Iraq: Kirkuk è una partita di scacchi, e la sta vincendo Teheran

(AGI) – Beirut, 26 ott. – Congelato il risultato del referendum da parte del governo regionale del Kurdistan, riesteso il controllo del governo federale sulle aree considerate contese dalla Costituzione irachena, la questione chiave, in Kurdistan, ora è quanto e come durerà questo equilibrio precario.
A Kirkuk, ed in altre aree contese, i curdi sembrano progressivamente sempre più disillusi rispetto ai partiti principali, sopratutto il PUK e il KDP. Dal canto loro i turkmeni di Kirkuk e Tuz Khormato hanno mostrato un certo grado di coesione nell’opporsi al referendum del 25 settembre scorso, ma rimangono divisi su linee settarie. Da una parte ci sono le Milizie popolari sciite, che proteggono sopratutto i turkmeni sciiti a sud di Kirkuk e a Tuz Khormato, e sono legate all’Iran; dall’altra ci sono i turkmeni sunniti, che fanno riferimento all’Iraqi Turkmen Front, più vicino ad Ankara.
Nel 2014, i turkmeni non riuscirono a mettersi d’accordo sul nome di un candidato unico da porre a capo del Consiglio provinciale di Kirkuk: si tratta di un aspetto importante, perché questo mancato accordo ha permesso che la stessa Kirkuk venisse inclusa dal Governo regionale curdo nei territori soggetti a referendum. Parallelamente, le tensioni tra curdi e turkmeni, sopratutto a Tuz Khormato, si sono via via intensificate con la cacciata dello Stato islamico. Turkmeni sciiti e curdi si sono scontrati più volte negli anni recenti.
Come scrive il giornalista Fazel Hawramy, nell’area c’è una figura chiave da tenere a mente: si tratta del comandante dei pasdaran Haji Ali Eqbalpour, conosciuto a Tuz Khormato col nome di “Mr. Eqbali”. Quando nella città di Chamchamalm, lo scorso 18 ottobre, ad un gruppo di sfollati curdi di Tuz Khormato fu chiesto se l’Iran giocasse un ruolo nella loro città, la risposta è stata: “Il signor Eqbali si occupa dei turkmeni qui”.
Eqbalpour è conosciuto nella regione, essendo un luogotenente locale del comandante delle Forze Quds, Qassem Suleimani, ma sembra che in pochi si spingano a parlarne apertamente. La sua faccia a volte appare sulle pagine Facebook delle milizie popolari sciite, anche se non viene mai fatto il suo nome.
Il 18 ottobre, due giorni dopo che gli iracheni hanno sconfitto i pashmerga a Kirkuk, in una di queste pagine Facebook appare un’immagine che ritrae alcuni leader delle milizie a Kirkuk. Sulla destra dell’immagine, si staglia la figura di Eqbalpour, così come su molte altre foto di comandanti delle milizie, tra cui il celebre Abu Mahdi al Muhandis. La didascalia recita: “Al popolo glorioso di Kirkuk, ci congratuliamo con voi per queste vittorie, che confermano che la provincia di Kirkuk è sotto il controllo e la protezione del governo federale”.
E’ per questo che nei giorni scorsi il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha invitato pubblicamente gli iraniani ad “andare a casa e permettere agli iracheni di riprendere il controllo”. L’affermazione, però, sembra rivelare una dispercezione di fondo da parte degli Stati Uniti sul modus operandi iraniano nella regione. E forse anche sulla figura dello stesso Eqbalpour.
L’ex comandante pashmerga, Nawshirwan Mustafa, racconta in un suo libro che nella primavera del 1988, quando Saddam Hussein – sostenuto dall’Occidente – represse la ribellione curda (usando anche armi chimiche), i pashmerga insieme alle loro famiglie si spostarono sul lato iraniano del confine. In Iran trovano un interlocutore dei Pasdaran, incaricato di occuparsi dei rifugiati giunti dall’Iraq, disseminati nei tanti campi profughi iraniani. L’interlocutore è proprio Eqbalpour, che negli anni seguenti si continuerà a
coordinare con i pashmerga curdo-iracheni, imparando anche fluentemente il curdo.
Nel 1996, quando Barzani chiese aiuto all’esercito iracheno per sottrarre il controllo di Erbil ai rivali del PUK, gli Americani assicurarono a questi ultimi che non avrebbero permesso all’Esercito di Saddam Hussein di entrare in città. Quando l’attacco iniziò, il figlio di Jalal Talabani (leader del PUK) chiese quindi agli ufficiali americani di assicurare la no-fly zone. Gli americani risposero che Saddam non sarebbe entrato a Erbil. Ma i fatti li smentirono: l’esercito iracheno entrò a Erbil, Barzani riprese il controllo e gli statunitensi di stanza nella capitale del governo regionale fuggirono.
Due mesi dopo, furono quindi Eqbalpour e Suleimani ad aiutare il PUK a riprendersi il territorio sottrattogli da Barzani. Da questo genere di azioni concrete deriva, quindi, la fonte dell’influenza iraniana in Iraq.I curdi, così come gli sciiti iracheni, vedono nell’Iran un partner che mantiene le promesse.
Prima del referendum del 25 settembre, Eqbalpour e Suleimani avevano promesso ai curdi che li avrebbero aiutati ad ottenere i loro diritti secondo quanto afferma la Costituzione irachena, se si fossero astenuti dal votare. Se invece avessero preferito votare, le conseguenze sarebbero state immediate. Non a caso un mese dopo, i curdi stanno facendo i conti con la più umiliante sconfitta militare degli ultimi 40 anni, con l’Esercito iracheno a pattugliare Kirkuk.
Tutto ciò, assieme al lavoro di radicamento all’interno di comunità anche contenute come quella dei Turkmeni,  dimostra ancora una volta come gli iraniani abbiano una visione di lungo termine in Iraq, e che la loro influenza è tutt’altro che facile da erodere. Il rischio, però, è che gli interessi di Teheran e Baghdad si scontrino con quelli delle opposizioni dei turkmeni e degli arabi sunniti, e di riflesso con quelli di potenze regionali come la Turchia. (AGI) LBY
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Siria: saranno le tribù le chiavi per la stabilità della Siria orientale?

(AGI) – Beirut, 23 ott. – Parallelamente alla cacciata dello Stato islamico dalla parte orientale della Siria, da settembre le Syrian Democratic Forces e le truppe fedeli al regime di Bashar al Assad hanno iniziato a contendersi le loro zone di influenza. Questo perché la città di Deir Ezzor, per esempio, è in una posizione strategica, vicino al confine con l’Iraq, e il controllo di quest’ultima farebbe la differenza, dopo averla sottratta al controllo di Daesh. Sia le truppe vicine al regime che quelle a guida curda hanno partecipato all’offensiva.
Un aspetto ineludibile per poter controllare la regione di Deir Ezzor è quello della cooperazione con le tribù locali, un processo tutt’altro che scontato, e che aveva interessato anche lo stesso Stato islamico, nei mesi in cui aveva necessità di radicarsi sul territorio.
Secondo un recente rapporto dell’Institute for the Study of War, i russi avrebbero installato un ponte sll’Eufrate, per permettere alle forze lealiste di attraversarlo dopo aver condotto bombardamenti sulle postazioni delle Sdf vicine a Deir Ezzor. Questi bombardamenti sarebbero arrivati all’indomani delle dichiarazioni del Consiglio militare delle Sdf nella città, il quale aveva fatto sapere di voler impedire ai lealisti di attraversare l’Eufrate.
Se in parte le Sdf sono un baluardo contro l’Isis, la loro espansione territoriale di questi mesi sembra anche la testimonianza dell’intenzione degli Stati Uniti di mantenere una propria influenza nella Siria orientale. “Gli Stati uniti non vogliono solo che la regione venga liberata dall’Isis, ma assicurarsi che i miliziani non vi facciano ritorno, come accaduto in Iraq”, spiega ad Al Monitor Bassam Barabandi, autore di un recente paper sulle tribù di Deir Ezzor pubblicato dal Center for a New American Security. Questo piano sembra funzionale al contenimento dell’influenza iraniana, il cui “corridoio sciita” che da Teheran arriva fino a Beirut, passa inevitabilmente per l’ovest dell’Iraq e l’est della Siria.
Chi controlla Deir Ezzor e la regione circostante, quindi, controlla un’area strategica, in un senso o in un altro. E per controllare un’area come quella, la fiducia e la cooperazione dei clan tribali locali diventa fondamentale. Secondo un rapporto di Justice for Life, nella regione di Deir Ezzor ci sono diverse confederazioni tribali. Le più importanti sono la Egaidat – che comprende le tribù dei Bu Kamal, dei Bu Kamil e diverse sottotribù -, la Baggara, la Abeed, e la Sultan.
Con la presa della Siria orientale da parte dell’Isis nel 2014, molti di questi gruppi tribali hanno accolto – o sono stati costretti ad accogliere – i miliziani di Al Baghdadi. La gran parte dei combattenti dell’Isis che provenienti dalle tribù locali ha aderito all’organizzazione per ragioni economiche, in un’area povera. Ragioni economiche oppure anche il timore della coercizione, specie da quando membri importanti di tribù locali come quella dei Bakir o degli Albu Azadeen (facenti parte della confederazioni Egaidat) hanno iniziato a sollecitare i giovani locali ad unirsi a Daesh.
Oggi le tribù di Deir Ezzor si trovano di nuovo di fronte ad una scelta, di chi fidarsi di più tra le forze lealiste e i curdi. Secondo l’esperto Hassan Hassan, alcuni leader militari russi avrebbero già incontrato dei capi tribali locali. Secondo Bassam Baradandi, poi, il regime avrebbe già cooptato Nawaf Bashir, uno dei più importanti sheikh locali, della confederazione dei Baggara, ed ex membro delle opposizioni siriane. Inoltre, alcuni capi tribali sarebbe stato concesso il titolo di membro del Parlamento per garantirsene la fedeltà.
Durante lo scorso decennio, il regime di Assad aveva condotto nelle province orientali una politica opportunistica e rischiosa, basata sul clientelismo, che aveva finito per creare delle nuove leadership interne al contesto tribale, frammentando le tribù e facendo emergere contrasti interni. Questa frattura è stata sfruttata a pieno dall’Isis, che quando è arrivato nell’area ha messo in moto un processo di sostituzione dei leader tribali, promuovendo molti giovani a discapito degli anziani. Oggi rimane il problema di dover ridiscutere questi delicati equilibri, e volgerli a proprio favore.
Ma non sarà facile per nessuno radicarsi a Deir Ezzor: le forze del regime non possono dire di godere di ottima fama qui; gli iraniani – che secondo Barabandi hanno provato senza successo ad ingraziarsi le tribù locali anche provandole a convertire allo sciismo – vengono guardati con forte sospetto, e un dispiegamento di pasdaran in questa area potrebbe portare ad una insurrezione armata e ad un ritorno di Al Qaeda. Sopratutto dopo l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, Deir Ezzor è servita a lungo come crocevia per il jihad nel paese mesopotamico.
D’altra parte, anche i curdi – e di riflesso gli Stati Uniti – non hanno alcuna certezza di poter ottenere il beneplacito delle tribù locali. Lo scorso 23 settembre hanno annunciato la formazione di un consiglio civile di Deir Ezzor ma sembra che le SDF non abbiano alcuna intenzione di permettere l’ascesa di una forte figura araba locale, come dimostrerebbe l’arresto di Ahmad Dahmi, della tribù dei Baggara, che fino a quel momento aveva collaborato con i curdi.
Ciò ha spinto una volta di più la popolazione araba locale ad essere sospettosa nei confronti delle intenzioni dei curdi, da cui in ogni caso sembra non voler essere governata. Questa frammentazione interna, unita alle faide intertribali attivatesi con l’arrivo dell’Isis – che al suo arrivo uccise 700 membri della tribù Shaitat – potrebbe condurre presto ad un nuovo conflitto locale, che le forze del regime o quelle delle Syrian Democratic Forces dovranno cercare di contenere o evitare. (AGI) LBY

Il lungo e difficile cammino dell’Egitto (Ultimo uomo)

http://www.ultimouomo.com/il-lungo-e-difficile-cammino-dellegitto/

 

“Alessandria, finalmente! Alessandria goccia di rugiada. Esplosione di nubi bianche. Sei come un fiore in boccio bagnato da raggi irrorati dall’acqua del cielo. Cuore di ricordi impregnati di miele e di lacrime” (Miramar – Naguib Mahfouz)

 

Dopo le rivolte del 2011 e la caduta di Mubarak, in Egitto i già labili confini tra sport, religione e politica sono divenuti ancora più porosi. «Quando vieni qui, hai subito piena contezza di come il calcio sia parte del tutto, e di come politica e pallone siano totalmente connesse», disse quasi quattro anni fa Bob Bradley, dal 2011 al 2013 allenatore della Nazionale egiziana.

