Siria: come gli abitanti della piccola Atarib hanno sconfitto l’Isis

(AGI) – Beirut, 29 set. – E’ una storia da film, quella raccontata sulle colonne di Middle east eye da Haid Haid, giornalista siriano e ricercatore. E’ la storia della sua cittadina, Atarib, non lontana da Aleppo, e di come i suoi abitanti sono riusciti a riprenderne in mano il destino, sottraendolo dalle mani di Daesh.
Atarib, trentamila abitanti, in arabo significa “terreno”. Non è chiaro a cosa si debba questo nome ma Atarib è un anonimo villaggio rurale, snodo agricolo nella provincia di Aleppo, sulla strada che porta al confine turco siriano. Il corso degli eventi, qui, sembra essere un campione del copione visto in gran parte della Siria: anche ad Atarib nell’aprile 2011 inizia una protesta pacifica, che va avanti quotidianamente.
Con il passare dei giorni, iniziano ad emergere le attività di “disturbo” degli shabbiha, le forze “paramilitari” (spesso degli ex galeotti) leali al regime di Damasco, che picchiano indiscriminatamente i manifestanti. Questo meccanismo innesca la reazione di un gruppo di locali, che si organizzano a loro volta per difendere i dimostranti. A loro si uniscono nel frattempo i tanti ufficiali del regime che decidono di defezionare.
Il 12 febbraio 2012, uno di questi comandanti fonda la prima fazione dell’Esercito libero siriano ad Atatrib: due giorni dopo, l’Esercito lealista entra in città, in molti scappano ma altrettanti riorganizzano una resistenza armata, e quattro mesi dopo, a luglio 2012, respingono l’offensiva.
Situata in un’area cruciale non lontana da quel confine turco siriano che al tempo era aperto, Atarib attira ben presto le mire dei miliziani di Al Qaeda – e di quelli che poi avrebbero sancito la nascita ufficiale dell’Isis – attivi nella provincia. Così, nel corso della seconda metà del 2012 e nel 2013, Atarib si riempie di jihadisti, ai quali i tanti locali organizzatisi in piccoli gruppi di resistenza armata sotto la sigla dell’Fsa, e senza alcun sostegno internazionale o locale, non riescono ad opporsi efficacemente. Dopo alcuni mesi, seppur in modo riluttante, molti miliziani dell’Fsa finiscono per assecondare una tregua con i qaedisti, nel nome di una rivolta contro un nemico comune.
Le cose cambiano ad aprile 2013, quando Jabhat al Nusra si rifiuta di confluire nello Stato islamico dell’Iraq (ISI), guidato da Abu Bakr al Baghdadi. Il leader di al Nusra Abu Mohammad Al Golani vuole rimanere fedele allo storico capo di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri, e rispetto allo Stato islamico dell’Iraq Al Nusra vuole perseguire l’obiettivo comune del califfato con una strategia di lungo termine, cercando di ingraziarsi i consensi delle popolazioni locali. L’ISI intende invece ricorrere a ogni mezzo pur di conquistare nuove porzioni di territorio nel più breve tempo possibile. Così nasce l’Isis in Siria, sancendo il divorzio da Al Nusra.
Come anche altrove in Siria, questo divorzio spinge migliaia di combattenti di Al Nusra ad Atarib a defezionare e mettere in piedi dei “distaccamenti” dell’Isis nella cittadina. Vengono così sequestrati enormi quantitativi di armi e viene occupato il centro logistico usato da Al Qaeda in città. In quei giorni, al mercato cittadino – dove da sempre si sentiva parlare solo arabo – si inizia a sentire ogni tipo di lingua straniera. I foreign fighters abbondano.
Secondo quanto affermano gli attivisti locali, inizialmente l’Isis sembra accettare la coesistenza con altri gruppi di ribelli. Con il passare del tempo, però, gli uomini fedeli ad Al Baghdadi mettono in moto alcune strategie per convincere sempre più persone ad unirsi a loro.
“Quando il gas per cucinare non si trovava, Daesh iniziava a venderlo a prezzi molto convenienti alle persone che si erano registrate presso i suoi centri. Quando mancava l’acqua potabile, Daesh usava un camion cisterna per fornirla alla popolazione locale: gratis a chi era attivamente impegnato con loro, e a prezzi bassissimi a coloro che si registravano. In questo modo, ovviamente, la gente ha finito per unirsi allo Stato islamico”, spiega un attivista di nome Walid. “Facevano anche delle specie di quiz a premi, mettendo in palio fino a 100 dollari”. In breve tempo, sempre più gente affamata, disperata o entrambe le cose affolla questo genere di eventi organizzati da Daesh.
Alla fine del 2013 inizia il periodo più cruento. Le esecuzioni, i rapimenti e gli arresti arbitrari da parte dei miliziani diventano la regola. Utilizzando i fondi a disposizione, gli uomini di Al Baghdadi mettono in piedi anche una rete di informatori locali. Ciò – spiega Abdullah, un altro attivista locale – non solo aumenta il livello di violenza ma diminuisce quello di fiducia tra i locali: nessuno può essere più certo di non essere spiato, e che la spia non possa essere anche un vecchio amico, un vicino di casa.
Il risultato più evidente di questo meccanismo di progressiva e diffusa sfiducia è che altre persone decidono di aderire all’Isis in cambio di protezione. Nel frattempo, le schermaglie tra Isis e altri piccoli gruppi di ribelli si trasformano in una aperta battaglia campale, con i miliziani che iniziano a pattugliare con checkpoint la città, con l’obiettivo di isolarla.
Alla violenza indiscriminata, alle persecuzioni e alle ingiustizie c’è però sempre un limite. Quel limite, ad Atarib, emerge nel gennaio 2014: nei giorni di una campagna di arresti e uccisioni di giornalisti, attivisti, combattenti ribelli e lealisti, che incontra anche l’opposizione della polizia locale che chiede all’Isis di rispettare le “procedure”, viene ritrovato in una città vicina il corpo senza vita di Ali Obeid, un combattente dell’FSA, e oppositore di Daesh. Su di lui ci sono evidenti segni di tortura.
E’ la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso: il 2 gennaio, sulle strade di Atarib si riversano centinaia di persone, a cui si uniscono i notabili cittadini e i membri di gruppi armati nemici dell’Isis, che organizzano anche delle riunioni di emergenza. Atarib, così, decide di combattere Daesh.
Vengono così nominati due nuovi comandanti, e la popolazione inizia riorganizzarsi con i mezzi a disposizione. Viene organizzato il razionamento dei viveri per i combattenti, tanti ristoratori iniziano a cucinare gratis, persone comuni donano armi, munizioni, soldi. Nascono nuovi checkpoint per pattugliare le entrate della città, nel timore che arrivino i rinforzi di Daesh. “Il senso di solidarietà tra cittadini in quei giorni era incredibile. Mi ha ricordato i primi giorni delle proteste pacifiche”, ricorda un attivista locale di nome Mosa’b.
Moltissimi miliziani di Daesh si spostano nelle città vicine e iniziano ad attaccare la città dall’esterno, mentre i miliziani rimasti vengono accerchiati dai locali armati. Per alcune ore, il 5 gennaio, gli uomini di Al Baghdadi e i leader locali provano a mediare una tregua, o meglio la negoziazione di una resa, ma diventa subito evidente a tutti che questi colloqui non sono altro che dei tentativi di prendere tempo, in attesa di rinforzi. Il giorno dopo, infatti, l’Isis tenta una nuova offensiva, e viene respinto nuovamente.
Nello stesso giorno, i civili armati entrano nel quartier generale dell’Isis in città, lo occupano, catturano i rimanenti miliziani – sopratutto stranieri – che hanno deciso di combattere invece che arrendersi. Nelle settimane successive, i successi militari dei gruppi cittadini convincono tante persone ad unirsi per scacciare l’Isis dall’intera provincia. In pochissimo tempo, un intero distaccamento del più temibile gruppo terroristico al mondo viene estromesso da questo piccolo villaggio rurale, che tre anni dopo continua ad essere amministrato dai suoi cittadini e da altri gruppi ribelli.
L’aspetto più sorprendente della storia di Atarib non è però l’efficace guerra all’Isis, ma il complesso – e totalmente endogeno – processo di riconciliazione interna, che ha fatto sì che tantissimi combattenti unitisi all’Isis o perché costretti, o anche perché ammaliati dal suo disegno in tempi di disperazione, potessero reintegrarsi nella comunità.
I leader locali, i medici, e i religiosi si sono messi in moto, dando vita ad un’opera di sensibilizzazione su larga scala, talvolta verso i loro stessi familiari, affinché deponessero le armi e tornassero alla ragione. Le parole di Omar, un ragazzo che ha combattuto contro l’Isis ad Atarib, non necessitano di ulteriori spiegazioni: “Abbiamo deciso di dare alla gente una via d’uscita, in caso la volessero percorrere. Tutti commettiamo degli errori, e chiunque dovrebbe avere una seconda chance”. (AGI) LBY
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Kurdistan: Barham Salih, il game changer della politica curda?

