L’ipocrisia della corsa al “decoro”

Alcuni anni fa proprio su Fb scrissi la mia sull’estensione incredibilmente minima della minchia che misura quanto è importante il concetto di “decoro” per una società sana.

Anzi, scrissi proprio che dare un peso prioritario all’idea di “decoro” è la spia che segnala un certo grado di putrefazione culturale in un dato contesto; che una società preoccupata anzitutto del decoro è una società già morta, sepolta, decisa ormai a umiliare gli ultimi per illudersi di primeggiare in qualcosa.

Scrissi che il decoro è parente stretto del concetto a noi così caro di “tolleranza”, che altro non è se non l’ufficializzazione implicita di un rapporto di subalternità: la carità che il più forte concede al più debole. Scrissi che il decoro è triste proprio per quella sua natura illusoria, fuorviante, ipocrita: che ha a che fare con l’idea di dover tenere lontana dagli occhi la realtà, di vestirla per bene, di non farcela vedere nuda per non dover fare i conti con domande che chiamerebbero in causa la profonda ingiustizia di un certo modello di sviluppo. E in definitiva delle vite che conduciamo, vite che nel peggiore dei casi andrebbero più che bene al più fortunato in assoluto tra chi non nasce nel posto giusto. Scrissi né più né meno che il decoro è la traduzione allarmante del concetto di “fastidio per il povero”, un’evoluzione ulteriore del processo di de-umanizzazione dell’Altro.

Se ci pensiamo bene, poi, la corsa al “decoro”, l’aspirazione politica (si tratta di un tema squisitamente bipartisan, e non da ieri) e collettiva al decoro, funzionale al sentirsi in qualche modo “moderni”, il meno possibile decadenti, all’autocertificarsi “evoluti”, poggia sulle stesse premesse cognitive su cui poggia l’idea di “aiutare gli immigrati a casa loro”.

Così come, nel migliore dei casi, chi parla di “aiutare a casa loro” non ha alcun interesse reale verso l’effettivo miglioramento delle condizioni di vita del prossimo, nessun interesse verso il segmento “aiutare” (processi di lungo termine, ridiscussione dei rapporti di forza ed economici, investimenti, aiuti rilevanti per lo sviluppo, rinunce, regolamentazioni del mercato) e molto invece verso il segmento “a casa loro” (demagogia, leviamoceli dalle palle prima possibile e poi vediamo, ci rubano il lavoro, sono “troppi”, ecc), chi parla dell’importanza del “decoro” non ha alcun interesse – come di solito afferma per assolversi moralmente – verso l’obiettivo di una società senza persone costrette a dormire per strada, a soffrire ogni minuto della loro vita, mentre ne ha assai di più verso l’idea che quelle stesse persone gli stiano il più lontano possibile, e se necessario spariscano nei tombini (come già avviene in alcuni luoghi).

Il punto è sempre quello, visto da angolazioni via via differenti: siete razzisti, nel senso più pieno, completo, profondo del termine. E non ve ne rendete conto granché, in buona parte dei casi

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Proteste in Iran: prime impressioni a caldo

Come ha scritto Arash Karami, è difficile capire cosa stia realmente accadendo, anche se fioccano gli indovini come al solito. Finora l’ipotesi più sensata – oltre che prudente – è che si sia di fronte a una sorta di “rivoluzione delle aspettative”, quelle di diversi segmenti della società iraniana, partite e approdate in lidi diversi. Le aspettative degli iraniani in genere sono sempre state alte – gli iraniani sono mediamente molto istruiti e vanno a votare alle diverse elezioni con una affluenza mediamente superiore al 65-70%, si tratta di un dato che racconta qualcosa anche sulle Aspettative – dopo l’accordo sul nucleare sono cresciute ancora di più. E quando vengono deluse, o si percepisce siano state deluse, le persone si fanno sentire. Ricordiamoci peraltro che gran parte delle sanzioni (quelle che riguardano transazioni di società occidentali che hanno i conti presso banche americane, che si adeguano alle sanzioni americane) ai danni dell’iran rimangono in essere, in palese contrasto con quanto pattuito durante gli accordi sul nucleare e sopratutto con il suo spirito.

Non è tuttavia chiaro come mai non emerga un leader, e finora le proteste in atto sembrano essere policentriche, venire addirittura da attori ostili l’uno all’altro. La portata di alcune manifestazioni in alcune città tradizionalmente conservatrici induce alcuni a pensare che vengano più da “destra” che da “sinistra” (scusate la becera semplificazione).

Alcuni religiosi ultra conservatori come l’ayatollah Nouri Hamedani hanno ufficialmente appoggiato le proteste (magari non capendo in primis, o facendo finta di non capire, che le proteste vengono da soggetti diversi con istanze diverse o anche inconciliabili). Sarebbe suggestivo capire in che misura (magari nessuna) c’entri l’elettorato potenziale e gli aficionados di Ahmadinejad (che per molti versi rimane un “anti-sistema”, un po’ come Grillo da noi, ma senza i suoi soldi), ultimamente tornato agli onori delle cronache per delle pesanti accuse al potere giudiziario e una reprimenda di Khamenei. La sua base (oggi sicuramente ristretta) coincide con le fasce della popolazione che hanno risentito molto del lieve peggioramento delle condizioni economiche, o in ogni caso del tradimento delle aspettative. Anche se a dire il vero le sanzioni colpiscono anche molti commercianti della classe più o meno media, che fanno affari con l’estero.

Difficile capirci qualcosa, anche perché oltre alle istanze specifiche esistono le culture politiche, vecchie e nuove, di riferimento (con i loro lasciti). E l’Iran custodisce al suo interno, storicamente, diverse culture politiche, pre e post rivoluzionarie, diversi set di ideali, di approcci filosofici, che influenzano le scale di priorità. In Iran – che rimane uno Stato rivoluzionario, etico, in cui valori intangibili assumono forza solo al suo interno, in cui l’ideologia ha ancora un peso e lo fa sentire in modo diverso a seconda dell’interpretazione che le si da’ – esistono diverse scale di priorità anche all’interno dello stesso segmento socioeconomico della società, o se preferite della stessa “classe”. Rende tutto ancor più complicato.

La situazione sembra estremamente fluida, stanotte succederanno sicuramente delle cose, specie a Teheran, la città “dove le cose accadono quando scende l’oscurità” (lo ha detto qualcuno, chi si ricorda chi). Gli slogan sentiti finora attraversano tutto lo spettro del pensabile, vanno da cori a favore di Reza shah da parte di ragazzi nati 60 anni dopo la fine del suo regno (..) a cori contro Rouhani; cori contro khamenei (sia da chi lo accusa di essere in combutta con rouhani nelle aperture all’America e nel “bere il calice amaro” sulle spalle della popolazione, sia da chi lo accusa di essere un dittatore esponente del clero privilegiato); cori contro i religiosi in genere; cori contro l’attivismo iraniano all’estero; contro il carovita (dal quale erano sostanzialmente partite le manifestazioni); contro i basij; contro gli Stati Uniti. C’è di tutto. Non mi pare ci siano stati cori a favore di Mousavi o Karroubi ma sono pronto a essere smentito. Ci sarebbe stata anche una manifestazione a favore del governo rouhani con circa 4000 persone.