 

Il calcio e la politica, in Egitto

In Egitto si dibatte molto su cosa abbia significato la rivolta egiziana del 2011, in un Paese che con il colpo di Stato del 2013 è tornato sotto il controllo di quell’apparato militare che tutti manifestanti, al di là delle differenze politiche, volevano marginalizzare nella gestione della cosa pubblica. Ma in realtà l’esercito, anche durante il breve mandato di Mohammed Morsi, non ha mai abbandonato il controllo dei centri decisionali e dell’economia.

 

Un’innegabile conquista dei giovani di piazza Tahrir, di cui si è parlato poco, era stata proprio l’appropriazione di quegli spazi pubblici – piazze, palazzi, scalinate, parchi trasformati per la prima volta nella storia del Paese in luoghi del dissenso, di espressione di sentimenti politico-sociali – che prima erano sotto l’eterno ed ingombrante presidio dell’esercito. Anche il calcio è stato investito da questo fenomeno, tanto che nel 2011 a scendere in piazza sono stati anche tantissimi tifosi e ultras dell’Al Ahly, la più vincente squadra del Paese, la cui curva è rimasta uno dei pochi spazi di dissenso nei confronti del regime di Al Sisi.

 

Tutto è iniziato nel 2012, vero e proprio annus horribilis del calcio egiziano. Dopo una sospensione del campionato di tre mesi nel 2011, nel pieno delle rivolte di piazza, il 1 febbraio 2012 allo stadio di Port Said va in scena il derby tra Al-Masry (i cui ultras sono vicini al regime) e Al-Ahly (i cui tifosi parteciparono invece alle proteste nelle settimane precedenti). Nelle ore seguenti alla fine di quella partita, vinta dall’Al-Masry per 3-1, prende forma quello che è conosciuto come “il massacro di Port Said”.

 

I tifosi dell’Al-Masry, armati di pietre, coltelli e altre armi (a quanto pare, con il tacito consenso della polizia) invadono il campo e aggrediscono i tifosi rivali fino all’esterno dello stadio. A fine giornata, i feriti saranno più di 500, i morti 74. Il campionato egiziano viene definitivamente sospeso dopo quel giorno, danneggiando peraltro molti club locali, costretti a vendere anzitempo dei giocatori per sopravvivere. Tra questi c’è anche l’Al-Mokawloon, che vende al Basilea prima Salah e poi El Neny, i due giocatori egiziani più affermati.

 

Come ha scritto James Montague, nel mondo arabo il calcio ha sempre avuto una duplice funzione: strumento utilizzato dai regimi per cementare il nazionalismo e la fedeltà ad esso da una parte, ed elemento di distrazione dalle difficoltà della vita quotidiana dall’altra.

 

L’ex presidente egiziano Hosni Mubarak lo sapeva benissimo: fu lui a mobilitare i media nazionali e, con loro, l’intero Paese al seguito dei “Faraoni” durante le fortunate qualificazioni al mondiale di Italia ’90, l’ultimo a cui ha partecipato l’Egitto. Fortunate, e drammatiche: il match che al tempo permise all’Egitto di garantirsi la qualificazione si disputò il 17 novembre 1989 al Cairo, di fronte a 100.000 spettatori, e vide il successo per 1-0 sull’Algeria. La partita viene ricordata come “la battaglia del Cairo” ma in questo caso la metafora bellica non ha nulla a che vedere con l’epica sportiva perché quella che si scatenò in campo e sugli spalti alla fine del match fu una battaglia in senso letterale, durante la quale il medico sociale dell’Egitto perse addirittura un occhio. Il suo carnefice è stato la leggenda del calcio algerino (pallone d’oro africano nel 1981) Lakhdar Belloumi (che ha sempre negato ogni responsabilità) e nei confronti del quale fu emesso addirittura un mandato d’arresto internazionale, annullato solo anni dopo.

 

A distanza di vent’anni esatti, per le qualificazioni ai mondiali del 2010 al Cairo arrivò di nuovo la nazionale algerina: i media egiziani, su stimolo questa volta del presidente Mubarak, dipinsero la partita né più né meno come una guerra. Il canale francese Canal+ riprese, poco prima del match, il bus algerino mentre fu attaccato dai tifosi egiziani, che arrivarono a ferire alcuni giocatori.

 

Il gol del 2-0 per l’Egitto, siglato al novantaseiesimo minuto da Emad Moteab, scatenò il finimondo allo stadio, e prevedibili scontri all’esterno, in cui decine di tifosi algerini vengono aggrediti e alcuni forse uccisi (il ministero della Salute egiziana ha però sempre negato). Nei giorni seguenti si sfiorò ripetutamente la crisi diplomatica: ad Algeri vennero attaccate da alcuni vandali prima una filiale della Egypt Air e poi il quartier generale della Djezzy, una sussidiaria locale del gruppo egiziano Orascom.

 

A fine partita Egitto e Algeria si ritrovano a pari punti, con la stessa differenza reti generale e negli scontri diretti (3-1 e 0-2). Bisogna giocare il match decisivo – che molti, senza indulgere in particolari metafore, definiscono “il match della morte”– in campo neutro. Viene sorteggiata Karthoum, capitale del Sudan.

 

Le imponenti misure di sicurezza (15.000 poliziotti, scuole e uffici pubblici chiusi in anticipo) non riescono però a evitare gli incidenti – stavolta viene attaccato il bus egiziano, senza però provocare feriti. Il presidente del Sudan, Omar al Bashir (sul quale pende un mandato d’arresto internazionale per genocidio e crimini di guerra) finisce a fare da mediatore al palazzo presidenziale tra le controparti egiziane e algerine.

 

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Foto LaPresse / Xinhua.

 

Alla fine vince l’Algeria per 1-0, davanti a 50mila spettatori, che va al Mondiale in Sudafrica. L’Egitto rimane a casa, ancora una volta. Il primogenito di Mubarak, Alaa, in un’intervista telefonica concessa alcuni giorni dopo, dichiara: «Siamo egiziani e teniamo la testa alta, chiunque ci insulta dovrebbe essere preso a schiaffi». Gli fa eco il padre, che promette di «vendicare l’umiliazione subita dai nostri connazionali all’estero». Ci vorrà qualche settimana e una serie di incontri tra rappresentanti diplomatici per riportare la situazione ad una relativa normalità.

 

Quattro anni dopo, per le qualificazioni al mondiale del 2014, l’Egitto verrà eliminato invece dal Ghana, subendo una sconfitta addirittura per 6-1 fuori casa, all’andata (i “Faraoni” avranno l’amara consolazione di vincere l’inutile ritorno, per 2-1).

 

L’importanza di Alessandria

Stavolta, invece, l’Egitto, sotto la guida di Hector Cuper, ce l’ha fatta. E non poteva che essere Alessandria il luogo dove gli egiziani sarebbero tornati a gioire tutti per la stessa ragione: aver raggiunto una qualificazione ai Mondiali che mancava da 28 anni, grazie al 2-1 sul Congo, arrivato per giunta all’ultimo minuto. Ventotto anni di ambivalenza emotiva, in cui i “Faraoni” hanno alzato per ben 4 volte la Coppa d’Africa (sono la Nazionale africana che ne ha vinte di più, con 7 successi), senza mai riuscire però ad accedere alla Coppa del Mondo.

 

Alessandria d’Egitto è il luogo in Egitto dove le cose accadono, praticamente da sempre. Perché se il Cairo è il cervello del Paese, il centro del potere militare che ha governato sin dalla caduta del Regno di Faruq nel 1952, Alessandria ne è la sua storica culla culturale, il suo laboratorio politico più vivace. La sua pancia, anche geograficamente parlando, con un fianco esposto al Mediterraneo e all’Europa, e un altro rivolto verso il delta del Nilo e le profondità dell’Egitto rurale.

 

Qui, più di due millenni fa, Eratostene provò a calcolare la circonferenza della Terra, sbagliandosi di “soli” 650 km; qui sorse la prima grande biblioteca sul mondo antico, senza la quale probabilmente oggi non avremmo i lavori di Omero, Platone e Aristotele; qui il sapere ellenistico e quello egizio sono arrivati a compenetrarsi, influenzando poi sia l’Europa che la civiltà islamica. Alessandria è stata la prima vera città cosmopolita del mondo.

 

Alessandria è stata anche la città in cui è stato gettato il primo seme della rivolta del 2011. Era il 6 giugno 2010 quando il blogger Khaled Mohammed Saeed venne prelevato dalle forze di sicurezza in un bar e picchiato a morte. Le foto del suo volto sfigurato furono la miccia delle proteste che inizieranno solo qualche mese dopo.

 

Lunedì 9 ottobre, invece, Alessandria attendeva.

 

Le sembianze dell’attesa

È evidente che gli egiziani, potendo, avrebbero giocato Egitto-Congo con la regola del golden gol, tanto era l’attesa e la voglia di andare ai Mondiali russi dell’anno prossimo. Al 62′ del secondo tempo El Neny, dalla linea del fallo laterale, lancia un pallone in area verso Salah. Il difensore congolese salta fuori tempo e spizza la palla di testa allungandone involontariamente la traiettoria, tagliando fuori il raddoppio di un suo compagno. Salah si gira di centottanta gradi mentre la palla è in aria, e senza perdere velocità la stoppa a seguire di destro. La sfera sembra scappargli via, ma l’ala del Liverpool riesce comunque ad anticipare l’uscita del portiere Barel Mouko, portando in vantaggio l’Egitto.

 

Lo stadio esplode e si riversa sul campo di gioco, nonostante manchi ancora mezz’ora al fischio finale. L’intero staff egiziano corre ad abbracciare Salah, assieme a diversi tifosi, che avrebbero pagato di tasca propria per far finire il match in quel momento. Il gioco riprende più di due minuti dopo, quando Salah riemerge dall’abbraccio collettivo e il telecronista Methaat Shalabi finisce di rendere lode a lui e ad Allah.

 

 

 

Nei venti minuti successivi la pigra manovra congolese si infrange sulla resistenza egiziana, con la squadra di Cuper che in un paio di occasioni aveva anche avuto la possibilità di raddoppiare in ripartenza. E invece a 3 minuti dalla fine arriva il pareggio di Bouka, come uno schiaffo a un bambino che non ne capisce il motivo. Dopo aver segnato l’autore del gol incita i suoi senza troppa convinzione mentre torna al centro del campo. Poi ricompone le rughe del viso, la cui espressione nel fermo immagine si presta a diverse interpretazioni. Sembra quasi aver paura delle conseguenze di ciò che ha appena fatto.

