Libano: come le forze pro-Assad stanno plasmando la politica libanese sulla Siria

(AGI) – Beirut, 30 ago. – Da qualche anno, il refrain più utilizzato dal governo libanese rispetto al conflitto in Siria è “neutralità”: una parola che allude alla necessità di tenere lontani gli spill over della guerra, per evitare che il piccolo paese levantino venga fagocitato dai suoi sviluppi.
Quello libanese è però un governo di larghe intese, nato dalla mediazione tra Saad Hariri – leader del partito sunnita Mustaqbal – e Michel Aoun – fondatore del principale partito cristiano maronita del Paese dei Cedri -, che lo scorso novembre hanno ottenuto rispettivamente il ruolo di primo ministro e di Capo dello Stato. La politica libanese, sopratutto quella estera, continua ad essere espressione di continue mediazioni tra le diverse forze politiche nazionali, che sono da una parte espressione delle tante comunità confessionali del Libano, e dall’altra degli interessi di attori esterni.
Il presidente Michel Aoun ha il suo principale alleato in Hezbollah, il partito sciita dotato di un’ala militare e legato all’Iran. L’appoggio politico che Hezbollah ha fornito ad Aoun è stato fondamentale per l’elezione di quest’ultimo a presidente a novembre 2016, e ha permesso al Partito di Dio di avere due ministri nel nuovo governo.
Inoltre, tale sostegno ha contribuito alla pubblica legittimazione da parte dello stesso Aoun della discussa ala militare sciita, in questi ultimi anni impegnata in Siria a fianco del regime di Assad. “Hezbollah è una forza complementare all’Esercito libanese, fondamentale per la difesa del paese”, aveva detto qualche mese fa il presidente cristiano-maronita, attirando le critiche in particolar modo di Israele.
La molteplicità dei centri decisionali in Libano, che rispondono alle vision delle diverse forze politiche – Hezbollah ed i suoi legami con l’Iran e la Siria, Hariri e i suoi legami con l’Arabia Saudita – sta quindi contribuendo a plasmare la politica estera libanese, sopratutto per quel che riguarda la Siria. C’è una posizione ufficiale, quella della “neutralità”, e un’altra che sta emergendo nei fatti, conseguenza del peso politico che le forze libanesi pro-Assad hanno in Libano.
E’ di questi giorni la notizia che Hezbollah, insieme a Damasco e senza coordinarsi con il governo libanese (ma con il supporto della Sicurezza Interna), sta organizzando il rimpatrio di centinaia di miliziani dell’Isis (con le loro famiglie) verso DeirEzzor (est della Siria), dopo averli combattuti sopratutto nell’ultimo mese e mezzo, nell’area della valle della Beqaa (con il contributo delle Forze armate libanesi) e della città siriana di confine di Qalamoun.
“La politica della neutralità (rispetto al conflitto in Siria, ndr) è un mito, non una realtà: è uno slogan politico”, spiega Sami Nader, direttore del Levant Institute for Strategic Affairs a Syria Deeply. “In questo momento in Libano ci sono più governi all’interno di un solo governo, con i diversi ministri che scelgono di perseguire politiche autonome. E’ un caos completo”.
La posizione delle forze politiche libanesi rispetto a quanto accade in Siria ricalca lo storico posizionamento di queste ultime dopo il ritiro dell’Esercito siriano dal Libano nel 2005. Dopo l’assassinio di Rafic Hariri nel 2005, l’arena politica libanese si divide in due grandi coalizioni, che prendono il nome dal giorno in cui organizzano le rispettive manifestazioni: c’è la coalizione 8 marzo, pro-siriana, e quella del 14 marzo, anti-siriana.
Nella prima coalizione ci sono sopratutto i partiti sciiti di Hezbollah e Amal, quello armeno del Tashnaq, assieme al principale partito cristiano maronita, il Movimento Patriottico libero, fondato dall’attuale capo di Stato Michel Aoun; nella seconda coalizione c’è il partito Mustaqbal di Saad Hariri e altre forze politiche cristiano maronite, come le Forze libanesi e i Falangisti. Quando scoppia la guerra in Siria, Hezbollah da una parte e il Mustaqbal dall’altra, prendono subito una prevedibile posizione, in difesa e in opposizione al regime siriano. La comunità cristiana, in particolare, si divide al suo interno.
Nel frattempo, in Libano mancano un governo e un capo di Stato eletto, dopo che nel 2014 Michel Sleiman aveva lasciato il suo incarico di Capo di Stato, che verrà assunto da Aoun solo nel novembre 2016. E’ sopratutto in questo periodo che matura il protagonismo di Hezbollah in Siria, rompendo con la politica della neutralità libanese, inaugurata ufficialmente nel 2012 dall’allora primo ministro Najib Mikati, e diventando una delle forze protagoniste del conflitto. D’altra parte, il partito Mustaqbal si schiera apertamente con le opposizioni siriane.
Come fa notare il giornalista Hashem Osseiran, la frattura all’interno dell’attuale governo di larghe intese – fra neutrali e “interventisti” – è divenuta più profonda la scorsa settimana, con la partecipazione ad una Fiera internazionale a Damasco da parte di alcuni ministri di Hezbollah, Amal e del partito cristiano Marada. Una partecipazione in qualche modo legittimata dal Capo dello Stato Michel Aoun, e che ha svuotato ancor più di senso l’ufficiale posizione di neutralità del Libano. Da parte sua, il primo ministro Hariri – preso nel mezzo tra la lealtà al governo di larghe intese e la propria ostilità a Damasco – ha dichiarato che la visita dei ministri in Siria “è a titolo personale, non ufficiale”.
Una affermazione prontamente smentita dai fatti: “Siamo qui nel pieno delle nostre capacità ministeriali, per complimentarci con la leadership siriana per la sua vittoria contro il terrorismo eretico”, ha detto alla Fiera di Damasco il ministro dell’Industria Hussein Hajj Hassan, esponente di Hezbollah. Il Ministro dei lavori pubblici e dei Trasporti, Youssef Fenianos, esponente del Marada, gli ha fatto eco.
“In Libano, non esiste quasi mai una politica estera coerente, a causa della stessa natura dello Stato: le diverse comunità hanno le loro rispettive posizioni in politica estera”, commenta il professor Bassel Salloukh, della Lebanese American University. “Quel che vediamo oggi non è nulla di straordinario: c’è uno Stato debole e attori non-statali forti, a cui oggi lo Stato delega la gestione del dossier siriano, così da poter rimanere in una posizione intermedia (il Libano riceve anche aiuti militari da Washington, ndr) e relazionarsi di volta in volta con i diversi attori regionali che hanno un peso nel Paese”. (AGI) LBY
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Arabia Saudita: c’è anche l’economia a preoccupare Riad