Mi pare il massimo che per ora è possibile dire, considerando anche che non mi trovo lì in prima persona. A latere, il ruolo ineludibile e centrale dei social network, che sembrano aver dato una dimensione diversa al tutto, certificata dal grado di diffusione delle proteste. Non partecipatissime (si parla sempre di gruppi di centinaia) ma diffuse: in almeno 10-12 città ci sono stati movimenti (a Dorood, nel Lorestan, 6 persone sarebbero state uccise dai pasdaran durante gli scontri). Presto per parlare, interpretare o teorizzare, meno che mai per vaneggiare, come mi pare abbiano già ripreso a fare in molti, prima ancora di aver capito cosa sta accadendo, chi e perché sta protestando, dove e chi vuole andare in quale direzione.

Libano: la crisi economica dietro l’angolo

(AGI) – Beirut, 21 dic. – Vista la posizione geografica e l’influenza di attori esterni, il Libano vive una “esposizione geopolitica” permanente. Un recente studio della Reuters, tuttavia, avverte su un altro pericolo per il Paese dei Cedri: una devastante crisi economica, che potrebbe essere più vicina di quanto non si creda.
Ciò è dovuto anzitutto ad elementi strutturali: con i tassi di cambio fissi, uno dei più alti debiti pubblici al mondo ed un saldo profondamente negativo nella bilancia dei pagamenti, il Libano potrebbe trovarsi in seria difficoltà il prossimo anno. Sopratutto se, visti i rapporti declinanti con i Paesi del Golfo, dovesse esaurirsi o diminuire sensibilmente il flusso di denaro dalla Penisola, che sostiene l’ancoraggio al dollaro della Lira libanese.
Per anni, la capacità del sistema economico libanese di evitare il disastro finanziario ha sorpreso gli osservatori, che non hanno mai visti confermati i loro allarmi. Le cose potrebbero però cambiare parallelamente ad un cambiamento nella politica estera saudita, sotto la guida de facto di Mohammad Bin Salman, che recentemente, con le dimissioni indotte (e poi ritirate) del primo ministro libanese Saad Hariri, ha rimesso Beirut al centro della disputa regionale con la Repubblica islamica dell’Iran. Le dimissioni di Hariri possono essere così lette come il principio di un cambiamento nella strategia politica ed economica di Riad nei confronti del Libano, considerato dai sauditi sotto il controllo fattuale dell’Iran, attraverso Hezbollah.
La rinuncia di Hariri alle dimissioni ha calmato le acque in Libano ma ha anche avuto l’effetto di rimettere al centro della discussione la fragilità dell’economia libanese: un’economia che dipende molto dalle rimesse degli emigranti, e che fa i conti con un debito estero pari al 20% del Pil ed un debito pubblico pari al 150% del Pil, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Si tratta dei numeri peggiori in assoluto, tra quelli dei paesi a cui Fitch, l’agenzia internazionale per la valutazione del credito, concede un rating “B”.
Centrale, ai fini del discorso, è la Lira libanese, il cui cambio fisso col dollaro è attorno ai 1500. A differenza di gran parte dei paesi in via di sviluppo, che hanno adottato valute fluttuanti, il cambio fisso col dollaro rimane la norma nei paesi del Medioriente, sopratutto in quelli del Golfo. La valuta libanese, tuttavia, a differenza di questi ultimi, non è sostenuta dalla adeguata solidità finanziaria. Al contrario: Beirut fa affidamento da decenni sulle sue banche, e nella fattispecie sui depositi nelle banche libanesi da parte dei milioni di libanesi che compongono la diaspora, molto più numerosi dei libanesi che vivono in Libano. “Nel medio termine, il Libano ha dei problemi macroeconomici strutturali, perché è costretto a continuare ad attrarre depositi per sostenere la valuta nei confronti del dollaro”, spiega Jean Michel Saliba, economista alla Bank of America. “Il Libano è stato resiliente per molto tempo ma ciò non significa che lo sarà per sempre”.
Con una valuta agganciata al dollaro, le autorità del Paese devono essere attente a detenere una sufficiente quantità di dollari per mantenere fisso il cambio, oltre che a monitorare la stabilità dei flussi per non sguarnire le casse statali. Durante l’ultima crisi politica di novembre, un buon numero di libanesi è corso in banca per ritirare dollari: i dati del FMI mostrano infatti che nel corso dell’ultimo mese i depositi di valuta estera nella Banca centrale libanese sono diminuiti di 1.6 miliardi di dollari, mentre gli operatori finanziari cercavano di rimediare con manovre a sostegno della Lira libanese. Nella Banca centrale del Libano, guidata dal Riad Salameh dal 1993, ci sono circa 43 miliardi di dollari in riserve. L’affidamento che il Libano fa sui cittadini all’estero e le loro rimesse, può essere visto come un punto di forza ma anche come una debolezza.
Come spiegano Lisa Barrington e Sujata Rao, da una parte il denaro proveniente dalla diaspora è noto per essere più vischioso degli investimenti in bond o titoli esteri, cioè più in grado di resistere ai cambiamenti dell’economia: il rovescio di questa medaglia è però che queste rimesse oggi ammontano al 16% del Pil libanese, un numero molto più alto di quello delle altre economie emergenti. Inoltre – ed è un aspetto centrale – i due terzi di queste rimesse provengono dai paesi del Golfo e sono quindi perennemente a rischio, viste le recenti e crescenti tensioni tra Beirut e Riad. Non è un caso che lo stesso Saad Hariri abbia menzionato le possibili “sanzioni” da parte dell’Arabia Saudita come uno dei pericoli più concreti per il Paese.
“Hanno un numero sufficiente di riserve, che vengono alimentare però dalle rimesse. Se le cose peggiorano nella regione, non c’è alcuna garanzia che questo denaro continui a fluire nel Paese”, avverte Regis Chatellier della Societe Generale, aggiungendo che un eventuale collasso del meccanismo di ancoraggio al dollaro potrebbe far velocemente schizzare il debito estero a cifre insostenibili. “A mio avviso, l’economia libanese è quella da monitorare in modo più attento il prossimo anno. In termini di rapporto tra debito e Pil ha numeri simili a quelli del Giappone ma a differenza del Paese dell’Asia orientale ha un enorme disavanzo nelle partite correnti”.
Anche il meccanismo di ancoraggio al dollaro è per il Libano un punto di forza e allo stesso tempo di debolezza. Finché si rivela affidabile e stabile, i libanesi della diaspora avranno tutti i motivi per convogliare i loro fondi negli istituti di credito libanesi, caratterizzati da altissimi tassi di interesse. La crescita costante dei depositi ha permesso al sistema bancario di finanziare le politiche del governo e alla Banca centrale di utilizzare questa liquidità; tuttavia, se questo flusso dovesse diminuire, per esempio nel caso in cui i libanesi residenti nei paesi del Golfo dovessero essere costretti a tornare in Libano, il dubbio sulla stabilità dell’ancoraggio al dollaro crescerebbe, col rischio che si attivi una corsa all’acquisto di dollari. Secondo gli esperti, la Banca centrale libanese potrebbe affrontare solo parzialmente una situazione del genere, visto che le riserve in dollari ammontano a circa il 60% del totale dei depositi bancari.
Secondo Toby Iles, direttore della sezione Medioriente e Africa di Fitch, avverte che “se dovesse crescere il deflusso di denaro (a cui il Libano non è abituato, ndr) stimolato da una crisi politica, potrebbe materializzarsi uno scenario in grado di minare alla base la fiducia nel meccanismo di ancoraggio al dollaro”. Per il Libano, quindi, sembra esser necessario un taglio della spesa per ridurre il deficit. “Nel lungo termine, quello che stiamo facendo non è sostenibile. Non puoi affidarti ai prestiti per sempre. Non puoi affrontare così a lungo un deficit fiscale così grande, come quello del Libano. Se la fiducia nella Banca centrale rimane intatta, questo lungo termine può facilmente trasformarsi in breve termine. Ed è a quel punto che iniziano i problemi”, aggiunge Fadi Osseiran, direttore di una delle principali (e più solide) banche libanesi, la Blom Bank. (AGI) LBY

