Libano: l’intesa tra Hezbollah e la comunità cristiana

(AGI) –  Beirut, 30 nov. – Un effetto abbastanza inaspettato della crisi istituzionale innescata dalle dimissioni – poi ritirate – di Saad Hariri da primo ministro del Libano è stato sicuramente il livello di coesione mostrato da gran parte delle forze politiche e della società civile. Sorprendente, anche perché arriva in una fase storica di graduale disincanto dei libanesi rispetto ai partiti tradizionali e ai loro rappresentanti politici (con la nascita di movimenti della società civile, come “Beirut Madinati”).
Il presidente della Repubblica, il cristiano maronita Michel Aoun, sin dal principio e senza mezzi termini aveva definito quello saudita “un atto di aggressione, perché nulla giustifica il mancato ritorno di Hariri dopo 12 giorni”, riferendosi a quello che ritiene essere stato un vero e proprio sequestro del primo ministro libanese da parte di Riad. Buona parte degli osservatori occidentali, tuttavia, si è chiesta per quale motivo i cristiani libanesi non si siano schierati a fianco di Riad e contro Hezbollah – un movimento che si autodefinisce di “resistenza islamica” – nel corso di questo “incidente diplomatico”.
E’ vero che alcuni politici cristiani – come il leader delle Forze libanesi, Samir Geagea – si sono esposti schierandosi con l’Arabia Saudita e contro quello definito come un “governo ombra” di Hezbollah, ma d’altra parte un sondaggio Ipsos condotto alcuni giorni fa ha rivelato che ben l’81% dei cristiani libanesi (e il 79% dei libanesi in generale) ha ritenuto quella di Aoun una “buona gestione della crisi”. In questa stima, sorprendentemente, ricade anche il 67% della comunità sunnita, storicamente ostile ad Aoun, che dal 2006 è alleato del movimento sciita e filo iraniano di Hezbollah.
Come nel caso dei musulmani, se non in modo ancora più accentuato, i cristiani in Libano sono tutt’altro che una comunità monolitica e coesa dal punto di vista politico. Una parte della comunità cristiana, quella riconducibile al Movimento patriottico libero di Aoun (il principale partito cristiano maronita del Paese), si è avvicinata ad Hezbollah nel corso degli ultimi anni: tutto è iniziato nel 2006, quando in una Chiesa della zona di Mar Mikhail, nella parte storicamente cristiana di Beirut, Michel Aoun e Hassan Nasrallah – segretario generale di Hezbollah – firmarono un memorandum d’intesa che ne sancì l’alleanza politica.
Da una parte Aoun ha riconosciuto il ruolo di Hezbollah nella difesa del Paese – sopratutto dopo il conflitto con Israele del 2006 – e dall’altra Hezbollah ha iniziato a fornire appoggio politico ad Aoun.
L’aperto sostegno ad Aoun da parte di Hezbollah ha finito per rivelarsi una mossa politica efficace, e generalmente percepita come positiva per gli equilibri del Paese, tanto che persino i partiti più ostili al movimento sciita, come le Forze Libanesi di Geagea, avevano salutato con soddisfazione l’elezione di Aoun lo scorso anno, che aveva posto fine ad un empasse istituzionale di più di due anni e mezzo.
Nel frattempo, con il prolungamento della guerra in Siria, Hezbollah ha iniziato a combattere infiltrazioni dell’Isis nella parte orientale della valle della Beqaa, in cui sono numerosi i villaggi a maggioranza cristiana. Un paio di anni fa, a Ras Baalbek, è stato messo in piedi anche un interno battaglione cristiano legato ad Hezbollah, e guidato dal cristiano Rifat Nasrallah (nessuna parentela con il segretario del Partito di Dio).
Perché un altro fattore che ha contribuito a rendere i cristiani meno ostili verso un movimento islamico è certamente l’ascesa dello Stato islamico, le cui milizie sono arrivate a prendere il controllo per due anni abbondanti di Arsal, una città al confine con la Siria, poi liberata dall’intervento congiunto di Hezbollah e dell’Esercito lo scorso agosto.
Se in condizioni normali la comunità cristiana si schiererebbe a sostegno della sovranità dello Stato, e quindi a favore del disarmo del Partito di Dio, in questa fase storica si è rafforzata la percezione generale che Hezbollah sia una forza militare funzionale alla preservazione di quella stessa sovranità, contro la minaccia posta dal Califfato. Ciò è divenuto lapalissiano lo scorso maggio, quando lo stesso presidente Aoun, per la prima volta, aveva definito a chiare lettere Hezbollah “una parte fondamentale nella difesa del Paese, complementare all’Esercito”.
Nella comunità cristiana, i due più grandi critici della crescente influenza di Hezbollah sono il già citato Samir Geagea e il Patriarca maronita Bechara Boutros Rai. Se il primo si è schierato apertamente dalla parte di Riad all’indomani delle dimissioni annunciate da Hariri dalla capitale saudita, il secondo in Arabia saudita è andato in visita lo scorso 13 novembre.
Se per per certi versi questa visita si era resa necessaria – sopratutto per rassicurare i libanesi residenti in Arabia saudita, che ad un certo punto temevano di poter essere espulsi, dopo che il ministro saudita Thamer Al Sabhan aveva accusato il Libano di aver “dichiarato guerra all’Arabia saudita” -, per altri è sembrato essere un “autogol” politico da parte del fronte cristiano anti-Hezbollah. Quando Bechara Rai è atterrato a Riad, in Libano la popolazione aveva già iniziato a chiedere a gran voce il rilascio di Hariri, assecondando la definizione di Aoun, che è arrivato ad appellarsi alla Convenzione di Ginevra, definendo “un sequestro” la permanenza forzata di Hariri nella capitale saudita.
Per il Libano si apre una nuova stagione di incertezze e forse di nuove polarizzazioni, la cui entità verrà probabilmente testata alle prossime elezioni parlamentari, previste per maggio 2018. Non c’è però ormai alcun dubbio che il presidente Michel Aoun – che per il momento è riuscito ad evitare la temuta decisione di un embargo saudita contro il Libano, come accaduto rispetto al Qatar – abbia vinto la battaglia dialettica animatasi nelle ultime tre settimane col caso Hariri.
Per mantenere la situazione sotto controllo, Aoun ora ha verosimilmente bisogno di trovare una ulteriore intesa col Partito di Dio, che sia in grado di porre dei paletti, di regolare il coinvolgimento di Hezbollah nei conflitti regionali e la profondità del suo processo di armamento, assecondando le preoccupazioni di alcuni partner regionali nel Golfo e dell’opposizione in Libano. (AGI) LBY
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Egitto: Shafiq trattenuto negli Emirati, un altro caso Hariri?

(AGI) – Beirut, 30 nov. – “Sono rimasto molto sorpreso che si sia finito per vietarmi di lasciare gli Emirati. Rifiuto con forza ingerenze negli affari del mio Paese, come quella di impedirmi di partecipare ad un processo costituzionale, ad una sacra missione nazionale”. Queste parole, registrate in un video pubblicato ieri a Dubai, provengono da Ahmed Shafiq, ex generale delle Forze armate egiziane, a cui ieri sarebbe stato impedito di lasciare gli Emirati arabi uniti – dove ha vissuto sin dal 2012, dopo aver perso le elezioni contro Mohammed Morsi -, a quanto pare per impedirgli di tornare in Egitto e sfidare il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi alle prossime elezioni di previste per la primavera 2018. Al Sisi è un solido alleato di Abu Dhabi, che ne ha sostenuto il colpo di stato nel 2013.
Una storia dai contorni ancora non molto chiari, che arriva a pochi giorni dal caso Hariri, altra occasione in cui una monarchia del Golfo tenta di influenzare gli affari di un Paese vicino attraverso la coercizione di un politico che si trova all’estero. Secondo quanto riporta il New York Times, Shafiq non si è reso raggiungibile per ulteriori commenti sulla vicenda, ma il suo avvocato Dina Adly ha fatto sapere che le autorità emiratine avrebbero detto all’ex generale egiziano di cancellare il suo ritorno in Egitto perché “competere per l’elezione a presidente è una cattiva idea”. Secondo la Adly il generale Shafiq è agli arresti domiciliari dalle tre di venerdì pomeriggio. Shafiq aveva annunciato lo scorso mercoledì di voler correre alle prossime elezioni, che quindi potrebbero vedere un militare competere contro un altro militare.
“Gli abbiamo facilitato le cose e lo abbiamo accolto, nonostante le forti riserve rispetto ad alcune sue posizioni. Non abbiamo posto alcun ostacolo tra Shafiq ed il suo rientro in Egitto, siamo tristi per la sua irriconoscenza”, il commento a caldo su Twitter di Anwar Gargash, ministro degli Esteri emiratino. Secondo alcuni analisti in Egitto, gli Emirati temono concretamente che la figura di Shafiq possa seriamente minacciare la vittoria dell’alleato Al Sisi, in un momento di forte crisi economica per l’Egitto, che si aggiunge all’emergenza terrorismo sopratutto nel Sinai. La scorsa settimana un attentato presso una moschea di Bir al Abed, nel Nord del Sinai, ha provocato più di 300 morti tra i fedeli, ed è solo l’ultimo di una serie di attacchi perpetrati durante l’ultimo anno.
E’ peraltro noto che il governo egiziano, per frenare la possibile ascesa di Shafiq ed impedirne una candidatura, potrebbe fare ricorso anche ad altri metodi: quando Shafiq perse le elezioni nel 2012, i giudici egiziani avevano iniziato ad indagare su alcune accuse di corruzione nei confronti del settantaseienne, legate alla sua posizione di ministro dell’aviazione civile, ruolo che ha ricoperto per un decennio durante gli anni di Hosni Mubarak. Si tratta di accuse che potrebbero facilmente essere ripescate oggi, nell’avvicinamento alla vigilia delle elezioni.
Se gli fosse permesso di tornare e candidarsi, Shafiq potrebbe essere un candidato temibile, visto il suo curriculum. Ha preso parte a due guerre con Israele, quella del 1967 e quella del 1973, ed è arrivato a guidare le Forze aeree egiziane. Come ministro dell’aviazione civile ha supervisionato l’ammodernamento della compagnia di bandiera egiziana e dell’aeroporto del Cairo, e nel frattempo ha alimentato strette relazioni con rappresentanti dell’elité imprenditoriale e finanziaria del Paese. Di lui si era parlato anche come successore di Mubarak, che lo aveva promosso come primo ministro proprio nei giorni dell’inizio delle proteste nel 2011, nella speranza di placare gli animi e frenare la crisi irreversibile del regime. L’anno dopo, ha perso le elezioni contro Mohammed Morsi – poi rimosso dal colpo di Stato guidato da Al Sisi nel 2013 – per il 2% dei voti.
A giudicare dal video pubblicato mercoledì, e nonostante Shafiq si sia sempre proposto come un difensore “della legge e dell’ordine”, e ammiratore sincero di Mubarak, questa volta sembra intenzionato a correre alle elezioni agitando il vessillo della democrazia, in opposizione all’autoritarismo di Al Sisi. “Una vera democrazia e i diritti umani fondamentali non sono garantiti a nessuno in Egitto”, sostiene Shafiq nel video. “Non è qualcosa che si può avere o ricevere gradualmente: o c’è democrazia, oppure non c’è democrazia”. Alle elezioni del 2014 Shafiq rinunciò a candidarsi, e fece scalpore un file audio con la sua voce, in cui parlava di “farsa, commedia”, riferendosi all’esito annunciato del processo elettorale, che ha visto Al Sisi trionfare con il 97% dei voti. Shafiq non ha mai negato l’autenticità di quella registrazione, ma si è sempre “difeso” sostenendo di essersi riferito all’eccessiva disinvoltura con cui gli apparati militari avevano espresso il loro endorsement per Al Sisi. Ci sono già dei segnali per cui i servizi di sicurezza egiziani potrebbero cercare di rendere difficile la competizione politica contro Al Sisi. Finora solo un candidato è stato ammesso alla corsa elettorale, cioè Khaled Ali, un avvocato difensore dei diritti umani con esigue possibilità di successo. (AGI) LBY