(AGI) – Beirut, 29 ago. – Tempi duri per Riad. Una guerra condotta in Yemen che produce null’altro che crescente emergenza umanitaria, la crisi del Golfo, il duro colpo del riavvicinamento tra Qatar e Iran, le sempre più profonde faide interne alla famiglia reale. E ora anche l’economia, normalmente percepita come al riparo da ogni turbolenza, per quello che rimane il paese che esporta più petrolio di tutti (e il secondo produttore), le cui esportazioni pesano enormemente sulla bilancia commerciale e sul Pil.
Gli analisti sostengono che l’economia saudita non cresca quasi più. Il governo, con la guerra in Yemen e l’abbassamento dei prezzi del barile, sta spendendo molto più di quanto incassa, e le riforme annunciate da tempo, che avrebbero l’obiettivo di alleggerire la dipendenza dal petrolio, faticano a decollare. E allo stato di (modesta) diversificazione attuale, il principale ostacolo alla crescita rimane il mercato del greggio.
Il prezzo del brent, che dal 2014 era intorno ai 100 dollari, oggi si aggira attorno ai 52 dollari. Come accennato, ciò ha un impatto diretto e immediato sulle casse di Riad, poiché l’export degli idrocarburi è pari a più di tre volte l’export di altri prodotti non petroliferi. Le stime del Fondo Monetario Internazionale prevedono che con gli attuali prezzi la crescita saudita quest’anno si attesterà attorno allo 0,1%, al netto dell’inflazione. Troppo poco.
Ma la notizia peggiore per Riad è che al momento il governo può fare poco per porvi rimedio. Un aumento della produzione farebbe crollare ulteriormente il prezzo del petrolio,anche fino a 40 dollari secondo la TS Lombard, mentre una diminuzione avrebbe ovviamente delle conseguenze sul livello delle esportazioni. Quello saudita è un classico caso di “male olandese”, che colpisce le economie eccessivamente dipendenti dalla vendita di idrocarburi. Anche le riserve della Banca Centrale saudita sono in costante diminuzione.
Poi c’è il deficit: secondo l’economista dell’Institute of International Finance, Garbis Iradian, “il deficit saudita oggi ammonta al 10% del Pil, mentre lo scorso anno era arrivato al 16-17%”, quindi registrando un miglioramento dal punto di vista fiscale. Ma in economia esiste poco di positivo in assoluto, perché quelle stesse spese in conto capitale che hanno contribuito a stimolare una crescita del settore non petrolifero al 6% tra il 2000 e il 2014, oggi sono si stanno riducendo. Quest’anno la stime sulla crescita del settore non petrolifero parlano dello 0.6%, che paradossalmente sono comunque più alte di quella del settore petrolifero, che farà registrare un -1,7%.
Una parte rilevante delle riforme economiche previste consiste nello stimolo al settore privato. Simbolo di questo sforzo è la nota privatizzazione della compagnia petrolifera di bandiera, la Aramco. Esistono poi dei programmi di partnership privato-pubblico, in cui il governo appalterà a compagnie private la realizzazione di servizi e progetti di lungo termine, che però si assumeranno parte del rischio imprenditoriale. E’ improbabile, comunque, che queste partnership risolvano il problema della disoccupazione saudita, che oggi si attesta attorno al 12% e che Riad ha annunciato di voler portare al 9% entro il 2020.
C’è, in questo senso, anche un problema di qualificazione. “I sauditi che stanno entrando nel mercato del lavoro non sono pronti per lavorare nel privato”, spiega Iradian a Middle east Eye, “non hanno le competenze specifiche, e gran parte del settore privato paga stipendi più bassi del governo”. Quest’ultimo aspetto suggerisce che anche nei casi in cui un impiegato abbia le competenze per lavorare nel privato, preferisce lavorare nel “pubblico”.  (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Siria: cosa succede col riavvicinamento tra Qatar e Iran

(AGI) – Beirut, 28 ago. – La recente ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Qatar promette di influire sugli sviluppi regionali, ed in particolare sul futuro della Siria. Non è un caso che l’intenzione di Doha di “rafforzare le relazioni bilaterali con la Repubblica islamica dell’Iran in tutti i campi” abbia alimentato – se non stimolato – la crisi tra i Paesi del Golfo, finendo per sfocare, una volta tanto, la dimensione settaria – sunniti e sciiti – dei conflitti regionali.
Oltre ai membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, la decisione di Doha ha colto di sorpresa anche gli Stati Uniti, che per bocca del portavoce del Dipartimento dei Stato hanno fatto sapere che “esistono questioni diplomatiche in divenire, di cui non abbiamo piena consapevolezza, o di cui non possiamo ancora parlare apertamente. Non sappiamo dire ancora se si tratti di una cosa buona o meno. Ma in generale, rimaniamo molto preoccupati per le condizioni della disputa (la crisi nel Golfo, ndr) e questo possiamo dirlo apertamente”.
Dal punto di vista iraniano, Teheran con il riavvicinamento a Doha aggiunge un altro paese a maggioranza sunnita – dopo la recente visita ad Ankara del Generale dei Pasdaran, Mohammad Bagheri – al suo network di relazioni regionali. Il Qatar, in modo non dissimile alla Turchia, ha avuto un ruolo di primo piano nel sostegno delle opposizioni al regime di Assad, in particolare al movimento salafita noto col nome di Ahrar Al Sham, appartenente o tangente l’opaca orbita qaedista, che oggi ha una presenza molto forte nella città di Idlib.
E’ fuor di dubbio che Iran e Qatar abbiano attualmente idee diverse, se non opposte, sul futuro della Siria: se però l’obiettivo di breve termine è quello di perseguire una parziale pacificazione del Paese e far diminuire l’intensità degli scontri armati, come da intenzioni del meeting di Astana, il riavvicinamento tra i due paesi potrebbe avere effetti positivi. Non solo per la Siria, bensì anche per lo Yemen, dove l’Arabia Saudita fa i conti con il crescente stigma internazionale, dovuto alla crisi umanitaria acuita dai bombardamenti aerei di Riad.
Se gli impegni della coalizione internazionale a guida Usa sembrano essere rivolti contro l’Isis e la sua ormai ex capitale Raqqa, quello di Idlib potrebbe presto diventare un nuovo fronte, per via del dominio esercitato dai gruppi afferenti all’orbita qaedista, come Ahrar al Sham stessa o Hayat Tahrir al Sham.
Secondo l’analista Ali Hashem “l’Iran ha bisogno dell’assistenza turca per far finire la guerra in Siria, visti i legami di Ankara con diversi gruppi – come quelli citati – che Teheran attualmente considera terroristi. O la Turchia abbandona questi gruppi o li convince al disarmo, solo con queste premesse si può pensare ad una soluzione politica”.
Uno sviluppo che secondo Amberin Zaman, sarebbe già in essere, con Ankara che avrebbe chiesto ad Hayat Tahrir al Sham lo smantellamento, affinché sia più semplice liberare la provincia di Idlib dalla morsa di al Qaeda, e dai conflitti interni alla sua orbita. Formalmente, sia Russia, che Stati Uniti e Turchia considerano Hayat Tahrir al Sham una organizzazione terroristica. In questo senso, l’eventuale scivolamento del Qatar su posizioni più vicine a Teheran potrebbe influire sul corso degli eventi, vista l’influenza di Doha – economica sopratutto – sui gruppi che oggi dominano la città settentrionale della Siria. (AGI) LBY

Storie da film di principi sauditi svaniti nel nulla. Il metodo Riad

https://www.agi.it/estero/arabia_saudita_principi_riad_regime-2092069/news/2017-08-26/

La storia inizia la mattina del 12 giugno 2003. Un principe saudita è diretto verso un lussuoso palazzo nei pressi della città svizzera di Ginevra: il nome del principe è Sultan Turki bin Abdulaziz, ed il palazzo appartiene a suo zio, cioè l’allora re saudita Fahd. Il figlio prediletto di quest’ultimo, Abdulaziz bin Fahd, sta aspettando Sultan Turki per la colazione.

Durante l’incontro nella residenza svizzera, Abdulaziz chiede a Sultan Turki di tornare in Arabia Saudita, e lo rassicura sul fatto che lì, la questione delle recenti critiche di quest’ultimo alla leadership di Riad, verrà risolta pacificamente. Sultan si rifiuta di seguire il consiglio, e a quel punto Abdulaziz, con la scusa di dover fare una telefonata, si assenta per un attimo. Viene seguito dall’altro uomo presente all’incontro, cioè lo Sheikh Saleh al Sheikh, l’allora ministro saudita per gli Affari religiosi.

