La tomba di Edward Wadi Said, che continui a riposare in pace

Arrivato a Brummana, villaggio sulle colline che circondano Beirut, mi sono fatto lasciare direttamente davanti al cimitero. È lì che volevo andare, pensando fosse l’unico. Era chiuso, quindi mi è toccato scavalcare, e arrampicarmi qua e là tra le tombe, poste in pendenza. Le ho setacciate una ad una, leggendo pazientemente un nome per volta. Niente, non c’è traccia di Edward Wadi Said.

Mi fermo all’ombra di un ulivo, cerco un po’ su internet e scopro di essere nel cimitero sbagliato: questo che ho appena vivisezionato è ortodosso. Said è invece sepolto in un fantomatico cimitero protestante, del quale non esiste alcuna indicazione sul web, ne’ una foto della lapide, nada de nada. Chiedo a ogni singolo passante, e tutti mi guardano come se cercassi gli alieni. Niente, “non lo so”, “non ci sono cimiteri protestanti”, “non ne ho idea”, “vai dritto e chiedi”.

Non posso arrendermi, sono venuto qui per questo. Attraverso la cittadina a piedi, sotto un caldo spigoloso e con le scarpe sbagliate, che partoriscono veschiche. Sembro un pellegrino, mi aggiro per i vicoli senza una meta precisa. Mi fermo di fronte ad una Chiesa ortodossa e chiedo alle signore che sono appena uscite dalla messa. Niente, nessuno sa.

Mi decido ad arrivare fino alla fine della città, ai margini della strada che si inerpica ulteriormente tra le colline. C’è un belvedere, mi fermo un attimo, spiazzato ed esausto, sto per arrendermi definitivamente. Mi passa vicino una signora dai capelli rossi, e quasi per inerzia chiedo anche a lei, preparandomi a ricevere la solita risposta. La signora si illumina: “come ti chiami? Io sono protestante, siamo in pochissimi qui. Il cimitero è in fondo a quel vialetto, dietro alla chiesetta bianca. È molto piccolo, magari chiedi di nuovo. Però oggi è chiuso!”. Poco importa, non mi fermo davanti alle chiusure, non oggi.

Scendo per diverse decine di metri, mentre ammetto a me stesso che mai e poi mai avrei trovato ‘sto cimitero in autonomia, senza la signora che mi ha dato una dritta, dopo decine di buchi nell’acqua e sguardi stralunati.

Arrivato su un vialetto ai margini meridionali di Brummana, mi accorgo che sotto di me c’è un piccolo giardino, grande come un campo di calcetto. Mi affaccio e vedo delle tombe. Lo circumnavigo, cercando l’entrata che mi sarei preparato a scavalcare, in barba ad ogni buonsenso. Con mia sorpresa, una famiglia – padre, madre, due bambini e una signora che deve essere la nonna – mi precede. È la signora ad aprire il cancello, che in effetti era chiuso. Entriamo, li seguo tenendomi a distanza: il padre ha un sacco pieno di terra, probabilmente stanno andando a sistemare le aiuole sulla tomba di un loro caro, hanno tutti un’andatura solenne.

Appena entrati, mi fermo davanti alla prime tombe per scandagliare i nomi. Non faccio in tempo a leggere il primo, che la signora fa marcia indietro, mi viene incontro e, con fare inquisitorio ma non minaccioso, mi chiede: “scusami, chi sei?”. Ho una macchina fotografica al collo, è evidente che non sono qui per un mio parente.

Gli spiego che sono un giornalista, e che sono qui perché sto cercando…non riesco a finire la frase perché a pochi metri da noi il suo nipotino, che avrà 6 anni, indica una tomba e grida: “Said!”

“Ecco signora, cercavo proprio quella, la tomba di Said”, rispondo senza staccare lo sguardo dal ragazzino, che a sua volta non lo stacca dalla tomba di fronte a lui.

“Le chiedo scusa davvero, non voglio mancare di rispetto a nessuno, sono venuto qui solo per questo, è importante. Said è importante”, provo a spiegarmi, con le maldestre parole che mi vengono.

La signora spinge un qualche interruttore nella sua anima e cambia espressione, mi guarda come un nipote che è tornato a trovarla: “figliolo! Penso tu sia la prima persona non di Brummana che viene qui dentro. La prima! Scusami tu per i miei modi un po’ rudi, è che qui non viene mai nessuno, e il cimitero sarebbe chiuso, l’ho aperto io perché dobbiamo cambiare i fiori sulla tomba di mia madre”.

Poi mette maternamente una mano sul mio viso, ci commuoviamo un pochino entrambi, senza un particolare motivo, senza averlo previsto.

“È così bello sapere che qualcuno se ne ricorda. Amiamo tutti Edward Wadi, non sai quanto ci manca!”, mi anticipa, perché onestamente stavo per dire la stessa cosa. “Vai pure, fai quello che vuoi, e prega per lui”. Mi congeda, stavolta con l’aria di chi vorrebbe adottarmi sul momento.

Non prego, non ne sono capace, ma è come se lo stessi facendo. E in ogni caso basta e avanza il brivido che mi percorre il corpo, e che mi lascia immobile a fissare la lapide, in contemplazione per chissà quanti minuti.

Eccolo, Edward Wadi, nascosto nell’angolo più remoto di un remoto e minuscolo cimitero protestante di uno dei tanti villaggi collinari che circondano la capitale del Libano. Una lapide nera, l’unica del cimitero, circondata da lapidi bianche, con un piccolo ulivo a fargli compagnia.

Qui è sepolta una delle nostre speranze. Qui è sepolto chi aveva capito tutto mentre il mondo non capiva nulla, chi aveva iniziato decenni fa a lottare contro i mulini a vento che oggi sono diventati delle pale eoliche.

Si, ci manchi da morire, Edward. Riposati, non ti disturbo più.

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