 

Il gol del Congo lascia sullo stadio un velo di brusio perpetuo, fatto di pianti, imprecazioni, bestemmie. Il telecronista cerca di scacciare i fantasmi e ricomporre l’incantesimo, ripetendo “maaleish, maaleish, maaleish, maaleish”: non fa niente, non fa niente, non fa niente, non fa niente. Lo ripete altre volte anche quando il gioco è ripreso, mentre continua a maledire la sorte.

 

Per i successivi due minuti l’Egitto sembra frastornato, incapace di portare colpi al suo avversario. Potrebbe crollare da un momento all’altro. La reazione nel finale di partita, infatti, è esclusivamente nervosa.

 

Mahmoud (detto Trezeguet), che ha delle responsabilità per il pareggio del Congo, decide di prendersene di speculari, e nel giro di cinquanta secondi finisce per reclamare tre rigori ai suoi danni, stabilendo probabilmente un record. Prima salta un uomo sulla sinistra, si accentra, chiede l’uno due ad Abdel Shafi e viene atterrato vicino all’area piccola, prima che la difesa del Congo spazi in fallo laterale.

 

Il rigore forse potrebbe starci ma l’arbitro non fischia. Il gioco va avanti e in area dieci secondi dopo spiove un’altra palla, che Trezeguet stoppa di petto all’altezza del dischetto: il pallone si alza e Mayembo, difensore del Congo, lo sovrasta, prendendo la palla e poi finendogli addosso. Gli egiziani iniziano a chiedere il rigore per qualunque contatto in area. La situazione emotiva nello stadio ormai è precipitata: il telecronista sembra sul punto di esplodere di rabbia, e con lui il pubblico.

 

L’azione continua: dopo l’intervento di Mayembo, la palla viene alzata a campanile di fronte l’area congolese. Il neo entrato Ndockyt prova a controllarla ma sbaglia lo stop, facendola schizzare sui piedi di Hegazy, sul vertice sinistro dell’area. Il ventiseienne centrale di Ismailia ha un passato da centrocampista e piedi più che discreti: quando gli arriva la palla non la stoppa, si gira su se stesso di novanta gradi e la lascia scorrere sul sinistro. Il pallone sta atterrando sul dischetto, nei pressi di Beranger Idoua, che non si accorge che gli sta passando davanti Trezeguet, che abbatte nel tentativo di anticiparlo. È rigore, come certificato anche dal takbeer (cioè l’atto di gridare “Allah akbar”), ripetuto sette volte dal telecronista egiziano, che non contempla nemmeno la possibilità che l’Egitto quel rigore lo sbagli.

 

 

Un minuto e mezzo dopo, sgomberato il campo dagli intrusi, rialzatisi i tanti giocatori egiziani che si erano genuflessi al suolo per ringraziare la Divina provvidenza, anche Methaat Shalabi prova a tornare in se: «Oh Signore, è rigore, oh signore è rigore, è rigore», ripete mentre Salah sistema il pallone sul dischetto. Poi lo accompagna con la basmala (un’invocazione che i musulmani pronunciano prima di compiere un’azione, di iniziare un discorso pubblico, di scrivere un testo): «Nel nome di Dio, il clemente, il misericordioso…». Salah parte, calcia, spiazza il portiere e manda l’Egitto ai Mondiali. Il campo viene invaso nuovamente, stavolta in modo massiccio, anche se manca più di un minuto alla fine.

 

La voce di Shalabi si fa più debole, lontana, e viene sommersa dalla commozione: sembra quasi che stia chiedendo perdono per qualcosa, implorando pietà. Non si capisce nemmeno se il telecronista sia solo nella sua postazione o se stia abbracciando qualcuno a portata di mano.

 

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Foto di Tarek Abdel Hamid/AFP/Getty Images.

 

L’annunciatrice dello stadio, Inas Mazhar, rimane in silenzio, sopraffatta dalle sue stesse lacrime: «Tutti piangevano: i giocatori, lo staff, gli ufficiali delle forze di sicurezza», racconta alla Cnn. «Il nostro paese, l’Egitto, il nostro amore, l’Egitto», intona commosso Shalabi durante i festeggiamenti che iniziano non appena l’arbitro fischia la fine.

 

L’incredibile carriera di El Hadary

Il primo eroe di questa impresa è Essam El Hadary, che potrebbe essere il padre di quasi tutti i giocatori della rosa egiziana. Con Ramadan Sobhi, il giocatore più giovane in rosa, ci sono quasi 24 anni di differenza. Con il secondo giocatore più vecchio dopo di lui – il secondo portiere, Sharif Ekramy – passano precisamente dieci anni.

 

Essam el Hadary, nato nel villaggio di Kafr al Battikh, nei pressi di Damietta, pochi mesi prima della guerra dello Yom Kippur che gli arriverà fin sotto casa, compirà 45 anni fra tre mesi. Le gioie e le delusioni dell’Egitto dal 1990 in poi, lui le ha vissute tutte. Quando i “Faraoni” si qualificavano a Italia ’90, ed El Hadary si affacciava al calcio professionistico, quasi nessuno dell’undici titolare che ha battuto il Congo era ancora nato. In Russia sarà il giocatore più vecchio ad aver mai disputato un Mondiale. E non è detto nemmeno che si fermi, se dovesse decidere di dare ascolto alla profezia dell’amico e attuale preparatore dei portieri dell’Egitto, Ahmed Nagui, secondo il quale El Hadary smetterà dopo i cinquant’anni.

 

La mimica facciale di El Hadary è unica: i suoi occhi sembrano dei solchi, le sue rughe incisioni di scalpello. Prima del match col Congo, canta l’inno nazionale come se gli avessero affidato un microfono, scandendo tutte le parole a voce altissima. «Egitto sempre nel mio cuore», si legge sul suo sito web, che non è aggiornato da più di cinque anni.

 

Quando era piccolo, El Hadary ha dovuto superare le resistenze del padre per intraprendere la carriera di calciatore (una storia abbastanza comune in Egitto). Hajj Kamal El Hadary aveva un piccolo negozio con cui manteneva la famiglia, e sin da quando Essam è piccolo gli ricorda che deve studiare, finire la scuola e andare all’Università, se possibile. Non vuole che suo figlio passi la sua vita senza prospettive, a gestire una piccola attività commerciale che non gli permetterebbe nemmeno di trasferirsi in una città più grande.

 

Essam è d’accordo col padre: non vuole passare nemmeno lui tutta la vita in un chiosco. Ma la sua soluzione non è lo studio, ma il calcio, che invece il padre considera una perdita di tempo. Nasce un conflitto dai contorni aspri, in parte teatrali, tra un padre che pensa a un futuro più sicuro per il suo unico figlio e quest’ultimo che invece insegue il più classico dei sogni infantili. Da piccolo Essam gioca in una squadra locale di Kafr al Battikh, preferendo gli allenamenti ai compiti a casa. In quel periodo, ogni volta che torna a casa dal campo, il padre ritualizza il suo disappunto, bruciandogli davanti agli occhi la divisa d’allenamento.

 

 

Il padre lo vuole ingegnere e fa pressioni perché Essam si iscriva ad un liceo di indirizzo agrario. Anche in questo caso Essam è d’accordissimo, ma solo per convenienza: il liceo in questione, infatti, è noto perché ha la miglior squadra di calcio giovanile della cittadina. Poche settimane dopo essersi iscritto, El Hadary diventa il loro portiere, e da quel momento non uscirà mai più dai pali.

 

Nel calcio provinciale El Hadary è fuori categoria già da giovanissimo, e lo dimostra il fatto che non è solo il miglior portiere di Kafr el Battikh, ma anche il principale marcatore della sua squadra. La leggenda, narrata nella sua biografia, racconta di diversi gol segnati direttamente su rinvio dalla sua area. L’unica certezza che possiamo avere è il suo rinvio, molto potente anche oggi. In meno di un anno i responsabili della sua squadra lo aiutano a entrare a far parte del settore giovanile del Damietta, la squadra più importante della zona.

 

Il padre, quando capisce che il figlio non intende fare l’università, cerca di ostacolarlo in tutti i modi, negandogli addirittura i soldi per pagare il bus che lo dovrebbe portare agli allenamenti in città, a sette chilometri da casa. Ma El Hadary ha una volontà di ferro e decide di coprire in corsa la distanza che separa casa sua dal centro d’allenamento di Damietta. El Hadary è sempre stato un atleta straordinario, con un fisico ancora oggi sopra la media per un uomo quasi più vicino ai cinquanta anni che ai quaranta, e papà Kamal dovrà arrendersi.

 

In pochi mesi El Hadary viene promosso a 18 anni titolare della prima squadra del Damietta (Serie B egiziana). Si fanno avanti alcune squadre di prima divisione ma El Hadary decide di rimanere nella sua città, vincendo il premio di miglior portiere della seconda serie. Nel 1994-1995 il Damietta viene promosso in Serie A.

 

Nel 1994 El Hadary incontra il tecnico olandese Nol de Ruiter, da pochi mesi è allenatore della Nazionale egiziana, che decide di andarlo a vedere una partita del Damietta contro il Port Fouad, in seconda serie, dopo aver sentito parlare di lui. La prestazione è straordinaria e El Hadary diventa di lì a poco il primo e unico portiere della storia egiziana a essere convocato in Nazionale mentre gioca ancora in Serie B. Ma per esordire dovrà aspettare comunque due anni, perché davanti a lui ci sono Thabeet al Batal ed Ekramy Al Shahat (padre di Sherif Ekramy, oggi secondo di El Hadary in Nazionale). Nel 1996 – l’anno in cui si trasferisce nell’Al Ahly, una delle più importanti squadre egiziane, dove totalizzerà oltre 400 presenze in dodici anni di permanenza – ottiene il posto da titolare, e non lo lascerà più.

 

Quando Salah segna il rigore decisivo contro il Congo, El Hadary è visibilmente il più emozionato e non potrebbe essere altrimenti. Corre fuori di sé verso una telecamera a bordo campo e ci infila la testa dentro. A fine partita, è il primo ad arrampicarsi sulla transenna che separa il campo dai tifosi, dove arringa la folla come un capo ultrà. Poi si sposta sulla traversa, dove rimarrà appollaiato a cantare per mezz’ora, circondato da ragazzi a cui potrebbe dare la paghetta settimanale.

 

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Foto di Tarek Abdel Hamid / Getty Images.

 

 

El Hadary ha avuto una carriera legata quasi totalmente all’Egitto anche a livello di club. Nel corso della sua vita El Hadary ha ricevuto offerte dalla Turchia (Besiktas) e dall’Inghilterra (Stoke City, Hull City) ma alla fine – complice anche la reticenza a farlo partire dell’Al Ahly – è rimasto in Egitto fino a tarda età. La prima esperienza all’estero l’ha fatta a 35 anni, nel Sion, dopo un trasferimento molto discusso dall’Al Ahly, che lo ha addirittura multato. L’avventura in svizzera dura un solo anno, dopo il quale El Hadary tornerà in Egitto, prima all’Ismailia, poi allo Zamalek. Nel 2011 giocherà due anni in Sudan, nell’Al Merreikh, uno dei club più antichi d’Africa, per poi tornare in Patria nel Wadi Deghla. Dall’anno scorso difende i pali dell’Al-Taawoun, in Arabia Saudita, diventando il primo portiere straniero a vestire una maglia nella massima serie della monarchia del Golfo.

 

Uno degli aspetti più sorprendenti di El Hadary, al di là del mantenimento fisico, è il fatto che sia riuscito a sopravvivere nel calcio contemporaneo nonostante la tecnica da autodidatta. Per certi versi si vede che si è formato negli anni ’90, con una tendenza a respingere molto di pugno e un certo gusto per i rinvii lunghi. Ma ci sono degli aspetti del suo gioco anche molto moderni, come una marcata predisposizione all’uscita, sia con le mani che con i piedi. El Hadary, in questo senso, è più sweeper che keeper, ma il suo tempismo rimane comunque fondamentale per una squadra che a volte tende a difendersi molto alta. Anche nella partita contro il Congo El Hadary ha messo la sua firma, con due interventi di istinto quasi dalla stessa porzione di area egiziana, quando il punteggio era ancora sullo 0-0.