Siria: il lungo divorzio di HTS da Al Qaeda

(AGI) – Beirut, 19 dic. – Sembra essere una vera e propria guerra interna all’universo delle fazioni ribelli in Siria, quella che si sta consumando sopratutto in queste settimane. Ad agosto 2016 la più grande coalizione di forze ribelli in Siria, Hayat Tahrir al Sham (HTS), aveva annunciato la sua separazione formale da Al Qaeda, l’organizzazione di cui era in origine una emanazione, rinunciando al nome di Jabhat al Nusra e tramutandosi in Jabhat Fatah al Sham. Lo scorso 27 novembre, poi, è accaduto qualcosa che sembra confermare la rotta di collusione tra HTS e l’orbita qaedista.
Sui siti web vicini a HTS, ha infatti iniziato a circolare la notizia dell’arresto da parte dell’organizzazione di una serie di importanti leader jihadisti, che in passato erano stati dei membri di Jabhat al Nusra: Sheikh Sami Uraydi, Abu Julaybib al Urduni, Abu Khadija al Urduni e Abu Mussab al Libi. “Queste persone si opponevano alla separazione di HTS dalla galassia salafita-jihadista”, spiega Sheikh Hassan Dgheim, un religioso siriano che monitora l’area jihadista in Siria da qualche tempo.
Questo ciclo di arresti arriva al culmine di una lunga campagna di misteriose uccisioni di membri di HTS. Secondo Haid Haid, ricercatore dell’Atlantic Council, da settembre a novembre 2017 sono più di 35 i membri di HTS assassinati in Siria, nell’area di Idlib, e tra questi figurano sopratutto leader di alto rango e religiosi, sopratutto sauditi, giordani e tunisini: Abu Talha al Urduni, Abu Abdulrahman Al Mohajer, Abu Sulaiman Al Maghribi, Abu Yahya al Tunisi, Suraqa al Maki e Abu Muhammad al Shari’i tra gli stranieri; Abu Elias al Baniasi, Mustafa al Zahri, Saied Nasrallah e Hassan Bakour tra i leader di nazionalità siriana.
Secondo fonti locali a Idlib, citate dalla ricercatrice Mona Alami, queste uccisioni segnalano l’irrigidirsi di una campagna interna all’organizzazione, condotta dalle fazioni più estremiste, formate sopratutto da foreign fighters, non disposte ad accettare un’agenda più pragmatica. Ostili, in sostanza, al disegno immaginato dal leader di HTS, Abu Mohammed al Jouwlani, che da qualche tempo promuove la “sirianizzazione” dell’orbita ribelle, che passa anche per la recisione dei legami con al Qaeda.
Secondo alcuni osservatori in Siria, gli arresti condotti lo scorso 27 novembre comporteranno un prezzo molto alto da pagare per HTS, una organizzazione che peraltro in questi anni è passata da un’alleanza all’altra, da quella con lo Stato islamico a quella con Al Qaeda. Quando ad agosto 2016 HTS decise di “divorziare” dall’organizzazione capeggiata da Ayman al Zawahiri, la notizia fu accolta da gran parte degli osservatori come un mero esercizio di marketing, di “rebranding”, una operazione più di facciata che sostanziale. Quella, invece, era solo la prima fase di un processo che ora sembra giungere quasi a pieno compimento.
La seconda fase è invece iniziata a gennaio 2017, quando Jabhat Fatah al Sham, dopo aver rinunciato formalmente alla affiliazione qaedista, cambiando nome, ha deciso di tramutarsi in quello che è oggi: Hayat Tahrir al Sham, un raggruppamento che in seguito ha stimolato l’adesione di diverse formazioni armate – alcune pragmatiche, altre estremiste – nel nord della Siria, sopratutto nell’area di Idlib: Nur al Din al Zenki, Liwa al Haqq, Jabhat Ansar al Din, Jaish al Sunna le principali, con l’aggiunta di ex membri di Ahrar al Sham.
L’ultima fase è quella in corso: sempre secondo il religioso Hassan Dgheim, gli arresti di venti giorni fa non indicano semplicemente la frattura dall’orbita salafita-jihadista da parte di HTS, bensì anche l’intenzione di dare all’organizzazione una dimensione diversa, basata su una struttura interna che faccia sempre più ricorso ai civili: “HTS vuole reinventarsi come un attore pragmatico”, sostiene Dgheim. L’organizzazione recentemente ha anche rilasciato un comunicato, nel quale si parla di stabilire una entità “sunnita”, e non più “jihadista”.
La metamorfosi “civile” di HTS la spiega a SyriaDeeply l’attivista siriano, nativo di Idlib, Ibrahim Idlibi, secondo cui il gruppo da qualche tempo sta cercando di “infiltrarsi” nelle strutture amministrative della provincia, come la “Idara Madaniya Ameh”, cioè l’amministrazione civile generale, che si occupa della fornitura di servizi alle diverse cittadine del governatorato di Idlib, intrattenendo rapporti con autorità civili e coordinandosi anche con ong locali e internazionali.
Secondo l’esperto di Siria Samuel Heller, oggi il nordest del Paese è governato da “una serie di istituzioni nuove e solo formalmente indipendenti, poiché già sotto il controllo fattuale di HTS. Il fulcro del progetto amministrativo di HTS si basa sul ‘governo di salvezza’, secondo il quale la stessa HTS cede gradualmente il controllo di determinate aree ad una amministrazione civile”, spiega Heller. Un divorzio dall’orbita dell'”Internazionale jihadista” che sembra sempre più concreto, come dimostra il recente video pubblicato dal leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri, in cui quest’ultimo accusa HTS di aver “tradito” il giuramento prestato all’organizzazione terroristica resa “celebre” da Osama Bin Laden. (AGI) LBY