(AGI) – Beirut, 28 set. – Mentre nel governo regionale del Kurdistan si tiene il referendum per gettare le basi del processo di indipendenza dall’Iraq, nella conflittuale arena politica curda c’è movimento: interessante per la sua eterogeneità sembra essere la Coalizione per la democrazia e la giustizia, un raggruppamento che mette insieme figure molto diverse tra loro, come dissidenti politici, laici, islamisti e politici più o meno ascrivibili al campo della “sinistra”.
La coalizione si propone anzitutto di sfidare i principali partiti politici curdi, il PDK di Masoud Barzani e il PUK fondato da Jalal Talabani (una dicotomia che riflette anche l’importanza dei clan in Kurdistan, essendo le famiglie Barzani e Talabani storicamente tra le più potenti del paese), insistendo sui temi della buona governance e della lotta alla corruzione. Secondo Tranaparency International quello del Kurdistan iracheno è infatti uno dei sistemi più corrotti al mondo.
Il leader della Coalizione si chiama Barham Salih. Descritto dal direttore della NSA Michael Hayden come “l’uomo più intelligente in tutta l’Asia sud occidentale”, Salih ha studiato in Inghilterra, ha buoni rapporti con Washington dove ha svolto attività di lobbying per la causa curda, e con l’Occidente in generale. E’ stato, sopratutto, vice primo ministro dell’Iraq (dal 2006 al 2009) e primo ministro del governo regionale del Kurdistan (dal 2009 al 2012), ai tempi in cui era ancora il vice di Jalal Talabani alla guida dell’Unione patriottica del Kurdistan (PUK).
Il rapporto col PUK si interrompe alla fine del 2016, quando Salih prova con una serie di manovre interne a prendere il controllo del partito stesso, a discapito della moglie di Talabani, Hero Talabani. Viene però sostanzialmente emarginato durante il suo tentativo – assieme al comandante pashmerga Kosrat Ali, anche lui nel partito – di puntare il dito sulla famiglia Talabani, rea a suo avviso di monopilizzare il PUK.
Da lì, paradossalmente, potrebbero essere iniziate le sue fortune, che passano anche per la sua ampia e diversificata rete di rapporti, in un momento storico in cui tanto Ankara, quanto Teheran e Washington, al di là della loro opposizione al referendum curdo, sono alla ricerca in ogni caso di partner ritenuti affidabili in Kurdistan.
Nonostante ci sia una indubbia euforia rispetto al referendum del 25 settembre, complice anche la crisi economica che da tre anni attanaglia il Kurdistan tantissime persone nel Paese hanno visto erodersi la fiducia nei confronti della leadership politica. Già nel 2011 fece l’ingresso sulla scena politica – per le stesse ragioni legate ad un “vuoto” da colmare – il Movimento per il cambiamento (Gorran), che al primo tentativo si assicurò ben 25 seggi su 111 del parlamento, diventando la seconda forza del Paese ma non cambiando in modo strutturale gli equilibri e la distribuzione del potere in Kurdistan.
Salih – lo ha spiegato anche in un recente articolo per il Financial Times – questa volta sembra aver capito che per guidare un processo endogeno di cambiamento deve raggruppare personalità molto diverse tra loro, incluso il Gorran, con cui sembrano essere in corso dei colloqui.
Il rapporto con le potenze straniere interessate in qualche modo al destino del Kurdistan è fondamentale. Nonostante la loro ferma opposizione al referendum, Turchia, Stati Uniti e Iran manterranno in ogni caso – e in misure e modi diversi – una considerevole influenza su Erbil. L’oleodotto che assicura gran parte dei proventi al Kurdistan passa per la Turchia, mentre l’Iran è da sempre un importante partner commerciale (oltre ad essere il primo paese ad aver offerto sostegno e aiuto militare a Erbil, all’indomani della proclamazione del califfato a Mosul nel 2014), oltre ad avere rapporti storici con i partiti curdi, in particolare con il PUK. Nel 2010, quando era primo ministro, fu Salih a chiedere agli americani di aprire un consolato a Erbil.
Proprio questo episodio, che si inserisce in relazioni come detto amichevoli con Washington, aveva portato negli ultimi tempi a un raffreddamento del sostegno iraniano alla figura di Salih. Nei mesi recenti, tuttavia, Salih ha viaggiato diverse volte verso Teheran, dove ha incontrato varie personalità politiche, religiose e militari della Repubblica islamica.
Quando nel settembre del 2016 Salih tenta il colpo di mano all’interno del PUK, Teheran prende le distanze. Al contrario, però, e forse sorprendentemente, quando Salih ha annunciato la formazione della sua nuova Coalizione per la democrazia e la giustizia, l’Iran non ha mostrato alcuna reazione negativa, conscio forse della base di consenso che Salih può vantare nella società curda, parzialmente al di fuori delle logiche inter claniche. Vista la convergenza tra KDP e PUK sul referendum, non è da escludere che gli iraniani investano su Salih nel prossimo futuro. E secondo Al Monitor, infatti, sia Ankara che Teheran sarebbero in una fase di forti aperture al raggruppamento di Salih. (AGI) LBY