 

Non è quindi solo una questione di esperienza, carisma o leadership: El Hadary è ancora il più forte portiere egiziano in circolazione, con un ottimo controllo dello spazio, una reattività fuori dal comune e un’attenzione maturata dal tempo, che gli permette di commettere meno errori rispetto a qualche anno fa. Nel 2012, dopo un Egitto – Costa d’avorio in cui l’allora 39enne prese di tutto, Didier Drogba dichiaròsenza mezzi termini: «El Hadary è il miglior portiere che abbia mai incontrato».

 

Salah, l’eroe nazionale

L’immagine più iconica di Egitto-Congo è quella che ritrae, con una inquadratura strettissima, gli occhi concentrati e impazienti di Mohammad Salah, mentre sta per calciare il rigore del 2-1. Se l’Egitto non avesse vinto, invece, l’immagine scolpita nell’immaginario sarebbe stata quella di Salah che crolla con le ginocchia al suolo, poco dopo il pareggio del Congo.

 

E questo perché Salah è già oggi una leggenda del calcio egiziano, per i risultati raggiunti in grandi  squadre europee e per i gol segnati in Nazionale. Salah con la maglia dell’Egitto ha segnato 32 gol in 55 partite, rendendolo a 25 anni il quinto marcatore della storia egiziana (con una media gol migliore dei quattro che lo precedono, che hanno totalizzato il doppio o il triplo delle presenze).

 

L’importanza di Salah per gli egiziani, che ormai lo venerano con un vero e proprio culto della personalità, ha raggiunto un tale livello d’astrazione che ormai prescinde dalla reale qualità delle sue prestazioni. Come ha scritto Tom Goodyer, Salah l’idea è sempre più importante di Salah il giocatore. Il giorno dopo la qualificazione, il governatore di Gharbiya, Ahmed Sakr, ha deciso di cambiare il nome della Bassioun Industrial School – che Salah ha frequentato da piccolo – in Mohammad Salah Industrial School.

 

La figura di Salah, in questo senso, si è inserita in un momento di grande disillusione da parte del pubblico egiziano. La corruzione, l’instabilità politica e la precarietà sociale di questi anni sono in parte la cartina di tornasole di una prolungata assenza, nella società egiziana, di figure universali, non polarizzanti, che fossero in grado di porsi al di sopra delle divisioni settarie e politiche che hanno dilaniato il Paese. Insomma, l’assenza di eroi nazionali, che per definizione sono percepiti sempre come qualcosa di superiore a quello che realmente sono, facendo sì che l’idea di loro soppianti la realtà. In Egitto, poi, le celebrità godono storicamente di un credito che in altri Paesi non concedono.

 

L’adorazione degli egiziani nei confronti di Salah ha molto a che fare col desiderio di evasione di cui il calcio è vettore. Pur essendosi esposto alcune volte in passato dal punto di vista politico – ad esempio scegliendo il numero 74, come le vittime di Port Said, quando giocava nella Fiorentina – Salah oggi si pronuncia raramente sulla situazione nel suo Paese, che è molto sensibile alla differenza di opinioni politiche.

 

Salah non arringherà mai la folla come fece Drogba (che invocò la fine della guerra civile nel suo Paese) ma nonostante questo è impossibile non dare una valenza in qualche modo politica ad una figura unificante come quella di Salah, dal momento che la politica è, alla sua radice, la gestione dei rapporti tra le persone.

 

In un paese che sembra incapace di risolvere le proprie fratture politiche senza ricorrere alla violenza, l’immagine vincente di un campione affermato come Salah che segna il rigore decisivo all’ultimo minuto è esattamente quello che serve al regime di Al Sisi per unire il paese all’insegna di un patriottismo semplicistico ma indubbiamente coinvolgente. In questo senso, Alessandria è stata la cornice perfetta, da un punto di vista simbolico e storico, per un entusiasmo troppo grande e atteso per poter essere contenuto. Il teatro di una storia di emozione collettiva rispetto alla quale i versi iniziali di Mahfouz, se lievemente parafrasati, potrebbero essere l’esergo: Egitto, finalmente!

Iraq: l’Isis torna alla guerriglia dopo la perdita di Raqqa?

(AGI) – Beirut, 19 ott. – Con la ripresa di Raqqa da parte delle Syrian Democratic Forces, l’Isis ha perso la sua capitale, oltre a gran parte del territorio che controllava. Dopo la proclamazione del Califfato a metà del 2014, lo Stato islamico governava di fatto su un’area che corrisponde più o meno all’estensione dell’Austria. Oggi l’area in cui è presente si riduce ad una serie di distaccamenti isolati, all’interno di un’area perlopiù desertica.
Sconfitta sul campo che non necessariamente significa la fine del Califfato. Ufficiali dell’Intelligence di paesi occidentali e anche arabi sono infatti convinti che l’Isis sia in procinto di cambiare forma, o meglio di tornare in qualche modo al passato, tornando a ricorrere alla guerriglia su larga scala, forte comunque di una capacità di reclutamento potenzialmente illimitata nel tempo e nello spazio.
D’altronde, un fatto è certo: l’Isis – come per certi versi Al Qaeda nel momento di massimo “fulgore” – non ha alcun bisogno di controllare delle porzioni di territorio per fungere da fonte di ispirazione per migliaia di lupi solitari in giro per il mondo, accecati dall’estraniante propaganda telematica e pronti a compiere azioni terroristiche nel nome del Califfato. Prima di tutto in Iraq, dove il Califfato è nato, e poi nel resto del mondo.
“E’ abbastanza chiaro che stiamo facendo i conti con una intensa minaccia terroristica. La minaccia è multidimensionale, evolve rapidamente, e potrebbe operare su una scala e ad un ritmo mai visto prima”, ha detto martedì scorso in un discorso pubblico Andrew Parker, direttore dell’MI5.
Ad avvalorare questa ipotesi c’è un discorso di un anno fa di Abu Muhammad al Adnani, ex portavoce dello Stato islamico, ucciso da un drone americano ad agosto 2016, il quale invitava i seguaci del Califfato nel mondo a “continuare combattere come se apparteneste ad una agile organizzazione di guerriglia, anziché ad un colosso burocratico (come in parte era diventato il Califfato da quando governava dei territori, ndr)”.
“La vera sconfitta sta nella perdita della volontà di combattere”, diceva Al Adnani. “Verremo sconfitti, e voi sarete vittoriosi, solo nel caso in cui riusciate a rimuovere il Corano dai cuori dei musulmani”, aveva concluso rivolgendosi all’Occidente.
Quando gli americani si ritirarono dall’Iraq nel 2011, era opinione diffusa nei servizi segreti americani che gli uomini a disposizione dello Stato islamico dell’Iraq – predecessore o embrione di quello che poi diventerà l’Isis – non fossero più di settecento. Troppo pochi per considerare il gruppo una minaccia di un certo rilievo. E lo testimonia il fatto che in quell’anno, la ricompensa promessa da Washington a chiunque ne catturasse il capo scese da 5 milioni di dollari a centomila.
Nel corso degli anni Daesh ha attratto tra le sue fila circa 25.000 combattenti da 100 paesi diversi, secondo le Nazioni Unite. Oggi l’Isis dovrebbe avere ancora almeno 6000 uomini tra Iraq e Siria – secondo le stime della coalizione a guida americana -, che è comunque un numero di otto volte superiore rispetto a quello del 2011. E a prescindere dalla quantità di territorio controllato, le sue idee, la sua macchina propagandistica, il suo “brand”, sono più vivi che mai, come sostiene anche il ricercatore del Middle east Forum, Aymenn al Tamimi.
Solo nel 2017, l’Isis ha rivendicato (o messo il “cappello”) su tre attentati in Gran Bretagna (37 morti totali), l’attentato di capodanno a Istanbul (39 morti), e altri attacchi in almeno altri sette paesi. Non appena ha perso il controllo di Mosul, l’Isis ad agosto ha organizzato l’attentato di Barcellona, in cui sono rimaste uccise 13 persone. C’è poi l’evoluzione dei “distaccamenti” dell’Isis in Africa e in Asia centrale e orientale. (AGI) LBY

Islam: il dibattito politicizzato sui “vichinghi musulmani”

(AGI) – Beirut, 18 ott. – Non sarebbero caratteri arabi, e non ci sarebbe scritto nessun “Allah”, sui paramenti funebri vichinghi ritrovati in alcune tombe da Annika Larsson, ricercatrice dell’Università di Uppsala. Alcuni esperti, tra cui Stephennie Mulder, professore di storia e architettura islamica all’Università di Austin, hanno escluso la possibilità che sui paramenti ci siano simboli musulmani, una scoperta che avrebbe cambiato la nostra percezione della storia e delle influenze culturali sull’Europa.
Ispezionando degli indumenti femminili da sepoltura ritrovati in alcune tombe a a Gamla Uppsala, Annika Larsson aveva notato alcuni simboli geometrici. Li aveva poi paragonati con alcuni disegni simili iscritti su una fascia di seta ritrovata in un’altra tomba del decimo secolo nei dintorni di Birka, in Svezia, rendendosi conto che i simboli ritrovati – e ricorrenti in entrambe le stoffe – altro non erano che caratteri arabi, in stile cufico, recanti la parola “Allah”. Ovviamente nei giorni scorsi tutti i principali media mondiali hanno ripreso la notizia di quella che sarebbe una scoperta incredibile.
Ora, però, specialisti in arte e architettura islamica spiegano che potrebbe trattarsi di un buco nell’acqua. Stephannie Mulder sostiene anche che la tendenza a credere che i vichinghi potessero essere stati musulmani sia stata alimentata da motivazioni politiche, e cioè dalla volontà di contraddire la narrazione dei suprematisti bianchi, che spesso ricorrono ed esaltano il simbolismo vichingo. “Tutti desiderano una contro narrazione rispetto a quella dei suprematisti”, spiega la Mulder.
Non è raro che questi ultimi si approprino dei simboli vichinghi, che secondo loro sono l’incarnazione storica della razza bianca pura. A Charlottesville, per esempio, i neo nazisti spesso sorreggono dei banner con le rune vichinghe. Ovviamente, l’idea che i vichinghi potessero essere musulmani costituisce una sorta di sacrilegio per loro. Stephannie Mulder ha utilizzato Twitter per smentire la scoperta della Larsson, riassumendo la sua argomentazione in tre punti principali.
Anzitutto, il tipo di grafia araba che la Larsson afferma di aver indentificato – arabo cufico – non risulta che fosse utilizzata nel decimo secolo, ma almeno 500 anni più tardi. In secondo luogo, se assumessimo che si tratti di arabo, la scritta non reciterebbe “Allah”, bensì “Illah”, una parola priva di significato. Al posto della “Alif” (la lettera con cui si indica la “A” in arabo) ci sarebbe infatti una “lam”, cioè la “L”, in caratteri latini. Infine, la parte finale della parola “Allah” non sembra esserci sul paramento, ma è bensì ciò che la Larsson immagina essere stato nel frammento mancante.
Anche secondo l’esperta di tessuti Carolyn Priest-Dorman la ricostruzione della Larsson è infondata, anche perché la banda con le iscrizioni non sarebbe potuta essere più lunga (così da includere la fine della parola “Allah”), se si considerano i suoi bordi stretti.
Anche secondo il professore di Storia islamica dell’Università della Pennsylvania, Paul Cobb, la scoperta non ha valore. Cobb ricorda che i contatti tra mondo islamico e mondo vichingo sono già cosa nota, e furono il frutto di viaggi e commerci nel corso dei decenni. Ma non risulta che i vichinghi fossero musulmani o usassero iscrizioni arabe sui sudari e gli indumenti da sepoltura.
A sua volta, Cobb parla della suggestione indotta da questa presunta scoperta: “la gente desidera che quello sul paramento sia arabo, perché ciò avvalora l’idea di un’Europa più inclusiva. Questo ovviamente contraddice i suprematisti, che vedono i vichinghi come i difensori dell’Europa dalle invasioni extracontinentali, una cosa assolutamente lontana dalla realtà. I vichinghi diedero vita ad una delle società più internazionalizzate del Medioevo”, conclude Cobb.
Anche per questo motivo, l’ipotesi che quelle scritte siano in arabo non significherebbe necessariamente che i vichinghi siano stati musulmani, bensì avvalora l’idea della loro curiosità e dei loro contatti con altri popoli. La Mulder fa un esempio efficace: “se anche fosse vero che i vichinghi avevano iscrizioni arabe su alcuni loro indumenti funerari, potrebbe essere una questione di prestigio: è come se oggi una persona comprasse un profumo con su scritto ‘Parigi’. Baghdad era la Parigi del decimo secolo. Era glamour, vibrante. Probabilmente, per un vichingo, ‘arabo’ faceva rima con ‘cosmopolitismo”. (AGI) LBY

