Medioriente: Golfo, la corsa ad ospitare i Talebani tra le petromonarchie

(AGI) – Beirut, 1 ago. – L’accusa più frequente che gli Emirati Arabi Uniti muovono storicamente nei confronti del vicino Qatar è quella di sostenere o dare rifugio a gruppi islamisti, come ad esempio la Fratellanza Musulmana. Fu così anche nel 2013, quando a Doha venne aperta una rappresentanza diplomatica dei Talebani.
Tuttavia, alcune mail hackerate dall’account dell’ambasciatore emiratino a Washington Yousef al Otaiba – le stesse che qualche settimana fa avevano evidenziato una convergenza di strategie anti iraniane tra paesi del golfo e Israele – sembrano raccontare una storia molto diversa: al tempo dell’apertura dell’ambasciata a Doha, infatti, al Otaiba ricevette una chiamata da parte del ministro degli Esteri di Abu Dhabi, indispettito per il fatto che i Talebani avessero optato per il Qatar e non per gli Emirati Arabi Uniti come sede diplomatica.
Una situazione che sembra essere rafforzata da altre e-mail risalenti a settembre 2011, arrivate in possesso del Times, dove Mohamed Mahmoud Al Khaja, un diplomatico emiratino, incalza Washington – nella persona di Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato per gli Affari del vicino oriente -, accusandola di sostenere la “candidatura” di Doha come sede diplomatica regionale dei Talebani. Nella mail si legge che “HH (il nome “in codice” del ministro degli Esteri emiratino) sostiene di aver avuto l’impressione che per Voi Abu Dhabu fosse la prima scelta, come comunicatoci dall’inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan”.
In un’altra mail del 2012, Al Otaiba si rivolge ad un suo collega americano sostenendo di aver ricevuto “una chiamata dai toni indispettiti da parte del nostro ministro degli Esteri, che si chiede come mai non siamo stati informati di un simile sviluppo(..). Questa gente (i qatarioti, ndr) vuole sempre mettersi in mezzo. Lasciateli fare, eventualmente gli tornerà tutto indietro”, si legge nella mail.
Duro il recente commento Al Otaiba, intervistato da Charlie Rose: “Non penso sia una coincidenza che a Doha ci sia la leadership di Hamas, quella della Fratellanza musulmana e ora l’ambasciata dei Talebani. Perché lo hanno fatto? Non conosciamo la risposta, ma questi sviluppi ci sembrano contraddire l’idea di situazione regionale che stiamo perseguendo”.
La relazione tra Doha e Abu Dhabi è del tutto particolare: teoricamente alleati, ed entrambi alleati chiave di Washington, le due piccole petromonarchie hanno sempre avuto nei fatti una relazione antagonistica. Negli ultimi anni sono state frequenti e reciproche le accuse di “ingerenze negli affari interni” dell’altro, con particolare riferimento ad attività di cyberspionaggio.
Le mail hackerate dall’account dell’ambasciatore Al Otaiba sembrano però imbarazzare molto di più Abu Dhabi, a vantaggio di Doha. Tre diplomatici americani avrebbero confermato al New York Times che Abu Dhabi avrebbe provato a far sì che l’ambasciata talebana venisse aperta negli Emirati.
Sempre Washington sostiene che l’apertura della sede di Doha è avvenuta previo consenso degli Stati Uniti – così come quella di Hamas -, nel tentativo di facilitare i negoziati di pace in Afghanistan e non per affinità ideologica tra Doha e i Talebani stessi. Inoltre, gli Stati Uniti confermano che sia gli Emirati Arabi Uniti che il Qatar avrebbero avuto interesse nell’apertura dell’ambasciata, per rafforzare il loro ruolo di attori regionali di rilievo. (AGI) LBY
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