Marocco: accusa rapper di violenza in Francia, cade vittima della gogna social

(AGI) – Beirut, 28 nov. – Le molestie sessuali nell’epoca dei social network: sono tantissime le storie di violenza denunciata da parte di donne a ogni latitudine, che acquisiscono una visibilità tale da spingere l’opinione pubblica a solidarizzare, a capire, ad interessarsi sempre più ad un tema che potenzialmente riguarda ogni singolo uomo del Pianeta. Non è andata esattamente così a Laura Prioul, una ventunenne francese, che ha denunciato per violenza sessuale il rapper trentaduenne marocchino Saad Lamjarred, il quale l’avrebbe stuprata e picchiata all’interno di un hotel di Parigi circa un anno fa. La sua denuncia ha provocato l’ira dei fan di Lamjarred, che sui social network l’hanno insultata e minacciata.
Saad Lamjarred è un rapper di fama internazionale: emerso dopo essere arrivato secondo, nel 2007, in un talent show libanese, ha diversi fans in tutto il mondo, arabo e non, i suoi video oggi fanno decine di milioni di visualizzazioni su Youtube (una sua canzone, “Lam3allem”, ha ben 550 milioni di visualizzazioni, più di qualunque altra canzone araba), e lui stesso proviene da una famiglia già molto nota (sua madre è una attrice, suo padre un musicista): tanto che, secondo l’agenzia di stampa statale marocchina, Re Mohammed IV in persona si sarebbe mobilitato in prima persona per mettergli a disposizione il miglior avvocato sulla piazza. Perché nel frattempo, in seguito alle accuse della Prioul, Lamjarred – che si è sempre dichiarato innocente, come aveva fatto in altri due casi, nei quali le donne in seguito ritirarono le denunce – era stato arrestato dalla polizia francese, per poi essere liberato su cauzione lo scorso aprile. Oggi attende il processo, di cui ancora non si conosce la data, e non può lasciare la Francia.
Tuttavia, sui social network, un “processo” – ai danni della donna, però – è già iniziato: i fan di Lamjarred hanno dato sfogo a tutta la frustrazione possibile a causa delle accuse mosse verso il proprio idolo, assalendo verbalmente la ragazza. Si tratta di una questione che chiama in gioco una certa percezione delle molestie sessuali diffusa in certi segmenti delle società nordafricane, quella per cui in un caso di molestia tende a essere stigmatizzata la donna (accusata di “provocare”) almeno quanto l’uomo autore della molestia. Se non di più. “Pagherai per questo, morirai”, “Uccideremo tua madre di fronte ai tuoi occhi”, si legge in due dei tanti messaggi recapitati alla donna nelle ore successive alla sua denuncia.
Laura Prioul ha raccontato che si trovava a Parigi con alcuni amici quando sarebbe rimasta vittima della violenza del rapper, e che nei giorni successivi alla sua denuncia molti siti web l’hanno diffamata, tacciandola di essere una escort. Lo ha fatto in un video pubblicato di recente da una location sconosciuta, dopo il quale è partita la campagna di diffamazione ai suoi danni e gli insulti dei fan di Lamjarred. Racconta di aver conosciuto Lamjarred per caso in un locale di Parigi, e di esser stata invitata al suo tavolo. Dopo qualche minuto, insieme ad altri amici del rapper, avrebbero deciso di spostarsi in una stanza d’albergo. Ma, arrivati nella stanza, sarebbero rimasti solo loro due. Dopo qualche minuto a ballare, Laura Prioul avrebbe acconsentito a farsi baciare da Lamjarred. Che, però, vuole andare oltre: la ragazza si rifiuta, lui la picchia e la costringe ad un rapporto senza precauzioni. Così, lei si chiude in bagno. Poi esce per recuperare il suo telefono e viene aggredita una seconda volta, con il rapper che le strappa anche i vestiti. A quel punto, Laura Prioul esce dalla stanza, e viene ritrovata nel corridoio dell’albergo da una inserviente, nuda e con diversi lividi sul corpo.
Non è la prima volta che Lamjarred viene accusato di violenza sessuale. Nel 2010 successe a New York, e anche in quell’occasione il rapper fu rilasciato su cauzione, per poi veder decadere la denuncia fatta nei suoi confronti da una ragazza americana lo scorso dicembre, dopo aver raggiunto un accordo in sede civile. Quando la vicenda della Prioul è divenuta di dominio pubblico, anche un’altra donna – stavolta franco-marocchina – ha trovato il coraggio di denunciare una violenza che avrebbe subito da Lamjarred a Casablanca nel 2015. Anche in questo caso, la denuncia della donna sarebbe stata ritirata a causa di quelle che la stessa ha definito “pesanti pressioni” da parte dei suoi parenti e della sua cerchia ristretta di relazioni. Avendo però denunciato in Francia, l’indagine andrà avanti in ogni caso, perché secondo il diritto vigente è sempre il giudice a decidere se è il caso di archiviarla, se esistono le premesse concrete per giungere a una condanna. In ogni caso, come si vede nel video, la Prioul non ha alcuna intenzione di cedere: “Non accetterò mai soldi per ritirare la mia denuncia. Voglio che quella persona finisca dietro le sbarre”, ha detto, esprimendo anche il suo rammarico per la notizia che il Re marocchino si sarebbe esposto prendendo “le parti” di Lamjarred. La stessa cosa hanno fatto molte donne, con alcune di esse che hanno anche partecipato alla campagna d’odio, arrivando ad augurarsi un nuovo stupro per la Prioul.
“E’ un caso che sintetizza la realtà in Marocco”, spiega al New York Times Saida Kouzzi, cofondatrice della ong marocchina “Mobilizing for Rights Associates”. “Tendiamo a essere tolleranti nei casi di stupro, dimenticandoci di tutte le regole religiose e morali quando esse finiscono per minacciare l’uomo”, aggiunge. “E allo stesso tempo non proteggiamo affatto le donne”. La violenza sessuale all’interno del rapporto matrimoniale non sancito come crimine in Marocco, e il sesso extraconiugale è illegale. Questi due aspetti contribuiscono a scoraggiare le vittime di violenza, a dissuaderle dal denunciare situazioni che, se non suffragate in modo incontrovertibile, rischierebbero di portare alla paradossale accusa di rapporti extra matrimoniali nei loro confronti.
Anche fuori dal Marocco, come in Giordania e in Libano, dove è conosciutissimo, i fans di Lamjarred si schierano con il loro idolo, non risparmiandosi accuse e insulti verso la Prioul, sdoganati dalla fluidità e dall’immediatezza delle logiche legati ai social network. (AGI) LBY