Siria: recap sui protagonisti della guerra

(AGI) – Beirut, 18 ott. – La guerra in Siria, iniziata come una grande protesta anti-governativa nel marzo 2011, trasformatasi dopo le repressioni in un conflitto civile e sfociata in una guerra regionale che vede la partecipazione di diversi attori internazionali, statali e non statali, dura ormai da quasi sette anni.
Il conflitto ha prodotto mezzo milione di vittime e ha reso sfollata più della metà della popolazione siriana. Con la riconquista di Raqqa da parte delle Syrian Democratic Forces, con la copertura aerea statunitense, lo Stato islamico ha perso la sua capitale, così come almeno tre quarti del territorio che controllava tra Siria e Iraq nel 2014, anno della proclamazione del Califfato. Oggi Daesh controlla un’area perlopiù desertica a cavallo tra Siria e Iraq, oltre ad avere altre piccole enclavi, sopratutto nell’area del Golan.
Se alcune parti della Siria sono tornate ad una situazione di relativa tranquillità, sotto il controllo dell’Esercito del regime di Assad, non si può certo dire che il paese levantino sia stato ricondotto sotto il controllo del regime. I protagonisti in campo sono molti, e gli interessi dei diversi attori non sempre convergenti.
Oggi in Siria il regime, sostenuto sopratutto dai russi, che hanno una base navale a Tartous e diversi distaccamenti militari nelle principali città, controlla più o meno saldamente la direttrice Damasco-Aleppo (qualcuno l’ha definita la “Siria utile”), con quest’ultima riconquistata alla fine dello scorso anno.
Da ormai più di tre anni, un contributo fondamentale alle operazioni di terra del fronte pro-Assad lo hanno fornito le milizie sciite filo iraniane di Hezbollah, prima nelle città di confine tra Siria e Libano e poi anche nella battaglia di Aleppo, dove alcuni media hanno parlato senza mezzi termini della “vittoria di Hezbollah”. Sarebbero circa 8000 gli uomini del Partito di Dio impiegati finora nei diversi fronti.
Di Hezbollah non ne esiste solo una: c’è anche Hezbollah al Nujaba, un altro gruppo paramilitare filo iraniano nato Iraq e sotto i comandi di Abu Mahdi al Muhandis, che dopo aver partecipato ad alcune battaglie in Iraq (quella di Tikrit, di Baji, di Jurf Assakhar, di Amerli e di Salahuddin) ha preso parte anche all’offensiva su Aleppo. Gli Hezbollah rispondono sopratutto al generale iraniano Qassem Suleimani, che guida le Forze Quds, cioè i pasdaran d’elite impegnati nelle operazioni all’estero.
In generale, le milizie di Hezbollah in particolare, così come le altre milizie paramilitari filo iraniane disseminate tra Siria e sopratutto Iraq, hanno svolto le veci di fanteria del fronte pro-Assad, sopratutto a partire dal 2014, con l’Esercito lealista via via sempre più indebolito da defezioni e mancanza di fondi.
L’Hezbollah libanese ha vinto delle battaglie importanti volte anche a securizzare il poroso confine libanese: quella di Qusayr e quella del Qalamoun, a cui si aggiunge anche la recente offensiva – condotta con l’Esercito libanese – su Arsal, cittadina libanese al confine siriano, in cui dal 2014 si era insediato l’Isis, in una dinamica simile a quella che portò alla conquista di Mosul (anche ad Arsal l’Esercito libanese fu colto di sorpresa e quasi 30 soldati furono rapiti e tenuti ostaggi per più di due anni). Anche nei dintorni di Damasco, per esempio nell’offensiva su Zabadani, il ruolo di Hezbollah è stato di primo piano.
L’offensiva del regime ha subito una accelerata nel settembre 2015, cioè da quando i russi sono intervenuti direttamente nel conflitto, fornendo copertura aerea alle truppe governative siriane, coordinate a terra spesso da generali iraniani.
Quasi un terzo della Siria – il nord del Paese – è poi sotto il controllo delle Syrian Democratic Forces, composte da arabi e sopratutto da curdi delle Ypg (a cui si aggiungono anche distaccamenti del Pkk, secondo alcune fonti), e sostenute dai raid aerei americani. Sono le Sdf ad aver condotto l’offensiva su Raqqa e buona parte delle altre offensive (Kobane, per esempio) contro l’Isis in Siria.
Sia Ypg che Hezbollah (in supporto dell’Esercito siriano) sono presenti nel governatorato di Deir Ezzor, liberata dalla presenza dell’Isis, e sembra siano destinate a contendersene il controllo. Deir Ezzor è infatti importante per almeno due ragioni: perché nei suoi dintorni ci sono dei giacimenti petroliferi e perché si trova sulla rotta del “corridoio” che l’Iran cerca di costruire sull’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.
Il fronte sunnita anti-Assad, fatta eccezione per l’Isis che è dislocato nell’est del Paese e in alcune piccole enclavi, è diviso tra quello a nord e quello a sud del paese.
A nord – nella zona di Idlib – c’è sopratutto Hayat Tahrir al Sham, una sorta di coalizione ombrello di formazioni qaediste o ex qaediste: sono gli eredi di Jabhat al Nusra, formazione qaedista che più di un anno fa aveva formalmente preso le distanze dall’orbita del movimento fondato da Bin Laden. All’interno di HTS sono inquadrati alcuni dei più potenti gruppi ribelli della provincia di Aleppo.
Dopo l’intervento russo alla fine del 2015, alcuni accordi tra il regime siriano e le forse di opposizione armata hanno portato al dislocamento di migliaia di combattenti (assieme alle loro famiglie) nella zona di Idlib. La convivenza tra diverse formazioni militari non è stata facile sin da subito, con la creazione di diverse intra alleanze a livello locale, in lotta per il controllo dell’area. Da questi conflitti HTS è emersa come la fazione più solida.
Ad inizio ottobre, l’Esercito turco ha dato il via ad una offensiva militare contro HTS  (usando il Free Syrian Army come fanteria) proprio nella provincia di Idlib, per poter creare un’altra zona di deescalation. E’ verosimile che HTS nei prossimi tempi possa nuovamente dividersi al suo interno, dando vita a formazioni più contenute con strategie diverse.
Poi c’è il Free Syrian Army (FSA): quando è iniziato il conflitto, l’FSA era nato come un confuso ed opaco conglomerato di brigate militari autonome, spesso fondate da ex comandanti dell’Esercito siriano che avevano defezionato, e riunite sotto un vago ombrello, privo di coordinamento militare centralizzato.
Ciò con il passare del tempo ha finito per rafforzare alcune narrazioni che descrivono l’FSA come integralmente organico ad Al Qaeda, in conseguenza del fatto che alcuni battaglioni inquadrati al suo interno hanno finito allearsi militarmente con Jabhat al Nusra. Altre brigate si sono sciolte, nel momento in cui alcuni comandanti hanno deciso di compiere il percorso inverso, defezionando nuovamente a favore dell’Esercito fedele ad Assad. All’interno di quel che rimane dell’FSA sembra non esistere alcuna coesione ideologica, politica o militare: l’FSA è sostanzialmente una piattaforma gestionale per diversi piccoli gruppi armati, attivi sopratutto nel nord, poiché sostenuto dalla Turchia.
Nel 2016, Ankara con l’operazione Scudo dell’Eufrate ha sostenuto la mobilitazione delle truppe dell’FSA dirigendole (e fornendo copertura aerea, logistica e di intelligence)  anche contro le Sdf, nel tentativo di impedire loro la continuità territoriale curda lungo il confine meridionale della Turchia. Il sostegno turco è stato senza dubbio decisivo per la sopravvivenza dell’FSA e per le sue avanzate militari ai danni di HTS o delle Sdf.
Infine, c’è Ahrar al Sham, presente sopratutto a sud (area della Ghouta vicino Damasco) ma anche con alcuni distaccamenti a nord. E’ il gruppo più potente all’interno dell’Esercito Nazionale Unificato (UNA), un’altra coalizione ombrello istituita a metà del 2017. Ahrar al Sham è una delle poche fazioni ribelli ad aver mantenuto la propria denominazione durante tutto l’arco temporale del conflitto.
Di imprinting ideologico salafita e anti-sciita, a metà del 2012 le brigate riconducibili all’interno di Ahrar Al Sham erano più di sessanta, concentrate sopratutto a Idlib, Hama e Aleppo. Pur avendo come obiettivo dichiarato la creazione di uno Stato islamico, a differenza dell’Isis Ahrar al Sham ha cooperato militarmente con le altre formazioni, compreso l’FSA. Mantiene la propria leadership segreta e ha ricevuto la gran parte dei finanziamenti dai Paesi del Golfo. Nell’area di Damasco è attivo anche un altro gruppo, il Jaish al Islam.
Diverse brigate associate all’UNA si sono scontrate con le Sdf, con l’Isis e con HTS per il controllo di porzioni di territorio, per poi ritirarsi in gran parte con l’intervento russo. Nonostante la maggioranza dei combattenti dell’UNA sia siriana, e possa quindi aspirare ad una maggiore rappresentatività nel Paese, la loro capacità di finanziamento sta diminuendo negli ultimi tempi, accompagnata dalla cronica incapacità di coordinamento tra i diversi battaglioni. Si stima che attualmente il 15% della popolazione siriana viva in aree controllate da diverse fazioni ribelli, ed un altro 10-15% in aree controllate dai curdi siriani. (AGI) LBY

