L’ipocrisia della corsa al “decoro”

Alcuni anni fa proprio su Fb scrissi la mia sull’estensione incredibilmente minima della minchia che misura quanto è importante il concetto di “decoro” per una società sana.

Anzi, scrissi proprio che dare un peso prioritario all’idea di “decoro” è la spia che segnala un certo grado di putrefazione culturale in un dato contesto; che una società preoccupata anzitutto del decoro è una società già morta, sepolta, decisa ormai a umiliare gli ultimi per illudersi di primeggiare in qualcosa.

Scrissi che il decoro è parente stretto del concetto a noi così caro di “tolleranza”, che altro non è se non l’ufficializzazione implicita di un rapporto di subalternità: la carità che il più forte concede al più debole. Scrissi che il decoro è triste proprio per quella sua natura illusoria, fuorviante, ipocrita: che ha a che fare con l’idea di dover tenere lontana dagli occhi la realtà, di vestirla per bene, di non farcela vedere nuda per non dover fare i conti con domande che chiamerebbero in causa la profonda ingiustizia di un certo modello di sviluppo. E in definitiva delle vite che conduciamo, vite che nel peggiore dei casi andrebbero più che bene al più fortunato in assoluto tra chi non nasce nel posto giusto. Scrissi né più né meno che il decoro è la traduzione allarmante del concetto di “fastidio per il povero”, un’evoluzione ulteriore del processo di de-umanizzazione dell’Altro.

Se ci pensiamo bene, poi, la corsa al “decoro”, l’aspirazione politica (si tratta di un tema squisitamente bipartisan, e non da ieri) e collettiva al decoro, funzionale al sentirsi in qualche modo “moderni”, il meno possibile decadenti, all’autocertificarsi “evoluti”, poggia sulle stesse premesse cognitive su cui poggia l’idea di “aiutare gli immigrati a casa loro”.

Così come, nel migliore dei casi, chi parla di “aiutare a casa loro” non ha alcun interesse reale verso l’effettivo miglioramento delle condizioni di vita del prossimo, nessun interesse verso il segmento “aiutare” (processi di lungo termine, ridiscussione dei rapporti di forza ed economici, investimenti, aiuti rilevanti per lo sviluppo, rinunce, regolamentazioni del mercato) e molto invece verso il segmento “a casa loro” (demagogia, leviamoceli dalle palle prima possibile e poi vediamo, ci rubano il lavoro, sono “troppi”, ecc), chi parla dell’importanza del “decoro” non ha alcun interesse – come di solito afferma per assolversi moralmente – verso l’obiettivo di una società senza persone costrette a dormire per strada, a soffrire ogni minuto della loro vita, mentre ne ha assai di più verso l’idea che quelle stesse persone gli stiano il più lontano possibile, e se necessario spariscano nei tombini (come già avviene in alcuni luoghi).

Il punto è sempre quello, visto da angolazioni via via differenti: siete razzisti, nel senso più pieno, completo, profondo del termine. E non ve ne rendete conto granché, in buona parte dei casi

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