Medioriente: quando la Storia si fa negli hotel di lusso

(AGI) – Beirut, 27 nov. – L’ultimo in ordine di tempo è il Ritz-Carlton di Riad, in Arabia Saudita: fino a un mese fa, era noto per i suoi giardini rigogliosi, per le camere spaziose e rifinite nei dettagli, per il suo ristorante e la sua spa (accessibile solo agli uomini). Da inizio novembre, il Ritz-Carlton è invece una prigione, seppur “dorata”: è qui che il governo saudita ha deciso di porre in stato di detenzione qualcosa come 200 membri del’elité finanziaria del Paese, nell’ambito di una serie di “purghe” interne al regime, funzionali all’ascesa di Mohammad bin Salman al trono saudita. Nei giorni scorsi, sono circolate delle foto del ristorante del Ritz, trasformatosi in un dormitorio.
Il Ritz di Riad è in buona compagnia. Sembra essere una ricorrenza, nella storia recente del medioriente, quella che vede gli hotel di lusso della regione trasformarsi in qualcosa in più che semplici luoghi per dormire. In alcuni di essi sono andati in scena passaggi fondamentali o simbolici della turbolenta Storia dell’ultimo secolo. Da Aleppo a Beirut, passando per Gerusalemme e Istanbul. Gli hotel più antichi, come il Pera Palace di Istanbul, il Baron di Aleppo o lo Shepheard’s del Cairo, vennero costruiti circa un secolo fa, per accogliere il crescente numero di uomini d’affari dall’occidente, interessati a scoprire il vicino oriente.
L’hotel della socializzazione
Il Pera palace è stato costruito nel 1892, sopratutto per accogliere i passeggeri che tornavano dai viaggi con lo storico Orient Express, e che nell’hotel avevano l’occasione di confrontarsi con l’elitè locale. Si tratta del primo albergo dotato di elettricità e di ascensore in tutta Istanbul, un simbolo di modernità.
Che il Pera fosse un luogo d’incontro tra occidente e oriente lo si vede anche dall’edificio stesso, costruito e dall’architetto franco-turco Alexander Vallaury in un mix tra stile orientale e neo classico. “E’ in hotel come questo – spiega lo storico Philip Mansel a Middle east eye – che gli europei e i mediorientali iniziarono a incontrarsi e a socializzare”.
La modernità perduta del Baron
Il Baron hotel di Aleppo è il più antico hotel della Siria, fondato nel 1909. Nei primi decenni del ‘900 era parte integrante della scena culturale e politica del Paese, rifugio per ospiti prestigiosi, che visitavano Aleppo dopo aver affrontato il viaggio da Istanbul sul Taurus Express. Nel Baron sono custoditi dei reperti ormai storici, come il presunto conto non saldato da Lawrence d’Arabia.
Ogni suo angolo è stato calpestato dai personaggi più influenti della regione: nel 1958, l’allora presidente dell’Egitto Gamal Abdel Nasser scelse proprio un balcone del Baron per uno dei suoi discorsi pubblici dal sapore pan-arabo. Lo stesso balcone che quaranta anni prima, nel 1918, era gremito di persone per l’arrivo dell’emiro Faisal, protagonista della rivolta araba contro gli Ottomani, che poi diventerà il Re della Siria e dell’Iraq.
Oggi il Baron non rimanda esattamente all’idea di modernità. O perlomeno, non è questa la prima parola che viene in mente. Dal 2012, infatti, quando la guerra in Siria ha fagocitato Aleppo, per il Baron è iniziata un’altra storia, destinata ad oscurare quella di un secolo fa nei futuri ricordi di Aleppo. Lo si vede dalle sue condizioni: il tetto e l’ultimo piano sono disseminati di fori e frammenti di proiettile; le camere che una volta ospitavano Agatha Christie o Mustafa Ataturk si sono trasformate in rifugi temporanei per sfollati siriani, in fuga dai bombardamenti nella parte orientale della città.
I monumenti al conflitto di Beirut
Nel centro di Beirut, capitale del Libano, ci sono due hotel che raccontano storie simili, storie di passaggio – talvolta violento, repentino – da una atmosfera glamour ad una tetra, violenta: sono l’Holiday Inn e il Saint George, due dei più scintillanti simboli del benessere del Libano – soprannominato “la Svizzera del Medioriente” al tempo – negli anni precedenti all’inizio della guerra civile del 1975.
Al Saint George negli anni ’60 e ’70 dimoravano celebrità internazionali come Peter O’Toole e Brigitte Bardot, che a partire dal 1974 – anno della sua inaugurazione – iniziarono a frequentare anche l’Holiday Inn, edificio ispirato a Le Corbusier. Non durò moltissimo, perché nel 1975, come detto, esplode la guerra civile in Libano, e uno dei suoi fronti più iconici è proprio quello conosciuto come la battaglia degli hotel, in cui tutta l’area che ospita i due alberghi divenne teatro di guerra.
All’Holiday Inn, in particolare, andarono in scena alcuni dei più brutali scontri a fuoco delle prime fasi del conflitto. Alcuni scene sono rimaste scolpite nell’immaginario dei libanesi. Come nel 1976, quando miliziani palestinesi presero il controllo dell’hotel e iniziarono a spingere fuori dalle finestre i miliziani cristiani nemici, che atterravano esanimi sul tetto di quello che anni prima era l’esclusivo e lussuoso ristorante dell’albergo. La guerra civile in Libano è finita nel 1990 ma è tuttora possibile osservare le carcasse, martoriate da fori di proiettili, dell’Holiday Inn e del Saint George, che in un certo senso sono divenuti dei monumenti non ufficiali del conflitto, parte della memoria collettiva.
Decadenza e distruzione tra Cairo e Gerusalemme
Essendo dei luoghi elitari, cosmopoliti ed esclusivi, gli hotel di lusso in medioriente sono spesso i primi edifici ad essere presi di mira o a subire i danni di un conflitto armato. L’Hotel Shepheard’s del Cairo, un palazzo in stile vittoriano messo in piedi nel lontano 1841, è stato per decenni il più famoso della capitale dell’Egitto, e ospitava personalità importanti del mondo politico, culturale, diplomatico.
Quando i manifestanti anti-britannici iniziarono ad appiccare roghi in città nel 1952, lo Shepherd’s fu tra i primi luoghi ad esser presi di mira, e fu quasi distrutto totalmente. Riaprì nel 1957, a circa un chilometro dalla collocazione originaria: col tempo perse il suo fascino e cadde gradualmente in disgrazia. Dal 2014 è chiuso per nuovi lavori di restauro.
Il King David Hotel è uno dei più celebri dell’intera regione, situato sul confine tra la zona orientale ed occidentale della città santa. Nel 1946, due anni prima della fondazione di Israele, quando la Palestina era ancora sotto il controllo britannico, il gruppo terroristico sionista dell’Irgun bombardò ferocemente l’ala meridionale dell’albergo, che veniva sin lì utilizzata come quartier generale per le truppe coloniali. Novantuno persone rimasero uccise, tra i quali britannici, arabo ed ebrei, rinfocolando peraltro le tensioni intercomunitarie.
Nonostante il suo passato, il King David oggi è ancora un prestigioso hotel di lusso, in cui spesso pernottano capi di stato e altre celebrità. L’ala meridionale distrutta nel 1946 è stata completamente ricostruita e ospita oggi sei piani di stanze. Sembra che il passato tragico del King David si sia fuso col suo fascino e la sua storia, dando corpo ad un luogo che dal 1931 – anno della sua costruzione – è testimone della Storia. “Molte persone apprezzano la storia, ed essa è uno dei motivi per cui vengono qui”, spiega Jeremy Sheldon, responsabile dei rapporti con la clientela del King David.
Il terrore di Mosul
L’Hotel a cinque stelle Nineveh Oberoi – duecentosessantadue stanze affacciate sul fiume Tigri – è stato per tre decenni, sin dalla sua fondazione nel 1980, la destinazione preferita dei dignitari stranieri in visita a Mosul, sopratutto durante gli anni di Saddam Hussein. Un’atmosfera esclusiva, quella che si respirava nel Nineveh, interrotta bruscamente nel 2014: a giugno i miliziani dell’Isis proclamano il Califfato proprio a Mosul, nella moschea al Nuri, e prendono il controllo dei più importanti edifici della seconda città irachena. La presa dell’Hotel Nineveh rappresenta una vittoria simbolica: “Il Nineveh Oberoi è un brand internazionale, uno dei migliori al mondo, e l’Isis non poteva che prenderlo di mira”, spiega Fanar Haddad, analista politico.
Dopo la sua cattura, i miliziani iniziano a “spogliarlo” della sua bellezza: vengono rimosse le sue decorazioni interne e le bandiere dell’Isis vengono issate sul tetto. Un account Twitter legato all’Isis, circa tre anni fa ne pubblicizzava addirittura la “grande riapertura”, sotto la nuova “gestione” dell’Isis. Una riapertura puramente dimostrativa, dal momento che in brevissimo tempo l’hotel si trasforma in un rifugio per cecchini e poi in un fronte del conflitto cittadino.
Dopo la cacciata dell’Isis e la ripresa di Mosul da parte dell’Esercito iracheno, il futuro dell’Oberoi rimane incerto: in una città così grande, devastata dal conflitto, il problema della ricostruzione di un hotel a cinque stelle rischia comprensibilmente di finire in fondo alla lista delle priorità. (AGI) LBY