Kurdistan: il futuro incerto delle minoranze

(AGI) – Beirut, 26 set. – Vista da una certa prospettiva, la guerra allo Stato islamico è un’occasione persa: la cacciata dei miliziani dell’Isis da Mosul, risultato della cooperazione militare tra forze di sicurezza irachene, milizie paramilitari e truppe curde, in un altro contesto e in altri tempi avrebbe forse potuto essere la premessa per un processo di coesione nazionale. Un processo in cui le differenze etno-confessionali tra sunniti, sciiti, arabi e curdi sarebbero potute o dovute evaporare di fronte ad una minaccia comune.
La presenza di un nemico appiana i conflitti, si direbbe. Forse però non è il caso dell’Iraq, un paese socialmente e politicamente smembrato sin dall’invasione americana del 2003, in cui l’affiliazione settaria è tornata spesso ad avere la precedenza su quella nazionale.
Dopo la liberazione di Mosul dello scorso luglio – tre anni dopo la proclamazione del califfato nella stessa città – il presidente della regione autonoma del Kurdistan Masoud Barzani, sfruttando l’onda lunga dell’entusiasmo derivante dalla sconfitta dell’Isis, ha così annunciato che il 25 settembre si sarebbe tenuto un referendum d’indipendenza nella regione settentrionale dell’Iraq a maggioranza curda.
L’annuncio ha prodotto sin da subito reazioni negli attori regionali. Si potrebbe sostenere che l’unico paese apertamente a favore sia dell’indipendenza curda che della tempestività del referendum è Israele; la Turchia – lo ha ribadito ieri Erdogan – è pronta ad intervenire militarmente ed ha già schierato i carri armati al confine; l’Iran ha chiuso lo spazio aereo a voli provenienti e diretti in Kurdistan, mentre il ministero degli Esteri iraniano ha smentito la notizia diffusa da alcuni media occidentali, secondo cui anche quello terrestre sarebbe stato sigillato.
Gli Stati Uniti, attraverso le parole di Brett McGurk, inviato per gli Affari regionali, hanno definito il referendum “provocatorio e destabilizzante, un processo molto rischioso senza prospettive di legittimità internazionale”. Gli ha fatto eco anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Gutierres, il quale la scorsa settimana aveva chiaramente affermato che il voto avrebbe danneggiato l’efficacia della guerra allo Stato islamico, in cui i pashmerga sono parte della coalizione a guida americana.
I primi exit poll del voto di lunedì sembrano suggerire una vittoria per Barzani e i sostenitori dell’indipendenza. Tra i membri della diaspora curda in Europa (che hanno votato telematicamente) solo 80 su 40000 hanno votato “no” all’indipendenza.
Intanto, un battaglione delle forze speciali curde, conosciuto col nome di Zeravani, sta pattugliando gli ingressi della città di Kirkuk, in cui la situazione, per via della sua eterogeneità etno-confessionale, sembra essere assai precaria. C’è già chi suggerisce che possa esplodere un nuovo conflitto, tra forze curde e milizie paramilitari arabe e turkmene, le cui comunità sono molto numerose nella città.
Il destino di Kirkuk è emblematico delle tensioni che stanno accompagnando questo processo di indipendenza e delle annose dispute territoriali con Baghdad, che ne plasmano i tratti. Perché alla questione territoriale è legata quella del destino delle tante minoranze etniche e religiose del nord dell’Iraq: yazidi, turkmeni, assiri, Shabak, tutte perseguitate dagli uomini di Al Baghdadi, e oggi costrette a scegliere sotto quale governo essere ricondotti, se quello iracheno o quello curdo. “La competizione tra Baghdad ed Erbil sulla lealtà delle minoranze nella piana di Ninive è uno dei vettori del conflitto, sin dai tempi di Saddam”, spiega a The Atlantic Joost Hilterman, dell’International Crisis Group.
Quella delle minoranze nei territori contesi in Iraq è una scelta indotta, e al ribasso: sotto Baghdad, molte di esse temono la possibilità di essere fagocitate da un processo di arabizzazione, o dall’incorporazione forzata della cultura araba nella loro identità; sotto Erbil, si teme più o meno lo stesso destino, nonostante la bozza di Costituzione curda affermi di essere aperta a tutte le minoranze. “L’inno e la bandiera del governo regionale sono curdi, a scapito degli altri”, spiega Kaldo Oghanna, direttore dell’ufficio comunicazioni del Movimento democratico assiro. “Non riflette affatto l’eterogeneità etnica del paese”.
Le dispute territoriali tra Baghdad ed Erbil hanno conseguenze dirette e concrete su gruppi minoritari come quello degli Shabak, che vivono quasi tutti sulla piana di Ninive, a nordest di Mosul. Influenzati dal sufismo, dallo sciismo e da alcune tradizioni e liturgie yazide, gli Shabak non assecondano tutti e cinque i “pilastri dell’islam”, come il pellegrinaggio a La mecca, la preghiera rituale e il digiuno durante il Ramadan (gli altri due pilastri sono la professione di fede e l’elemosina). Già negli anni ’70 gli Shabak si sono ritrovati nel mezzo del conflitto tra Saddam Hussein e i movimenti nazionalisti curdi. Alcuni di loro, registratisi come curdi, erano stati deportati, altri ancora spostati a Erbil e Suleimaniyah nel 1988.
Negli anni posteriori all’invasione americana del 2003, gli Shabak hanno fatto i conti con un livello di discriminazione e violenza senza precedenti, non sufficienti però a portare la loro causa all’attenzione generale. Nel 2007, in piena guerra civile, un parlamentare Shabak ad esempio aveva denunciato l’uccisione di circa 1000 persone nella sua comunità e la fuga forzata di altri 4000, per mano di militanti arabi sunniti. Nel 2008 viene assassinato il capo del Raggruppamento democratico Shabak, il mullah Abbas, sul cui omicidio (ad un checkpoint presidiato dai pashmerga curdi) secondo Human Rights Watch non si è nemmeno indagato. Poco dopo che è arrivato in Iraq, l’Isis ha catturato altri 214 shabak, il cui destino è tuttora ignoto.
Gli analisti ritengono che gruppi minoritari come quello degli Shabak si divideranno al referendum, e il loro voto risulterà sostanzialmente superfluo: quelli che vogliono l’indipendenza – preferendo Erbil a Baghdad – voteranno “si” (e secondo alcuni rappresentanti Shabak il governo curdo sta esercitando pressioni per farli partecipare), mentre quelli che sono contrari all’indipendenza non voteranno affatto, per paura di legittimare indirettamente il processo. Hanin al Qadu, parlamentare Shabak a Baghdad, ha dichiarato che il suo partito è contro il referendum, aggiungendo di sentirsi “iracheno, né curdo né arabo. La scelta migliore per noi è rimanere col governo iracheno. Il referendum non dovrebbe avere luogo nelle aree contese, in particolare quelle dove abitiamo noi”. (AGI) LBY