Libia: come le fazioni libiche cercano di accreditarsi presso Trump

(AGI) – Beirut, 18 dic. – E’ partita la corsa all’accredito presso l’attuale amministrazione americana delle varie fazioni libiche. Il mese scorso Fayez Serraj, primo ministro del governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite, ha incontrato per la prima volta alla Casa Bianca Donald Trump, nelle stesse ore in cui il generale Khalifa Haftar, in controllo dell’est del Paese, rafforzava la sua presa militare, alleandosi via via con milizie locali in grado di legittimarlo e contribuendo a rendere più profonda la frattura interna al Paese.
Durante l’incontro con Serraj, il presidente americano Donald Trump ha ribadito il suo sostegno al Governo di unità nazionale (GNA) e agli sforzi delle Nazioni Unite per condurre il paese ad una riconciliazione. Parallelamente, avrebbe invece glissato sulla richiesta di Serraj di annullare l’embargo sulle armi in Libia. Nel frattempo, la famiglia Haftar ha assunto un paio di aziende di lobbying americane, per cercare di raggiungere il Congresso e il potere esecutivo americano attraverso canali paralleli. Merito del figlio di Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico, che lo scorso 1 novembre ha messo sotto contratto per i prossimi sei mesi – a 20.000 dollari di salario mensile – la Grassroots Political Consulting, con base a Washington, per “promuovere gli interessi politici e strategici della famiglia Haftar in seno al Congresso americano”.
Un mese dopo, il generale Abdelrazek al Nadhouri, autoproclamato governatore della Libia orientale, nonché capo dello staff di Khalifa Haftar, ha fatto lo stesso con la Keystone Strategic Advisers. Gli interessi di Al Nadhouri a Washington, peraltro, sono curati da Vladimir Petrovic, ex ambasciatore della Serbia negli Stati Uniti.
Insomma, nonostante la visita di Serraj a Washington faccia pensare ad una corsia preferenziale per quest’ultimo, sembra sempre più chiaro che è in corso una “gara all’accredito”, attraverso canali diversi, da parte dei leader libici presso l’amministrazione americana, che d’altronde ha sempre mandato messaggi contraddittori sul tema dell’impegno a mantenere intatto il processo di pacificazione.
Lo scorso aprile Trump aveva affermato di “non vedere un ruolo americano in Libia, se non quello di combattere lo Stato islamico”, salvo essere parzialmente smentito alcuni giorni dopo da Nikki Haley, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, che aveva invece ribadito il pieno supporto alle iniziative dell’Onu. Una affermazione poi rafforzata il mese successivo dalla visita da Fayez Serraj dell’ambasciatore americano in Libia – ma residente in Tunisia – Peter Boyle, in compagnia del comandante di Africom, Tom Waldhauser.
In modo forse controintuitivo, sia il Congresso Generale Nazionale di Tripoli (oggi smantellato), vicino a Serraj, che la Camera dei rappresentanti di Tobruq, vicina ad Haftar, hanno mantenuto contatti serrati con la Dickens and Madson, un’azienda canadese di consulenza, a capo della quale c’è nientemeno che Ari Ben Menashe. Ben Menashe, ebreo iracheno nato in Iran, è un ex trafficante di armi, noto per il suo ruolo nello scandalo Iran-Contras degli anni ’80. Ha affermato di aver incontrato rappresentanti di diverse fazioni libiche e di entrambi i parlamenti, per cercare di mediare una pacificazione e ottenere in caso il sostegno di Trump.
Lo scorso luglio, in seguito ad un incontro mediato dal presidente francese Emmanuel Macron a Parigi, Serraj e Haftar si erano accordati per indire delle elezioni in Libia nel corso dei primi mesi del prossimo anno. E’ tuttavia tutt’altro che scontato che il voto avvenga. “Questi accordi durano di solito poche settimane, a volte solo pochi giorni”, commentava lo scorso agosto con disincanto l’ex inviato speciale degli Stati Uniti in Libia, Jonathan Winer, che aveva lasciato la sua posizione in Libia con l’inizio dell’amministrazione Trump, senza essere ancora rimpiazzato.
Per l’anno fiscale iniziato ad ottobre, il Dipartimento di Stato americano ha chiesto circa 31 milioni di dollari per aiuti alla Libia, che configurerebbe un aumento del 50% rispetto allo scorso anno. “Il generale Haftar cerca aiuti militari per poter diventare il capo del Paese e governarlo come in una dittatura”, avverte Winer. “Vogliono solo un riconoscimento dell’est del Paese, per poter controllare le risorse e il petrolio in modo indipendente rispetto a Tripoli”. Per questi obiettivi, appunto, Haftar avrebbe già alcuni alleati a Washington, tra i quali anche Walid Phares, consigliere sul Medioriente di Trump, che considera il Parlamento di Tripoli dominato da islamisti e poco affidabile. Poi, ci sono Egitto e Emirati Arabi Uniti, i principali sponsor regionali del generale libico.
In questo senso, secondo l’esperto di Libia dell’European Council on Foreign Relations, Mattia Toaldo, se da una parte Trump pare disinteressato alla Libia, dall’altra ha sostanzialmente “consigliato” ad Haftar di attenersi alle strategie delineate da Abu Dhabi e il Cairo, appaltando ai due paesi arabi le decisioni sul futuro imminente della Libia. (AGI) LBY

Armenia: il ritorno dei profughi siriani (di origine armena)

(AGI) – Beirut, 18 dic. – Si chiama “Casa a casa” (“Home to home”), la mostra fotografica organizzata a Yerevan, capitale dell’Armenia, dalla curatrice Anna Kamay e altri tre fotografi – Anush Babajanyan, Piruza Khalapyan e Nazik Armenakyan -, un’iniziativa volta ad aprire gli occhi sulla realtà delle migrazioni, del conflitto siriano e del destino che lega i profughi siriani all’Armenia.
Gli oltre ventimila profughi siriani giunti in Armenia, infatti, sono a loro volta diretti discendenti degli Armeni che fuggirono dalla Turchia durante il genocidio, per trovare rifugio sopratutto in Libano e Siria. Oggi, stanno ravvivando la “fabbrica sociale” armena, come la definisce la giornalista Tamila Varshalomidze su Al Jazeera, rendendo più eterogenea una società notoriamente mono-etnica come quella del piccolo paese nei pressi del Caucaso.
“La gente di Yerevan si veste perlopiù con colori scuri, e i rifugiati venuti dalla Siria hanno portato colore. Si tratta di una novità qui, in grado di portare cambiamenti culturali”, spiega Anna Kamay. Cambiamenti culturali ma anche economici, dato che i nuovi arrivati in gran parte hanno aperto via via nuovi esercizi commerciali – tra cui alcuni ottimi ristoranti – che hanno ravvivato l’atmosfera capitolina.
“La comunità armena era una delle più solide in Siria, e se non fosse stato per la guerra, non avrebbe mai lasciato il Paese per tornare in Armenia. Si tratta quindi di una circostanza sfortunata quella che li ha riportati qui, che però sta producendo effetti positivi, dando una spinta all’economia attraverso il capitale umano e la diversità, una cosa che manca in Armenia”, continua la Kamay.
Non è ancora quanti dei 20.000 rifugiati di origine armena si siano spostati in altri paesi o abbiano fatto ritorno in Siria nel frattempo, ma il numero degli arrivi totali in Armenia – che ha una popolazione i 2.9 milioni di persone – pone il piccolo paese in cima alla lista dei Paesi col più alto numero di rifugiati in rapporto alla popolazione: su mille locali, i rifugiati sono circa sei.
“Inizialmente i rifugiati armeni siriani vengono trattati come stranieri, perché l’Armenia è un paese mono etnico, le persone non sanno rapportarsi bene con i forestieri”, spiega uno dei fotografi, Anush Babajanyan. “Tuttavia, gli armeni siriani sono molto espansivi, aperti e vivaci, per cui sono spesso loro a fare il primo passo. Questo aiuta molto nel processo di inserimento”.
La parte più difficile nel processo di integrazione è legata alla mancanza di opportunità economiche, in un paese con un tasso di disoccupazione intorno al 20%. Alcuni dei rifugiati armeno siriani – beneficiando di sistemazioni in aree rurali, offerte dal governo de facto, in cambio della gestione dei terreni agricoli – si sono addirittura stabiliti nel Naghorno-Kharabak, una regione che pone in conflitto Armenia e Azerbaijan e che è riconosciuta dalla comunità internazionale come parte del vicino paese azero. Tuttora non sono infrequenti scontri armati e schermaglie tra i rispettivi eserciti di frontiera.
“Si tratta di un aspetto interessante”, spiega ancora Babajanyan. “Quella non è una regione pacifica, ma molti dei rifugiati che arrivano qui dicono: se devo stare in una zona in guerra, voglio che sia un conflitto che riguarda la mia gente. E molti dei rifugiati armeno siriani considerano questo conflitto ancora più vicino di quanto non lo sia quello in Siria”.
Il giovane Shant Muradian, armeno nativo di Aleppo, ha deciso nel 2015, a 19 anni, di tornare in Armenia in compagnia del fratello, lasciandosi dietro l’intera famiglia tranne la madre, che li ha raggiunti poco dopo. Il suo percorso è al centro della mostra di Yerevan, nonostante inizialmente fosse restio a farsi fotografare. “Sono stato fortunato. Mio cugino, arrivato in Armenia quattro anni prima di me, mi ha aiutato a trovare un lavoro (nella cucina di un ristorante, ndr), ma molti altri ragazzi non hanno la mia fortuna, non hanno parenti o amici qui che gli possano dare una mano. Per loro è più difficile”, spiega Muradian. La Kamay, curatrice della mostra, ne è convinta: “è una storia non solo di migrazione ma anche di coraggio, resilienza e incrollabile volontà di iniziare da capo”. (AGI) LBY