Arabia Saudita: lo “sceicco d’Etiopia” tra le vittime delle purghe

(AGI) – Beirut, 24 nov. – Nel calderone delle purghe avviate da Mohammad Bin Salman in Arabia Saudita ci sono nomi illustri, e molti dei primi cento uomini più ricchi al mondo e dei più ricchi in Arabia Saudita stessa, tra cui il principe Walid bin Talal.
L’arresto del settantunenne Mohammad Huseein Al Amoudi, però, rischia di scuotere non solo il Regno ma anche l’Etiopia. Perché al Amoudi ha la doppia cittadinanza, saudita ed etiope, e non è solo il secondo cittadino saudita più ricco dopo Walid bin Talal, ma anche il più importante investitore etiope (e, secondo Forbes, la seconda persona di colore più facoltosa sul Globo).
E se – come scrive Dania Akkad su Middle east eye – l’arresto di Walid bin Talal, con le sue prestigiose quote in aziende come Citigroup e Twitter, ha attirato le attenzioni del mondo intero per la sua portata “globale”, quello di Al Amoudi promette di dispiegare i suoi effetti devastanti sull’economia del Paese dell’Africa orientale, che è anche una delle in più rapida crescita del continente.
Al Amoudi, che ha fatto una fortuna sopratutto comprando raffinerie in Marocco e in Svezia, ha investito praticamente in ogni settore dell’economia etiope: alberghiero, agricolo, minerario, manifatturiero, sanitario, energetico. Tanto che, già nel 1994, secondo quanto rivelano alcuni leaks del 2008 pubblicati di recente, alcuni diplomatici americani in visita in Etiopia si chiesero come fosse possibile che dietro ogni privatizzazione in Etiopia ci fosse sempre la mano di Al Amoudi.
E’ difficile valutare oggi il peso dell’imprenditore etiope-saudita sull’economia africana, ma alcune stime valutano i suoi investimenti per un valore di circa 3.4 miliardi di dollari: il 4.7% del Pil dell’Etiopia. Secondo un report del 2013 sul mercato del lavoro nel paese africano, le aziende di Al Amoudi danno lavoro a circa 100.000 persone, ben il 14% del settore privato etiope.
Se l’arresto di Al Amoudi è passato in sordina in Occidente, ha invece dominato le prime pagine dei quotidiani etiopi per molti giorni, che hanno speculato sulle sue condizioni e sulle ragioni della sua detenzione. Non molto dopo l’arresto di Al Amoudi, il primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, ha convocato una conferenza stampa apposita, cercando di rassicurare la platea sulla “incolumità” degli investimenti dello sceicco in Etiopia.
Nonostante le rassicurazioni circolate nei giorni scorsi in Etiopia – e considerando che i cinesi sono sempre più presenti nel paese, detenendo complessivamente più asset di quanti non ne possieda Al Amoudi – sono diversi gli analisti preoccupati che la bufera istituzionale e politica in corso a Riad possa avere gravi conseguenze anche in Etiopia. “La presenza o l’assenza di Al Amoudi può fare la differenza per l’economia del Paese”, taglia corto Awol Allo, professore della Keele University nel Regno Unito. “E’ una figura assai influente”.
Al Amoudi, nato nel 1946 a Dessie, in Etiopia, è emigrato in Arabia Saudita – patria del padre – nel 1963, per lavorare nell’azienda di famiglia. La sua ascesa inizia però alla fine degli anni ’80, quando l’Arabia saudita si offre di mettere a disposizione dell’Iraq – che era in guerra con l’Iran – dei guardiani per una serie di strutture sotterranee per la conservazione del petrolio: inizialmente gli svedesi della ABV Rock Group sembrano in vantaggio per la conclusione dell’affare, ma poi si ritirano dalla corsa dopo aver ritenuto eccessivi i rischi. Così, si inserisce efficacemente Al Amoudi, che inizia da lì a costruire il suo impero.
Nel giro di tre decenni, Al Amoudi sfrutta gli enormi guadagni di questo affare per investire nei settori e nei paesi più disparati, acquistando anche la più grande raffineria della Svezia, dal valore – stimato da Bloomberg – di dieci miliardi di dollari. Poi, però, rivolge le sue attenzioni alla sua terra natale: dopo la carestia degli anni ’80 e il colpo di stato del 1991 – che pose fine al quasi ventennale regime di Derg – l’Etiopia sta infatti lentamente passando da una economia statalista al libero mercato. E sebbene ancora oggi lo Stato controlli gran parte dei settori chiave del Paese – energia e telecomunicazioni – negli anni ’90 viene avviato un programma di privatizzazioni.
Amoudi, in quella fase, acquista aziende etiopi per un valore complessivo che ammonta al 60% circa del valore totale in dollari delle aziende messe sul mercato dallo Stato. Tra queste ci sono fabbriche di cuoio e pellami, aziende per la conservazione dei cibi, vernici, caffè, tè, carni, alberghi e miniere. “Il meglio delle aziende vendute dallo Stato”, si legge nel cablo citato in precedenza. Il simbolo della sua ricchezza è sicuramente lo Sheraton di Addis Abeba, aperto nel 1998, che ha avuto anche una funzione di promozione del “brand” Etiopia, portando il paese sulla mappa diplomatica africana.
Secondo fonti giornalistiche etiopi, oggi Al Amoudi possiede settantasette aziende in Etiopia, ed è il secondo datore di lavoro nel Paese dopo lo Stato, anche se non esistono conferme ufficiali in merito. Qualcuno lo ritiene non solo un vero e proprio benefattore, “mosso più dal cuore che dalla testa”, come disse nel 2007 l’ambasciatore statunitense in Etiopia, Donald Yamamoto, ma anche un “ambasciatore”, che nello scorso decennio si diede molto da fare per incoraggiare gli americani ad investire nel Paese, quando la Cina già si era fatta largo. Rumors affermano che abbia addirittura prestato valuta straniera al governo, e che sia stato il primo investitore ad aver donato capitali propri per la costruzione della diga “Reinassance”, un progetto da ottantotto milioni di dollari.
Il suo arresto arriva in un momento complicato per il Paese. Il governo sta tentando di portare avanti un programma di sviluppo economico sul modello cinese, per fare diventare l’Etiopia un paese dal reddito pro capite medio entro il 2025. “Lo sviluppo economico nell’ultimo decennio ha avuto la priorità sulla democratizzazione, e l’economia in Etiopia è finita col diventare la fonte ultima di legittimità”, spiega ancora il professor Allo. “Lo sviluppo economico è divenuto fondamentale per il governo, che punta unicamente a costruire il maggior numero di scuole e ospedali possibile”.
In questo contesto, gli investimenti di Al Amoudi sono finiti nel mirino degli osservatori. E uno dei progetti di Al Amoudi ad aver attirato le maggiori critiche coinvolge l’Arabia Saudita. Nel 2007 infatti, in piena crisi delle colture di base e con una crescente scarsità di cibo in Etiopia, il governo saudita ha lanciato un programma in cui offriva sussidi per coloro che avessero investito in terreni agricoli di proprietà straniera, e che avessero eventualmente esportato i raccolti nel Regno. Amoudi coglie la palla al balzo e mette in piedi la Saudi Star Agricultural Development nel 2009, per la coltivazione di riso nella regione etiope del Gambella, “a beneficio sia dell’Arabia saudita che dell’Etiopia, contribuendo alla sicurezza alimentare della prima e all’attrazione di investimenti esteri e creazione di posti di lavoro nella seconda”.
Il progetto, però, col tempo, ha attirato crescenti proteste in Etiopia. In molti hanno protestato per quello che ritengono un tipico caso di “land grabbing” (espropriazione di terre). Ironia della sorte, poi, per Riad il progetto si è dimostrato infruttuoso, se è vero che secondo una inchiesta del Financial Times non è stato ancora esportato riso nel Regno. Molti dei terreni acquistati da Al Amoudi non hanno mai iniziato ad essere coltivati.
“Se avessimo investito in Tailandia, avremmo potuto produrre facilmente molto riso”, si difende Jemal Ahmed, amministratore delegato della Saudi Star. “Perché abbiamo investito nel Gambella che non ha strade, non ha elettricità, non ha lavoratori qualificati? Perché se non lo avessimo fatto noi, nessun altro ci avrebbe pensato”.
Rimane ancora misterioso il motivo per cui Al Amoudi è stato arrestato. In molti si sono sorpresi, perché Al Amoudi è peraltro tra i pochi investitori dell’area ad aver fatto degli sforzi per far aderire i suoi investimenti ai principi della finanza islamica. I più sospettosi credono che la sua detenzione sia funzionale al sequestro delle sue attività da parte del governo saudita, che attraversa una crisi dovuta al crollo dei prezzi del petrolio Addis Abeba, intanto, guarda con preoccupazione agli sviluppi della vicenda. (AGI) LBY