Siria: come i leader tribali hanno favorito l’evacuazione di civili da Raqqa

(AGI) – Beirut, 17 ott. – Le Sdf, con la copertura aerea americana, sin dallo scorso giugno sta tentando di riprendere il pieno controllo di Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, la prima grande città conquistata dagli uomini di Al Baghdadi nel 2014. In queste ore l’offensiva sembra essere alle battute finali.
Secondo le stime delle truppe statunitensi, sono circa 3500 i civili scappati la scorsa settimana dalle aree della città controllate dall’Isis. Per moltissimi di loro, la salvezza è arrivata grazie a delicatissimi accordi tra capi tribali locali e i rimanenti miliziani rimasti asserragliati in città.
Domenica scorsa, ad esempio, un convoglio di membri dell’Isis con le loro famiglie ha lasciato Raqqa grazie ad un accordo di evacuazione mediato dai leader tribali, che ha permesso l’evacuazione sicura di decine di civili, al riparo dai cecchini. “Ogni volta i cecchini ci sparavano, ogni volta che mi dicevo che dovevo andarmene da qui”, spiega Fatima Adnan Salam a Middle east eye, dopo essere riuscita a lasciare Raqqa, dove purtroppo è rimasto suo marito.
Con la battaglia di Raqqa nella sua fase finale, le tribù arabe che abitano in città hanno contattato il Consiglio civile di Raqqa, cioè la sede amministrativa messa in piedi dalle Sdf, e i combattenti di Daesh, per provare a mediare un cessate il fuoco in città e un patto di evacuazione. “Ogni volta che uccidete un terrorista, uccidente anche quaranta di noi civili, e distruggete le nostre case”, sarebbe stato il messaggio dei capi tribali al Consiglio di Raqqa.
Omar Aloush, un leader locale del Consiglio, ha fatto sapere che il generale responsabile della coalizione anti-Isis in Siria e Iraq si è rifiutato di permettere ai terroristi di lasciare Raqqa. La coalizione a guida americana, così, temeva che la mossa avrebbe potuto rafforzare l’Isis a DeirEzzor, nella quale l’Isis tiene impegnate sia le Sdf che le truppe di Assad.
“Trovate un modo di portare fuori i civili e di far arrendere i miliziani, e noi smetteremo di bombardare”, sarebbe stata la risposta di un generale delle Sdf alla delegazione di capi tribali arabi giunti nel Consiglio di Raqqa a chiedere la fine dei combattimenti e le evacuazioni. Così, poco dopo, i bombardamenti aerei si sono interrotti, per quasi due giorni, permettendo a dei civili di uscire dalla città assediata.
Il Consiglio locale ha però precisato che l’accordo di evacuazione mediato non ha permesso ai foreign fighters di lasciare la città, dopo che erano circolate voci secondo le quali alcuni “combattenti stranieri” sarebbero evacuati.
“Gli Stati uniti partono dal presupposto che i foreign fighters a cui è stato permesso di lasciare Raqqa secondo accordi conclusi autonomamente, senza la resa incondizionata, potrebbero tornare sul campo di battaglia da qualche altra parte in Siria o Iraq, oppure compiere attentati nei loro paesi d’origine”, spiega il ricercatore americano Nicholas Heras.
“La città di Raqqa era diventata un magnete per i foreign fighters, e gli attentati conclusi recentemente in Europa sono stati pianificati, sostenuti, finanziati o ispirati dai leader jihadisti qui a Raqqa”, le parole di un portavoce della coalizione in condizioni di anonimato. Secondo i dati della coalizione, più di 100 miliziani dell’Isis si sarebbero arresi nelle ultime 36 ore, e rimossi in seguito dal perimetro della città. Ne rimarrebbero altri 300-500, anche se non è chiaro quali siano le loro nazionalità. Il rischio è che utilizzino i civili come scudi umani mentre provano a lasciare la città. (AGI) LBY

Hezbollah: si avvicina il conflitto con Israele? (mia intervista concessa a l’Indro)

http://www.lindro.it/hezbollah-si-avvicina-il-conflitto-con-israele/ (domande di Giulia di Marcantonio)

Abbiamo intervistato Lorenzo Forlani, corrispondente dal Libano per l’Agi e analista specializzato in Medio Oriente, per approfondire l’attuale situazione sulle alture del Golan e capire se Israele e Hezbollah, oggi, si trovano davvero ai ferri corti.

 

Che ruolo ha avuto nel conflitto siriano l’organizzazione Hezbollah? Come si è andato trasformando il gruppo nel corso del conflitto civile siriano?

Hezbollah ha preso parte alle operazioni militari in Siria a partire dalla fine del 2012 e nell’ambito della sua collocazione in un sistema di alleanze con Bashar al Assad e con l’Iran. Anche per via della porosità del confine a est del Libano (che configura una situazione socio-demografica che storicamente vede molte famiglie musulmane sciite divise tra le cittadine libanesi vicine alla Siria e le cittadine siriane vicine al Libano), l’ingresso ufficiale nel conflitto siriano del movimento sciita è in realtà fatto coincidere con la battaglia di Qusayr (a pochi km dal confine libanese) nel maggio 2013, a cui è seguita quella del Qalamoun a novembre dello stesso anno. Il Partito di Dio ha poi inviato consiglieri militari a Damasco in via informale, e col passare degli anni – e il contestuale indebolimento dell’Esercito siriano – ha preso parte ad un numero sempre maggiore di battaglie, anche vicino alla capitale e soprattutto ad Aleppo, dove è risultata essere la forza terrestre più rilevante sul terreno nella ripresa della città da parte dei lealisti alla fine dello scorso anno. Hezbollah, anche dopo l’intervento russo nel 2015, ha costituito sostanzialmente (e con il successivo apporto delle milizie sciite provenienti dall’Iraq) la fanteria del fronte di Assad. In diversi momenti ha rappresentato una forza anche più rilevante dello stesso esercito lealista. A mio parere, è interessante notare che, secondo diverse fonti, il conflitto siriano ha avuto per il Partito di Dio una funzione “allenante” in vista di conflitti futuri (con Israele). Proprio in questa occasione, la sua capacità militare si è accresciuta moltissimo e oggi i miliziani di Hezbollah sono infinitamente più preparati rispetto a 7 anni fa.

In che modo adesso si struttura nel Paese? Quali sono le reazioni degli attori regionali relative a questo cambiamento di Hezbollah? Qual è la sua presenza e la sua forza?

Hezbollah in Libano è l’alleato principale del Movimento Patriottico Libero, il più importante partito cristiano-maronita del Paese, fondato dall’attuale Presidente, Michel Aoun. Il partito di Dio conta ben 11 parlamentari in Parlamento e controlla due Ministeri (energia e politiche giovanili). Per molti versi, l’accordo raggiunto a ottobre 2016 per la formazione di un Governo libanese di larghe intese (con Aoun Presidente e Saad Hariri Primo Ministro) ha rappresentato una vittoria politica per Hezbollah, le cui milizie lo scorso maggio sono state definite dallo stesso Aoun come ‘complementari all’Esercito libanese e fondamentali nella difesa del Paese’. La roccaforte di Hezbollah si trova nella valle della Beqaa (il partito è nato ufficialmente nel 1985 a Baalbek), ma la sua presenza e la sua base di consenso è forte anche nel sud (a Tiro e dintorni) e ovviamente nel quartiere meridionale di Dahye, a sud di Beirut, che è la sua roccaforte cittadina. Hezbollah ha, come detto, una rappresentanza parlamentare e – attraverso alcune sue fondazioni –  fornisce servizi sociali in tutto il Paese, rafforzandone indirettamente il welfare, soprattutto con l’istituzione e la gestione di ospedali e scuole. Fondamentale è stato il contributo di Hezbollah – accanto all’esercito libanese – nella ripresa della cittadina di Arsal (est Beqaa) poco più di un mese fa, che era caduta nelle mani dei miliziani dell’Isis.

Quali sono le altre forze politiche in Libano?

Va ricordato che, se da una parte Hezbollah raccoglie consensi anche tra i cristiani – sopratutto nella Beqaa (Ras Baalbek) – ,  in Libano una parte della popolazione musulmana di rito sciita sostiene l’altro movimento sciita principale, cioè Amal, alla cui guida c’è lo speaker del Parlamento, Nabih Berri.

Come definirebbe la partecipazione del partito di Allah nella guerra in Siria?

La sua partecipazione ha avuto, secondo me, un effetto ambivalente. E’ davvero complicato capire se l’attivismo militare sciita abbia fatto aumentare o diminuire il consenso (e specularmente l’ostilità) dei libanesi nei confronti del Partito di Dio. I filoni di pensiero sembrano essere due, e non necessariamente si escludono: da una parte, soprattutto nella comunità sunnita, è certamente aumentata l’ostilità verso Hezbollah, in quanto percepita come una forza d’ingerenza negli affari siriani e soprattutto come un ostacolo effettivo alla riuscita della rivolta contro Assad. Anche all’interno delle altre confessioni non è raro sentir accusare Hezbollah di essere stata una sorta di ‘calamita’ del jihadismo con la sua entrata in Siria, che avrebbe appunto provocato rappresaglie da parte dei jihadisti e sconfinamenti in territorio libanese, come ad esempio nella stessa Arsal; dall’altra, è aumentata specularmente la convinzione (non solo tra i sostenitori di Hezbollah) che, anche per la debolezza dell’Esercito libanese, la presenza e l’attivismo di Hezbollah siano stati fondamentali per impedire alla guerra siriana di fagocitare anche il Libano.

In che modo sta reagendo, in particolare, Israele? 

Israele formalmente rimane neutrale nel conflitto siriano, ma nell’ultimo anno ha compiuto in realtà decine di raid in Siria diretti contro dei convogli di armi (presumibilmente destinate a Hezbollah in Libano). Alcuni quotidiani israeliani lo scorso anno avevano anche riportato la notizia secondo cui decine di miliziani di Jabhat al Nusra e dell’Fsa che operavano nei dintorni del Golan erano stati curati in alcuni ospedali israeliani di confine. Israele è nemica di Assad e di Hezbollah, chiaramente, ma d’altra parte non si può certo sostenere che sia solidale con la rivoluzione, né tantomeno con le sue frange islamiste, che spesso e volentieri sono affini ad Hamas (che infatti si è schierata da subito a favore della rivoluzione e contro Assad), o hanno una base di consenso in qualche modo simile. In ogni caso, è certo che Israele abbia interesse da una parte verso la frammentazione dell’area e l’indebolimento degli Stati ostili (di qui il sostegno aperto al progetto curdo), e dall’altra verso un livello costante di caos e conflittualità, che ritiene possa tenerla al sicuro dalla formazione di eventuali ‘coalizioni’ ostili.

Qual è l’attuale situazione sulle alture del Golan?

Le alture del Golan appartengono de iure alla Siria, ma sono state occupate militarmente dagli israeliani, che nel 1980 hanno proceduto alla sua annessione unilaterale e non riconosciuta dalle Nazioni Unite,  anzi l’hanno condannata ufficialmente con la risoluzione 497. Sia secondo analisti israeliani che secondo una parte degli apparati di sicurezza di Hezbollah, la prossima guerra tra Israele ed il Partito di Dio ha buone chances di consumarsi proprio nel Golan.

Israele ha sempre avuto come acerrimi nemici sia Hezbollah che Teheran naturalmente. Perché ultimamente si sta surriscaldando il clima nel Golan? E perché si stanno riaccendendo le tensioni tra Israele ed Hezbollah? Che ruolo gioca, a tal proposito, Teheran?

Lo status giuridico del Golan è disallineato rispetto alla realtà. Il clima si è surriscaldato anche perché durante il conflitto siriano la parte siriana del Golan è stata a lungo sotto il controllo di movimenti jihadisti. La tensione tra Israele ed Hezbollah è invece ai massimi storici sin dal 2006: su entrambi i fronti si discute apertamente del ‘quando e dove’ inizierà una guerra, non più del ‘se’. Israele ha fatto sapere che – viste le dichiarazioni sopracitate del Presidente libanese Aoun a proposito delle milizie di Hezbollah – se scoppiasse un nuovo conflitto le IDF riterrebbero responsabile, e quindi obiettivo militare, tutto il Libano (e il suo Governo). Avigdor Liebermann ha affermato di essere disposto a ‘riportare il Libano all’età della pietra’. Israele è conscia del fatto che Hezbollah ha aumentato esponenzialmente la propria capacità militare partecipando al conflitto siriano, ed anche per questo nel 2017 ha condotto due esercitazioni militari imponenti: la prima sui monti Tadros – che ricordano morfologicamente il sud del Libano – a Cipro (per la prima volta una esercitazione israeliana ha visto la partecipazione di militari stranieri non americani) lo scorso giugno; la seconda meno di un mese fa in territorio israeliano, durata dieci giorni e considerata la più imponente negli ultimi 20 anni. Hezbollah, da parte sua, è convinta dell’attualità del progetto israeliano di espandersi a nord (la ‘Grande Israele’), e ha percepito in questo senso i raid di Tel Aviv in Siria. Secondo fonti locali riservate, all’interno del Partito di Dio – che negli ultimi anni è divenuto più indipendente ed autosufficiente rispetto a Teheran, con cui ovviamente condivide visioni e strategie – prevalgono due filoni di pensiero: gli analisti e i think tank vicini al Partito sono convinti che Israele attaccherà il Libano nel Golan e nel sud del Libano; molti dei quadri militari, invece, ritengono verosimile un attacco direttamente su Beirut. La pensa in quest’ultimo modo anche il giornalista libanese Ramy G. Khouri, che lo ha scritto sul Daily Star.

