e studiosi cristiani, ebrei e musulmani vivevano relativamente in pace e contribuivano ognuno allo sviluppo della società e della cultura del tempo.
La convivenza pacifica fu interrotta nel dodicesimo secolo con l’arrivo di Saladino, un condottiero curdo, poi fondatore della dinastia Ayubide, che costrinse i monaci cristiani a scappare, prima che arrivassero i Mongoli nel tredicesimo secolo. La Cristianità è progressivamente scomparsa da città come Mosul non perché la regione è “diventata islamica”, bensì perché quest’ultima cadde sotto il dominio di una autorità priva di tolleranza religiosa. Esattamente quel che accade oggi, laddove questa autorità intollerante risponde al nome di Isis.
Peraltro i monasteri della regione vissero una relativa rinascita proprio con l’Impero Ottomano, quello da alcuni definito come precursore dell’Isis. Questo perché storicamente . per gli Ottomani ma non solo – i cristiani e gli ebrei erano considerati “popoli del Libro”, membri di una stessa tradizione religiosa, suggellata dalla rivelazione coranica, ultima tra esse in ordine temporale. Come ricordano molti storici – compreso Bernard Lewis, che negli ultimi decenni si è assestato su posizioni neoconservatrici – la condizione dei non musulmani nell’Impero Ottomano era “assai migliore di quella dei non cristiani o anche dei cristiani eretici nell’Europa cattolica medievale.
In tutti i Libri sacri – che sono in ogni caso dei prodotti storici – esistono versetti che possono essere interpretati come “ostili” rispetto ai seguaci di altre religioni (o verso gli omosessuali e gli adulteri), Bibbia compresa. Se dovessimo trattare i fatti storici in modo decontestualizzato, legandoli indissolubilmente alla fede di chi ne è stato protagonista, dovremmo attribuire alla Cristianità eventi come la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati, fino al massacro di Srebrenica o il genocidio in Ruanda, o anche il silenzio delle gerarchie cattoliche durante l’Olocausto. Lo stesso si potrebbe fare com una religione normalmente percepita come pacifica, il Buddismo, i cui seguaci oggi stanno massacrando la minoranza musulmana Rohingya in Myanmar.
L’Isis rivendica le proprie azioni su un piano religioso, nonostante non ci siano nell’Isis autorità religiose riconosciute, che invece contestano del tutto la legittimità delle suddette azioni, come documentato in un recente libro (in Italia uscito per Carocci) in cui vengono raccolte tutte la fatawa contro l’Isis da parte di autorità musulmane nel mondo. E’ curioso notare come i soli che legano le azioni dell’Isis all’Islam siano da una parte gli stessi miliziani, e dall’altra i peggiori islamofobi.
Un frequente malinteso riguarda l’utilizzo della parola Jihad (in arabo “sforzo”) – o anche di Allah Akbar, una invocazione collegata ormai al militarismo, e che invece viene pronunciata da un musulmano per esprimere i più svariati sentimenti -, che nella narrativa ormai dominante viene tradotto con “guerra santa”, e che invece designa anzitutto lo “sforzo di ogni musulmano a comportarsi secondo i principi islamici”, lo sforzo a comportarsi come un buon musulmano.
E’ l’essenza del “grande jihad”, opposto al “piccolo jihad”, che invece designa l’atto di difendere l’Umma – la comunità islamica – da eventuali aggressori. Quando il Profeta parlava di “jihad” non alludeva certo automaticamente alla violenza, ma allo sforzo dei musulmani a comportarsi come tali. Esattamente il contrario di ciò che invocano gli uomini di Al Baghdadi.
Un altra tendenza diffusa è quella di non distinguere tra Al Qaeda e Isis, così come quella di ignorare da una parte il retaggio del colonialismo (per esempi quello francese in Nordafrica) e dall’altra il fatto che l’Isis stesso sia stato sostenuto da alleati dell’Occidente. Il mantra in questo caso è: la strategia dell’Isis si basa sulla “radicalizzazione dei musulmani in Occidente”, laddove invece questa strategia si basa sulla istituzione di uno Stato su un territorio ben preciso. Come dimostrano gli studi di Marc Sageman e Olivier Roy, le reclute dell’Isis tendono a conoscere poco e male l’Islam e le sue Scritture, e hanno spesso un passato – talvolta recente – totalmente incompatibile con l’essere musulmani (uso di droghe, alcol, crimini di vario genere). (AGI) LBY