Libano: prima e dopo le dimissioni (e il loro ritiro) di Hariri

(AGI) – Beirut, 23 nov. – “Ho accettato la richiesta del presidente Aoun di sospendere le mie dimissioni, nella speranza che ciò possa condurre ad un dialogo responsabile tra le fazioni politiche, rinnovando l’impegno a rispettare i principi base del consenso nazionale e a risolvere le questioni che hanno un impatto sulle relazioni del Libano con i suoi vicini arabi”.
Le parole di Saad Hariri, al suo ritorno in Libano dopo diciotto giorni di assenza dal Paese, cominciati con l’annuncio a sorpresa delle proprie dimissioni da primo ministro, hanno animato il settantaquattresimo anniversario dell’indipendenza del Paese dei Cedri, Un evento svoltosi all’insegna del suo rimpatrio, da quello che molti, in Libano, a partire dal presidente Michel Aoun, hanno considerato un sequestro del premier libanese da parte dei sauditi.
Il figlio dell’ex primo ministro Rafiq, arrivato nella notte tra il 21 e il 22 novembre a Beirut con un volo partito dal Cairo e passato per Cipro (dove si è intrattenuto in un fuori programma con il presidente Anastasiades), ha deciso di fare un passo indietro, sospendendo la decisione che aveva annunciato lo scorso 4 novembre con un messaggio televisivo direttamente da Riad, capitale dell’Arabia Saudita. Un evento senza precedenti nella storia: il primo ministro di un Paese che rassegna le sue dimissioni dalla capitale di un altro Paese.
Così, le tensioni che per quasi tre settimane avevano scosso la repubblica libanese alle fondamenta sembrano essersi così affievolite, perlomeno nel breve termine. Si apre, però, un nuovo periodo di incertezza e di stallo, due condizioni che i libanesi conoscono bene.
In realtà a molti – da Aoun a Nasrallah, passando per il presidente francese Emmanuel Macron e il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel, o a quello del Qatar – quella di Hariri a Riad era parsa tutt’altro che una decisione autonoma: una questione di linguaggio del corpo e linguaggio verbale, avevano fatto notare alcuni. Lo sguardo quasi assente, la postura rigida, l’uso massivo ma anche un po’ goffo di termini che non sono mai stati parte del suo vocabolario, e che invece rimandano alla retorica anti iraniana dei sauditi (“tagliare le mani iraniane che si estendono sulla regione”), sono tutti elementi che hanno indotto a credere che Hariri stesse leggendo una lettera scritta da altri, che conteneva una decisione non indipendente.
Anche la denuncia di aver ricevuto minacce di morte, e addirittura la notizia pubblicata da Al Arabiya secondo cui il premier sarebbe scampato ad un attentato a Beirut (non riscontrato dalla Sicurezza interna libanese), sono apparse non del tutto chiare, e la loro gravità sembra essersi dissolta in poco tempo.
Cinque giorni dopo il sorprendente annuncio, poi, a Riad viene inviata Paula Yacobian, conduttrice dell’emittente del partito Futuro di Hariri, e anche unica persona del suo entourage ammessa nel Regno saudita per intervistare quest’ultimo. “Non riesco a convincere nessuno che lei non è tenuto in ostaggio dall’Arabia Saudita, ora anche io che sono qui vengo accusata di essere parte di un teatrino. Lei è libero?”, chiede Yacoubian ad Hariri, mentre quest’ultimo fissa nervosamente un uomo in sottofondo con un foglio in mano, ripreso dalle telecamere della tv. Hariri forse è vittima di un lapsus, perché accenna “non sono libero di..”, per poi correggersi: “sono libero di muovermi nel Regno”.
La Yacoubian non risparmia domande dirette: “Ha scritto lei la lettera di dimissioni? Molti dicono che quello non è suo linguaggio, non è il suo modo di parlare”. “Si, l’ho scritta io”, si affretta a rispondere il premier libanese. Il professor Asad Abukhalil, della California State University, fa notare che si tratta di una risposta rivelatrice: Hariri, infatti, non scrive mai i suoi discorsi, di cui si occupa il suo staff. Uno dei motivi, banalmente, è che non sa scrivere correttamente in arabo standard.
La giornalista non sembra soddisfatta della risposta, gli ricorda che anche i suoi sostenitori nella comunità sunnita libanese pensano che sia prigioniero, e che nulla nel suo linguaggio del corpo nelle ore prima di partire per Riad la sera del 3 novembre faceva pensare ad un uomo che stava per dimettersi. Hariri si commuove, e sembra visibilmente scosso.
Ciò appare coerente con alcuni elementi emersi in seguito. Alcuni giorni prima di annunciare le dimissioni, infatti, Hariri era volato a Riad, dove aveva incontrato il ministro degli Affari del Golfo, Thamer al Sabhan. Secondo fonti citate dalla Reuters, Hariri sarebbe rientrato in Libano “molto soddisfatto e rilassato”, con l’impressione di aver convinto Al Sabhan sulla necessità di mantenere intatto l’accordo politico con Hezbollah.
Al Sabhan, invece, avrebbe apprezzato ben poco le parole di Hariri, congedandolo però senza fargli prefigurare nulla di quel che sarebbe accaduto giorni dopo. Quando Hariri viene “richiamato” a Riad la sera del 3 novembre, quindi, non si aspetta nulla di quel che accadrà qualche ora dopo, tanto più che quello stesso giorno ha incontrato a Beirut – in un colloquio definito dai media “costruttivo e rilassato” – un fidato consigliere della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei.
Non è chiaro quanto questo ultimo elemento abbia pesato ma appare assai verosimile che Mohammad bin Salman (MBS), il prossimo re saudita, abbia considerato scaduto il tempo per Hariri, dopo un anno esatto di premierato. Anche l’Arabia saudita, come l’Iran, ha infatti fornito il suo appoggio esterno all’accordo di larghe intese che un anno fa ha portato all’elezione di Michel Aoun a presidente della Repubblica e Hariri a guidare un governo che comprende i rivali di Hezbollah.
Il “mandato” accordato da Riad ad Hariri era, evidentemente, quello di contrastare Hezbollah, anzitutto cercando di stimolarne o indurre il loro ritiro dalla Siria, uno dei teatri in cui l’Arabia saudita ha perso la sua partita geopolitica con Teheran. Hezbollah ha continuato a combattere in Siria, il regime di Assad ha rafforzato la propria posizione, e MBS, già alle prese con la rovinosa guerra in Yemen, avrebbe “richiamato” Hariri, inducendolo alle dimissioni. E aprendo un fronte in Libano, dove i sauditi non hanno mai avuto una vera strategia.
Perché costringere Hariri alle dimissioni? Una possibilità è quella di voler così provocare un innalzamento della tensione in Libano, di una tale portata da indurre Hezbollah a prendere il controllo del Paese, oppure semplicemente da esporre la profondità dell’influenza iraniana sul Paese dei Cedri. Ciò, sarebbe potuto essere poi il grimaldello per giustificare una eventuale escalation, anche militare, che Riad avrebbe volentieri “appaltato” a Israele, conscia della sensibilità di quest’ultima all’estensione del potere di Hezbollah. “Sarebbe”, perché l’esca non è stata colta da Nasrallah, che si è schierato da subito tra coloro che chiedevano il rilascio di Hariri, considerato una vittima “umiliata dai sauditi”.
Rientrato in Libano dopo quasi tre settimane tra Riad e Parigi grazie alla mediazione di Emmanuel Macron, Saad Hariri appare oggi un uomo solo, con una parte della sua famiglia, tra cui due figli, ancora in Arabia Saudita e un futuro personale che gli apparirà ignoto. Sospendendo le sue dimissioni, darà il tempo al presidente Aoun di avviare le consultazioni con le diverse componenti politiche, per cercare eventualmente un altro potenziale primo ministro tra i politici sunniti e per non bloccare la gestione ordinaria, svolgendo le funzioni di ministro reggente almeno fino alle elezioni parlamentari di maggio 2018.
Elezioni che rischiano, come tristemente d’abitudine in Libano, di essere posticipate, perpetuando lo stallo del Paese. Posticipate come i problemi concreti del Libano, tra cui la gestione dei rifiuti, quella dei rifugiati – 1,5 mezzo di rifugiati siriani su una popolazione totale inferiore ai 5 milioni – e il miglioramento delle infrastrutture, a cominciare dall’approvvigionamento  e dalla distribuzione dell’energia elettrica, la cui produzione in Libano copre circa il 65% del fabbisogno nazionale. Sullo sfondo, lo sfumare dell’impegno di Hezbollah in Siria e le crescenti, contestuali tensioni con Israele. Il Libano, per ora, regge. (AGI) LBY

Libano: prima e dopo le dimissioni di Hariri. Anatomia di una solitudine

(AGI) – Beirut, 23 nov. – “Ho accettato la richiesta del presidente Aoun di sospendere le mie dimissioni, nella speranza che ciò possa condurre ad un dialogo responsabile tra le fazioni politiche, rinnovando l’impegno a rispettare i principi base del consenso nazionale e a risolvere le questioni che hanno un impatto sulle relazioni del Libano con i suoi vicini arabi”.

Le parole di Saad Hariri, al suo ritorno in Libano dopo diciotto giorni di assenza dal Paese, cominciati con l’annuncio a sorpresa delle proprie dimissioni da primo ministro, hanno animato il settantaquattresimo anniversario dell’indipendenza del Paese dei Cedri. Un evento svoltosi all’insegna del suo rimpatrio, da quello che molti, in Libano, a partire dal presidente Michel Aoun, hanno considerato un sequestro del premier libanese da parte dei sauditi.

Il figlio dell’ex primo ministro Rafiq, arrivato nella notte tra il 21 e il 22 novembre a Beirut con un volo partito dal Cairo e passato per Cipro (dove si è intrattenuto in un fuori programma con il presidente Anastasiades), ha deciso di fare un passo indietro, sospendendo la decisione che aveva annunciato lo scorso 4 novembre con un messaggio televisivo direttamente da Riad, capitale dell’Arabia Saudita. Un evento senza precedenti nella storia: il primo ministro di un Paese che rassegna le sue dimissioni dalla capitale di un altro Paese.

Così, le tensioni che per quasi tre settimane avevano scosso la repubblica libanese alle fondamenta sembrano essersi affievolite, perlomeno nel breve termine. Si apre, però, un nuovo periodo di incertezza e di stallo, due condizioni che i libanesi conoscono bene.

In realtà a molti – da Aoun a Nasrallah, passando per il presidente francese Emmanuel Macron e il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel, o a quello del Qatar – quella di Hariri a Riad era parsa tutt’altro che una decisione autonoma: una questione di linguaggio del corpo e linguaggio verbale, avevano fatto notare alcuni. Lo sguardo quasi assente, la postura rigida, l’uso massivo ma anche un po’ goffo di termini che non sono mai stati parte del suo vocabolario, e che invece rimandano alla retorica anti iraniana dei sauditi (“tagliare le mani iraniane che si estendono sulla regione”), sono tutti elementi che hanno indotto a credere che Hariri stesse leggendo una lettera scritta da altri, che conteneva una decisione non indipendente.

Anche la denuncia di aver ricevuto minacce di morte, e addirittura la notizia pubblicata da Al Arabiya secondo cui il premier sarebbe scampato ad un attentato a Beirut (non riscontrato dalla Sicurezza interna libanese), sono apparse non del tutto chiare, e la loro gravità sembra essersi dissolta in poco tempo.