In relazione al binomio Tel Aviv- Hezbollah, quali potrebbero essere  le reazioni degli attori internazionali e regionali, qualora si riaccendessero ulteriormente le tensioni? Quale sarebbe, in particolare, il ruolo di Teheran e Riyad? Quale invece quello di Mosca e Washington?

E’ difficile dirlo, dipende soprattutto dalla tempistica. Riyad recentemente si è avvicinata molto a Tel Aviv, con cui d’altronde condivide il ruolo di principale alleato regionale di Washington. Allo stesso tempo, i due Paesi sono ,forse mai come ora – anzi, paradossalmente oggi è più Riad che ‘traina il carro’ -, ai ferri corti con Teheran. Se scoppiasse un conflitto, tuttavia, è largamente inverosimile sia un coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita che quello di Teheran. Più possibile quello americano, se ce ne fosse bisogno. Ma oltre che dalla tempistica, molto dipenderà anche dal tipo di conflitto che esploderà, e in che aree avrà luogo. Quello di Mosca è un ruolo interessante e ambiguo, perché Putin sembra voler tenere i piedi in tutte le staffe, mantenendo comunque le carte abbastanza coperte. Il Cremlino è, infatti, alleato di Teheran, le truppe russe hanno indirettamente collaborato con Hezbollah in Siria, ma solo la settimana scorsa Re Salman è andato in Russia dove ha firmato accordi militari per un valore di oltre 3 miliardi di dollari, e nei mesi scorsi ha incontrato più volte sia il Presidente egiziano, Al Sisi,  sia il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Per la prima volta, sembra che Mosca possa avere una importante voce in capitolo in un eventuale scenario degenerativo, forse la più importante tra quelle esterne. Resta, comunque, da vedere in quale veste si proporrà la Russia,  se come ‘mediatore’, o come ‘fomentatore’, ma al momento non ci sono elementi concreti per capirlo.

Quale sarebbe, secondo lei, un prospetto futuro a breve e a lungo termine nell’area? Hezbollah continuerà ad essere presente in Siria e nel Golan? L’Iran si sta veramente costruendo un corridoio di ‘Paesi sciiti amici’ che, partendo da Teheran, arrivi fino in Israele?

Difficile dirlo, soprattutto nel lungo termine, vista l’imprevedibilità delle dinamiche in quest’area. Se dovessimo menzionare un fronte che potrebbe aprirsi a breve, il Libano sarebbe il primo indiziato. La questione dello Shia crescente a guida iraniana andrebbe chiarita una volta per tutte, chiamando in causa anche una questione di mutua percezione. Per Israele, l’Iran ricerca appunto una continuità territoriale e ‘logistica’ che da Teheran arrivi a Beirut, attraverso le alleanze con Baghdad, Damasco e ovviamente Hezbollah, e che mira alla distruzione della stessa Israele; l’Arabia Saudita teme tanto il soft quanto l’hard power di Teheran, che rimane il suo principale competitor regionale; Washington, alleato dei primi due, vorrebbe preservare gli attuali equilibri, che vedono l’Iran ancora su un piano di rilevanza geopolitica secondaria rispetto a Riyad e Tel Aviv, ‘reggenti’ degli interessi regionali americani nell’area, ai quali Teheran spesso si oppone, nel timore di un accerchiamento. E’ utile ricordare che l’opzione del ‘regime change’ – tramite intervento militare o indirettamente, come accaduto in passato anche in Iran, con il colpo di stato ai danni di Mossadegh nel 1953 – a Washington è apertamente valida sin dal 1979, a prescindere dalle amministrazioni. Gli iraniani ne sono consci e percepiscono ogni movimento attorno ai propri confini (ci sono più di 50 basi americane nei Paesi confinanti con l’Iran) come funzionali a eventuali progetti di ingerenza o di attacco alla propria sovranità e interessi regionali. Teheran – non solo perché le sue truppe e i suoi comandanti sono stati fondamentali nella guerra al terrorismo qaedista e dell’Isis – vuole assicurarsi anzitutto il riconoscimento del suo ruolo di potenza regionale primaria (anche in virtù della sua rilevanza demografica, economica, culturale e militare), e non elemento di contorno o “ancella” di potenze mondiali; poi, memore soprattutto dell’aggressione irachena del 1980 (di fronte alla quale le Nazioni Unite si dimostrarono tremendamente inefficaci o ignave, e in cui l’Occidente si schierò a fianco di Saddam, negando all’Iran la vendita ufficiale di qualunque strumento di difesa, che poi convinse l’establishment iraniano ad avviare in autonomia un programma missilistico), Teheran – che non attacca un Paese dal 1700, ai tempi di Nader Shah – vuole garantirsi un vicinato amico, e perlomeno non ostile: è utile ricordare che tutti i movimenti del terrorismo globalista, da Al Qaeda all’Isis, hanno sempre avuto in Teheran – dal punto di vista politico – e negli sciiti – dal punto di vista religioso, con il ‘takfirismo’ – il proprio obiettivo principale ed esplicito. La persecuzione degli sciiti – sponsorizzata lo scorso anno addirittura dal Gran Muftì saudita – è elemento fondante dell’impalcatura dottrinale qaedista e di Daesh, in virtù del fatto che gli sciiti vengono percepiti come dei ‘falsi musulmani’, intenzionati a ‘traviare’ nel tempo l’intera comunità islamica mondiale. Gli interventi di Teheran nell’area, in Siria soprattutto, per quanto certamente abbiano configurato una ingerenza e un elemento per molti versi problematico (che ha fatto parlare alcuni di ‘imperialismo iraniano’) sono di natura ‘solidaristica’ (verso quello che era l’unico alleato regionale di Teheran al tempo) e di ‘securitizzazione preventiva’, volti ad impedire l’attecchimento vicino ai propri confini di entità politiche apertamente ostili alla Repubblica islamica.

La riconciliazione in Libia vedrà protagonisti i figli di Gheddafi?

https://www.agi.it/estero/figli_gheddafi_libia_onu-2260256/news/2017-10-17/

L’annuncio è arrivato da Ghassam Salame, a capo della missione libica delle Nazioni Unite, che in una recente intervista ha affermato che il processo di riconciliazione e ricostruzione politica potrebbe includere Saif al-Islam, figlio di Muhammar Gheddafi, e una serie di figure vicine all’ex rais. Una dichiarazione in parte sorprendente, specie se si considera che un Tribunale di Tripoli ha emesso una condanna a morte nei confronti di Saif al Islam lo scorso 28 luglio, e che su di lui pende anche un mandato d’arresto della Corte penale Internazionale. Liberato lo scorso giugno dalle milizie di Zintan di cui era prigioniero da sei anni, Saif al Islam sembra essere sparito da quel giorno, e alcuni pensano sia morto. Anche al di là di Saif al Islam, in Libia sembra registrarsi un graduale ritorno sulla scena dei gheddafiani. “I Gheddafiani che non hanno le mani sporche di sangue hanno causato meno danni alla Libia di quanti non ne abbiano fatti i rivoluzionari che hanno facilitato l’arrivo di terroristi oppure sono tornati ad effettuare rapimenti”, le parole di Hashim Bashir, consulente del primo ministro libico riconosciuto dall’Onu, Fayez Serraj.

Quella sontuosa cena con Saadi Gheddafi

Secondo quanto riporta Middle East Eye, l’ex presidente del Consiglio di Sicurezza suprema, la milizia salafita che ha preso il controllo di Tripoli l’indomani della rivoluzione, avrebbe detto di non vedere nulla di male nella eventuale candidatura di Bachir Saleh, che è stato a capo del fondo di investimento libico durante la presidenza di Gheddafi. Parole, dichiarazioni, quindi, ma anche fatti: alcuni giorni fa, in un lussuoso resort del paese, è stata organizzata una sontuosa cena, con la partecipazione di numerosi sodali di Gheddafi. Tra gli invitati c’era Saadi Gheddafi (fratello di Saif), Abdullah Senussi (ex capo dell’intelligence militare sotto Gheddafi), Baghdadi Mahmudi (ex segretario del Comitato generale del Popolo), Mansour Dhao (ex capo della sicurezza interna sotto Gheddafi) e Abouzed Omar Dorda (ex primo ministro negli anni ’90). C’e’ un particolare: se Saadi Gheddafi fa i conti con un processo per omicidio e attività illecite durante la rivoluzione, gli altri sono stati condannati tutti e quattro a morte (insieme a Saif Al Islam) da un Tribunale libico il 28 luglio 2015, per una decina di reati, tra cui minaccia all’unità dello Stato e incitamento all’omicidio. Questi ex alti ufficiali ora sarebbero nelle mani di Haithem Tajouri, a capo delle Brigate rivoluzionarie di Tripoli.

La riconciliazione in Libia vedrà protagonisti i figli di Gheddafi?
 Il processo a Saif al-Islam, avvenuto nel 2014

Nella prigione di Al Hadhba

Lo scorso 26 maggio Tajouri sarebbe entrato con i suoi uomini nella prigione di Al Hadhba, per dare la caccia a Khalid Al Sharif, membro della Gruppo di combattimento islamico libico (LIFG), e ai suoi sodali. Nella prigione di Al Hadhba ci sono decine di detenuti politici, come dimostrano alcuni video circolati un paio di anni fa, come quello che vede Saadi Gheddafi torturato e costretto ad assistere alle torture di altri prigionieri. Un report delle Nazioni Unite di febbraio 2017 viene citata una guardia carceraria che sostiene che i parenti delle vittime del massacro di Abu Salim del 1996 (in cui si stima che siano morti circa 1200 detenuti) si sarebbero presentati proprio nella prigione di Al Hadhba per vendicarsi con Abdullah Senussi, ritenuto responsabile del massacro. Alcuni riescono a prendersela con Abuzeid Dorda e con Baghdadi Mahmudi, entrambi picchiati e sottoposti a umiliazioni.

L’anello mancante per la riconciliazione?

Quando Tajouri arriva nel carcere di Al Hadhba lo scorso maggio, rilascia i prigionieri gheddafiani, che quindi gli devono molto e che sono sotto la sua protezione. Sembra che Tajouri li utilizzi come strumenti atti a rafforzare la sua reputazione di “uomo forte di Tripoli”, un soprannome che si era già guadagnato la scorsa primavera, quando espulse da Tripoli assieme ai suoi uomini le milizie di Misurata e le altre milizie islamiste (come quella dello stesso Khalid Al Sharif).

La riconciliazione in Libia vedrà protagonisti i figli di Gheddafi?
L’ex presidente del Perugia, Luciano Gaucci, con Saadi Gheddafi

“I gheddafiani vengono tenuti tutti insieme in un posto che non è una vera prigione. Ci si può entrare come in ogni altro palazzo. Mio fratello è vestito normalmente e viene nutrito in modo adeguato”, sostiene Abdullah Dorda, fratello di Abouzeid, che sarebbe appunto tra i cinque. “Posso andarlo a trovare quando voglio”, aggiunge. Ali Dhouba, avvocato di Mahmudi e di Dorda, si dichiara fiducioso sul possibile rilascio dei suoi assistiti. “La Corte Suprema ha tutte le prove necessarie per ribaltare il verdetto emesso due anni fa. Inoltre, tutti e cinque questi signori avrebbero diritto a usufruire della grazia, in base alla legge sull’amnistia votata dal parlamento di Tobruk il 29 luglio 2015, proprio il giorno dopo l’emissione di queste sentenze di morte”, spiega l’avvocato. C’è poi chi mette sul tavolo una argomentazione politica, come Mehdi Bouaouaja, uno degli avvocati di Baghdadi Mahmudi in Tunisia: “Questi cinque signori sono coloro che possono portare stabilità alla Libia. Sono l’anello mancante che potrebbe portare alla riconciliazione”.