Un principe svanito nel nulla, dopo una critica al regime

Qualche minuto dopo, alcuni uomini a volto coperto fanno irruzione nella stanza, rapiscono Sultan, lo bendano e gli infilano un ago nel collo. In pochi minuti, lo portano all’aeroporto di Ginevra e lo imbarcano su un aereo che attende sulla pista di decollo. Questo, perlomeno, è il racconto che Sultan ha fatto ad un Tribunale svizzero molti anni dopo. Nel frattempo, ad attendere Sultan in un hotel di Ginevra dopo la sua colazione nella residenza di Abdulaziz,c’è il suo responsabile della comunicazione, Eddie Ferreira. Ferreira si allarma a non veder tornare il principe, sopratutto dopo che i tentativi di contattarlo vanno tutti a vuoto.

Passa qualche ora, e invece del principe arrivano due uomini. Sono l’ambasciatore saudita in Svizzera e il manager dell’hotel. Senza troppi giri di parole, comunicano a Ferreira che i suoi servigi non sono più richiesti, che può lasciare l’albergo, perché il principe – che Ferreira stava ancora aspettando in hotel – è tornato a Riad. Ma cosa è successo, o meglio, cosa ha fatto Sultan Turki per venire rapito, drogato e bendato, per poi essere rispedito a Riad dai suoi parenti stretti? Un anno prima, nel 2002, Sultan Turki era venuto in Europa per ricevere alcune cure mediche. Durante la sua permanenza, iniziò a criticare in modo sempre più serrato il governo saudita, accusandolo di violare i diritti umani, di essere pervaso dalla corruzione, e invocando la necessità di profonde riforme.

Le critiche così serrate, a Riad, non sono esattamente tollerate, ed episodi come quello che ha coinvolto il principe Sultan non sono nuovi. Un esempio lo fornisce la storia del principe Turki bin Bandar: un tempo uomo di spicco della polizia saudita, con ruoli di responsabilità nella protezione della famiglia reale, Turki bin Bandar è finito in galera a causa di una disputa sull’eredità. Quando è stato rilasciato, si è trasferito a Parigi, dove, dal 2012, ha iniziato a postare video su Youtube, invocando riforme in Arabia Saudita. Anche in quell’occasione, gli al Saud cercarono di persuaderlo a tornare in patria.

“Non vedono l’ora che torni, sì?”

Un giorno, il ministro dell’Interno Ahmed al Salem lo chiama, e Turki decide di registrare la telefonata, pubblicandola per giunta su internet. “Tutti non vedono l’ora che torni, che Dio ti benedica“, esordisce Al Salem. “Non vedono l’ora?”, si chiede ad alta voce Turki. “E cosa mi dici delle lettere che i tuoi funzionari mi hanno mandato, in cui si dice ‘figlio di puttana, ti riporteremo indietro come Sultan bin Turkì ?”. Il ministro replica rassicurante: “non ti toccheranno. Io sono tuo fratello”. “No, queste lettere vengono da te. Le ha spedite il ministero dell’Interno”, controbatte Turki. Dopo quella telefonata postata online, a cui seguiranno alcune altre fino a luglio 2015, il principe Turki sparisce nel nulla.

“So che verrò assassinato e ucciso”

L’ultimo ad avere notizie vaghe su di lui è il blogger e attivista Wael al Khalaf, che sostiene di averlo sentito ogni due mesi per un periodo. “Poi è sparito per almeno cinque mesi. Ero sospettoso. Poi ho saputo da un funzionario saudita che Turki bin Bandar era tornato a Riad. Quindi lo hanno rapito, e riportato lì”, ricorda Al Khalaf alla Bbc. Qualche tempo dopo un giornale marocchino sostiene che il principe sia stato arrestato in Marocco dopo un’altra visita in Francia, e che un Tribunale marocchino abbia acconsentito a farlo trasferire in Arabia Saudita. Prima di essere arrestato, tuttavia, Turki bin Bandar riesce a consegnare a Wael Al Khalaf una copia di un libro che aveva appena scritto. “Caro Wael, queste informazioni non devono uscire da qui, a meno che io non venga rapito o assassinato. So che verrò rapito o ucciso. E so anche come possono abusare dei miei diritti, così come di quelli del popolo saudita”, si legge in una lettera allegata alla copia.

Nello stesso periodo in cui il principe Turki sparisce, un altro principe, Saud bin Saif al Nasr – un esponente minore della famiglia reale, legato al business di carino e hotel di lusso in Europa – va incontro ad un destino simile. Nel 2014 ha iniziato a twittare critiche verso la monarchia, chiedendo addirittura l’azione giudiziaria nei confronti degli esponenti del Regno che avevano appoggiato il colpo di Stato ai danni del presidente egiziano – esponente della Fratellanza musulmana, invisa a Riad – Mohammed Morsi, avvenuta nell’estate 2013. A settembre 2015, poi, Saud bin Saif si spinge molto oltre, diventando l’unico esponente della famiglia reale ad appoggiare pubblicamente il contenuto di due lettere pubblicate da un principe saudita sotto anonimato.

Un aereo per Roma che non atterrerà mai

Nelle lettere si invoca il colpo di stato ai danni di Re Salman. “Invito la nazione a trasformare il contenuto di queste lettere in pressione popolare”, twitta Saud. Da lì, il suo account non pubblica più nulla. Secondo un altro principe dissidente – Khaled bin Farhna, oggi residente in Germania – Saud sarebbe stato adescato e invitato a volare da Milano a Roma, per discutere un affare lucroso con una azienda russo-italiana intenzionata ad aprire delle filiali nell’area del Golfo. Ma l’aereo in cui viene fatto salire a Roma non atterrerà mai, perchè si reca a Riad. Secondo Khaled bin Farhan, l’intelligence saudita aveva orchestrato tutto nei minimi dettagli. “Ora sta in una prigione sotterranea, così come Turki”, afferma Khaled.

Il principe Sultan – quello menzionato all’inizio della storia – da quando è stato riportato a Riad ha fatto la spola tra il carcere e gli arresti domiciliari. Visto il peggioramento del suo stato di salute, tuttavia, nel 2010 gli è stato accordato il permesso dI andare a curarsi a Boston. E’ lì che Sultan formalizza la sua accusa – da inviare ad un tribunale svizzero – contro il principe Abdulaziz bin Fahd e lo Sheikh al Saleh, rei di averlo fatto rapire nel 2003. Per la prima volta nella storia del Regno, un membro della famiglia reale stava denunciando un altro membro. Ma le autorità giudiziarie svizzere – come spiega l’avvocato di Sultan, Clyde Bergstresser – non mostrano un grande interesse verso il suo caso. “Non è stato fatto nulla per indagare su ciò che è successo all’aeroporto di Ginevra. Chi erano i piloti? Qual’era il programma aeroportuale dei voli quando sono arrivati questi aerei dall’Arabia Saudita? Il rapimento si è verificato su suolo svizzero, e uno potrebbe pensare che esista l’interesse a capire cosa sia successo”, commenta l’avvocato.