Medioriente: una panoramica su 25 anni di terrorismo

(AGI) – Beirut, 14 dic. – Lo scorso ottobre, quattro soldati americani sono stati uccisi dai militanti in Niger. Il Commando americano era parte di una operazione clandestina per uccidere o catturare un affiliato dello Stato islamico. Il fallimento del raid ha indotto il Pentagono ad aprire una indagine, evitando però accuratamente di stimolare un più ampio dibattito pubblico sull’opportunità o meno per gli Stati Uniti di mobilitare un certo numero di risorse e di correre determinati rischi a fronte della minaccia posta dal terrorismo.
Dopo 16 anni di “guerra al terrore”, iniziati all’indomani dell’11 settembre 2001, è possibile tracciare un percorso, una prospettiva su come il mondo è cambiato sin da quel giorno, da quando il terrorismo sembra essersi trasformato in una minaccia esistenziale per la sicurezza internazionale. Un recente studio di Sean M. Ziegler e di MEagan Smith della Rand Corporation, basato sui dati del Global Terrorism Database, prova a fare un po’ di chiarezza sui numeri, confrontando la cadenza e la diffusione degli attentati terroristici pre-2001 e post-2001.
Secondo i dati, gli attentati terroristici nel mondo, dal 1989 al 2014, hanno iniziato ad aumentare vertiginosamente a partire dal 2004: in quell’anno se ne sono registrati poco più di 1000, mentre 10 anni dopo, nel 2014, il numero sale a 17000. Non sono disponibili dati ufficiali sul 2015 e il 2016, anni in cui le cifre sono rimaste alte ma tuttavia leggermente più basse di quelle del 2014. Il conto, peraltro, rimane molto salato anche se si escludono gli attentati commessi in Iraq e Afghanistan.
Guardando questi numeri, si tende a pensare che il terrorismo sia in crescita negli ultimi 10 anni, e che la minaccia stia divenendo sempre più globale. Va però considerato il fattore geografico, che relativizza la portata globale della minaccia: più del 70% degli attentati degli ultimi dieci anni si è infatti consumato in due macro regioni, entrambe caratterizzate dalla presenza di conflitti o insorgenze armate: il Nordafrica e medioriente da una parte e l’Asia centromeridionale dall’altra.
Se è vero che il terrorismo attecchisce più facilmente in contesti di questo genere, sarebbe errato stabilire un rigido rapporto di causalità tra insorgenza e terrorismo. E’ utile quindi isolare il numero degli attacchi compiuti nel mondo, escludendo quelli verificatisi in contesti di questo tipo dal 1989 al 2014.
Se intorno al 1995 gli attentati compiuti in paesi senza conflitti in corso eccedevano quelli commessi in contesti di guerra civile, per poi tornare ad essere leggermente inferiori, intorno al 2004 il gap si allarga a “favore” dei contesti di guerra. Questo periodo coincide con l’espansione dei conflitti in Iraq e Afghanistan, per poi subire una ulteriore accelerata a partire dalle rivolte arabe del 2011.
In sostanza, c’è una differenza evidente tra il numero e la frequenza degli attacchi terroristici commessi prima dell’inizio della guerra al terrore e quelli commessi dopo. Il terrorismo dal 2001 è in diminuzione nei paesi non affetti da conflitti interni, e la gran parte degli attentati hanno avuto luogo proprio nei paesi in guerra.
In questo periodo, la correlazione tra contesti di insorgenza e frequenza degli attacchi terroristici si è rafforzata, mentre sono diminuiti gradualmente gli attentati in contesti pacifici. Non solo: gli attentati commessi in questi ultimi scenari sono diminuiti dal 2001 al 2014, rispetto al periodo 1989-2001. Un paese non affetto da un conflitto interno aveva circa il 60% di possibilità in più di subire un attentato prima del 2001 che non dopo il 2001.
I dati mostrano anche un cambio di trend per quel che riguarda i paesi a maggioranza musulmana: prima del 2001, questi ultimi paesi – tra cui Sudan, Libia, Pakistan, Afghanistan, Iraq – facevano i conti con un numero molto minore di attacchi rispetto agli ultimi 15 anni. In parte ciò può essere dovuto a sconvolgimenti interni, sopratutto a partire dal 2011, ma anche dal 2001, e all’emersione di gruppi jihadisti. Tuttavia, il terrorismo jihadista, nei numeri, rimane un fenomeno più locale che globale.
A questo trend di crescita degli attentati in paesi a maggioranza musulmana ha contribuito anche l’interventismo occidentale: esiste infatti una correlazione positiva (tra le due e le cinque volte in più) tra interventi militari di paesi occidentali in paesi in guerra e aumento del terrorismo in questi stessi paesi.
Se da una parte è vero che gli interventi militari occidentali erano in parte finalizzati proprio a estinguere le minacce terroristiche, i dati dicono che il dispiegamento di forze straniere in paesi come Iraq e Afghanistan ha finito per mettere a disposizione dei terroristi dei target ulteriori, aumentando così il numero degli attacchi. Nei prossimi anni, questo trend potrebbe anche invertirsi nuovamente, specie se si pensa al ritorno in Europa dei foreign fighters impegnati in Siria e altrove.
La morte di soldati americani in luoghi come il Niger – dove Washington mantiene circa 800 uomini – fanno nuovamente luce sulla questione dei costi umani di un intervento armato. E’ fuorviante l’adagio secondo cui “li combattiamo laggiù per non doverli combattere in casa”, che spesso è alla base delle motivazioni di un intervento militare. Questo perché, ad esempio, il conflitto in Niger ha un carattere prettamente locale e non globale, e anche se il Niger può essere utilizzato come base per le organizzazioni terroristiche, le minacce poste da queste ultime sono localizzate, limitate nello spazio.
Come spiega Meagan Smith, il terrorismo non provoca le guerre civili. Piuttosto, i terroristi sfruttano (e a volte aggravano) i conflitti a loro vantaggio. I decision makers occidentali dovrebbero quindi distinguere sempre tra terrorismo e guerre civili o insorgenze, perché il rischio altrimenti è quello di trattare i sintomi e non le cause, e concentrarsi sulla guerra alle organizzazioni terroristiche capaci e intenzionate a condurre operazioni di portata globale: e le organizzazioni con dei network e delle risorse sufficienti per farlo, sono relativamente poche. (AGI) LBY

