Islamofobia e superficialità: una questione (anche) di pigrizia?

Attentati in Europa compiuti da soggetti con storie personali ogni volta molto diverse, talvolta accidentate talvolta no, talvolta difficili talvolta no, talvolta svoltesi sopratutto in altri continenti talvolta no; operazioni terroristiche complesse oppure rudimentali, organizzate in varie modalita, generate da impulsi diversi, e per buona parte dei media l’unico aspetto rilevante ai fini della loro comprensione sembra essere l’invocazione “Allah Akbar”, pronunciata prima, dopo, durante, al bagno la sera prima o quando volete. —->È invasione, ci conquistano, ci distruggeranno, schiavizzeranno le donne, saremo tutti sottoposti alla Shari’a, signora mia legga cosa dice oggi “Libero”, guerra santa, basta sbarchi, oddio, madonna ecc., è la quasi comprensibile reazione del lettore medio.

Proteste di matrice socio economica in iran, un paese già di per se molto complesso; sono proteste che sopratutto nelle prime fasi – quelle in cui sui giornali fioccano più commenti, per la consueta gara a chi la dice più grossa per primo – vengono trainate da cittadini di aree tradizionalmente conservatrici o ultra conservatrici, e appoggiate, o dovrei dire “endorsate” da persone come l’ayatollah Nouri-Hamedani, di orientamento oltranzista, ultra conservatore, se così vogliamo dire. Forse “ultra” è anche poco.

In modo abbastanza rapido, queste proteste – che rimangono acefale e prive di una piattaforma comune – si diffondono in diversi centri e città dell’iran, prendono di mira soggetti politici e religiosi diversi, vengono portate avanti da soggetti di diversa estrazione, probabilmente diverse posizioni politiche, e istanze diverse, legate in buona parte alla condizione delle diverse minoranze (l’Iran è un paese multietnico: solo il 52-53% sono persiani, poi ci sono curdi azeri arabi baluci e via via tutte le altre minori), alla corruzione e all’emarginazione storica di alcune aree del Paese. Alcuni “analisti” inebriati si producono nelle solite dicotomie – “popolo buono Vs regime cattivo” – , parlano già di “proteste anti regime” o alludono a “regime change”.

Come sempre si fa nelle piazze di buona parte dei paesi del mondo, anche in iran si urlano slogan diversi, slogan che ovunque somigliano a cori da stadio, che sono espressione di una emotività in parte irrazionale, seppur saldamente legata alle ragioni che spingono a protestare. L’iperbole tende a essere la regola, in piazza si sfoga la propria rabbia e chi ne è destinatario esplicito o implicito diventa in assoluto il proprio peggior nemico, da annientare se si potesse. Quante volte ho sentito chiedere l’impiccagione di berlusconi o Chi per lui durante manifestazioni a cui sono Andato in Italia in passato?

(Anche) In iran si sentono slogan diversi urlati da soggetti con motivazioni diverse, tra i quali anche “a morte khamenei”. Eccolo qui il grimaldello: il sistema nervoso di gran parte dei media va in avaria, tutto si ferma. È una rivoluzione, ah le donne si tolgono il velo, evviva il popolo iraniano che insorge unito contro il regime, per la libertà, la laicità e la democrazia, finalmente l’Iran si evolve signora mia, urrà, ecc, la quasi comprensibile reazione del lettore medio.

Forse vi ho capito, colleghi di varia risma, e direi di varia affiliazione: il vostro è un problema di pigrizia. Non vi va. Non vi va mai, o sempre meno. Approfondire richiede tempo e fatica, oltre a sposarsi male con la fretta di dire la propria prima degli altri. E allora corre in aiuto la dimensione comunicativa primordiale, quello che si vede in superficie: lo slogan pronunciato da uno o più soggetti diventa lo strumento ideale per certificare, interpretare o addirittura spiegare la natura di un fenomeno o un evento, o meglio, di una serie di eventi. Proprio come con “Allah Akbar”. Così vi risparmiate lo sforzo, vi beccate due like, fate la figura dei paladini della democrazia. E, magari senza accorgervene, avvelenate i pozzi

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