Riad fa quello che vuole, con buone complicità in Europa

Nel gennaio 2016, Sultan viene adescato di nuovo mentre si trova a Parigi. Voleva recarsi in visita da suo padre, anche lui critico del regime, che vive al Cairo. Quando il consolato saudita si offre di mettergli a disposizione un aereo privato per lui e il suo staff di diciotto persone – compreso il suo medico personale e la sua scorta – Sultan accetta, nonostante quanto accaduto nel 2003. “Siamo arrivati sulla pista di decollo e davanti a noi c’era un grande aereo, che aveva la sigla dell’Arabia Saudita scritta sulla fusoliera”, spiega un membro del suo staff in condizione di anonimato. Quando l’aereo decolla, i monitor mostrano che la destinazione prevista è il Cairo. Circa due ore dopo, però, quegli stessi monitor si spengono. Il principe Sultan si sveglia circa un’ora prima dell’atterraggio, e si accorge che sotto l’aereo non c’è l’Egitto ma l’Arabia Saudita. Il comandante conferma, annunciando l’atterraggio. Quindi Sultan inizia a piangere e chiedere aiuto, bussando alla cabina di pilotaggio, e viene invitato dai membri della crew a sedersi. “Quando siamo atterrati – continua un membro dello staffi di Sultan – abbiamo guardato fuori dai finestrini e abbiamo visto dei soldati con i fucili spianati circondare l’aereo“. I soldati prendono in consegna Sultan, che nel frattempo si agita, chiedendo disperatamente di avvertire l’ambasciata americana. Poi, viene portato via, e da lì non si hanno più sue notizie.

Iran: come l’Arabia saudita sta provando a conquistare i tajiki (persiani)

(AGI) – Beirut, 25 ago. – In netta rottura con l’idea che l’Arabia Saudita sia alla testa solo di una coalizione di paesi arabi (quelli del Golfo) nel fronteggiare l’influenza del rivale iraniano nella regione, quello che sta accadendo tra Iran e Tajikistan suggerisce come Riad stia tentando di estendere la propria influenza addirittura a est di Teheran. Di più: per la prima volta, un paese di lingua persiana – il tagico è una variante del persiano – sembra essere più vicino a Riad che a Teheran.
L’ultimo, sorprendente, segnale è arrivato lo scorso 8 agosto, quando la Tv di Stato tagica ha trasmesso un documentario in cui accusa l’Iran di essere coinvolto nell’assassinio di diverse figure politiche locali – e di una ventina di militari russi – durante la guerra civile tagica degli anni ’90. Secondo il documentario, l’Iran avrebbe anche cercato di organizzare l’eliminazione di “scienziati e intellettuali tagichi”.
Un mese prima, il 30 giugno scorso, le autorità tagiche avevano annunciato la chiusura dei centri culturali ed economici affiliati alla Repubblica islamica dell’Iran nella città settentrionale di Khujand. Negli stessi giorni, nonostante le pressioni russe e cinesi finalizzate a far accettare l’Iran come membro della Shanghai Cooperation Organization, Dushanbe si dichiarava contraria.
Secondo la narrativa ufficiale del governo tagico, la ragione principale dietro alle recenti tensioni con l’Iran sarebbe il sostegno dell’Iran ad “organizzazioni terroristiche” che minacciano il governo di Dushanbe, nell’ambito del tentativo di promuovere il “radicalismo islamico” in Tajikistan.
Accuse pesanti, che erano sorte due anni prima, a dicembre 2015, quando Muhiddin Kabiri, leader del Partito della rinascita islamica del Tajikistan, era stato invitato a Teheran per partecipare alla Conferenza internazionale sull’unità islamica. A margine della Conferenza, Kabiri avrebbe incontrato privatamente la Guida Suprema, l’ayaollah Ali Khamenei. Il partito di Kabiri, per decenni il più importante movimento d’opposizione del Paese dell’Asia centrale, è stato designato “organizzazione terroristica” dal governo di Dushanbe a metà del 2015, qualche mese prima della Conferenza in questione. NOn è possibile spiegare le tensioni tra Iran e Tajikistan rinunciando ad una prospettiva storica, in cui si inseriscono questi recenti eventi.
Dal punto di vista economico, il Tajikistan è una delle più deboli repubbliche dell’ex Unione Sovietica, al centocinquantasettesimo posto mondiale (su centottantacinque) per Pil pro capite e una bilancia commerciale da tempo in profondo negativo. Sin dalla sua indipendenza, Dushanbe ha sempre cercato fuori dai confini il il sostegno necessario al suo sviluppo economico.
Durante la guerra civile scoppiata dopo l’indipendenza del 1991, l’Iran ha giocato un ruolo chiave, aiutando a mediare un cessate il fuoco nel 1995 e aprendosi la strada alle opportunità di ricostruzione post-conflitto. In quel periodo, le relazioni economiche tra Iran e Tajikistan si rafforzano esponenzialmente: il simbolo di questo periodo di stretta cooperazione è la centrale idroelettrica Sangtuda 2, nelle provincia tagica di Khatlon, costruita integralmente e avviata da compagnie iraniane.
La penetrazione iraniana in Tajikistan, in quegli anni, non si limita al protagonismo delle aziende di proprietà statale: anche moltissimi imprenditori iraniani iniziano a spostare l’attenzione sull’ex repubblica sovietica. Tra loro, c’è il discusso Babak Zanjani, magnate iraniano, a capo di uno dei più grandi gruppi imprenditoriali iraniani, la Sorinet, con base a Dubai.
Dopo l’elezione di Rouhani alla presidenza dell’Iran nel 2013, dapprima il governo iraniano – nel tentativo di alleviare il peso delle sanzioni – inizia a rivendicare il pagamento di ingenti debiti da parte di Dushanbe nei confronti di Teheran; poi, a dicembre 2013, Zanjani viene arrestato, con l’accusa di corruzione e quella di essersi intascato circa 2,7 miliardi di euro, destinati al governo. Ciò scatena una querelle sul destino delle sue imprese in Tajikistan, con gli iraniani che accusano la Banca centrale del Tajikistan di aver cooperato segretamente con Zanjani. Il portavoce della Banca centrale nega tutto, mentre Dushanbe dispone il sequestro delle attività di Zanjani, indispettendo Teheran. Zanjani che, nel 2016, verrà condannato a morte (ma è tuttora in carcere) per appropriazione indebita e per “aver diffuso la corruzione sulla Terra”.
E’ in quel periodo che il Tajikistan decide di guardare al principale rivale iraniano nella regione, l’Arabia Saudita. Una predisposizione che arriva come una manna dal cielo per Riad, che da qualche anno sta cercando di controbilanciare l’influenza iraniana in Asia centrale e nel subcontinente indiano. I sauditi sin da subito finanziano alcuni ambiziosi progetti infrastrutturali in Tajikistan, come la centrale idroelettrica di Rogun o una autostrada nell’est. Attraverso il Fondo di sviluppo legato ai Saud, poi, vengono avviati altri progetti sul welfare, in particolare in tema di istruzione.
A dicembre 2015, iniziano anche a circolare voci secondo cui Riad avrebbe chiesto a Dushanbe di prendere parte alla “alleanza anti-terrorismo” messa in piedi dall’Arabia Saudita, in palese funzione anti-iraniana (anche se ufficialmente finalizzata a combattere il jihadismo). In quei giorni, il Re Salman si spinge fino a chiamare il Tajikistan un “partner importante” nella regione. Contestualmente, Riad alimenta la narrazione demoniaca sull’Iran agli occhi della controparte tagica, tanto che l’analista russo Alexander Knyazev sostiene che ci sarebbero proprio i sauditi dietro al documentario anti-iraniano trasmesso venti giorni fa dalla tv di Stato tagica.
Rispetto ad altri paesi in Asia – come l’Indonesia – in cui l’Arabia Saudita sta attivando il proprio soft power, con l’allarmante diffusione della dottrina wahhabita, il Tajikistan è un caso diverso, nonostante mantenga la caratteristica della maggioranza sunnita, come l’Arabia saudita: i fattori ideologici qui sono meno rilevanti, mentre contano molto di più quelli meramente economici. (AGI) LBY