Medioriente: chi sono i curdi iraniani, ai margini del caos regionale

(AGI) – Dei curdi non si è mai parlato tanto come in questi anni. Le popolazione curde in medioriente vivono, come è noto, tra Turchia, Siria, Iraq e Iraq. Il sogno dell’indipendenza, o anche solo quello del riconoscimento dell’esistenza di un popolo con una lingua e una cultura proprie, si è declinato diversamente a seconda dei periodi storici nell’ultimo secolo, e a seconda dei contesti nazionali in cui questo desiderio di legittimazione germinava.
Negli anni in cui le rivolte arabe venivano fagocitate dalla riemersione dell’estremismo e dalla distruzione di intere città, danneggiando le istanze di un mondo arabo sollevatosi quasi integralmente contro le autocrazie regionali, per i curdi iniziava un periodo di crescente protagonismo politico e militare, sopratutto nel momento in cui le formazioni armate curde hanno iniziato a combattere contro i miliziani dello Stato islamico.
Dei curdi in Turchia si sente parlare già da decenni, in relazione alla guerra tra Stato turco e Pkk, interrotta di volta in volta da cessate il fuoco e da tentativi di aprire un tavolo negoziale. I curdi in Turchia, durante la prima fase del governo di Erdogan, hanno anche ottenuto una rappresentanza parlamentare (il partito HDP), sancendo da una parte una frattura tra strategia armata e politica, dall’altra la percezione di Ankara di una certa ambiguità del campo curdo, i cui protagonisti politici hanno avuto spesso un passato o un presente di amicizia, o addirittura di legami familiari (è il caso del fratello del leader HDP, Demirtas, che ha scelto la lotta armata) con gli esponenti militari, legati ai gruppi armati.
Mentre Erdogan gestiva maldestramente la duplice minaccia posta dall’Isis e dal Pkk (prendendosela per un lungo periodo più con i secondi, che combattevano i primi), il Pkk si guadagnava gli onori delle cronache occidentali proprio in virtù del suo protagonismo militare contro l’Isis.
Nel frattempo, visto il progressivo sgretolamento amministrativo di Siria e Iraq, il confine terrestre che divideva i due paesi (e le due rispettive comunità curde, quella siriana e quella irachena) ha di fatto cessato di esistere, con i curdi siriani confluiti assieme a gran parte di quelli iracheni all’interno della coalizione americana anti-Isis. Non necessariamente, però, per saldare la causa curda.
Piuttosto, per produrre fratture al suo interno come quella maturata tra lo stesso PKK e KDP (in Iraq). In virtù dei numerosi successi militari sul campo contro l’Isis, i curdi iracheni – o meglio, il governo regionale del Kurdistan – sono senz’altro quelli usciti più rafforzati da questi anni, guadagnando con le campagne militari più del 40% del territorio (tra cui gran parte di quello designato come “conteso” con Baghdad, come sancito dalla bozza di Costituzione del 2005), e arrivando a indire un referendum di indipendenza (partendo già da una condizione di relativa autonomia).
La questione dei territori contesi in questi anni è sembrata “risolversi” militarmente: i pashmerga sostanzialmente hanno preso il controllo di tutte le aree via via abbandonate dall’Isis, comprese molte zone eterogenee dal punto di vista etnoconfessionale, come Kirkuk, Khanaq, Makhmour e Sinjar.
In Siria i curdi hanno vissuto forse il trapasso più rilevante: da minoranza storicamente oppressa e marginalizzata ad attore fondamentale nella guerra all’Isis, sopratutto per gli americani, di cui di fatto costituiscono le truppe sul terreno con il PYD e le YPG. Anche dal punto di vista politico, dato che l’esperienza politica del Rojava appare essere la più interessante, democratica e avviata.
Anche in questo caso, la questione del controllo da parte dei curdi di aree eterogenee (come la città araba di Raqqa, presa d’assalto durante l’offensiva curdo-araba delle Sdf, sostenute dagli Stati Uniti) ha posto più di un problema. L’ascesa dei curdi in Siria ha influenzato anche quella dei curdi in Turchia: nelle elezioni del 2015, l’HDP ha ottenuto il 13% dei voti, superando l’alta soglia di sbarramento (10%) per entrare nel parlamento turco.
Dei curdi in Iran, invece, si sa molto meno, ed è risaltato invece il loro apparente “quietismo”, la loro relativa impermeabilità ai sommovimenti regionali. Numerosissime sono state in questi anni, dopo una relativa calma durata un paio di decenni, le occasioni di scontro armato tra i gruppi armati curdi e i Guardiani della rivoluzione. Proprio all’inizio del 2016, il KDP-I ha dichiarato nuovamente guerra allo Stato, riprendendo una lotta iniziata con la nascita della Repubblica islamica nel 1979; nel frattempo, il Komala, formazione armata orientata a sinistra,  ha fatto lo stesso con altri sei gruppi armati ad inizio 2017. Senza però produrre cambiamenti politici particolari.
E’ curioso pensare al quietismo dei curdi iraniani, se si pensa che sono gli unici (e i secondi più numerosi dopo quelli in Turchia) ad aver avuto nella storia un loro stato indipendente, durato meno di un anno: era il 22 gennaio 1946 quando fu dichiarata la Repubblica del Kurdistan con capitale Mahabad, finché nel dicembre dello stesso anno l’Esercito dello Shah non entrò nella regione per porre fine all’esperimento. Masoud Barzani, a capo del governo regionale del Kurdistan, è nato proprio nella breve Repubblica del Kurdistan iraniano, il che ha contribuito a plasmarne la coscienza politica.
Uno dei tratti che differenzia la politica dei curdi in Iran da quella degli altri curdi è che gran parte di essa è stata concepita da leader in esilio, sia durante il periodo dello Shah che della repubblica islamica. Ciò ha avuto una conseguenza diretta sulla società curda in Iran, disconnettendo parzialmente i partiti curdi dalla società civile, riducendo l’influenza dei primi sulla seconda. Oggi la scena politica curda in Iran è vivace e dinamica, ma anche frammentata (manca quindi un partito in grado di esercitare una leadership) e priva di leader carismatici.
La posizione dei partiti curdi iraniani, compresa quella del PJAK (affiliato al PKK), ha acuito la frattura con la società civile e con gli esponenti curdi in territorio iraniano. I leader del PJAK hanno infatti dovuto continuamente mediare tra l’ascolto delle aspirazioni dei curdi iraniani e le preoccupazioni del governo regionale del Kurdistan (di cui sono ospiti, e che ha ricevuto dall’Iran la prima fornitura di armi all’indomani della proclamazione del Califfato a Mosul) circa i loro problematici rapporti con Teheran.
Qui entra in gioco la strategia della Repubblica islamica: uno dei metodi più utilizzati da Teheran per porre un freno all’attivismo curdo all’interno del Paese è stato quello di esercitare pressioni – attraverso il KRG con il KDP-I e il PUK con il Komala – sui gruppi curdi iraniani in esilio a Erbil. Lo ha fatto in diversi modi, sfruttando da un lato i rapporti stretti con il governo di Baghdad (quindi limitando le attività dei curdi iraniani in territorio iracheno o in quello del KRG) e dall’altro mettendo in moto iniziative legislative concrete attraverso esponenti iracheni pro-iraniani.
La coalizione “Stato di diritto”, filo iraniana e guidata dall’ex primo ministro Nouri Al Maliki, ha proposto ad esempio una mozione lo scorso marzo, in cui si chiede il completo disarmo delle formazioni curde-iraniane che operano nel KRG contro la Repubblica islamica dell’Iran.
Non solo. Teheran in questi anni ha anche coltivato i rapporti con il PUK, che controlla direttamente le aree del Kurdistan iracheno confinanti con l’Iran. Il fatto che il PUK abbia stretti rapporti con il Komala, ha permesso a Teheran di usare – come scrive su Middle east eye Galip Dalay – sia il bastone che la carota, attuando un’alternanza di minacce e ricompense nei confronti dello stesso PUK per fargli esercitare pressioni sul Komala. Chiarezza è stata fatta anche direttamente nei confronti di Erbil, che è stata avvertita da Teheran sulle conseguenze con cui potrebbe fare i conti nel momento in cui i partiti curdi dovessero far ripartire nuovamente una lotta armata strutturata contro l’Iran.
Insomma, il momentaneo quietismo sembra anche il risultato di un tacito accordo tra Iran e KRG: al governo regionale curdo è permesso continuare ad ospitare i leader curdi iraniani, a patto che i loro movimenti si guardino bene dal condurre attività politiche e militari contro la Repubblica islamica. Sembra funzionare, perché a parte episodi isolati, almeno da un decennio né il KDP-I né il Komala hanno condotto attività ostili a Teheran. Non è un caso che molti accademici curdi iraniani abbiano descritto KDP-I e Komala come due partiti sulla via del ritiro dalle attività politiche.
Quello del PJAK è un destino diverso, che si intreccia con quello del PKK a cui è affiliato e con gli interessi della Turchia. Nel suo sostegno ad Assad, l’Iran ha visto convergere parzialmente i propri interessi con quelli del PKK, che a sua volta ha favorito l’attivismo del PYD proprio in Siria, con la prospettiva – contestuale alla guerra allo Stato islamico – di dare forma ad una regione autonoma curda nel paese del regime baathista, percepita come una minaccia da Ankara, visto che il PKK e il PYD sono considerati gruppi terroristici dalla Turchia.
Così, il PKK ha cercato a sua volta di addomesticare il PJAK, con cui Teheran ha sancito un precario cessate il fuoco nel 2011, nonostante negli ultimi tempi si siano registrati alcuni incidenti isolati. Il quadro appare chiaro: essendo “strumenti negoziali” nei rapporti tra Iran e altre componenti curde non-iraniane, i partiti curdi iraniani si sono ritrovati in uno stato di inattività indotta, con il conseguente decadimento politico, la mancanza di risorse e l’estraniamento dalla società civile curdo-iraniana. L’influenza iraniana è poi calata negli ultimi anni, ossia da quando gli Stati Uniti sono entrati nella partita, convogliando le forze delle YPG e del PYD sotto l’ombrello della coalizione anti-Isis.
Come conseguenza immediata di questo calo, si sono invece rafforzati i rapporti tra Ankara e Teheran, che infatti sono i due paesi che hanno più nettamente esposto il loro scetticismo rispetto al referendum in Kurdistan, temendo conseguenze geopolitiche rilevanti per la loro sovranità territoriale.
Il futuro dei curdi iraniani sembra legato anche ad un fattore interno alla scena politica della Repubblica islamica: la gran parte dei curdi iraniani (in particolare i sunniti, che ne rappresentano i tre quarti) sostiene il campo riformista in Iran, e indirettamente il presidente Rouhani, che è sostenuto appunto da una coalizione riformista. La loro speranza è che il secondo mandato di Rouhani sia in grado di espandere i diritti socio culturali dei curdi, che vivono in alcune delle province più povere del Paese. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Kurdistan: occhi puntati su Kirkuk, tensione alle stelle

