Atei, agnostici e credenti

Un tempo, con una sicurezza inversamente proporzionale alla mia consapevolezza, mi definivo ateo. Senza farmi troppe domande, semplicemente registrando la razionalità del mondo.

Col tempo, complice una crescente curiosità verso la Natura e verso le emozioni umane, ho iniziato a trovare quella atea una postura priva di un reale significato, limitante, un po’ pigra, sprovvista di una vera essenza, che si auto definisce ed esaurisce in una negazione. E, via via che le domande crescevano, ho iniziato a rendermi conto di essere un agnostico, un agnostico curioso, tormentato, inquieto. Tante le domande, poche le risposte, continua la ricerca di un senso.

Oggi, quando mi trovo nel bel mezzo dei miei dubbi – tipo quelli che ti fanno essere indeciso se cose intangibili come “l’amore” non significhino in fin dei conti “Dio”, per l’impossibilità di afferrarle, di descriverle, di confinarle, mentre se ne registra l’effettiva esistenza – tendo a vedere i due estremi diversamente: chi è convinto che Dio esista può sembrarmi a volte un ingenuo; ma chi è convinto che Dio non esista e che chi crede è uno scemo, mi sembra, sempre più, un presuntuoso. E chi smette di farsi domande non può che essere uno stupido.

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