Arabia Saudita: le misteriose scomparse dei principi dissidenti

(AGI) – Beirut, 23 ago. – La storia inizia la mattina del 12 giugno 2003. Un principe saudita è diretto verso un lussuoso palazzo nei pressi della città svizzera di Ginevra: il nome del principe è Sultan Turki bin Abdulaziz, ed il palazzo appartiene a suo zio, cioè il Re saudita Fahd. Il figlio prediletto di quest’ultimo, Abdulaziz bin Fahd, sta aspettando Sultan Turki per la colazione.
Durante l’incontro nella residenza svizzera, Abdulaziz chiede a Sultan Turki di tornare in Arabia Saudita, e lo rassicura sul fatto che lì, la questione delle recenti critiche di quest’ultimo alla leadership di Riad, verrà risolta pacificamente. Sultan si rifiuta di seguire il consiglio, e a quel punto Abdulaziz, con la scusa di dover fare una telefonata, si assenta per un attimo.
Viene seguito dall’altro uomo presente all’incontro, cioè lo Sheikh Saleh al Sheikh, l’allora ministro saudita per gli Affari religiosi. Qualche minuto dopo, alcuni uomini a volto coperto fanno irruzione nella stanza, rapiscono Sultan, lo bendano e gli infilano un ago nel collo. In pochi minuti, lo portano all’aeroporto di Ginevra e lo imbarcano su un aereo che attende sulla pista di decollo. Questo, perlomeno, è il racconto che Sultan ha fatto ad un Tribunale svizzero molti anni dopo.
Nel frattempo, ad attendere Sultan in un hotel di Ginevra dopo la sua colazione nella residenza di Abdulaziz, c’è il suo responsabile della comunicazione, Eddie Ferreira. Ferreira si allarma a non veder tornare il principe, sopratutto dopo che i tentativi di contattarlo vanno tutti a vuoto. Passa qualche ora, e invece del principe arrivano due uomini.
Sono l’ambasciatore saudita in Svizzera e il manager dell’hotel. Senza troppi giri di parole, comunicano a Ferreira che i suoi servigi non sono più richiesti, che può lasciare l’albergo, perché il principe – che Ferreira stava ancora aspettando in hotel – è tornato a Riad. Ma cosa è successo, o meglio, cosa ha fatto Sultan Turki per venire rapito, drogato e bendato, per poi essere rispedito a Riad dai suoi parenti stretti?
Un anno prima, nel 2002, Sultan Turki era venuto in Europa per ricevere alcune cure mediche. Durante la sua permanenza, iniziò a criticare in modo sempre più serrato il governo saudita, accusandolo di violare i diritti umani, di essere pervaso dalla corruzione, e invocando la necessità di profonde riforme.
Le critiche così serrate, a Riad, non sono esattamente tollerate, ed episodi come quello che ha coinvolto il principe Sultan non sono nuovi. Un esempio lo fornisce la storia del principe Turki bin Bandar: un tempo uomo di spicco della polizia saudita, con ruoli di responsabilità nella protezione della famiglia reale, Turki bin Bandar è finito in galera a causa di una disputa sull’eredità. Quando è stato rilasciato, si è trasferito a Parigi, dove, dal 2012, ha iniziato a postare video su Youtube, invocando riforme in Arabia Saudita.
Anche in quell’occasione, gli al Saud cercarono di persuaderlo a tornare in patria. Un giorno, il ministro dell’Interno Ahmed al Salem lo chiama, e Turki decide di registrare la telefonata, pubblicandola per giunta su internet.
“Tutti non vedono l’ora che torni, che Dio ti benedica”, esordisce Al Salem. “Non vedono l’ora?”, si chiede ad alta voce Turki. “E cosa mi dici delle lettere che i tuoi funzionari mi hanno mandato, in cui si dice ‘figlio di puttana, ti riporteremo indietro come Sultan bin Turki’ ?”. Il ministro replica rassicurante: “non ti toccheranno. Io sono tuo fratello”. “No, queste lettere vengono da te. Le ha spedite il ministero dell’Interno”, controbatte Turki.
Dopo quella telefonata postata online, a cui seguiranno alcune altre fino a luglio 2015, il principe Turki sparisce nel nulla. L’ultimo ad avere notizie vaghe su di lui è il blogger e attivista Wael al Khalaf, che sostiene di averlo sentito ogni due mesi per un periodo. “Poi è sparito per almeno cinque mesi. Ero sospettoso. Poi ho saputo da un funzionario saudita che Turki bin Bandar era tornato a Riad. Quindi lo hanno rapito, e riportato lì”, ricorda Al Khalaf alla Bbc.
Qualche tempo dopo un giornale marocchino sostiene che il principe sia stato arrestato in Marocco dopo un’altra visita in Francia, e che un Tribunale marocchino abbia acconsentito a farlo trasferire in Arabia Saudita. Prima di essere arrestato, tuttavia, Turki bin Bandar riesce a consegnare a Wael Al Khalaf una copia di un libro che aveva appena scritto. “Caro Wael, queste informazioni non devono uscire da qui, a meno che io non venga rapito o assassinato. So che verrò rapito o ucciso. E so anche come possono abusare dei miei diritti, così come di quelli del popolo saudita”, si legge in una lettera allegata alla copia.
Nello stesso periodo in cui il principe Turki sparisce, un altro principe, Saud bin Saif al Nasr – un esponente minore della famiglia reale, legato al business di carino e hotel di lusso in Europa – va incontro ad un destino simile. Nel 2014 ha iniziato a twittare critiche verso la monarchia, chiedendo addirittura l’azione giudiziaria nei confronti degli esponenti del Regno che avevano appoggiato il colpo di Stato ai danni del presidente egiziano – esponente della Fratellanza musulmana, invisa a Riad – Mohammed Morsi, avvenuta nell’estate 2013.
A settembre 2015, poi, Saud bin Saif si spinge molto oltre, diventando l’unico esponente della famiglia reale ad appoggiare pubblicamente il contenuto di due lettere pubblicate da un principe saudita sotto anonimato. Nelle lettere si invoca il colpo di stato ai danni di Re Salman. “Invito la nazione a trasformare il contenuto di queste lettere in pressione popolare”, twitta Saud. Da lì, il suo account non pubblica più nulla.
Secondo un altro principe dissidente – Khaled bin Farhna, oggi residente in Germania – Saud sarebbe stato adescato e invitato a volare da Milano a Roma, per discutere un affare lucroso con una azienda russo-italiana intenzionata ad aprire delle filiali nell’area del Golfo. Ma l’aereo in cui viene fatto salire a Roma non atterrerà mai, perché si reca a Riad. Secondo Khaled bin Farhan, l’intelligence saudita aveva orchestrato tutto nei minimi dettagli. “Ora sta in una prigione sotterranea, così come Turki”, afferma Khaled.
Il principe Sultan – quello menzionato all’inizio della storia – da quando è stato riportato a Riad ha fatto la spola tra il carcere e gli arresti domiciliari. Visto il peggioramento del suo stato di salute, tuttavia, nel 2010 gli è stato accordato il permesso dI andare a curarsi a Boston. E’ lì che Sultan formalizza la sua accusa – da inviare ad un tribunale svizzero – contro il principe Abdulaziz bin Fahd e lo Sheikh al Saleh, rei di averlo fatto rapire nel 2003. Per la prima volta nella storia del Regno, un membro della famiglia reale stava denunciando un altro membro.
Ma le autorità giudiziarie svizzere – come spiega l’avvocato di Sultan, Clyde Bergstresser – non mostrano un grande interesse verso il suo caso. “Non è stato fatto nulla per indagare su ciò che è successo all’aeroporto di Ginevra. Chi erano i piloti? Qual’era il programma aeroportuale dei voli quando sono arrivati questi aerei dall’Arabia Saudita? Il rapimento si è verificato su suolo svizzero, e uno potrebbe pensare che esista l’interesse a capire cosa sia successo”, commenta l’avvocato.
Nel gennaio 2016, Sultan viene adescato di nuovo mentre si trova a Parigi. Voleva recarsi in visita da suo padre, anche lui critico del regime, che vive al Cairo. Quando il consolato saudita si offre di mettergli a disposizione un aereo privato per lui e il suo staff di diciotto persone – compreso il suo medico personale e la sua scorta – Sultan accetta, nonostante quanto accaduto nel 2003.
“Siamo arrivati sulla pista di decollo e davanti a noi c’era un grande aereo, che aveva la sigla dell’Arabia Saudita scritta sulla fusoliera”, spiega un membro del suo staff in condizione di anonimato. Quando l’aereo decolla, i monitor mostrano che la destinazione prevista è il Cairo. Circa due ore dopo, però, quegli stessi monitor si spengono.
Il principe Sultan si sveglia circa un’ora prima dell’atterraggio, e si accorge che sotto l’aereo non c’è l’Egitto ma l’Arabia Saudita. Il comandante conferma, annunciando l’atterraggio. Quindi Sultan inizia a piangere e chiedere aiuto, bussando alla cabina di pilotaggio, e viene invitato dai membri della crew a sedersi.
“Quando siamo atterrati – continua un membro dello staffi di Sultan – abbiamo guardato fuori dai finestrini e abbiamo visto dei soldati con i fucili spianati circondare l’aereo”. I soldati prendono in consegna Sultan, che nel frattempo si agita, chiedendo disperatamente di avvertire l’ambasciata americana. Poi, viene portato via, e da lì non si hanno più sue notizie. (AGI) LBY