Cinque giorni dopo il sorprendente annuncio, poi, a Riad viene inviata Paula Yacobian, conduttrice dell’emittente del partito Futuro di Hariri, e anche unica persona del suo entourage ammessa nel Regno saudita per intervistare quest’ultimo. “Non riesco a convincere nessuno che lei non è tenuto in ostaggio dall’Arabia Saudita, ora anche io che sono qui vengo accusata di essere parte di un teatrino. Lei è libero?”, chiede Yacoubian ad Hariri, mentre quest’ultimo fissa nervosamente un uomo in sottofondo con un foglio in mano, ripreso dalle telecamere della tv. Hariri forse è vittima di un lapsus, perché accenna “non sono libero di..”, per poi correggersi: “sono libero di muovermi nel Regno”.

La Yacoubian non risparmia domande dirette: “Ha scritto lei la lettera di dimissioni? Molti dicono che quello non è suo linguaggio, non è il suo modo di parlare”. “Si, l’ho scritta io”, si affretta a rispondere il premier libanese. Il professor Asad Abukhalil, della California State University, fa notare che si tratta di una risposta rivelatrice: Hariri, infatti, non scrive mai i suoi discorsi, di cui si occupa il suo staff. Uno dei motivi, banalmente, è che non sa scrivere correttamente in arabo standard.

La giornalista non sembra soddisfatta della risposta, gli ricorda che anche i suoi sostenitori nella comunità sunnita libanese pensano che sia prigioniero, e che nulla nel suo linguaggio del corpo nelle ore prima di partire per Riad la sera del 3 novembre faceva pensare ad un uomo che stava per dimettersi. Hariri si commuove, e sembra visibilmente scosso.

Ciò appare coerente con alcuni elementi emersi in seguito. Alcuni giorni prima di annunciare le dimissioni, infatti, Hariri era volato a Riad, dove aveva incontrato il ministro degli Affari del Golfo, Thamer al Sabhan. Secondo fonti citate dalla Reuters, Hariri sarebbe rientrato in Libano “molto soddisfatto e rilassato”, con l’impressione di aver convinto Al Sabhan sulla necessità di mantenere intatto l’accordo politico con Hezbollah.

Al Sabhan, invece, avrebbe apprezzato ben poco le parole di Hariri, congedandolo però senza fargli prefigurare nulla di quel che sarebbe accaduto giorni dopo. Quando Hariri viene “richiamato” a Riad la sera del 3 novembre, quindi, non si aspetta nulla di quel che accadrà qualche ora dopo, tanto più che quello stesso giorno ha incontrato a Beirut – in un colloquio definito dai media “costruttivo e rilassato” – un fidato consigliere della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei.

Non è chiaro quanto questo ultimo elemento abbia pesato ma appare assai verosimile che Mohammad bin Salman (MBS), il prossimo re saudita, abbia considerato scaduto il tempo per Hariri, dopo un anno esatto di premierato. Anche l’Arabia saudita, come l’Iran, ha infatti fornito il suo appoggio esterno all’accordo di larghe intese che un anno fa ha portato all’elezione di Michel Aoun a presidente della Repubblica e Hariri a guidare un governo che comprende i rivali di Hezbollah.

Il “mandato” accordato da Riad ad Hariri era, evidentemente, quello di contrastare Hezbollah, anzitutto cercando di stimolarne o indurre il loro ritiro dalla Siria, uno dei teatri in cui l’Arabia saudita ha perso la sua partita geopolitica con Teheran. Hezbollah ha continuato a combattere in Siria, il regime di Assad ha rafforzato la propria posizione, e MBS, già alle prese con la rovinosa guerra in Yemen, avrebbe “richiamato” Hariri, inducendolo alle dimissioni. E aprendo un fronte in Libano, dove i sauditi non hanno mai avuto una vera strategia.

Perché costringere Hariri alle dimissioni? Una possibilità è quella di voler così provocare un innalzamento della tensione in Libano, di una tale portata da indurre Hezbollah a prendere il controllo del Paese, oppure semplicemente da esporre la profondità dell’influenza iraniana sul Paese dei Cedri. Ciò, sarebbe potuto essere poi il grimaldello per giustificare una eventuale escalation, anche militare, che Riad avrebbe volentieri “appaltato” a Israele, conscia della sensibilità di quest’ultima all’estensione del potere di Hezbollah. “Sarebbe”, perché l’esca non è stata colta da Nasrallah, che si è schierato da subito tra coloro che chiedevano il rilascio di Hariri, considerato una vittima “umiliata dai sauditi”.

Ora, forse, Riad medita di puntare su un altro cavallo, che potrebbe anche rimanere nel circolo Hariri, come nel caso del fratello minore Bahaa Hariri, che sembrerebbe fortemente caldeggiato da Abu Dhabi. Ma non è semplice, anche perché Hariri in questa vicenda ha guadagnato paradossalmente affetto dei suoi sostenitori – accorsi ad aspettarlo di fronte alla sua abitazione al suo ritorno a Beirut – mentre i sauditi hanno perso parte del loro appeal anche nella comunità sunnita a Tripoli, dove nei giorni successivi alcuni hanno dato alle fiamme un poster di MBS, stimolando la decisione (poi ritirata dal ministro dell’interno Nouad Machnouk) di rimuovere dalla città tutti i poster dei reali sauditi, “caratteristici” di Tripoli. Hezbollah, non abboccando all’amo saudita, si è vista regalare porzioni consistenti di consenso popolare (anche tra i sunniti) dopo averne perso durante il controverso intervento in Siria, potendosi così presentare nuovamente all’intero Libano come il “difensore” della sua sovranità da aggressioni straniere.

Rientrato in Libano dopo quasi tre settimane tra Riad e Parigi grazie alla mediazione di Emmanuel Macron, Saad Hariri appare comunque oggi un uomo solo, stanco e intimorito, con una parte della sua famiglia, tra cui due figli, ancora in Arabia Saudita e un futuro personale che gli apparirà ignoto. Sospendendo le sue dimissioni, darà il tempo al presidente Aoun di avviare le consultazioni con le diverse componenti politiche, per cercare eventualmente un altro potenziale primo ministro tra i politici sunniti e per non bloccare la gestione ordinaria, svolgendo le funzioni di ministro reggente almeno fino alle elezioni parlamentari di maggio 2018.

Elezioni che rischiano, come tristemente d’abitudine in Libano, di essere posticipate, perpetuando lo stallo del Paese. Posticipate come i problemi concreti del Libano, tra cui la gestione dei rifiuti, quella dei rifugiati – 1,5 mezzo di rifugiati siriani su una popolazione totale inferiore ai 5 milioni – e il miglioramento delle infrastrutture, a cominciare dall’approvvigionamento e dalla distribuzione dell’energia elettrica, la cui produzione in Libano copre circa il 65% del fabbisogno nazionale. Sullo sfondo, lo sfumare dell’impegno di Hezbollah in Siria e le crescenti, contestuali tensioni con Israele. Il Libano, per ora, regge. (AGI) LBY

Il peso di Seyyed Hassan Nasrallah nel caso Hariri

Mi sembra necessario precisare – mai lo farà un solo collega, troppo preoccupato di essere guardato strano – che in questa sinistra e complicata vicenda libanese c’è un personaggio, un protagonista, che si staglia molti metri sopra tutti gli altri, in termini di caratura morale, capacità di analisi, buon senso e lucidità. Sto parlando di Seyyed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah. Si.

Lo so che a molti suonerà strano: in Occidente le parole e il viso di Nasrallah tendono ad arrivare in dissolvenza, tetre come se fossero quelle di Bin Laden. Perché Nasrallah dice quello che pensa, non ha padroni nemmeno a Teheran (nella misura in cui è perfettamente e spontaneamente in sintonia con Khamenei) e sopratutto risponde e incalza Israele ogni volta che ne ha la possibilità. Poi, si è aggiunta recentemente anche la questione dell’intervento in Siria, che ha sicuramente eroso la popolarità del partito di Dio tra le comunità sunnite e di riflesso tra coloro che in occidente vedono le divergenze sunniti-sciita come una partita di calcio. In pochissimi, tuttavia, si prendono la briga di ascoltarlo quando parla, anziché limitarsi a sentirlo.

Una premessa importante: Nasrallah non è totalmente sovrapponibile a Hezbollah, alla muqawama. Nasrallah agli occhi dei libanesi costituisce quasi una “istituzione” a se stante, scindibile da movimento. Non è raro sentire dire a un libanese sciita, ma anche a molti cristiani, che non ama Hezbollah come Movimento, sia dal punto di vista politico che geopolitico, e che magari non lo vota nemmeno. È rarissimo, però, che in questo giudizio rientri anche il cinquantasettenne di Bourj Hammoud: il più disincantato tassista sciita vi dirà al limite una cosa come “non mi piace Hezbollah, amo solo Nasrallah”. Ve lo dirà anche la celebre cantante cristiana Julia Boutros, che ha dedicato una canzone a Hezbollah mettendo su musica una lettera che lo stesso Nasrallah scrisse ai soldati del Partito di Dio quando erano al fronte nella Guerra con Israele del 2006 (https://m.youtube.com/watch?v=pdZgkGI5h0A, la seconda delle due canzoni, la prima è in generale sull’impegno militare di hezb contro Israele). Arrivo a dire che Non esiste, probabilmente, un personaggio politico arabo popolare quanto lui.

Nasrallah rimane un leader politico e militare, non ci sono dubbi, perché guida un movimento antagonista, che ha la stessa valenza, postura, collocazione storica di un movimento sudamericano ai tempi del massiccio protagonismo della CIA in America Latina, e che ha ormai quasi 40 anni di vita, nonostante nemici ingombranti. Ma raramente (per non dire mai), e a prescindere da come la si pensi, Nasrallah dice cose violente, folli, deliranti, e mai parla di infedeli; e se parla di jihad lo fa esplicitamente per riferirsi al dovere dei musulmani di combattere le eresie wahhabite e takfiri.