Somalia: il sadismo di Al Shabaab porta i somali alla fame

(AGI) – Beirut, 27 lug. – Non bastavano i divieti di vario genere, che gruppi come Al Shabaab impongono sui territori che controllano: ora il gruppo terroristico somalo ha deciso di impedire alla popolazione – già vittima di un periodo di siccità senza precedenti – di accedere all’assistenza umanitaria, aggravando ovviamente la situazione per migliaia di persone. La scelta a cui vengono posti davanti i somali è semplice: morire di fame, di stenti e malattie, oppure morire giustiziati, o al limite come scudi umani durante i bombardamenti americani.
Secondo le testimonianze sul posto, centinaia di bambini e di anziani stanno già morendo come mosche. Gli uomini di Al Shabaab hanno fatto sapere alla popolazione che chiunque abbia contatti con le agenzie umanitarie – percepite come avamposti del nemico – verrà considerato una spia e giustiziato come tale.
Attualmente – sostengono le agenzie stesse, che negli ultimi tempi hanno dovuto diminuire di molto l’assistenza – in Somalia sono almeno 6.7 milioni le persone che avrebbero bisogno di supporto umanitario, la metà delle quali rischia di morire di fame. C’è chi ricorda come andò nel 2011, quando al Shabaab impose un blocco all’assistenza umanitaria, provocando la morte di circa 250.000 persone.
Strano dirlo nelle attuali, drammatiche condizioni, ma stavolta il gruppo terroristico sembra abbia per ora adottato un approccio più “moderato” rispetto a sei anni fa, permettendo ad alcune Ong di operare sotto strettissimi criteri di accettazione. Da giugno, tuttavia, l’ostilità dei terroristi sembra essere aumentata.
La gente di Tiyeglow sta soffrendo la fame. Al Shabaab ha improvvisamente vietato alle agenzie di raggiungere le persone che stavano morendo di fame in città. Molta gente è così partita per cercare cibo”, spiega Ibrahim Abdirahman Mohammed al Guardian. “I bambini sotto ai cinque anni sono in una particolare condizione di rischio, perché il tasso di malnutrizione cresce, e se il blocco di Al Shabaab  continua vedremo morire molti più bambini”, avverte.
Il mese scorso Save the Children ha pubblicato un report in cui si mostra come i casi di forte malnutrizione siano aumentati in quattro distretti su nove (controllati da Al Shabaab) nelle aree centrali e meridionali della Somalia. Nel distretto di Mataban, il 9.5% dei bambini sotto i cinque anni è fortemente denutrito.
Più di due milioni di persone – un quinto della popolazione somala – vivono in aree controllate dall’organizzazione terroristica, che che ha ripetutamente attaccato operatori umanitari e su base quotidiana attacca agenzie governative. Più di 700.000 persone hanno già lasciato le proprie case, di cui 200.000 solo negli ultimi due mesi. Quasi tutti sono partiti per cercare cibo, come nelle peggiori carestie.
“Quando è iniziata la siccità, al Shabaab all’inizio ci ha detto che avremmo potuto accettare cibo solo da organizzazioni islamiche, ma poi alla fine hanno detto di no. Chiunque fosse trovato a portare cibo o aiuti sarebbe stato ucciso, perché sospettato di collaborare col governo somalo”, spiega Abdiya Barrow, una madre di sette bambini a Tiyeglow, che ha raccontato di aver camminato circa sette giorni per raggiungere Baidoa, dove i suoi tre bambini più piccoli hanno ricevuto le prime cure per far fronte alla diarrea e alla malnutrizione. “La vita è tremenda. Non c’è cibo, non c’è acqua. La gente muore ogni giorno”.
Peggio è andata a chi vive in alcuni villaggi dove il controllo di Al Shabaab è talmente capillare che alle persone viene impedito di lasciare il posto. “Al Shabaab ci ha detto di non lasciare la città, perché non vogliono che la città diventi vuota. Ma non c’è nulla da mangiare. Un kilo di riso costa quasi 4 dollari. Chi può permetterselo? Le donne e i bambini stanno morendo”, avverte Mohammad Osman, che vive a Baule.
Secondo le autorità somale, Al Shabaab impedisce alla popolazione di scappare perché sa che se la città si svuotasse, il governo e gli Stati Uniti intensificherebbero i bombardamenti aerei. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sostiene che la Somalia continua a vivere un “elevato rischio di carestia”, acuita dal fatto che le piogge quest’anno sono state scarse. (AGI) LBY

Incontro Trump-Hariri: una foto che vale più di mille parole

Questa foto, pubblicata su Al Araby al Jadeed, è meravigliosa. A sinistra il primo ministro libanese Saad Hariri, a destra Trump, che lo ha ospitato in questi giorni. Proprio nelle ore in cui nell’est del Libano (Arsal) l’Esercito del Paese dei cedri conduce un’offensiva INSIEME (in coordinamento) ad Hezbollah contro l’Isis e al Qaeda, Trump se ne è uscito con:

“Il Libano deve proteggersi dalla minaccia di Al Qaeda, dell’Isis e di Hezbollah, contro cui l’Esercito libanese combatte”.

E niente, nonostante Hariri sia noto per essere tutt’altro che un amico del Partito di Dio (ha la cittadinanza saudita ed è lì che ha i suoi principali affari, oltre che sponsor), in questo preciso momento – immortalato dalle telecamere – deve aver pensato: “Ah Trump, ma che straminchia dici?”

Non deve essere facile, confrontarsi con un tale scemo, uno che fino al giorno prima che Hariri arrivasse probabilmente non aveva nemmeno idea di dove fosse il Libano, e men che mai è conscio del fatto che Hezbollah è nel governo e le sue milizie sono state definite dal presidente della Repubblica Michel Aoun “complementari all’Esercito libanese nella lotta al terrorismo”.

Difficile davvero, anche perché il Libano in ogni caso conta (anche) sugli aiuti americani per il proprio Esercito.

Attualmente non sarebbe più così fantasioso immaginare che un pirla come Trump – concedendo aiuti militari al Paese dei Cedri – chiedesse di vincolarli alla “guerra a Hezbollah”, cercando di indurre (senza successo, probably) l’Esercito libanese a fare direttamente la guerra ai miliziani sciiti. E qui non si tratta di stare con o contro Hezbollah, si tratta di un banale problema di disinteresse totale dei rapporti di forza interni al Libano e delle contingenze geopolitiche che fanno si che al Libano serva gente preparata militarmente – il suo Esercito è notoriamente abbastanza debole, sopratutto nella guerriglia – per far fronte agli spill over del conflitto in Siria.

Ragazzi, il roscio è pericoloso, perché essere ignoranti come le capre – e peggio, non avere idea nemmeno di dove ci si trovi e con chi – e detenere il potere è assai pericoloso, non si scappa. Io l’ho detto. Che Dio o chi per lui salvi il Libano

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