Iraq: il futuro degli yazidi dopo l’Isis

(AGI) – Beirut, 23 ago. – Esistono pochi dubbi, ormai, che quello subito dalla comunità yazida in Iraq sia un genocidio, che ha rischiato di far sparire completamente dal Medioriente questa antichissima minoranza che abita il nord dell’Iraq. Nonostante i processi di sensibilizzazione e la parziale mobilitazione della comunità internazionale, tuttavia, il futuro degli yazidi rimane altamente incerto.
Mentre alcune donne yazide come Nadia Murad – tenuta in stato di schiavitù dagli uomini dell’Isis – oggi sono ambasciatrici dell’Onu, attirando anche le attenzioni di personaggi come l’avvocato per i diritti umani Amal Clooney, molte altre ancora oggi vengono schiavizzate nei territori controllati dallo Stato islamico in Siria e in Iraq. Numerosi report indicano che in questi giorni di offensiva irachena sulla città di Tal Afar, centinaia di yazidi si ritrovano intrappolati nella contesa.
I territori da cui provengono gli yazidi, sopratutto l’area di Sinjar, sono stati ripuliti dalla presenza dei miliziani, e ora si pone con sempre maggiore attualità la questione del loro futuro. Stato islamico a parte, gli yazidi si trovano anche nel mezzo della contesa politica tra governo regionale curdo e governo iracheno: i primi hanno annunciato un referendum di indipendenza per metà settembre, che includerebbe i territori storicamente abitati dagli yazidi, mentre Baghdad mira a preservare l’integrità territoriale del Paese.
Nell’impalcatura retorica a sostegno del progetto indipendentista curdo esiste da qualche tempo la auto percezione di una protezione delle minoranze, tra cui anche quella yazida, i cui membri dopo l’arrivo dell’Isis a Sinjar erano stati tratti in salvo proprio dai curdi. Inoltre, tanti yazidi combatterono al fianco dei curdi ai tempi della guerra contro Saddam Hussein.
Ma sarebbe inesatto parlare di una relazione idilliaca tra curdi e yazidi, o addirittura di una empatia dei secondi verso i primi, che usano indirettamente la questione della protezione degli yazidi per alimentare la legittimità del progetto separatista. In un discorso rilasciato lo scorso 3 agosto, anniversario dell’inizio del genocidio yazida, il primo ministro del Governo regionale del Kurdistan, Nechirvan Barzani, ha monopolizzato l’occasione incentrando il suo discorso sulla negligenza dei soldati iracheni nell’estate del 2014, rei di aver abbandonato gli yazidi a se stessi mentre l’Isis ne disponeva a suo piacimento. Non che abbia torto: le divisioni dell’Esercito iracheno, nell’occasione, furono colte impreparate, e abbandonarono una città come Mosul – la seconda dell’Iraq – lasciandola nelle mani degli jihadisti.
Tuttavia, la narrativa che oppone l’eroismo curdo alla pavidità irachena è in parte fuorviante: a Sinjar – che dopo 18 mesi dalla cacciata dell’Isis è ancora ridotta a un cumulo di macerie – anche i pashmerga curdi abbandonarono gli yazidi, decidendo di rifugiarsi in aree a maggioranza curda per preparare da lì una controffensiva. Nel 2014, a Sinjar, dai pashmerga non sarebbe arrivato un solo colpo contro gli jihadisti, contribuendo così a lasciare gli yazidi senza alcuna chance di scappare.
Una fonte anonima del Governo regionale curdo è lapidario in merito, e allude anche a un senso di colpa: “l’imbarazzo curdo per ciò che è accaduto a Sinjar nel 2014 costituisce il motivo per cui il KDP (partito democratico curdo) ha insistito così tanto per il riconoscimento internazionale del genocidio”.
Allo stato attuale, non sembra che il sostegno agli interessi degli yazidi costituisca parte dell’agenda curda in vista di una possibile indipendenza. Molti giovani yazidi, anzi, iniziano con sempre maggiore convinzione ad opporsi al progetto curdo, promuovendo parallelamente la causa di una regione semi-autonoma yazida sotto la protezione internazionale all’interno dell’Iraq. Separata dal Kurdistan, e con un certo grado di vicinanza politica a Baghdad. “Non ci fidiamo più di Barzani, non metteremo il nostro destino nuovamente nelle mani dei curdi”, ha detto tempo fa Haydar Ezedi, un giovane yazida dislocato a Erbil.
Ma a Baghdad gli yazidi non se la passano tanto meglio: da una parte la presenza delle milizie sciite, che rischiano di esacerbare il conflitto settario; dall’altra la legge federale irachena, che li discrimina: gli yazidi, ad esempio, non possono aspirare alla posizione di giudici, e sono oggetto di molte altre limitazioni.
La comunità internazionale si è sempre rivolta alla questione yazida concentrandosi sulla necessità di perseguire i membri dell’Isis per il reato di genocidio, senza curarsi granché del futuro concreto di questa minoranza. Ora che l’Isis va verso una disfatta, quest’ultima questione appare sempre più centrale. (AGI) LBY