Nasrallah – forse l’uomo più (e da più tempo, con maggiore continuità) “ricercato” della Regione, che vive continuamente in “occultamento” – è uno che quando parla si scusa ogni volta se allude a sciiti e sunniti (tranne quando è Ashura o Arbaeen), e si premura di precisare che per lui esistono i musulmani, e basta (a prescindere dal merito – perché tutti sappiamo che Hezbollah non ha combattuto Solo contro isis, come sappiamo che è complicato distinguere in battaglia tra diverse formazioni militari e le loro essenze politiche – lui parla sempre di musulmani VS takfiri, non di sunniti).

Nasrallah è uno che si aggiorna, studia, legge tutto e riflette. Poi parla, e argomentare efficacemente contro di lui è assai complicato. Qualche anno fa, durante un consueto discorso pubblico, citò alcuni passaggi della autobiografia di G.W.Bush: e allora, direte voi? Beh, quella biografia era stata pubblicata negli Stati Uniti (non ancora in Libano) appena 4 giorni prima. Lui l’aveva già letta.

Nasrallah usa molto più spesso di quanto si pensi dei toni ecumenici anziche infiammatori (che comunque usa, come è inevitabile), e ha dei nemici chiari – Israele e il governo americano – che non sono né i cristiani, ne’ i sunniti, ne gli atei, ne i buddhisti (ma è stato tra i primi a parlare del massacro dei Rohingiya) ne gli induisti. Non scende a compromessi su questo. Usa l’ironia, le figure retoriche, le citazioni, ma si preoccupa sempre di farsi capire anche dall’ultimo degli analfabeti.

A Dahye, il quartier a sud di Beirut descritto come la roccaforte di Hezbollah e dipinto come un luogo tetro, oscurantista, pericoloso per chiunque non sia sciita (e altre scemenze sparse), esiste una eterogeneità etnica e confessionale che non esiste altrove. A Dahye, accanto ai religiosi sciiti e alle donne in chador, trovate ragazze a spasso col cane, trovate chiese, campi sportivi, donne in jeans attillati, magliettina e capelli al vento, così come esercizi commerciali che vendono tutto ciò che vi aspettereste di trovare in Italia o altrove.

Nasrallah è un politico ormai di rilievo internazionale, con cui bisognerà fare i conti prima o poi. Un uomo che pensa, pensa parecchio.

Il suo comportamento durante questa crisi politica è stato senza giri di parole “esemplare”. Chi conosce le Dinamiche libanesi sa bene che quando Hariri – suo rivale politico – si è palesato a Riad per rassegnare le dimissioni, accusando deliberatamente Hezbollah di volerlo uccidere (e giocando sull’evocativita della associazione “Hariri-omicidio-Hezbollah”, figlia di una vicenda Mai davvero chiarita), Nasrallah avrebbe potuto legittimamente reagire lanciando taniche di benzina sul fuoco, rispondendo in modo da alzare la tensione ad un primo ministro che ha cittadinanza e carriera economica in Arabia Saudita ma arriva a parlare di “dominio iraniano” sul Libano. Invece, il capo di Hezbollah nell’evidenziare la evidente ingerenza saudita ha usato toni concilianti, comprensivi, persino compassionevoli, invocando per primo il ritorno di Hariri, parlando di “trattamento umiliante” riservatogli da Riad: insomma, facendolo apparire come un debole, una incolpevole vittima, alla mercé dei sauditi, e allo stesso tempo esponendo tutta l’insolenza del Regno wahhabita.

Non è escluso che i giochini sauditi nascondessero un tentativo di innescare quella che forse speravano potesse essere una reazione decisa e volenta di Hezbollah, funzionale poi a “promuovere” un intervento israeliano in Libano, a renderlo necessario agli occhi della ignava e timorosa comunità internazionale. A Riad – dove invece che Nasrallah ci sono personaggi come gli al Sabhan, gli al Jubeir, che a dispetto di un inglese perfetto parla come se non avesse mai nemmeno letto là storia degli ultimi 100 anni – non avevano fatto i conti con Nasrallah. Lui, di sicuro, preso in se e non come sinonimo di “Hezbollah”, non ha certamente perso. Anzi.

Siria: comprare fucili e carri armati tramite Telegram

(AGI) – Beirut, 20 nov. – Se è vero che lo Stato islamico, come entità in grado di controllare e amministrare territori, è in ritirata, avendo perso più del 60% delle aree conquistate dal 2014 tra Siria e Iraq, il flusso di armi tra i militanti qaedisti e di Daesh non accenna ad arrestarsi. Il motivo è abbastanza semplice, perché uno dei canali più efficaci e meno tracciabili per ottenere armi leggere e pesanti in Siria è – come afferma una inchiesta di Foreign Policy – quello di Telegram, la celebre app di messaggistica istantanea, utilizzata da oltre 100 milioni di utenti in giro per il mondo.
E’ un vero e proprio mercato telematico delle armi, quello che su Telegram coinvolgerebbe circa 5000 persone tra acquirenti e venditori perlopiù basati nella provincia di Idlib, nel nordovest della Siria, quella che oggi ospita gran parte delle fazioni ribelli ed è sostanzialmente la roccaforte dei qaedisti di Hayat Tahrir al Sham (HTS). L’offerta è vastissima e diversificata: armi leggere di ogni epoca, missili terra aria dei tempi della Guerra fredda, armi anti carro, veicoli corazzati, cinture esplosive (vendute a soli 50 dollari), fucili d’assalto provenienti da Russia e Serbia, droni, telescopi termici di produzione iraniana. Alcune delle armi di produzione americana disponibili sul mercato di Telegram avrebbero fatto il loro ingresso in Siria come parte di una fornitura di armi nell’ambito di un vecchio programma del Pentagono per addestrare formazioni ribelli nel nord della Siria, affinché combattessero efficacemente lo Stato islamico. Il programma è stato interrotto dall’amministrazione Obama nell’ottobre 2015, dopo che alcuni comandanti addestrati dagli americani erano stati rapiti da al Qaeda dopo aver attraversato la frontiera turca. Le armi, tuttavia, sono rimaste in circolazione, ingrossando i mercati clandestini.
Dopo la presa di Mosul nel giugno 2014, i miliziani dello Stato islamico avevano sequestrato enormi quantità di armi americane, assieme a mezzi pesanti come gli Humvee e a carri armati sottratti all’Esercito iracheno in fuga dalla seconda città irachena. Secondo dati americani, il Dipartimento della Difesa avrebbe perso le tracce di suoi equipaggiamenti militari e armi spedite in Iraq e Kuwait per un valore complessivo di circa 1 miliardo di dollari. Una parte di queste sono certamente finite nelle mani delle milizie sciite filo-iraniane, che in parte sono autonome e in parte si coordinano con lo stesso Esercito iracheno. Anche il programma avviato dalla CIA per addestrare formazioni ribelli con missili Tow anti carro e altre armi di piccolo calibro è naufragato in larga parte, dopo che alcuni ufficiali corrotti dell’Intelligence giordana – che facevano da tramite – ne hanno sottratte alcune per venderle sul mercato nero. Oggi gli americani contano molto sulle SDF guidate dai curdi per le offensive sul terreno. Il tema del loro equipaggiamento militare è sensibile dal punto di vista diplomatico: la Turchia, che considera le SDF un gruppo terroristico, è preoccupata che le armi americane destinate alla guerra all’Isis possano prima o poi essere utilizzate contro lo stesso Esercito turco.
Sui mercati telematici – sotto forma di “canali” su Telegram con migliaia di membri – si trovano annunci di vendita di armi, dotate di foto dimostrativa e di contatto del venditore (o dell’intermediario), anche se l’inchiesta del FP non è stata in grado di stabilire quanti passaggi mediamente avvengano in una operazione conclusa su Telegram. Normalmente, chi posta l’annuncio inserisce anche una descrizione e una fotografia dell’arma, di solito scattata all’interno di qualche abitazione, con un prezzo indicativo e sopratutto il luogo in cui l’acquirente può recarsi per incontrare chi poi lo indirizzerà verso l’oggetto acquistato. Proprio come in una bacheca per gli annunci, non ci sono solo quelli dei venditori ma anche quelli degli acquirenti in cerca di armi specifiche. Essendo i mercati clandestini situati in una zona della Siria al di fuori del controllo del regime, i venditori e gli acquirenti non sono nemmeno disincentivati dal pubblicare i loro riferimenti, cioè i loro nomi e i numeri di telefono da contattare per concludere le operazioni. Le località più menzionate sono la città di Idlib e quella di Jisr al Shughur.
L’inchiesta del FP ha identificato con esattezza 28 tipi di armi vendute sui mercati di Telegram. Tra queste diciassette varianti di fucili d’assalto M16, nove tipi di carabina M4A1, una carabina M16A2 modificata e un modello di mitragliatrice M249, tutte di produzione americana, con tanto di timbri del Dipartimento della Difesa e numeri di serie intatti. I prezzi variano da 900 a 3500 dollari. Ma, come detto, non ci sono solo armi americane in vendita, se ci si basa sulle pubblicità che vengono postate, e che forniscono riferimenti per una serie di armi provenienti da tutto il mondo, sopratutto dalla Serbia – con fucili d’assalto Zastava e M70 – e dalla Russia, con diversi tipi di AK47, anch’essi dotati di numero di serie e di timbro del ministro della Difesa russo.
Non solo armi ma anche mezzi di trasporto e droni (come i Phantom 3 costruiti dall’azienda cinese DJI). Tra i mezzi pesanti, i venditori di Telegram mettono in vendita alcuni veicoli corazzati sovietici usati dalle forze di Assad, come i carri armati T55, per una cifra attorno ai 150000 dollari, e BMP a 38000 dollari. Esiste anche una sezione di mercato dedicata ai pezzi di ricambio. Poi ci sono centinaia di missili anti carro di varia tipologia, come i famosi Tow, diffusissimi durante questi anni di conflitto siriano in tutto il territorio e tra tutte le fazioni.
Telegram non è l’unico sistema di messaggistica usato per il traffico di armi nella galassia jihadista ma è molto popolare in medioriente e si è dimostrato particolarmente efficace, portando alcuni paesi della regione a bloccarne l’accesso. I mercati di armi telematici sono accessibili a chiunque, ma la possibilità di aprire della chat private sulla app ha accresciuto le preoccupazioni degli agenti anti terrorismo, che temono un utilizzo sempre più massiccio di questi sistemi di comunicazione che prevedono la crittografia. Negli ultimi mesi, uno dei più frequentati canali all’interno di Telegram – @souq4 – è scomparso. Molti altri tuttavia sono rimasti aperti, almeno finché non verrano scoperti, dopodiché potrebbero facilmente trovare altre “collocazioni” telematiche. (AGI) LBY

