Atei, agnostici e credenti

Un tempo, con una sicurezza inversamente proporzionale alla mia consapevolezza, mi definivo ateo. Senza farmi troppe domande, semplicemente registrando la razionalità del mondo.

Col tempo, complice una crescente curiosità verso la Natura e verso le emozioni umane, ho iniziato a trovare quella atea una postura priva di un reale significato, limitante, un po’ pigra, sprovvista di una vera essenza, che si auto definisce ed esaurisce in una negazione. E, via via che le domande crescevano, ho iniziato a rendermi conto di essere un agnostico, un agnostico curioso, tormentato, inquieto. Tante le domande, poche le risposte, continua la ricerca di un senso.

Oggi, quando mi trovo nel bel mezzo dei miei dubbi – tipo quelli che ti fanno essere indeciso se cose intangibili come “l’amore” non significhino in fin dei conti “Dio”, per l’impossibilità di afferrarle, di descriverle, di confinarle, mentre se ne registra l’effettiva esistenza – tendo a vedere i due estremi diversamente: chi è convinto che Dio esista può sembrarmi a volte un ingenuo; ma chi è convinto che Dio non esista e che chi crede è uno scemo, mi sembra, sempre più, un presuntuoso. E chi smette di farsi domande non può che essere uno stupido.

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Il senso delle proporzioni sulla Palestina

Che sulla questione palestinese si sia smarrito il senso delle proporzioni, o meglio, il buonsenso, è evidente dai commenti più “moderati”: “passi” (si fa per dire) chi, vittima di una certa propaganda, si è bevuto la versione della realtà secondo cui alcuni palestinesi durante la Grande marcia fossero armati di pistole. Capirei – quasi, sempre al netto del fatto che hanno assorbito una falsità – la loro “contestualizzazione” della carneficina, tentando di mettermi nei loro panni.

Quel che è davvero fuori dal mondo, e che ci dice molto di quanto alterate siano le percezioni del 90% dei commentatori (e anche le nostre, mediamente), è sentir contestualizzare il massacro alla luce del fatto – vero, stavolta – che alcuni palestinesi lanciavano sassi e molotov.

Ora: siamo tutti stati a qualche manifestazione. Senza citare le principali (G8 su tutte), io le molotov le ho viste diverse volte a Roma, le ho viste a Berlino, a Lisbona, le ho viste durante le semi sommosse popolari alla Bastiglia dopo la prima elezione di Sarkozy, insomma: spesso.

Ovviamente, in tutte queste occasioni nessuno si sarebbe nemmeno sognato di “comprendere” minimamene le ragioni di un qualunque membro delle forze dell’ordine che avesse eventualmente sparato proiettili VERI (ma in realtà anche quelli di gomma, che bene non fanno) sui lanciatori di molotov. Nessuno, manco i più beceri politicanti e alcuni “giornalisti” di cui siamo dotati.

E invece, here we are: “a dire il vero, i palestinesi non erano pacifici, lanciavano molotov”; “In realtà, i manifestanti palestinesi non erano disarmati, tiravano sassi con le fionde verso i soldati”; “a ben guardare, sono stati dati alle fiamme diversi copertoni”. Questo è in soldoni il commento medio di gran parte degli opinionisti supposti “equilibrati”, alcuni dei quali normalmente non rientrano nelle categorie di ciarlatani e pagliacci.

Proporzioni. Buonsenso minimo. Dignità. Va tutto bene, è tutto sotto controllo.