Tunisia: Essebsi apre ad uguaglianza di genere nel diritto ereditario

(AGI) – Beirut, 22 ago. – A piccoli passi, la Tunisia continua ad essere uno dei paesi pionieri della democratizzazione e del principio di uguaglianza del mondo arabo, o meglio tra i paesi attraversati dalle primavere arabe. Dopo il percorso per l’abolizione del “matrimonio riparatore” (in base al quale lo stupratore può evitare il carcere sposando la propria vittima), la Tunisia potrebbe presto modificare il proprio diritto di famiglia, sopratutto per quel che concerne l’eredità.
In un discorso tenuto lo scorso 13 agosto, la Giornata nazionale della donna in Tunisia, il presidente Beji Caid Essebsi ha parlato apertamente della necessità di modificare la legge sull’eredità, per “assicurare eguali diritti a uomini e donne”, e dare la possibilità a queste ultime di sposare anche dei non musulmani (ad oggi non permesso a causa dell’articolo 73 sullo statuto personale).
Un principio, quest’ultimo, che secondo Essebsi non è in contrasto né con la Sharia né con la Costituzione tunisina. “E’ necessario sviluppare la legislazione sullo statuto personale in modo da garantire l’uguaglianza e adeguarsi al cambiamento dei tempi moderni”, ha detto Essebsi.
Le premesse legali già esistono, se si pensa che l’articolo 21 della Costituzione tunisina afferma che “tutti i cittadini, maschi e femmine, hanno eguali diritti e doveri, e sono uguali di fronte alla legge senza alcuna discriminazione”. L’articolo 46 inoltre dichiara che “Lo Stato si impegna a proteggere i diritti maturati dalle donne, e lavora per rafforzarli. Lo Stato garantisce inoltre l’uguaglianza delle opportunità tra uomini e donne nell’accesso a tutti i livelli di responsabilità in tutti i campi”. Il parlamento tunisino ha inoltre ratificato nel 2014 la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione di genere.
Tuttavia, ciò entra attualmente in contrasto con il Codice sullo Statuto personale, che regola il diritto di famiglia, e afferma che per i diritti di eredità si debba far riferimento alla giurisprudenza islamica sunnita, per la quale la donna,in base al principio per cui non è tenuta a contribuire al mantenimento della famiglia, eredità la metà di un uomo.
Le parole di Essebsi hanno prevedibilmente generato un dibattito tra le forze liberali e conservatrici del paese. Hashemi al Hamidi, fondatore del partito Al Mahaba, “fuoriuscito” di Ennahda, si è addirittura spinto fino a invocare la revoca della fiducia al Presidente. Altri movimenti conservatori hanno affermato che le proposte di Essebsi sono in contrasto con i principi religiosi.
“Invocare l’uguaglianza dell’eredità oggi, in una società dominata dalla proprietà privata e dal capitalismo, equivale né più né meno a trasformare il conflitto sociale tra musulmani e capitalismo e logica feudale in un conflitto all’interno delle famiglie”, ha dichiarato in merito Bashir al Seid, segretario generale del movimento Al Murabitoun. Un parere contrario è arrivato anche dall’estero: il sottosegretario dell’università di Al Azhar del Cairo, Abbas Shoman, dal suo profilo Facebook, ha detto che le parole di Essebsi sono “in conflitto con le disposizioni delle legge islamica”.
La pensa diversamente il Gran Muftì della Tunisia, lo Sheikh Othman Battikh, che il giorno dopo il discorso di Essebsi ha affermato che “la proposta del Presidente sostiene i diritti delle donne e lo Stato di diritto, garantendo il principio di uguaglianza tra uomo e donna, che la nostra religione invoca”. Frasi sorprendenti, se si pensa che lo scorso giugno 2016 Battikh aveva affermato che modificare i diritti in merito all’eredità è contrario alla Sharia. Silenzio, per ora, dal principale movimento conservatore, Ennahda, guidato da Rachid Ghannouchi. (AGI) LBY

Storia di Kotaiba, avvocato a Raqqa, sunnita, sopravvissuto all’Isis (Huffpost)

http://www.huffingtonpost.it/2017/08/20/storia-di-kotaiba-sopravvissuto-allisis_a_23154798/?utm_hp_ref=it-homepage&ncid=fcbklnkithpmg00000001

Beirut – In una tiepida notte di novembre del 2013, mentre viaggia in taxi per tornare a casa dopo una giornata di lavoro come scaricatore di container, Kotaiba viene fermato da alcuni agenti della sicurezza di Hezbollah. Siamo a Dahye, zona sud di Beirut, roccaforte del Partito di Dio nella capitale del Libano. Kotaiba viene invitato a scendere ma non è preoccupato. Non si scompone, e non spegne nemmeno la sigaretta che sta fumando, una delle decine che si accende ogni giorno.

L’agente di Hezbollah, che avrà più o meno la sua età, gli chiede i documenti ma Kotaiba non ne ha. Allora gli chiede come si chiama: “Mi chiamo Kotaiba al Saleh e sono siriano, di Raqqa”, gli risponde lui, con la serenità di chi risponde a una domanda sul meteo. L’agente, invece, si allarma, l’espressione da assonnata diventa inquisitoria. “Kotaiba al Saleh?”, chiede. “Vieni con noi”, aggiunge prendendolo per la giacca. La tensione sale in un lampo, perché Kotaiba si chiama in modo molto simile a un ragazzo siriano – Kotaiba Al Sameh – ricercato per aver provato ad organizzare qualche settimana prima un attentato presso la sede di Al Manar, tv ufficiale del partito sciita.

Lui si mostra collaborativo ed entra in macchina senza fare una piega: sa bene quanto siano frequenti gli attentati in quest’area, conosce il costante stato di allerta – che sconfina nella paranoia – in cui si vive, oltre al clima di diffidenza verso i siriani e musulmani sunniti come lui. Non ha nulla da temere, ed è anche molto stanco. L’unica cosa di cui si preoccupa è avvertire il suo datore di lavoro presso un panificio di Rabieh, dall’altra parte della città, dove attacca per il turno di notte dopo aver finito con i container a Dahye. Almeno stavolta, pensa, non lavorerò le canoniche 20 ore al giorno.

Nella struttura in cui viene portato lo aspetta un comandante sulla cinquantina per l’interrogatorio. Fin lì non ha potuto dire nulla, gli agenti e l’atmosfera di colpevolezza fino a prova contraria glielo hanno impedito. E’ stato chiuso per qualche ora in una stanza e, di fatto, è in arresto. Kotaiba si siede di fronte al comandante e finalmente gli concedono di accendersi un’altra sigaretta. Il comandante lo incalza, gli chiede sospettoso cosa fa in Libano, chi è, da dove viene, perché è venuto, se conosce quel Kotaiba suo quasi-omonimo, e lo avverte di dire la verità. Lui gli consegna un tesserino che si è ricordato di avere come unico segno identificativo.

Il comandante lo analizza e solleva le sopracciglia, in un misto di stupore e persistente diffidenza. D’altronde è raro che chi venga fermato da Hezbollah non si mostri minimamente turbato. “Sei un avvocato?”, chiede il comandante, rigirandosi la licenza tra le mani. Kotaiba continua a rimanere impassibile di fronte alla tensione del momento. Siriano, musulmano sunnita, senza documenti, proveniente dalla città-roccaforte dell’Isis in Siria, semi omonimo di un attentatore, e ora presunto avvocato che però lavora come scaricatore di container. “Si, sono un avvocato. Posso parlare ora?”, risponde con calma. Il comandante approva, e Kotaiba parla: racconterà la sua storia, dall’inizio. La stessa storia che racconta a me in un bar di Beirut, mentre consuma il consueto pacchetto di sigarette, che è anche l’unica cosa che non è cambiata rispetto alla sua “vita” precedente, prima che scoppiasse il conflitto in Siria.