Libano: la silenziosa ascesa di Ashraf Rifi aumenta le nubi sul futuro del Paese

(AGI) – Beirut, 20 nov. – Le recenti dimissioni di Saad Hariri da primo ministro del Libanp hanno aperto una crisi politica nel Paese dei Cedri, che rischia di vivere una escalation. Hariri, che ha annunciato le sue dimissioni da Riad, ha svolto il ruolo di primo ministro per un anno esatto, a capo di un governo di “unità” che in larga parte è dominato da partiti della coalizione filo-siriana dell’8 marzo (Hezbollah e i cristiani del Movimento patriottico libero, FPM, il più importante partito cristiano maronita), facilitando l’elezione a presidente del fondatore del FPM, Michel Aoun.
La famiglia Hariri ha la doppia cittadinanza, libanese e saudita. Il padre di Saad, Rafiq Hariri, prima di diventare primo ministro del Libano ha fatto la sua fortuna nel Regno saudita, prima come intermediario d’affari e poi mettendo in piedi aziende importanti come la Saudi Oger. Gli Hariri, quindi, in un contesto nazionale perennemente esposto alle influenze di paesi vicini, sono da tempo i referenti di Riad in Libano, specularmente – anche se con contorni diversi – a quel che Hezbollah è per l’Iran.
Dalla morte di Rafiq nel 2005, Saad Hariri ha preso le redini del partito Futuro e si è proposto come rappresentante principale della comunità sunnita, mantenendo forti legami con l’Arabia Saudita. Tuttavia, proprio a partire dallo scorso anno, complice l’accordo istituzionale che Hariri ha indirettamente concluso con Hezbollah, sembra che quest’ultimo non sia più pienamente nelle grazie della famiglia reale saudita, che in questo periodo vive un sostanzioso “rimpasto” istituzionale, che dovrebbe portare a breve Mohammed Bin Salman sul trono.
Si è speculato molto sulla natura della permanenza di due settimane da parte di Hariri in Arabia Saudita, dal giorno delle dimissioni (4 novembre) alla partenza per Parigi venerdì scorso. Per alcuni, il suo viaggio a Riad era previsto, funzionale all’organicità di Hariri rispetto alle strategie regionali di Riad, e il cui obiettivo sarebbe l’innesco di una crisi politica e l’isolamento di Hezbollah. Insomma, Hariri sarebbe sostanzialmente complice delle decisioni saudite.
Per altri, Hariri sarebbe una vittima di questi ultimi, che non avrebbero tollerato il suo incontro – il giorno prima delle dimissioni – con un consigliere della Guida suprema dell’Iran a Beirut. Secondo questa interpretazione, Hariri vivrebbe un graduale declino reputazionale in seno alla famiglia reale saudita, che si fiderebbe sempre meno del politico ed imprenditore sunnita e della sua capacità di fare leva sulle dinamiche libanesi. E che lo avrebbe addirittura trattenuto a Riad contro il suo volere, secondo quanto affermano sopratutto il presidente della Repubblica Michel Aoun e il segretario generale di Hezbollah (alleato di quest’ultimo), Hassan Nasrallah.
La delegittimazione di Hariri pone peraltro un paradosso, nella misura in cui mai come in questi giorni di assenza forzata dal Paese, Hariri ha guadagnato consensi popolari (un risultato forse non considerato da Riad). Normalmente tiepida nei suoi confronti – specie se paragonato al padre – la comunità sunnita e anche un buon numero di libanesi hanno invocato il suo ritorno in quest’ultima settimana. La maratona di Beirut, corsa lo scorso week end, si è svolta sotto il banner che chiedeva il ritorno di Hariri in Libano.
Un tale scenario pone in maniera sempre più centrale la questione di chi potrebbe essere, in caso Hariri si facesse da parte – o fosse marginalizzato definitivamente da Riad – il prossimo “uomo forte” della comunità sunnita in Libano, e di riflesso uomo di fiducia di Riad. Il nome più accreditato, ma anche controverso, sembra essere quello di Ashraf Rifi, ex ministro della Giustizia ed ex capo – per otto anni – delle Forze di Sicurezza interna del Paese dei Cedri.
Rifi è un vecchio alleato di Hariri, dal quale ha preso le distanze in modo abbastanza netto proprio lo scorso anno, in seguito all’accordo sottoscritto da quest’ultimo con Hezbollah, che ha portato all’elezione di Aoun come presidente. Nel frattempo si è avvicinato ancor più al fratello di Saad Hariri, Bahaa, che secondo alcuni rumors sarebbe apprezzato più del fratello maggiore sia Riad che ad Abu Dhabi.
La prima rivincita su Hariri, Rifi se l’era presa già a maggio 2016, quando alle elezioni municipali di Tripoli (la roccaforte della comunità sunnita in Libano, e seconda città più popolosa, ndr) la sua lista ha sconfitto sonoramente quella del primo ministro, ottenendo 22 seggi su 24. Nei giorni delle dimissioni di Hariri, Rifi ha molto aumentato il suo attivismo, schierandosi ovviamente con Riad nella disputa regionale con Teheran.
Secondo il Carnegie Middle east center, sono diverse le ragioni per cui la popolarità di Rifi è cresciuta in questi anni. Come capo delle Forze di sicurezza interna del Libano dal 2005 al 2013, Rifi si è costruito la reputazione di uomo delle istituzioni, rafforzata poi dalla nomina a ministro della Giustizia, ruolo ricoperto dal 2014 al 2016.
Nel frattempo, in uno scenario politico in cui sembra mancare il pragmatismo necessario a risolvere i problemi pratici (e atavici) del Paese, come la gestione dei rifiuti e la mancanza di energia elettrica, Rifi ha saputo “vendersi” bene, dichiarandosi in più occasioni disposto a collaborare con “la società civile libanese per cambiare la politica e mettere fine alla corruzione”, e presentandosi come “uomo del popolo”, essendo proveniente da una famiglia umile, in stridente contrasto con l’elitismo del movimento Futuro di Saad Hariri.
Rifi è tuttavia più conosciuto al grande pubblico per la sua storica e decisa opposizione a Hezbollah, al regime siriano e all’Iran. Negli ultimi anni, ogni volta che Hariri mancava di condannare le ingerenze iraniane in Libano, ci pensava Rifi: ed è proprio per quello che ritiene “il dominio di Hezbollah sul Libano” che Rifi si è dimesso da ministro della giustizia del Paese nel 2016.
Rifi ha così potuto inaugurare una retorica antagonista, nella quale si pone in aperto contrasto con quei politici che percepisce come troppo “proni” alle istanze e al protagonismo del Partito di Dio, presentandosi come un “guerriero pronto a sacrificare la mia vita per un ideale”. Oggi Ashraf Rifi è in assoluto il più fermo oppositore di Hezbollah e del presidente Michel Aoun in Libano. Il suo populismo è particolarmente efficace in seno alla comunità sunnita, la cui ostilità verso Hezbollah è aumentata durante l’intervento dei miliziani sciiti in Siria.
Quel che manca a Rifi è un vero endorsement saudita, tutt’altro che probabile al momento, poiché il tema è strettamente legato al “rimpasto” in corso all’interno della famiglia reale. Rifi ha infatti ottime relazioni con Mohammed bin Nayef, principale rivale di Mohammad bin Salman per il trono saudita.
Consapevole dell’ascesa di Mohammed bin Salman, Rifi nelle scorse settimane ha cercato di ingraziarsi il prossimo leader del Regno: prima scrivendo una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite per criticare la condanna della stessa Onu nei confronti della guerra che i sauditi stanno portando avanti in Yemen, e poi appoggiando la proposta di rinominare una via di Tripoli col nome del Re saudita. Nel frattempo, è apparso diverse volte in emittenti televisive filo saudite.
C’è, insomma, il rischio che se Rifi riuscisse a ottenere l’endorsement saudita, allargando nel frattempo la sua base di consenso, la sua retorica possa inasprirsi ulteriormente, rinfocolando pericolosamente la tensione tra sunniti e sciiti. Dal punto di vista pratico, però, essere il leader riconosciuto della comunità sunnita in Libano non è normalmente sufficiente per diventare primo ministro (che secondo il Patto nazionale deve essere sempre musulmano sunnita, ndr), una carica per cui storicamente sono necessari due anni di lunghe consultazioni, che nel caso di Rifi sarebbero forse anche di più.
Dalla prospettiva dei partiti pro-iraniani – Hezbollah, Amal e il Fpm di Aoun – potrebbe rivelarsi quindi conveniente appoggiare lo stesso Saad Hariri, cioè la figura sunnita che oggi – paradossalmente – è meno vicina a Riad, meno di Rifi e meno di suo fratello minore Bahaa, che è tuttora a Riad. (AGI) LBY