Iraq: l’oscuro futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Iran

(AGI) – Beirut, 14 ago. – Che la tensione tra Iran e Stati Uniti sia destinata a crescere non era ormai un mistero, viste le opinioni negative espresse da Trump sull’accordo nucleare, il rinsaldarsi dell’asse Washington-Riad e il contemporaneo protagonismo dei due paesi – Stati uniti e Iran – sul campo di battaglia in Iraq e Siria. Paradossalmente, oggi forse l’unico elemento che impedisce una deflagrazione dello scontro frontale è la presenza dello Stato islamico, nemico tanto dell’Occidente quanto dell’Iran sciita. Ma cosa accadrà, una volta sconfitto?
Gli ultimi segnali non sono confortanti. All’inizio di questa settimana circa 36 combattenti delle milizie sciite filo iraniane Sayyid al Shuhada sono stati uccisi durante un bombardamento nei pressi del confine siro-iracheno. Gli iraniani hanno accusato gli Stati Uniti, che da parte loro hanno negato, forti dell’alibi della rivendicazione dell’attacco da parte dell’Isis. L’area in cui è avvenuto il bombardamento è tuttavia molto sensibile, poiché è qui che più di una volta gli americani hanno preso di mira anche forze pro iraniane in questi anni di conflitto siriano.
L’Iraq è centrale per le strategie di Iran e Stati Uniti: per Teheran, Baghdad costituisce un alleato la cui preservazione è fondamentale, per scongiurare minacce ai propri confini e dare continuità alla propria sfera di influenza regionale; per Washington, un Iraq sovrano e allo stesso tempo alleato di Teheran sarebbe invece proprio in contrasto con il piano di limitare la suddetta influenza regionale iraniana.
L’alleanza con l’Iraq da parte dell’Iran si è rafforzata molto in questi anni, perché laddove l’Esercito iracheno – finanziato in buona parte dagli americani – non è riuscito a respingere i miliziani dell’Isis ci hanno pensato le Forze di Mobilitazione popolare (PMU), le milizie pro iraniane (e perlopiù sciite).
Formatesi nel 2014 con la benedizione dell’ayatollah Al Sistani – la più autorevole figura religiosa sciita del Paese – le milizie sciite contano oggi su decine di migliaia di affiliati, decisi a spazzare via lo Stato Islamico e allo stesso tempo ostili alla presenza americana di lungo termine sul terreno. E’ stato anche grazie alla decisione delle PMU di concentrare i propri sforzi al confine siro-iracheno che l’Isis, una volta scacciato dalle città, non è riuscito a riorganizzarsi saldando le sue due componenti tra Siria e Iraq.
Per il governo iracheno, una priorità è quella di impedire che le milizie col tempo diano luogo ad uno Stato parallelo, forti di una crescente superiorità rispetto all’Esercito regolare di Baghdad. Questa preoccupazione ha peraltro spinto il governo a cooptare formalmente elementi delle PMU, come ad esempio la Divisione Al Abbas.
Tuttavia, al di là di questa precisa misura, il grosso delle PMU risponde più a Teheran che a Baghdad. E’ il caso ad esempio della milizia più forte in assoluto, gli Asaib Ahl al Haq (La lega dei giusti): addestrati, riforniti e talvolta guidati direttamente dalle Quds Forces di Qassem Suleimani, generale iraniano delle IRGC, la Lega dei giusti – che ha avuto un ruolo centrale nell’assalto a Tal Afar – è anche quella più apertamente ostile alla presenza americana.
Nell’attuale situazione, la posizione del premier iracheno Haider Al Abadi sembra quella più ambigua. Da una parte alleato di Teheran, dall’altra di Washington, con cui ha già detto di voler rafforzare lo Strategic Framework Agreement – firmato la prima volta nel 2008 -, che garantirebbe un impegno americano di lungo termine in Iraq. Uno sviluppo che certamente non farà piacere a Teheran, anche perché il campo sciita, a ben guardare, è in questo momento tutt’altro che omogeneo e coeso.
Un indicatore “vivente” di questa frammentazione è Moqtada Al Sadr: chierico sciita, fondatore dell’Esercito del Mahdi che combatté gli americani dopo la caduta di Saddam Hussein, oggi Al Sadr ha delle posizioni più sfaccettate e ambigue, mantenendosi in equilibrio tra retorica religiosa (sciita) e nazionalistica, e prendendo in parte le distanze da Teheran. Sopratutto, la scorsa settimana lo si è sorprendentemente visto in visita in Arabia Saudita, acerrimo rivale iraniano. Anche lo sgretolarsi dell’Islamic Supreme Council of Iraq è una ulteriore prova della frammentazione in atto. Il suo ex leader, il filo iraniano Ammar Al Hakim, ha fondato un nuovo gruppo, col nome di Movimento nazionale della Saggezza.
Sia l’influenza iraniana sull’Iraq che la stessa sovranità politico territoriale irachena passano per la la preservazione della sua integrità e coesione interna. Il rischio è che Teheran di fronte a questa frammentazione decida di investire ulteriormente sui propri “cavalli” (rischiando peraltro di acuire la frammentazione stessa, nel lungo termine), sulle milizie, mentre Washington cercherebbe di contrastarne la crescita, riservandosi l’opzione di mantenere un certo grado di frammentazione (c’è anche la questione dell’indipendenza curda).
Il resto, lo farebbe il visibile irrigidimento della retorica anti iraniana a Washington e anti americana a Teheran, con i primi preoccupati per l’ascesa di Teheran nella regione e i secondi convinti che questa ascesa sia funzionale alla sopravvivenza di un Paese politicamente isolato. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s