Iran, l’economia e le canaglie

Qualche numero per mettere in prospettiva, per capire di cosa parliamo, quando parliamo delle cause principali dei problemi economici dell’Iran.

Nella proposta per il budget del nuovo anno presentata al parlamento iraniano lo scorso 6 dicembre, Rouhani destina 11 miliardi di dollari al comparto militare, un aumento del 20% rispetto allo scorso anno, e cmq circa un sesto di quanto abbia speso l’Arabia Saudita nello stesso periodo, e meno di tutti nella regione. Anche della Turchia, cioè l’unico paese della regione ad aver speso mediamente meno dell’Iran in un arco temporale che va dal 1990 al 2012. Sono tanti soldi, comunque, anche se non tantissimi per un paese posizionato in una regione di quel tipo e con una serie di stati ostili di fronte al cortile di casa.

Solo dal 2012 al 2015, solo per le sanzioni sul nucleare (poi ci sono quelle altrettanto pretestuose per il programma missilistico, o per il sostegno a gruppi che qualcuno ancora ha l’ardire di equiparare all’isis), e solo per quel che riguarda il mercato del petrolio, l’Iran ha perso circa 160 miliardi in mancate esportazioni, più altri 100 circa in asset congelati.

Sono duecentosessanta miliardi, ventitré volte il budget per gli apparati militari previsto per il prossimo anno. Ventitré. Duecentosessanta miliardi è una frazione delle perdite e dei crediti che l’Iran vanterebbe verso diversi soggetti nel mondo, e qualcuno ancora lo considera un fatto marginale. Secondo l’ex Segretario del Tesoro americano, Jack Lew, il Pil iraniano negli ultimi 2 anni è cresciuto del 20% in meno rispetto a quanto sarebbe cresciuto nello stesso periodo senza sanzioni. Venti per cento in meno.

Altroché, come ho sempre detto: le sanzioni e gli embarghi sono GIÀ una guerra, che va avanti da 40 anni quasi. E da un punto di vista euristico, impediscono, banalmente, anche una serena e ponderata valutazione delle politiche economiche della repubblica islamica. E’ un po’ come se tu pretendessi di giudicare obiettivamente come gioco a calcio mentre indosso degli scarponi da sci. E magari quegli stessi scarponi ai piedi me li hai messi tu, sostenendo che i miei piedi sono più pericolosi di quelli degli altri.

È giusto, sacrosanto mettere in evidenza e approfondire – come si è sempre cercato di fare – i problemi e le criticità strutturali dell’economia iraniana, la corruzione, il clientelismo, le crescenti diseguaglianze sociali, le eccessive concentrazioni di ricchezza, i monopoli un po’ così, la scarsa trasparenza, la mala gestione. E’ giusto, va fatto, ma non a costo di dimenticare la realtà sottostante, di sostituirla, insabbiarla.

La realtà sottostante è che non esiste cosa più ipocrita che cavalcare le proteste di un popolo fino a ieri disprezzato, sminuito, umiliato, sostenendo in modo demagogico che il governo contro cui protesta spende soldi per “allargare la sua influenza regionale”, “per il terrorismo”, “per distruggere Israele”, soldi che invece sempre a parere di diversi soloni dovrebbe spendere per “far fronte ai bisogni” del suo stesso popolo.

Quando sostenete queste tesi, ricordatevi sempre di tornare, prima o poi, alle proporzioni, alla misurazione di numeri tutto sommato semplici. Non dimenticate mai che quei bisogni magari potrebbero essere soddisfatti se sempre quel qualcuno che cavalca ipocritamente le proteste non minacciasse, ricattasse e prevaricasse da decenni l’Iran stesso, che ovviamente non può avere una postura conciliante anche per questo elementare motivo.

Sono anni che leggo analisi economiche autoreferenziali, insight sospetti, speculazioni sui soldi nelle Bonyad (le fondazioni religiose in Iran), paper sull’egemonia iraniana di qua e di là, ricerche che ci parlano di come l’Iran dovrebbe spendere i suoi soldi per non risultare sgradevole al prossimo: mai e dico MAI che qualcuno scrivesse a chiare lettere che qualunque valutazione delle performance economiche dell’economia iraniana – in tempo di pace come in tempo di guerra – è assolutamente impossibile e priva di senso senza aver prima misurato, soppesato il più accuratamente possibile le enormi perdite per quella stessa economia, provocate da uno strumento di terrorismo economico – e non di diplomazia – che prende il nome di “sanzioni”.

È tempo di smetterla con le Pagliacciate, non lamentiamoci se poi tendiamo a capire la realtà con vari anni di ritardo

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