(AGI) – Beirut, 25 set. – Meno di una settimana prima del voto di indipendenza in Kurdistan, lo scorso 19 settembre, i media locali hanno riportato la notizia di violenti scontri armati inter etnici tra gruppi di curdi e di turkmeni a Kirkuk, interrotti solo grazie all’intervento della polizia, dopo aver prodotto un morto e tre feriti.
Kirkuk è uno dei pomi della discordia nel processo di indipendenza perseguito dai curdi iracheni. Si tratta di una città multietnica e strategica: abitata da curdi, arabi, assiri e turkmeni in particolare (e le rispettive milizie), è capoluogo dell’omonimo governatorato e vicina al più grande giacimento petrolifero dell’Iraq. Kirkuk è stata inserita dai curdi all’interno del territorio dove si terrà il referendum, nonostante l’aperta e netta opposizione delle minoranze locali e dei politici che le rappresentano.
Sin dagli anni ’70, cioè il periodo in cui i curdi iniziarono a combattere il regime baathista di Saddam Hussein, l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) governa Kirkuk attraverso dei comitati in ogni quartiere, inclusi quelli a maggioranza araba o turkmena. Il PUK detiene sei dei tredici rappresentanti che Kirkuk esprime nel parlamento iracheno a Baghdad, per cui nulla di ciò che viene stabilito per la città nel nord del Paese può essere deciso senza l’approvazione del PUK e del Malband, il suo specifico organo che supervisiona l’operato dei comitati.
Tuttavia, consapevole delle preoccupazioni delle comunità non curde di Kirkuk, il direttivo del Puk lo scorso 14 settembre aveva addirittura votato per escludere i residenti della città dalle votazioni per il referendum. “Abbiamo deciso di rifiutare il voto..perché il futuro della città è in pericolo e non siamo disposti a prenderci questo rischio”, aveva detto l’indomani del voto del direttivo Yasin Izzadin, parlamentare del Puk.
Ciò non ha fatto alto che mettere in evidenza le fratture interne ai curdi iracheni: le forze pro-referendum hanno subito organizzato dei comizi nella città, e il 19 settembre, proprio nel giorno degli scontri inter etnici, il presidente del governo regionale del Kurdistan, Masoud Barzani, si è presentato in città, accompagnato da alcuni veterani pashmerga, tra cui Kosrat Rasul, a capo del PUK (ed esponente della sua frangia favorevole all’inclusione di Kirkuk). Rasul ha provato a ordinare ai membri del suo partito di sostenere il voto, facendo però un buco nell’acqua: secondo alcune fonti locali, a Kirkuk non c’è stata nemmeno una reale campagna pro-referendum.
Kirkuk rimane la roccaforte del PUK, che ha visto nell’ultimo periodo diminuire il controllo esercitato sulla vicina città di Suleimainiyah, a vantaggio del Gorran, movimento curdo (in parte vicino all’Iran) che si è staccato nel 2009 dal Puk e che non sostiene il referendum.
“Penso che disporre il referendum all’interno di aree contese come Kirkuk sia paragonabile ad una dichiarazione di guerra, e ciò è alimentato anche dall’opposizione delle Milizie di mobilitazione popolare, composte in larga parte da arabi musulmani sciiti e da turkmeni”, spiega il direttore di Kirkuknow, Shorsh Khalid, ad Al Monitor. Al referendum si oppongono anche le milizie filo iraniane, presenti nell’area sud di Kirkuk e nelle province di Salahuddin e Tuz Khormato, a maggioranza sciita, e ovviamente il governo di Baghdad, che teme anche di perdere una regione ricchissima di petrolio. Kirkuk era caduta nelle mani dei pashmerga nel giugno 2014, quando l’improvvisa orda di miliziani dell’Isis aveva colto di sorpresa e costretto a scappare le truppe irachene dislocate nell’area.
“Kirkuk è come un barile di polvere da sparo, e un solo fiammifero può cambiare tutto”, continua Khalid. “Gli abitanti di Kirkuk hanno tutti un’arma in casa, e molti di loro ci girano in strada come se fossero dei rosari”.
La tensione a Kirkuk ha anche una dimensione geopolitica: la Turchia si preoccupa del suo destino per la presenza della comunità turcofona. Un parlamentare turco ha recentemente chiesto l’intervento militare di Ankara se i curdi dovessero procedere con il voto. L’Iran si interfaccia invece sopratutto col movimento Gorran, e ha appena chiuso le frontiere occidentali (confinanti con Sulemainiyah), che delimitano le sue regioni a maggioranza curda. (AGI) LBY

Kurdistan: “il nemico del referendum è mio amico”, nubi sul voto per l’indipendenza

(AGI) – Beirut, 22 set. – Il prossimo 25 settembre in Kurdistan iracheno si dovrebbe tenere il referendum di indipendenza. A questa decisione, Erbil è potuta arrivare anche grazie alla reputazione che i curdi si sono guadagnati agli occhi dell’Occidente, con il loro indubbio protagonismo nella guerra contro lo Stato islamico. Tuttavia, sembra proprio che quella stessa reputazione, assieme ad altri fattori, stia mettendo d’accordo diversi attori regionali e globali – normalmente ostili o divergenti tra loro – sulla necessità di impedire o quantomeno posticipare il voto.
Dell’ostilità generale attorno al referendum si è avuto un saggio anche una settimana fa, con l’inizio della battaglia di Hawjia, nella provincia di Kirkuk, dove i pashmerga curdi sono stati marginalizzati dalle truppe di Baghdad, decise a scacciare in autonomia le truppe dell’Isis da una delle loro ultime roccaforti.
Washington, in primis, attraverso le parole di Brett McGurk, inviato per gli Affari regionali, ha definito il referendum “provocatorio e destabilizzante, un processo molto rischioso senza prospettive di legittimità internazionale”. Gli ha fatto eco anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Gutierres, il quale ha chiaramente affermato che il voto danneggerebbe l’efficacia della guerra allo Stato islamico, in cui i pashmerga sono parte della coalizione a guida americana.
Sia Iran che Turchia, ovviamente, temono per il risveglio o la rimobilitazione delle rispettive minoranze curde sul loro territorio: Ankara ha mandato i carri armati al confine col Kurdistan iracheno, mentre Teheran – che normalmente sostiene gli Stati “forti” e centralizzati, e teme che la frammentazione regionale possa dare luogo a entità deboli e potenzialmente ostili alla Repubblica islamica, in ragione della loro volubilità politica – ha già fatto sapere che chiuderà la propria frontiera con la regione autonoma curda in Iraq se il voto dovesse avere luogo. Come conseguenza immediata, sembra che numerose famiglia curde-irachene abbiano iniziato a immagazzinare scorte di cibo.
Il governo di Baghdad non ha una posizione più conciliante, nel timore di perdere un terzo del paese e di aprire un nuovo fronte di guerra. Il primo ministro Haider al Abadi ha definito il referendum “illegale e incostituzionale”, e che l’Iraq si riserva di ricorrere all’uso della forza se il processo dovesse generare violenza. Baghdad contesta inoltre l’inclusione nel referendum da parte dei curdi di aree come la provincia ricca di petrolio di Kirkuk, abitata anche da altre minoranze (come i turkmeni, che si sono detti contrari al voto), che da quando è stata presa dai pashmerga nel 2014 ha contribuito ad allargare del 40% il territorio controllato dai curdi.
Anche i curdi stessi sono divisi. In primis ci sono ragioni strettamente connesse alla gestione locale del potere: molti leader curdi politicamente rivali del presidente Masoud Barzani, pur dichiarandosi favorevoli all’indipendenza hanno dichiarato che voteranno “no” per non rafforzare la sua leadership. E’ ad esempio il caso del movimento Gorran.
Altri considerano il referendum un’idea giusta in un momento sbagliato, anche in considerazione del fatto che ritengono il governo regionale del Kurdistan altamente corrotto e disfunzionale. Il nome del movimento all’interno del Parlamento che sostiene questa linea è eloquente: “No for now”. Un suo rappresentante, Rabbon Marof, ha dichiarato a New York Times: “non siamo uno stato democratico, siamo uno stato tribale, e non siamo ancora pronti all’indipendenza”, aggiungendo poi di aver subito intimidazioni da parte dei sostenitori del “si”.
Gli avversari politici di Barzani lo hanno accusato di voler utilizzare il referendum per distrarre i curdi rispetto ai problemi politici e sopratutto economici. Danneggiato dall’abbassamento del prezzo del petrolio, il Kurdistan ha secondo gli analisti un debito di 20 miliardi. I funzionari pubblici sostengono di aver ricevuto circa il 40% del proprio salario da quando Baghdad ha smesso di inviare i pagamenti alla regione nel 2014.
C’è chi è a favore dell’indipendenza ma boicotterà il voto, temendo che esso possa innanzitutto compromettere in un colpo solo le relazioni con gli Stati Uniti e con l’Iraq. Le autorità di Erbil hanno già rifiutato alcune proposte americane, volte ad annullare il referendum e a negoziare con Baghdad, e hanno già detto che prima dell’inizio di qualunque negoziato vogliono un endorsement da parte di Baghdad sull’indipendenza.
Se il referendum dovesse avere luogo e se dovesse vincere il “si”, l’indipendenza non sarebbe automatica e immediata. Ma come ha ricordato recentemente Hoshyar Zebari, uno dei leader del referendum (ed ex ministro degli esteri iracheno), l’esito avrebbe comunque un valore vincolante all’interno del governo regionale curdo, dopo il quale verrebbe messo in moto un processo formale di separazione, contestuale all’avvio di negoziati con Baghdad e di una campagna per il riconoscimento internazionale. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Egitto: nuova testimonianza fa luce sulle torture di regime