Precisazioni doverose sull’idea dei “Pasdaran terroristi”

Alcune precisazioni sull’Iran e sull’idea di inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche:

– se i Pasdaran iraniani ed hezbollah sono da definire terroristi, come dice trump e come ripetono a pappagallo i tanti arabi sunniti o laici che da secoli hanno un inestinguibile complesso di inferiorità (che in certe dimensioni si traduce in razzismo o takfirismo) rispetto ai persiani, allora anche l’esercito americano (e non solo, direi tutti) lo è, nella misura in cui tutti e tre, in azioni di guerra, hanno ucciso dei civili. Ammesso che sia questo il criterio (e non lo è), e premesso che i morti civili fatti solo in Vietnam e tra Hiroshima e Nagasaki bastano a coprire i morti fatti dall’Iran dal 1300 in poi.

– se hezbollah dovrebbe disarmarsi, diventare una onlus o una ong, mi spiegate chi è che si prenderebbe nel caso la briga di contrastare il disegno della Grande Israele, organico al partito oggi al governo a Tel Aviv? Chi difenderebbe il paese da robe come il 1982 o il 2006, e chi difenderebbe il paese quando Israele minaccia di “riportarlo all’età della pietra”(Liebermann)? L’esercito libanese che può contare su aiuti militari americani e in qualche misura brasiliani ed europei? Mmm.

– se hezbollah e i pasdaran, in virtù del sostegno militare che hanno fornito ad un loro storico e geograficamente vicino (farà differenza se in Austria interviene la Svizzera o il Bangladesh, no?) alleato (Assad, che era loro alleato anche prima del 2011 ma tutto sommato sembrava una cosa tollerabile per molti), sono “imperialisti” (e francamente già mi viene da ridere), allora mi chiedo come sia possibile non accorgersi che è certamente più imperialista intervenire militarmente in un paese lontano 20.000km in modo deliberato, semplicemente perché lo si ritiene giusto, senza che nessuno te lo abbia chiesto in virtù di precedenti accordi di cooperazione militare. Al di là del merito, e dei vostri schieramenti preferiti.

– se il terrorismo prevede la pianificazione di azioni volte in se stesse all’uccisione di civili per generare appunto “terrore” nella popolazione (o per volgerla “contro” i governanti) allora nè pasdaran nè tantomeno Hezbollah rientrano in questa definizione: e non solo rispetto all’occidente ma anche allo stesso Israele, di cui si sono sempre presi di mira solo i militari e MAI i civili, se non in guerra e in una situazione di piena reciprocità. Mentre rientrano pienamente in questa definizione al Qaeda, Isis, boko haram. E anche Mko (gruppo ospitato al senato italiano due anni fa, e considerato “alternativa democratica” alla repubblica islamica dell’iran) e Jundullah, due gruppi sostenuti apertamente da Cia e Mossad in funzione anti iraniana, autori di azioni terroristiche in serie in territorio iraniano. Per garantismo, dirò che non ci rientrano né l’esercito americano né quello israeliano, per quanto mi pesi molto accettare questa idea dei “danni collaterali”.

– se sono episodi di “terrorismo” le (presunte, visto che di condanne definitive non ne ho mai viste ma solo processi istruiti in circostanze dubbie e poi spesso crollati su se stessi) uccisioni mirate di oppositori politici all’estero, o il fantomatico attentato al centro ebraico in Argentina nel 1994, di cui secondo gli americani e israeliani sono autori gli hezbollahi, allora sono episodi di terrorismo anche le (presunte) uccisioni mirate di fisici nucleari iraniani – sedici almeno – condotte nell’ultimo decennio da elementi che rispondono alle direttive dello stesso Mossad. Parliamo di scienziati con famiglia, civili, gente che ha passato la vita a studiare e sperimentare, null’altro. Uccisa sotto casa o mentre saliva in macchina per tornarci.

– se esiste davvero l’imperialismo iraniano, il “progetto egemonico” (più di quanto gli usa non vogliano essere egemonici nelle Americhe o la Cina in Asia o la Germania in Europa), non si capisce davvero come sia possibile che Hezbollah, nonostante i successi militari degli ultimi decenni, nonostante le risorse, nonostante una demografia favorevole, si limiti a stare al governo con gli alleati cristiani, anziché prendersi militarmente il Libano in poco più di 45 minuti, quelli che sarebbero sufficienti per farlo. Hezbollah esiste dal 1982,
Ufficialmente dal 1985. Sarà mica per caso che il ruolo di hezbollah in funzione anti israeliana è condiviso da gran parte della popolazione, e che Israele nn è “nemico di hezbollah” ma nemico del Libano, come
Ribadito anche dal presidente della repubblica (cristiano) Aoun, a cui gli americani comunque forniscono aiuti militari?
Così come non si capisce come mai Al Maliki in Iraq fosse stato cooptato dagli USA, anziché dall’Iran (che preferiva Jafaari). E non si capisce nemmeno come mai Al Abadi (attuale premier iracheno, successore di al Maliki) continui a relazionarsi tanto con Teheran quanto con Washington.

– se avere o sviluppare un programma missilistico è sinonimo di “aggressività”, allora siamo tutti un tantino aggressivi a questo mondo. Lo è però certamente e proporzionalmente meno chi sviluppa un tale programma dopo aver sofferto molto la sua assenza, specie durante una guerra quasi decennale contro un paese che ne aveva uno, e durante la quale nessun paese della comunità internazionale si dichiarava disponibile a fornire strumenti difensivi a chi non ne aveva, appunto, e durante la quale l’imparzialità dell’Onu era divenuta una chimera, così come gli attacchi chimici iracheni ad Hallabjah tollerabili.

– se urlare lo slogan “morte all’America” è grave, è una minaccia, allora promuovere pubblicamente da 40 anni il regime change, finanziare formazione anti iraniane, armare fino ai denti paesi ostili all’Iran (spese per la difesa medie dal 1990 al 2012: Arabia Saudita 10% del pil; Israele 7-8%; Iran 2,5%, le più basse della regione), piazzare 53 basi militari ad un massimo di 200km dai confini iraniani, quanto è grave, quanto è minaccioso? E se gli iraniani volessero piazzare una flotta nel golfo del Messico, speculare a quella americana nel golfo persico (non arabico)? Quanto è minaccioso millantare strikes sulle centrali iraniane (legali, come è legale la condotta iraniana con l’Aiea, che la scorsa settimana ha detto che “Teheran sta rispettando i patti”, mentre Trump pur non sapendo leggere dice di NO) e/o lasciare sul tavolo “all the options”, laddove alcune “options” sono chiaramente militari? Gli iraniani dovrebbero per caso auto definirsi minaccia globale, subordinarsi al prossimo, accettare di dover essere percepiti come poco affidabili, meno umani, di avere bisogno di un tutor, un insegnante di sostegno, nonostante non aggrediscano un paese dal 1737, e laddove chi ne pretende la subalternità ha fatto più guerre che leggi federali in 100 anni?

– se prendere in ostaggio dei diplomatici di una ambasciata americana è una palese (e lo è) violazione del principio Internazionale di inviolabilità delle sedi diplomatiche, oltre che un sequestro di civili, allora che tipo di pratica o illecito si configura Se quella stessa sede diplomatica – presa d’assalto da studenti universitari – per decenni non ha svolto affatto le funzioni di normale sede diplomatica, ma di centro di spionaggio, di distaccamento della CIA, di coordinamento logistico e militare, di sostegno alla repressione da parte di una dittatura elitaria e autoreferenziale rispetto a istanze di autodeterminazione di un popolo? Come dovrei comportarmi, io studente iraniano (idealista o meno), nel bel mezzo di una rivoluzione di cui sono parte, nel bel mezzo di un tentativo di autodeterminarmi, con il personale di una ambasciata in cui 25 anni prima si è organizzato e pianificato nel dettaglio un colpo di stato nel mio paese, che ha ucciso ogni speranza di cambiamento, di autonomia, di democrazia sostanziale, assieme a mio padre e ad alcuni suoi amici? Dovrei essere ottimista e pensare che stavolta in quella ambasciata non si seguirà lo stesso copione? O forse dovrei mettere le mani e i piedi avanti?

Emblema della distanza che separava l’autopercezione di eterna innocenza americana e la percezione dei sequestratori è il racconto di Christian Bourget, avvocato francese che fu utilizzato dagli Stati Uniti come intermediario durante la crisi degli ostaggi:

“Ad un certo punto il presidente Carter parlò degli ostaggi, invitandomi a comprendere che “sai, sono americani. Sono innocenti”. Io gli risposi “si, presidente, io capisco che lei dica che sono innocenti. Ma penso altresì sia necessario capire che per gli iraniani non lo sono affatto. Anche se personalmente nessuno di loro ha commesso alcun atto, non sono innocenti perché sono diplomatici che rappresentano un paese che è stato protagonista di una serie di azioni in Iran. Lei deve capire che la presa degli ostaggi non è un atto contro i diplomatici stessi. E lo può vedere da sé, a nessuno di loro è stato fatto del male. Lei deve capire che questo atto per gli iraniani è un simbolo, che è sul piano simbolico che dobbiamo riflettere su questa questione”. E francamente non mi pare si sia riflettuto abbastanza.

– se arrestare presunte spie americane è un affronto, una dichiarazione di guerra, abbattere nel 1988 un aereo civile (281 passeggeri) iraniano in spazio aereo iraniano, senza nemmeno fare scuse Ufficiali ma anzi premiando con una medaglia il comandante della nave militare da cui è partito il missile, cosa è? Uno scherzo?

– se un paese come gli Stati Uniti di norma ritiene di poter perseguire “interessi di sicurezza nazionale” in tutto il mondo, senza limiti di tempo e spazio, piazzando Basi militari e flotte navali ovunque, in ogni continente, ed in particolare nei dintorni dei confini dell’iran, non si capisce per quale motivo un paese come l’Iran – che visto il suo peso demografico, economico, culturale e politico può a ragione rivendicare un ruolo di “potenza regionale”, al pari di Turchia o altri paesi rilevanti – non possa proteggere i suoi “interessi nazionali” in paesi a lei adiacenti, parte del suo stesso contesto regionale. Specie se in quei paesi – a prescindere dai regimi sanguinari che li governano – sono presenti formazioni militari che ancor prima di fare attentati in occidente, ancora prima di sgozzare, stuprare e schiavizzare, ancor prima Di non tollerare cristiani, sunniti non sociopatici, laici o chi volete, non tollerano l’esistenza degli sciiti, e nei loro mezzi di propaganda mediatica affermano apertamente di “puntare all’Iran”, e di voler estinguere il cancro della miscredenza sciita, rappresentata dal paese che ne ha di più al suo interno in rapporto alla popolazione. Come detto in tempi antichi: se in Slovenia appare un gruppo terroristico che dichiara di avere come Obiettivo l’annientamento della cultura italiana, degli italiani, io sarei sorpreso
Di non vedere l’Italia premunirsi, intervenendo militarmente in Slovenia, anziché aspettare
Che il gruppo terroristico si presenti a Udine.

Ci sarebbe altro, molto altro, ma avendo la nausea e vivendo continui dejavu da 7-8 anni, mi fermo qui