Iraq: il destino degli Yazidi

(AGI) – Beirut, 23 ago. – Esistono pochi dubbi, ormai, che quello subito dalla comunità yazida in Iraq sia un genocidio, che ha rischiato di far sparire completamente dal Medioriente questa antichissima minoranza che abita il nord dell’Iraq. Nonostante i processi di sensibilizzazione e la parziale mobilitazione della comunità internazionale, tuttavia, il futuro degli yazidi rimane altamente incerto.
Mentre alcune donne yazide come Nadia Murad – tenuta in stato di schiavitù dagli uomini dell’Isis – oggi sono ambasciatrici dell’Onu, attirando anche le attenzioni di personaggi come l’avvocato per i diritti umani Amal Clooney, molte altre ancora oggi vengono schiavizzate nei territori controllati dallo Stato islamico in Siria e in Iraq. Numerosi report indicano che in questi giorni di offensiva irachena sulla città di Tal Afar, centinaia di yazidi si ritrovano intrappolati nella contesa.
I territori da cui provengono gli yazidi, sopratutto l’area di Sinjar, sono stati ripuliti dalla presenza dei miliziani, e ora si pone con sempre maggiore attualità la questione del loro futuro. Stato islamico a parte, gli yazidi si trovano anche nel mezzo della contesa politica tra governo regionale curdo e governo iracheno: i primi hanno annunciato un referendum di indipendenza per metà settembre, che includerebbe i territori storicamente abitati dagli yazidi, mentre Baghdad mira a preservare l’integrità territoriale del Paese.
Nell’impalcatura retorica a sostegno del progetto indipendentista curdo esiste da qualche tempo la auto percezione di una protezione delle minoranze, tra cui anche quella yazida, i cui membri dopo l’arrivo dell’Isis a Sinjar erano stati tratti in salvo proprio dai curdi. Inoltre, tanti yazidi combatterono al fianco dei curdi ai tempi della guerra contro Saddam Hussein.
Ma sarebbe inesatto parlare di una relazione idilliaca tra curdi e yazidi, o addirittura di una empatia dei secondi verso i primi, che usano indirettamente la questione della protezione degli yazidi per alimentare la legittimità del progetto separatista. In un discorso rilasciato lo scorso 3 agosto, anniversario dell’inizio del genocidio yazida, il primo ministro del Governo regionale del Kurdistan, Nechirvan Barzani, ha monopolizzato l’occasione incentrando il suo discorso sulla negligenza dei soldati iracheni nell’estate del 2014, rei di aver abbandonato gli yazidi a se stessi mentre l’Isis ne disponeva a suo piacimento. Non che abbia torto: le divisioni dell’Esercito iracheno, nell’occasione, furono colte impreparate, e abbandonarono una città come Mosul – la seconda dell’Iraq – lasciandola nelle mani degli jihadisti.
Tuttavia, la narrativa che oppone l’eroismo curdo alla pavidità irachena è in parte fuorviante: a Sinjar – che dopo 18 mesi dalla cacciata dell’Isis è ancora ridotta a un cumulo di macerie – anche i pashmerga curdi abbandonarono gli yazidi, decidendo di rifugiarsi in aree a maggioranza curda per preparare da lì una controffensiva. Nel 2014, a Sinjar, dai pashmerga non sarebbe arrivato un solo colpo contro gli jihadisti, contribuendo così a lasciare gli yazidi senza alcuna chance di scappare.
Una fonte anonima del Governo regionale curdo è lapidario in merito, e allude anche a un senso di colpa: “l’imbarazzo curdo per ciò che è accaduto a Sinjar nel 2014 costituisce il motivo per cui il KDP (partito democratico curdo) ha insistito così tanto per il riconoscimento internazionale del genocidio”.
Allo stato attuale, non sembra che il sostegno agli interessi degli yazidi costituisca parte dell’agenda curda in vista di una possibile indipendenza. Molti giovani yazidi, anzi, iniziano con sempre maggiore convinzione ad opporsi al progetto curdo, promuovendo parallelamente la causa di una regione semi-autonoma yazida sotto la protezione internazionale all’interno dell’Iraq. Separata dal Kurdistan, e con un certo grado di vicinanza politica a Baghdad. “Non ci fidiamo più di Barzani, non metteremo il nostro destino nuovamente nelle mani dei curdi”, ha detto tempo fa Haydar Ezedi, un giovane yazida dislocato a Erbil.
Ma a Baghdad gli yazidi non se la passano tanto meglio: da una parte la presenza delle milizie sciite, che rischiano di esacerbare il conflitto settario; dall’altra la legge federale irachena, che li discrimina: gli yazidi, ad esempio, non possono aspirare alla posizione di giudici, e sono oggetto di molte altre limitazioni.
La comunità internazionale si è sempre rivolta alla questione yazida concentrandosi sulla necessità di perseguire i membri dell’Isis per il reato di genocidio, senza curarsi granché del futuro concreto di questa minoranza. Ora che l’Isis va verso una disfatta, quest’ultima questione appare sempre più centrale. (AGI) LBY
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