(AGI) – Beirut, 18 set. – Si chiama Tarek “Tito” Hussein, ha 24 anni ed è un avvocato egiziano che si occupa di diritti umani. La sua è l’ultima testimonianza in ordine di tempo sulle torture e la negazione dei diritti umani fondamentali dei detenuti da parte degli apparati di sicurezza egiziani durante l’era Al Sisi, a pochi giorni dall’uscita di un report di Human Rights Watch in cui si mette in evidenza l’utilizzo sistematico di tortura e abusi in Egitto, e che secondo l’organizzazione si configurano come crimini contro l’umanità.
Tarek Hussein è stato incarcerato senza capi d’accusa e detenuto per cinque settimane, raccontate da lui stesso al Guardian. Il suo calvario inizia il 17 giugno scorso, nel quartiere di Kafr Hamza, nella zona settentrionale del Cairo. Alle prime luci della mattina la madre di Tarek va ad aprire alla porta dopo aver sentito bussare, e di fronte si trova una cinquantina di poliziotti armati fino ai denti, sul ciglio della strada.
I poliziotti cercano ovviamente Tarek, un attivista per la democrazia, il cui fratello minore era stato arrestato qualche tempo prima per due anni, accusato di aver indossato una maglietta con su scritto “Una nazione senza tortura”. Tarek chiede che gli sia mostrato un mandato d’arresto, ma gli viene risposto che “sai bene che non è così che funzionano le cose”. E lo prelevano, senza comunicare alla madre su dove lo stessero portando.
Nei successivi 42 giorni, Tarek Hussein viene spostato da una stazione della polizia all’altra, in balia di quelli che in breve diventano i suoi aguzzini: tentativi di estorcere falsa testimonianza con la violenza, negazione dell’accesso ad un avvocato e interrogatori via via sempre più brutali, che comprendono l’utilizzo dell’elettroshock. Durante gli interrogatori, gli viene chiesto diverse volte cosa pensasse della rivoluzione del 2011, delle sue relazioni con figure dell’opposizione e di alcuni articoli da lui scritti per conto di organizzazioni internazionali per i diritti umani. Non gli viene detto di cosa è accusato, finché non viene portato di fronte ad un giudice.
Lì, Tarek Hussein scopre di dover fare i conti con l’accusa di “incitamento contro lo Stato e appartenenza alla Fratellanza Musulmana”, nuovamente bandita in Egitto dal regime di Al Sisi dopo l’esperienza del governo di Mohammad Morsi. Si tratta di una accusa evidentemente assurda, se si pensa che Hussein era stato uno dei più fermi oppositori del movimento islamista fondato nel 1928, sopratutto durante l’anno in cui esso era stato al potere.
Nonostante poco dopo il giudice avesse disposto il suo rilascio dietro cauzione, gli agenti della sicurezza interna ignorano la disposizione, continuando ad accusare Tarek Hussein di altri reati commessi in giro per l’Egitto. Si tratta anche qui di accuse difficili da digerire, come quella di frode o lavori di costruzione illegali, peraltro avvenuti in città in cui Tarek è andato l’ultima volta quando era un bambino.
I militari non lo tengono solo in stazioni di polizia ma anche intere giornate chiuso in furgoni della polizia, in isolamento oppure in celle con altri 150 detenuti. Le sue condizioni peggiorano, e quando inizia a vomitare sangue nessuno gli offre assistenza medica. In compenso gli viene detto di essere stato condannato a un anno di prigione, ma non gli viene mai comunicato il capo d’accusa.
L’esperienza peggiore la vive in un centro di detenzione a Badr el Beheira, nella zona occidentale del delta del Nilo. “Appena sono arrivato là dentro mi è stato subito chiaro quali fossero le procedure, ho capito subito che erano particolarmente dure”, spiega Hussein, raccontando di detenuti fatti spogliare nudi al loro arrivo e picchiati senza motivo con dei manganelli. Mentre attende di essere interrogato di nuovo, tarek sente le grida dei detenuti torturati nelle altre stanze, e vede diversi prigionieri ricoperti del loro sangue.
Lo scorso anno Amnesty International aveva pubblicato un rapporto in cui si faceva luce sul vertiginoso aumento delle sparizioni forzate in Egitto a partire dal 2013: per un certo periodo, durante lo stato d’emergenza, le autorità egiziane sarebbero arrivate a rapire in media quattro cittadini al giorno, senza comunicar loro il motivo. Uno di loro è l’amico e collega di Hussein, l’avvocato Ibrahim Metwally Hegazy, fondatore dell’Associazione delle famiglie dei desaparecidos e condannato a 5 anni di prigione. Hegazy viene associato sopratutto all’indagine sull’assassinio di Giulio Regeni lo scorso anno.
Oggi Hussein è stato scarcerato e non si arrende, anche se è evidente il suo disincanto, la sua amarezza: “Se hai il sogno di cambiare l’Egitto in meglio, di vivere in un Paese in cui il primato della legge viene rispettato e la violenza illegittima dello Stato viene sanzionata, devi pagare un prezzo alto. Questo regime crede che combattere per i tuoi diritti sia un crimine. Ma il vero crimine è quello che accade nelle prigioni egiziane”. (AGI) LBY