Iraq: quale futuro per le milizie di mobilitazione popolare?

(AGI) – Beirut, 13 dic. – Si sono attivati prima su stimolo della principale autorità sciita in Iraq – l’ayatollah al Sistani – e poi su invito della Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, dalla quale ricevono gran parte dei finanziamenti, per sostenere l’Esercito iracheno nella guerra all’Isis. Sono state addestrate dalle Forze di elitè dei Guardiani della Rivoluzione (pasdaran), e hanno finito per essere una delle forze militari più rilevanti nel conflitto contro lo Stato islamico; ora che l’Isis è quasi definitivamente sconfitto sul campo di battaglia, le Unità di mobilitazione popolare (PMU, o Hashd al Shaabi), composte perlopiù da milizie sciite, sono al centro delle discussioni sul futuro dell’Iraq.
In questi giorni, infatti, monta il dibattito sullo status delle PMU in un Iraq “pacificato”, nel quale l’Occidente e alcune personalità irachene – compreso il leader sciita Moqtada al Sadr, fondatore di una delle milizie che combatterono gli americani dopo la caduta di Saddam Hussein – chiedono che queste ultime consegnino le armi allo Stato. I leader delle PMU, però, non sono dello stesso avviso, e la frattura che si sta creando all’interno dell’estabilishment iracheno rischia di allargarsi nel tempo.
“Abbiamo bisogno di queste forze militari, e insistiamo per mantenerle affinché sia possibile sradicare e distruggere il terrorismo in Iraq”, commenta  Abu Mahdi Muhandis, vice comandante delle PMU. “Il futuro delle PMU è quello di difendere l’Iraq. Abbiamo bisogno di soldati che abbiano esperienza nel combattere i terroristi e ogni minaccia internazionale, l’Iraq deve avere una forza militare sufficiente a far fronte a queste sfide”.
Le milizie sciite hanno assunto un ruolo da assolute protagoniste del conflitto in Iraq a partire dalla metà del 2014, poco dopo la proclamazione del Califfato a Mosul, quando erano accorse sul fronte dopo il sorprendente ritiro dell’Esercito regolare iracheno di fronte all’avanzata dei miliziani di Al Baghdadi. Tre giorni dopo la caduta di Mosul, l’Ayatollah Ali al Sistani aveva emesso una fatwa in cui chiamava alle armi “ogni cittadino iracheno” (senza riferimenti all’appartenenza religiosa), per difendere il Paese dal’Isis.
Le PMU hanno risposto prima di tutti e in maniera più compatta a questa chiamata, affrontando le battaglie principali contro gli uomini di Al Baghdadi, servendosi di migliaia di volontari, in buona parte cittadini comuni a cui sono state messe a disposizione delle armi. Col tempo, hanno finito per essere la forza militare più temuta da questi ultimi, accreditandosi presso alcuni come i “salvatori dell’Iraq”. “Pensiamo che il nostro sia un ruolo complementare a quello dell’Esercito iracheno: non può combattere senza di noi, e noi non possiamo combattere senza di loro”, aggiunge al Muhandis, intervistato da Middle east eye.
Il crescente potere – a cui si accompagna la crescente influenza iraniana – delle PMU in Iraq sta iniziando ad allarmare le cancellerie occidentali, specialmente quella americana. Perché nonostante le milizie siano ufficialmente inquadrate all’interno delle Forze armate irachene dal novembre 2016, Washington sta cercando di fare pressioni affinché vengano smantellate.
Un mese fa un senatore americano aveva introdotto un disegno di legge per designare due brigate inquadrate nelle PMU – l’Asaib Ahl al Haq e la Harakat al Nujaba – come organizzazioni terroristiche. Il leader della Harakat al Nujaba, Akram al Kaabi, figura nella lista dei terroristi del Dipartimento di Stato già dal 2008. “Gli Stati Uniti sostengono che è essenziale che le Forze americane rimangano in Iraq, mentre non ritengono necessaria la presenza delle PMU. Questi doppi standard devono finire”, aveva commentato in merito a questa notizia il capo della Brigata Badr – inquadrata nelle PMU – Hadi al Amri.
Da quando esistono, le milizie contano sul sostegno economico, logistico e militare di Teheran, che è stato anche il primo paese a fornire aiuti militari al Governo regionale del Kurdistan, all’indomani della caduta di Mosul nelle mani dell’Isis. Secondo Muhandis, anche lui considerato un terrorista a Washington per via del suo attivismo durante l’invasione americana dell’Iraq nella seconda metà del primo decennio del ventunesimo secolo, “non un singolo proiettile” è stato sparato dagli americani nei primi sei mesi di vita del Califfato, lasciando spazio appunto al protagonismo delle PMU.
Se è vero che le milizie sono a larga maggioranza sciita, va anche considerato che al loro interno esistono anche battaglioni composti da musulmani sunniti, da turkmeni e da cristiani. Secondo quanto afferma il capo della comunicazione delle PMU, Muhannad Najam Al Aqabi, tra i circa 140000 uomini totali nelle milizie, circa 34000 sono musulmani sunniti e 10000 appartengono a diverse confessioni minoritarie irachene, che comprendono cristiani, shabak e yazidi. Nonostante le frequenti accuse di settarismo nei confronti delle milizie, secondo il capo della Brigata sunnita Salahadin – inquadrata nelle PMU – Yazan al Jibouri, queste ultime sono state “l’unica organizzazione che ha realmente fornito ai sunniti iracheni l’opportunità di combattere in prima persona l’Isis”.
Sul fatto che oggi le PMU siano composte da volontari esistono molti dubbi. I combattenti ricevono infatti circa 500 dollari al mese, a fronte dei circa 1000-2000 dollari che riceve un soldato iracheno. Gran parte dei combattenti delle milizie considera la propria partecipazione al conflitto in maniera ambivalente: da una parte la difesa del Paese e dall’altra il dovere del Jihad contro un gruppo terroristico nemico di qualunque confessione diversa da quella letteralista sunnita. “L’Isis si è appropriato del concetto sacro di jihad, dandogli una immagine terribile. Il nostro jihad è quello di proteggere il Paese e la nostra gente. Se l’Isis non fosse stato respinto dai nostri sforzi sacri, oggi controllerebbero gran parte del territorio e avrebbero ucciso migliaia di persone in più”, spiega Sheikh Alaa al Shabaki al Mosuli.
Gran parte dei punti oscuri che riguardano le milizie in Iraq sono legate alle accuse di pesanti violazioni dei diritti umani e settarismo. Ciò riguarda sopratutto alcune milizie “locali” che, sebbene affiliate all’ombrello di Hashd al Shabbi, hanno spesso agito in modo indipendente quando si trattava di “liberare” cittadine controllate dall’Isis. “Non siamo angeli, non ci sono angeli sul campo di battaglia, e abbiamo commesso alcuni errori”, ammette Al Aqabi.
“Alcuni dei nostri combattenti ne hanno commessi. Ma il 95% dei report sulle violazioni commesse dalle PMU non sono veritieri. I nostri errori li avrebbe potuti commettere chiunque: l’Esercito americano è considerato il migliore al mondo, ma nonostante questo, in seguito all’invasione del Paese nel 2003, sono usciti centinaia di rapporti, o anche prove, sulle violazioni da loro commesse contro i civili iracheni”, conclude al Aqabi.
Va detto che nessuna delle forze militari presenti in Iraq può vantare una “fedina pulita” rispetto al tema della violazione dei diritti umani durante il conflitto, sopratutto durante la battaglia di nove mesi condotta su Mosul. Anche i pashmerga sono stati accusati di abusi, tra i quali la distruzione di abitazioni di arabi, yazidi e turkmeni in aree controllate precedentemente dall’Isis.
Mentre le PMU rimangono formalmente sotto il controllo del governo centrale di Baghdad, guidato da Haider al Abadi, e dopo che il loro tributo di sangue alla sconfitta dell’Isis si è rivelato importante (si parla di circa 8000 combattenti morti in battaglia), sembra improbabile, allo stato attuale, che la loro posizione possa essere messa in discussione dall’esterno.  (AGI) LBY