Yemen: ora la crisi umanitaria costringe gli yemeniti a vendersi gli organi

(AGI) – Beirut, 15 set. – La guerra in Yemen, e la crisi umanitaria che sta provocando, costringono gli yemeniti alle scelte più dolorose: vendere tutto ciò che hanno per sopravvivere in un paese in cui c’è scarsità di quasi ogni bene, e abbondanza di epidemie, di profonda insicurezza, di morti. C’è chi vende la casa, la macchina, tutti i beni materiali di cui dispone. E poi, da qualche tempo, c’è chi è disposto a vendersi gli organi.
E’ il caso ad esempio di Ali, intervistato da Al Jazeera a Sana’a. Trent’anni, disoccupato e divorziato, recentemente si è trovato di fronte ad una scelta difficile: unirsi ai ribelli Houthi sul fronte di guerra, trasferirsi in Arabia Saudita per cercare lavoro, oppure vendere un organo. “Non c’è lavoro qui, e mia moglie mi ha lasciato per un altro uomo”.
Un giorno Ali viene avvicinato di fronte ad un ufficio passaporti di Sana’a – dove si era recato per ottenere un visto per l’Arabia Saudita – da un tassista di origine egiziana, che poi scoprì essere un intermediario per il commercio di organi. Ne nasce una conversazione, che finisce inevitabilmente per vertere sulle difficoltà finanziarie di entrambi. Finché, il tassista mostra ad Ali alcune cicatrici sulla sua pancia, e inizia a persuaderlo rispetto all’idea di vendersi un polmone. “Mi ha detto che vendendolo era riuscito a sposarsi e a comprare la macchina che aveva”, spiega Ali.
Ali si convince, cede il suo passaporto al broker egiziano, che a sua volta contatta un trafficante di organi, e fa redigere una falsa diagnosi su Ali, in cui si attesta che soffre di una malattia al polmone per la quale necessità di essere curato al Cairo. Si mettono subito d’accordo sul prezzo: Ali cederà il suo polmone – destinato ad un anziano uomo proveniente dal Kuwait – per 10 mila dollari. Una operazione non facile, e tutt’altro che garantita: non sono previste cure post-operatorie, e i pazienti sono obbligati a firmare un documento in cui attestano che “non è responsabilità del medico nel caso in cui sorgano complicazioni post operatorie”.
Ali non è certo il solo. Come spiega Fuad Rajeh su Al Jazeera, sebbene ancora non sia chiaro quale sia lo scopo ultimo del commercio di organi tra gli yemeniti più disperati, tra Egitto e Yemen si diffondono sempre di più questi network anonimi attraverso il quali arrivare facilmente a potersi vendere un organo. Il mese scorso, su Facebook era circolata una fotografia di una insegnante yemenita che offriva il suo polmone in vendita. La didascalia della foto recitava: “questo è quello che il governo senza legittimità ci costringe a fare. Offro uno dei miei due polmoni, perché devo salvare i miei figli dalla fame. Il salario è vita”.
Più di venti milioni di yemeniti oggi hanno bisogno urgente di assistenza umanitaria, secondo le Nazioni Unite. Si stima inoltre che le riserve di valuta estera nella Banca centrale dello Yemen siano crollate da 4.7 miliardi di dollari nel 2014 a poco meno di 1 miliardo nel settembre 2016. Proprio a partire da questa data, i salati degli impiegati pubblici, degli insegnanti, dei medici e degli infermieri vengono pagati con estrema irregolarità, lasciando circa un milione di funzionari pubblici (che prima della guerra erano una classe bene o male benestante) senza introiti sicuri.
Secondo Wahag al Maqtari, fondatore del Sopol al Haya Critical Care Hospital di Sana’a, la maggior parte delle vittime del traffico di organi in Yemen è di sesso maschile, di solito in un’età compresa tra i 28 e i 40 anni. Non esistono numeri affidabili sulla quantità di yemeniti che hanno fatto ricorso alla vendita di organi, ma secondo Al Maqtari attualmente il fenomeno “vede una diffusione senza precedenti”.
Sono d’altronde già 300 (dal 2015) i casi di vendita di organi documentari dalla Yemen Organisation for Combating Human Trafficking, una ong con sede a Sana’a. Secondo la ong, i numeri reali dovrebbero essere molto più rilevanti, visto che gran parte dei casi sono tenuti nella completa segretezza, sia per l’illegalità della pratica che per motivazioni religiose. Sicuramente, tra i casi documentati, circa il 90% ha affrontato l’operazione in Egitto, come Ali. Gli organi più venduti sono polmoni, fegato e le cornee.
Sono molti i casi documentati in Egitto, nei quali alcuni ospedali acquistano organi di contrabbando da yemeniti anche per cifre vicine ai cinquemila dollari, per poi rivenderli a circa centomila a facoltosi clienti occidentali o provenienti dai Paesi del Golfo. Un business lucrosissimo, che sfrutta la disperazione di persone disposte a vendere parti di se stesse pur di dar da mangiare ai propri figli. (AGI) LBY

Iraq: la strana convergenza irano-americana sul referendum curdo

(AGI) – Beirut, 15 set. – Almeno sul Kurdistan iracheno, iraniani ed americani sembrano convergere: secondo fonti irachene, negli ultimi tempo una serie di comandanti e diplomatici americani e iraniani si affollano negli uffici governativi del Kurdistan iracheno, per convincere i curdi – importanti alleati nella guerra all’Isis – a posticipare o addirittura a cancellare il referendum per l’indipendenza, previsto per il 25 settembre. Gli iraniani da tempo puntano al mantenimento della centralizzazione del potere, sia in Iraq che in Siria.
In particolare sembra che da una parte il generale Qassem Sulaimani, a capo delle Forze Quds dei Pasdaran, e dall’altra Brett McGurk, inviato speciale americano per l’Isis, accompagnato dall’ambasciatore statunitense in Iraq, Douglas Silliman, stiano battendo frequentemente la rotta che unisce Baghdad, Erbil e Sulaymaniyah, per convincere le diverse parti a trovare una mediazione su un referendum che promette di dividere e di far nascere nuove questioni (sopratutto quella dei turkmeni, ma anche quella territoriale, ndr).
“Gli americani e gli iraniani sono d’accordo tra loro sul fatto che il referendum non dovrebbe avere luogo”, ha riferito ad Al Monitor lo scorso 11 settembre un membro dell’Unione patriottica del Kurdistan, in seguito a meeting separati con le controparti iraniane e americane.
Sul referendum esistono divisioni anche interne agli stessi curdi: è il caso del movimento curdo Gorran, che ha fatto sapere di voler posticipare il voto finché non verrà garantita la piena sicurezza regionale, trovandosi in accordo con gli americani. C’è poi la questione territoriale, che si intreccia a quella del protagonismo delle milizie sciite in Iraq.
Lo scorso 11 settembre, per esempio, un centinaio di combattenti delle milizie sciite raccolte sotto l’ombrello di Hashd al Shaabi, sono arrivate nel distretto di Mandali, nella provincia di Diyala, 100 km a nordest di Baghdad. Una volta giunte, hanno costretto alle dimissioni il capo del consiglio cittadino, curdo, e annunciato che la città non verrà inclusa nel referendum per l’indipendenza curda.
Un “incidente” avvenuto tre giorni dopo che Hadi Ameri, a capo della Brigata Badr – componente fondamentale delle Forze di Mobilitazione popolare – aveva annunciato pubblicamente che “l’Iraq resterà unito, e se il referendum curdo andrà avanti potrà provocare una guerra civile nel paese”. Così, in aperta sfida nei confronti dei curdi, il 12 e il 13 settembre scorsi i consigli provinciali di Diyala e di Salahuddin hanno annunciato che impediranno il voto all’interno dei loro confini provinciali.
Da parte sua, il presidente de facto del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, ha fatto sapere che al momento non gli è stata presentata alcuna alternativa funzionale a fargli prendere in considerazione l’ipotesi di rimandare il referendum. “Vogliamo porgere la mano ai fratelli di ogni luogo, ma se qualcuno volesse combatterci, beh, può provarci”, ha detto lo scorso 13 settembre in un comizio nella città di Akre, vicino Erbil.
Se Iran e Stati Uniti condividono forti perplessità sul referendum, sui suoi modi e tempi, è anche vero che lo fanno sulla base di ragioni diverse. Washington è preoccupata per il possibile indebolimento del premier iracheno Haider Al Abadi in vista delle elezioni di aprile 2018, se il referendum dovesse far registrare un plebiscito o qualcosa di simile. Il ragionamento dietro a questa preoccupazione è che qualunque indebolimento di Al Abadi in Iraq potrebbe comportare un rafforzamento dell’Iran e dei suoi sponsor locali, come le stesse milizie.
Da parte sua Teheran, oltre a preferire a priori uno stato forte e centralizzato ai suoi confini, è preoccupata sopratutto del fatto che il referendum possa in realtà essere un piano israelo-americano per creare ulteriore instabilità regionale, e così minare la sicurezza nazionale e l’integrità territoriale iraniana. In Iran vivono circa 8 milioni di curdi, sopratutto al confine con l’Iraq.
Realisticamente, considerando quanto Barzani ha sinora investito sul referendum, sembra che l’unica opzione percorribile per Iran e Stati Uniti sia quella di convicere quest’ultimo a posticipare il voto, magari nel frattempo “salvando la faccia” agli occhi della popolazione, sottoscrivendo un accordo interno con le diverse componenti curde, tra cui anche il Gorran.
Se il Gorran non raggiungesse un accordo con le altre componenti curde come il Puk e Kdp, questi ultimi potrebbero tecnicamente passare per il parlamento, in cui in aggregato detengono 81 seggi su 111, e indire il referendum ignorando il Gorran stesso. Secondo un politico del Gorran in condizioni di anonimato, questa ipotesi potrebbe rivelarsi “catastrofica”. (AGI) LBY