Libano: grande corteo a Dahye, Nasrallah invoca terza Intifada

(AGI) – Beirut, 11 dic. – “Trump sembra essere solo in questa decisione che ha preso, con Israele al suo fianco. Noi dovremmo mostrare il nostro apprezzamento (ironico, ndr) per le decisioni prese, e dovrebbero farlo tutti i paesi che le hanno condannate”. Le parole di Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, risuonano sui maxischermi a Dahye, la zona meridionale di Beirut, di fronte a una decina di migliaia di persone oggi riunitesi qui proprio su invito del capo del Partito di Dio, per protestare contro la decisione americana di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele.
La manifestazione odierna arriva al culmine di tre giorni caldissimi in Libano, con marce e manifestazioni in atto da venerdì. Proprio venerdì un corteo palestinese era partito dalla moschea Al Furqan, nel campo profughi di Burj el Barajneh, per arrivare alle rocce di Raouche, sul lungomare di Beirut, sulle quali in serata era stata proiettata una enorme bandiera palestinese.
Domenica mattina, invece, era stato il turno di Awwkar, un sobborgo di Beirut, dove è situata l’ambasciata americana. Circa tremila persone si sono asserragliate di fronte ai cancelli della sede diplomatica, qualcuno ha provato a forzare l’ingresso, e le forze di sicurezza hanno risposto con idranti e lacrimogeni, provocando qualche decina di feriti lievi.
Bandiere israeliane e americane date alle fiamme, cori contro Trump, Mohammed Bin Salman, Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in particolare sono stati il leit motif di questi tre giorni di proteste, che sopratutto ad Awwkar hanno visto apparire bandiere di diverse fazioni palestinesi, quella del Partito comunista libanese, del Partito Nazional socialista siriano, di Hezbollah e di Paesi considerati vicini alla causa palestinese, come l’Iran e l’Algeria. Nelle stesse ore e nella giornata di venerdì, ci sono state altre manifestazioni in più o meno tutti i campi profughi palestinesi in Libano, sopratutot ad Ain el Helweh (a Sidone) e a Nahr el Bared, vicino Tripoli.
La folla oggi, affluita nel quartiere meridionale di Beirut da diversi punti della città a partire dalle 13, ha marciato scandendo slogan in solidarietà con la causa palestinese. Anche i sostenitori dell’altro grande movimento sciita, Amal (al cui capo c’è lo Speaker della Camera, Nabih Berri), hanno preso parte al corteo.
Nasrallah ha iniziato a parlare attorno alle 16, tre giorni dopo il discorso di venerdì, in cui aveva indetto la manifestazione odierna. Si è subito rivolto ai palestinesi in Libano (che si stimano in circa 450.000) e a quelli in Palestina: “Un saluto alla gente di Gaza e di West Bank, vorrei ringraziarli per le loro posizioni rispetto alla decisione di Trump. Loro che hanno fatto tanti sacrifici, che hanno difeso Gerusalemme, meritano tutta la nostra gratitudine”.
Parole ferme, dure come non lo erano da qualche tempo, e che preannunciano un innalzamento della tensione: “Invito i popoli arabi ad abbandonare ogni colloquio che miri a facilitare il processo di pace in Medioriente. E se Trump dovesse ritirare la sua decisione, sta a voi decidere se voler continuare le negoziazioni per la pace”, ha aggiunto Nasrallah, che ha poi espresso il suo sostegno per l’inizio di una eventuale terza Intifada in Palestina e il suo augurio per una maggiore coesione tra le milizie palestinesi. “La risposta più importante che possiamo dare è quella di annunciare una terza Intifada nei territori occupati, e starà poi al resto del mondo arabo e islamico decidere se porsi al fianco dei palestinesi. La decisione di Trump è la dimostrazione dell’inizio della fine di Israele”.
Intanto il presidente del Libano Michel Aoun, che mercoledì parteciperà – su invito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan – ad una riunione straordinaria dell’Organizzazione per la Cooperazione islamica a Istanbul, ha detto oggi – poco prima di incontrare dei rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale – che è necessario mantenere Gerusalemme “città delle tre religioni monoteiste”, aggiungendo poi che la decisione di Trump è “un grande errore che deve essere corretto, perché viola tutte le decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. (AGI) LBY

Domande retoriche nel “giorno della rabbia” a Beirut: l’ipocrisia di tutti noi sulla Palestina

Datemi una risposta come se io fossi analfabeta, o un bambino, o entrambe le cose, perché sono anni che non trovo un singolo collega/studioso/ecc in grado di rispondermi in modo sensato:

Facciamo finta che abbiano ragione quelli che dopo 70 anni hanno l’ardire di sostenere che l’ostacolo principale alla pace (e alla giustizia, la pace non basta, se perpetua lo status quo, può essere solo conseguenza di un cambiamento) è il fatto che i palestinesi si sono armati, quello che loro chiamano “terrorismo”.

Immaginiamo, quindi, che domattina ogni singolo palestinese deponga le armi, che svaniscano nel nulla tutti i movimenti di lotta armata, tutte le milizie grandi e piccine. Insomma, che venga meno quello che certuni chiamano “l’ostacolo alla pace”.

Ora, sempre trattandomi da infante, con parole vostre, lasciando da parte tutte le speculazioni sociologiche e le variabili geopolitiche, ditemi per favore, allo stato attuale, DOVE e COME dovrebbe nascere domattina uno Stato Palestinese sovrano, che possa dissuadere un palestinese orfano e disilluso rispetto alla pace dal voler riprendere la Palestina integralmente.