Medioriente: la guerra interna ai ceceni, dalla Siria alla Russia?

(AGI) – Beirut, 14 set. – Alle cronache occidentali nei tempi recenti, il nome dei ceceni è arrivato sopratutto nella sua traduzione araba, “Shishani”: ceceni, titolari del patronimico di “al Shishani”, sono infatti moltissimi combattenti attivi in Medioriente, tra le fila dei diversi gruppi jihadisti, e che secondo alcune testimonianze sul campo a Mosul erano i più temuti dalla popolazione civile; Abu Omar Al Shishani, è il nome del comandante dell’Isis ucciso in battaglia più di un anno fa in Iraq.
E poi ci sono i ceceni mandati in Siria – furono 400 le truppe speciali cecene spedite ad Aleppo durante l’offensiva dello scorso dicembre, sopratutto con funzioni di polizia – da Ramzan Kadyrov, alleato di Vladimir Putin e primo ministro reggente della Repubblica cecena.
Come spiega Vera Mironova su Foreign Affairs, dal punto di vista politico e militare i ceceni in Siria possono essere divisi in tre grandi gruppi. Il primo è quello composto dai fedelissimi di Kadyrov, i “Kadirovtsky”, che sono anche i meglio addestrati; il secondo gruppo, loro rivale, è invece quello degli “Ichkeriysy”, provenienti dalla Repubblica cecena indipendente di Ichkeria; il terzo gruppo è quello degli “Emiratovsy”, promotori di un Emirato islamista nel Caucaso.
Gli Ichkeriysy sono tendenzialmente nazionalisti e seguaci degli ordini sufi dei Naqshbandi o della Qadiriyya. Hanno combattuto sia la prima che la seconda guerra cecena per l’indipendenza dell’Ichkeria, che dal 1991 al 2000 fu riconosciuta solo dal governo dei Talebani in Afghanistan. Oggi, molti dei combattenti ichkeriysy hanno lasciato il Paese, sopratutto per l’Europa.
Gli Emiratovsy sono invece salafiti, e promotori dell’implementazione di una shari’a di interpretazione qaedista – orbita nella quale rientrano ufficialmente – nel nord del Caucaso. Sono stati a lungo una delle principali forze d’opposizione in Cecenia ma prima della guerra in Siria molti di loro erano stati costretti a lasciare la Russia, trovando rifugio in Turchia. Sebbene in Siria queste tre componenti abbiano avuto poche occasioni reali per scontrarsi, il conflitto siriano sembra aver riacceso una miccia che promette di detonare nel prossimo futuro.
Innanzitutto, gli Emiratovsy emigrati in Turchia hanno adottato una nuova strategia di riorganizzazione, dando vita a diversi gruppi, tra cui l’al Jaish al Muhajireen wa al Ansar, per combattere contro il regime di Bashar Al Assad. In difficoltà finanziarie durante la guerra, si sono uniti all’Isis, e oggi considerano i Kadyrovtsky  e ovviamente Ramzan Kadyrov in persona – i loro principali nemici, che infatti sono stati impiegati da Mosca per combattere a fianco delle forze lealiste in Siria.
Dal canto loro, gli Ichkeriysy si sono riorganizzati in una milizia chiamata Ajnad al Kavkaz, che si è unita a sua volta alle opposizioni siriane ma che rimane separata e ostile all’Isis, inserendosi all’interno della frattura tra Isis e orbita qaedista. I combattenti dell’Ajnad si coordinano con Tahrir al Sham, eredi del gruppo qaedista conosciuto fino allo scorso anno come Jabhat al Nusra. Secondo le affermazioni di un leader dell’Ajnad, l’obiettivo principale del gruppo – attivo sopratutto nelle aree montuose nell’area settentrionale del governatorato di Latakia – è quello di “infliggere più perdite possibili alle truppe russe e ai Kadirovtsky.
Il secondo nemico dell’Ajnad al Kavkaz sembra essere proprio l’Isis, anche se, servendosi di una logica ormai diffusa tra tutti gli attori del conflitto siriano, i combattenti del gruppo cercano di evitare gli scontri frontali con gli uomini di Al Baghdadi, preferendo invece che questi ultimi si scontrino con le truppe russe o siriane, danneggiandosi a vicenda. Un esempio lo fornisce la battaglia di Palmira, nella quale gli Ichkeriysy non si unirono all’Isis che combatteva contro i russi.
Il sentimento di ostilità è ricambiato dai miliziani dello Stato islamico, che spesso nella loro propaganda cercano di de-umanizzare gli Ichkeriysy: è proprio l’Isis, ad esempio, ad aver diffuso la voce secondo cui gli Ichkeriysy, dopo una operazione militare andata a buon fine, ululerebbero come dei lupi (il lupo è un simbolo dell’Ichkeria, ndr).
Il problema più grande per i ceceni dell’Isis è la loro inesperienza militare. Si tratta di un paradosso, se si pensa che la reputazione dei ceceni nell’Isis è dovuta sopratutto a quella maturata durante le guerre cecene contro le truppe di Mosca. Ma i comandanti dell’Isis affluiti nello Stato islamico di esperienza non ne hanno così molta, poiché molti dei più esperti comandanti durante i conflitti in Cecenia erano stranieri, come il più celebre di essi, Khattab, di nazionalità saudita.
Anche lo stesso Abu Omar al Shishani non aveva particolare esperienza: secondo alcune sue biografie ha un passato da sergente nell’Esercito georgiano durante la guerra russo-georgiana del 2008, durata una settimana, e dopo la quale non sarebbe riuscito a riarruolarsi. I suoi successi militari in Siria sono arrivati a un prezzo molto alto, se è vero che il suo battaglione è stato uno di quelli che registrava più perdite, sopratutto nelle operazioni nella zona di Tabqa, vicino Raqqa.
In generale, tutti i ceceni che hanno partecipato alla guerra in Siria hanno in questi anni accresciuto la loro esperienza militare. Analogamente a quanto si può dire per i combattenti di Hezbollah, quello siriano sembra essere stato un fruttuoso periodo di addestramento, di upgrading militare, in previsione di altri futuri conflitti (con Israele per quanto riguarda Hezbollah, ndr). E nei prossimi mesi, tantissimi ceceni faranno ritorno a casa. (AGI) LBY