Ditemelo senza pensare alle puttanate irrilevanti come i riconoscimenti ufficiali, le bandierine, i posti ai tavoli che contano, le cene di gala, i boicottaggi, l’indignazione®, le belle parole, la solidarietà, l’unione europea, Oslo, le risoluzioni ONU, e anche lo status di Gerusalemme. Andiamo sul pratico, sulla sostanza: vorrei sapere, io che ho 7 anni e la prima elementare, dov’è che questi cattivi palestinesi, una volta rinunciato magicamente alla lotta armata, dovrebbero ambire ad avere il loro Stato. Ho detto “Stato” eh, non ho detto “provincia israeliana”.

E’ una domanda tanto banale quanto totalmente e storicamente evasa, perché alla fin fine, all’atto pratico, la postura dell’intero occidente – chi più chi meno, con sfumature differenti – è quella di preservare e difender anzitutto Israele, le sue priorità, i suoi timori, perché Israele è sostanzialmente uno Stato occidentale (in tempi meno sconvenienti l’avrebbero definito ancora la “sentinella del medioriente”, “l’oasi di democrazia”, un avamposto euro-americano per un riuscitissimo progetto neocoloniale). Poi c’è il resto, le necessità e le aspirazioni altrui, se rimane spazio.

Dove dovrebbe nascere la Palestina? A nord, a sud, in mezzo (!), sul mare, sospesa nel cielo?

Ditemelo, voi che avete tanta paternalistica compassione e finta empatia per i palestinesi, voi che “eh, poverini, se solo volessero la pace, se solo non fossero violenti, fanatici, se solo affermassero il diritto di esistere di Israele, se solo non ci fossero i cattivi di Hamas”. Siete a 24500 anni luce dalla realtà.

I palestinesi tutti riuniti sotto la bandierina della pace e con i fiori per Israele in mano, dove dovrebbero vivere, crescere, avere un passaporto, delle proprietà, dei sogni, delle delusioni di cui ritenersi unici artefici, essere seppelliti? Nella striscia di Gaza, quello sputo di terra inglobato nel sud di Israele? Dovrebbero vivere a West Bank, quell’altro sputo un po’ più a nord? Dovrebbero vivere in entrambi i lembi di terra, stringendosi ancora un po’, magari collegati da una strada colorata di arcobaleno, nuova di zecca, che qualche samaritano chiamerebbe tipo “la strada della pace”? Dovrebbero chiedere un po’ di deserto del Sinai in prestito, per allargare la superficie nazionale? Dove? Dite la verità: pensavate – come pensavano i nostri antenati già 100 anni fa – che prima o poi si sarebbero arresi? Che dopo un po’ di decenni di casini, avrebbero rinunciato alle loro istanze, si sarebbero fatti ammaestrare, civilizzare®, e si sarebbero accontentati di non essere bombardati?

Davvero pensate che i palestinesi – anche se non fossero passati 70 anni, diverse generazioni, milioni di profughi in tutto il mondo che non vedono la loro terra da decenni, decine di migliaia di morti, orfani ovunque, umiliazioni quotidiane – dovrebbero accettare di vivere in uno “Stato” che si trova all’interno di un alto Stato, un novello San Marino, anche se non venisse più seviziato, pattugliato e circondato come è attualmente?

Uno Stato – e sopratutto uno Stato palestinese – come minimo deve avere una continuità territoriale, una propria amministrazione indipendente, un esercito proprio, la gestione dei propri confini inviolabili, le proprie risorse naturali e i propri terreni coltivabili ed edificabili, il controllo sui propri cieli e sulle proprie acque territoriali. Molto prima che avere Gerusalemme come capitale o discuterne il futuro. Sennò non è uno Stato: è una eterna, permanente presa per il culo. Ma tranquilli, i ragazzi palestinesi se ne sono accorti da una vita che stamo a scherza’, e in ogni caso se non ci arriveranno le Intifade ci arriverà la demografia.

Guardate quella cazzo di cartina. Guardatela ora. Fatelo anche se non sapete nulla del conflitto. Fate finta che ci siano gli israeliani, quelli in blu e bianco, che sono buoni e hanno uno Stato – Israele – e i palestinesi, quelli in verde nero e rosso, che sono cattivi e ne chiedono uno. Guardatela, la cartina, guardatela bene. Dove stanno lo spazio, la volontà, la volontà di creare uno spazio? Ma non lo vedete che sono anni che parlate del nulla cosmico?

Dove? Dov’è l’idea, l’embrione di un’idea di Stato palestinese come si deve? Finiamola di girare intorno sempre alle stesse cazzate, scrivendo sempre gli stessi articoli ogni anno; ci sarà un’altra intifada e ce ne saranno altre mille, perché a nessuno piace essere preso per il culo, tantomeno se sei alla quarta generazione di prese per il culo. Dimenticate i volenterosi o pelosi progettini susseguitisi nel tempo, quelli che vogliono dare ai palestinesi un posticino in cui stare, quelli che “le concessioni”, “terra in cambio di pace”, ecc. Dimenticate tutto, che la misura è colma, il bicchiere è pieno da un po’ e oggi rischia solo di bagnare il tavolo.

La risposta a questa domanda – ovviamente – non esiste: non ce n’è una logica, immediata, immediatamente fruibile se si ponessero le surreali e tanto pelosamente invocate condizioni di rinuncia alla propria dignità, al proprio diritto di resistere, da parte di donne e uomini palestinesi. Andrà sempre peggio, e sappiamo tutti il perché, al di là delle contingenze geopolitiche. Non esiste nessuna intenzione da parte di nessuno, in Occidente, di immaginare “due stati, due popoli”, a meno che per “Stato” non si intenda un cortile recintato con pochissimi animali all’interno di un grande campo di grano. Quello che rimane in “concreto” – oltre a tanta gente che ancora morirà o si farà molto male – è solo un sanguinoso quanto utopico ed eterno – perché lo sarà, non ci si stanca di combattere, dovremmo averlo capito – progetto di liberazione di tutta la Palestina, che si specchia e si scontra con la realtà di uno Stato che esiste eccome e che non solo ritiene tutta la Palestina (qualcuno anche molto oltre, tipo il Likud che sta al governo) parte di Israele, ma che continua anche ad allargarsi impunemente. Poi, ma solo poi, c’è anche Gerusalemme e la decisione di quell’imbecille di Trump, una questione che ora sembra solo fumo negli occhi per alcuni osservatori sbadati e un po’ cerchiobottisti.

Gerusalemme – che rimane una questione delicatissima ed eternamente centrale – potrebbe anche non esistere, e si continuerebbe comunque a porre la domanda: dove lo volete, voi che siete “per la pace e la convivenza pacifica, per ‘i diritti dei palestinesi®’ e quello di Israele di vivere in pace”, questo Stato palestinese? Dov’è, dove sarà mai la Palestina che alcuni negano/ignorano e con cui altri si riempiono la bocca? Non voglio più sentire parole da ignavi, se vogliamo un cambiamento è ora di cambiare sul serio. ‘Che mi sono rotto il cazzo io, figuriamoci loro.