In un’altra vita, a Tabqa

Tabqa è una cittadina nella provincia di Raqqa, famosa sopratutto perché ospita la più grande diga della Siria. La diga, costruita dai russi, ha permesso la creazione di un lago artificiale (il lago Assad) e di una centrale idroelettrica nel 1977, che forniva elettricità anche ai villaggi più remoti del governatorato. Kotaiba, che oggi ha 34 anni, è nato e cresciuto qui, primo dei cinque figli (Jasmine, Okba, Obayda e Ammar gli altri quattro) di Fahima e Jaber. Dopo essersi laureato in giurisprudenza ad Aleppo e aver conseguito una specializzazione in Diritto internazionale, ha iniziato a fare l’avvocato. Di avvocati a Tabqa non ce ne sono moltissimi, e anche per questo, subito dopo la laurea, Kotaiba ha iniziato a occuparsi di casi di diritto civile, penale e amministrativo. Le sue giornate trascorrevano nel Tribunale cittadino, piene e soddisfacenti. Fino al 2013.

Kotaiba è un ragazzo colto, con un eloquio elegante e reattivo, da bravo avvocato, la battuta sempre pronta ed un sorriso contagioso, che l’espressione e la forma del viso fanno apparire canzonatorio. Grande lettore, si è sempre interessato sia alla religione che alla politica, rimanendo però su un piano di ricerca personale, sia con l’una che con l’altra: conosce benissimo il Corano e la tradizione islamica sunnita ma non pratica in modo continuo, durante il Ramadan digiuna spesso a intemittenza. Conosce la storia politica del suo Paese e della regione, ama discutere appassionatamente di politica, di cambiamento e nuove forme di rappresentanza ma – complice una vita professionale sin da subito intensa – ha sempre vissuto in modo più o meno defilato le proteste del 2011 e gli sviluppi immediatamente successivi.

A febbraio 2013, dopo tre mesi di scontri con l’Esercito siriano sulla strada che collega Raqqa ad Aleppo, i gruppi ribelli occupano Tabqa, prendendo anche il controllo della diga. “Io ero come al solito in tribunale, ed è stata una delle prime strutture che hanno occupato. Era impossibile distinguere tra un gruppo e l’altro, erano perlopiù siriani e di gruppi armati ce n’erano tantissimi: Jabhat al Nusra, Ahrar al Sham, Jaish al Horr, Liwa Owais al Qorani, Liwa Thuwar, e alcuni uomini, non moltissimi, di Daesh, che riconoscevi perché erano gli unici che andavano in giro con le cinture esplosive”. Se non fosse stato per questo segno identificativo, i miliziani dell’Isis li si sarebbe potuti confondere con quelli della Liwa Owais o Liwa Thuwar, che spesso utilizzavano un banner simile – in un tentativo di riappropriazione simbolica – a quello reso famoso dall’Isis, nel quale è scritta la shahada.

In breve tempo, gli uffici pubblici di Tabqa vengono chiusi e riconvertiti in basi militari e sedi logistiche dei gruppi armati. “In città c’era una atmosfera inquietante. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo, e di gente ne era già morta o scappata moltissima. Così, ho deciso in quei giorni di spostare i miei genitori a Raqqa, per farli stare al sicuro”. Raqqa, la città che poco dopo diventerà la capitale dello Stato islamico, si trova 40 chilometri a est di Tabqa, e al tempo non era ancora stata occupata. “In realtà non so nemmeno perché li ho portati lì. Ripensandoci oggi forse avrei potuto portarli più lontano. Ma sai, da una parte c’era l’irrazionalità del momento, l’agitazione. Dall’altra l’idea che tutto sarebbe finito presto: con i miei amici ci aspettavamo un intervento imminente dell’Esercito siriano. Ci sembrava tutto temporaneo”. I genitori di Kotaiba sono due persone anziane, la madre fa la casalinga e il padre l’elettricista, ancora oggi, quando le circostanze glielo permettono. Kotaiba sa che spostarli significa “congelarli”, perché il padre non ha alcun modo di lavorare in una città dove non ci sono i suoi storici clienti. Sia Jaber che Fahima non hanno una piena contezza di cosa stia accadendo in Siria, sanno solo che esistono fazioni che si sono ribellate al regime, che stanno “dando problemi”, ma che prima o poi verranno neutralizzate. Quando Kotaiba li saluta, prima di tornare a Tabqa, loro ricambiano in modo ordinario, senza alcuna solennità. Si rivedranno presto, pensano, e si rivedranno a Tabqa.

Nel frattempo, i miliziani dell’Isis iniziano a girare casa per casa, uccidendo sopratutto cristiani e sciiti, ma anche molti musulmani sunniti. Un’intera famiglia cristiana composta da padre, madre e due figli, vicina di casa di Kotaiba, viene massacrata davanti al suo palazzo. Due suoi compagni di scuola, musulmani sciiti, fanno la stessa fine due isolati più in là. I vicini del terzo piano, drusi, riescono invece a scappare in tempo, sfuggendo a destino certo. In un palazzo di cinque piani, in poche settimane solo quello dove vive Kotaiba rimane abitato.

Passano le settimane e l’Esercito non arriva. Il governatorato di Raqqa è isolato rispetto alla direttrice che da Aleppo arriva fino a Damasco: in mezzo ci sono decine di chilometri di deserto e un intero battaglione è stato sconfitto dalle formazioni ribelli proprio nei dintorni di Tabqa. Kotaiba passa le sue giornate a casa, recluso come gran parte della popolazione, spaventata dall’estrema precarietà della situazione, dal clima di crescente terrore.

Un pomeriggio di maggio, mentre se ne sta sul divano a vedere un film, bussano alla sua porta. Kotaiba apre e si trova davanti tre persone: un ragazzo della sua età, con i capelli rossi e la barba dello stesso colore, e altri due alle sue spalle, col volto coperto. “Sei Kotaiba al Saleh?”, chiede il ragazzo, in un arabo perfetto, privo di accenti, come quello coranico. “Si”, risponde Kotaiba, “e voi chi siete?”. Non li ha mai visti prima, ma immagina chi possano essere, e si irrigidisce.

“Io mi chiamo Abu Ali Al Shishani (Shishani in arabo significa “ceceno”, ndr), e siamo dello Stato Islamico del Levante”. Il suo è un tono solenne ma non aggressivo. “Vieni con noi”, aggiunge. “Perché?”, chiede Kotaiba, polemico di natura. “Vieni con noi”, insiste fermo Al Shishani, guardandolo negli occhi. “Devo vestirmi”, ribatte Kotaiba, indicandosi pantaloncini e canottiera.”Va bene, vestiti, ma lascia la porta aperta”, risponde il ragazzo, mettendo una mano sullo stipite. Sulla jeep che li conduce nel palazzo governativo che i miliziani hanno occupato per stabilirvi la loro sede, Kotaiba prova a insistere. “Posso sapere qual è il problema?”. “Lo vedrai”, gli risponde Al Shishani.

Giunti nella struttura, viene messo in una stanza disadorna e gli viene dato un cuscino. “Sarò stato lì quasi cinque ore, finché un altro ragazzo non è venuto a prendermi. Siamo entrati in un’altra stanza, dove alla scrivania c’era un uomo sulla cinquantina al massimo, con la barba lunga, che senza guardarmi negli occhi mi ha invitato a sedermi di fronte a lui”. L’uomo che si ritrova di fronte è vestito da sheikh, ma non lo ha mai visto in giro. Non deve essere del posto.

“Mi chiamo Abu Abid Al Muhajir e sono l’investigatore”, esordisce l’uomo – probabilmente di nazionalità saudita, ipotizza Kotaiba dall’accento -, sfogliando le pagine di uno dei tanti quaderni posti sulla scrivania. Kotaiba annuisce.

“So che sei un avvocato laico, che ti occupi di casi non regolati dalla Legge di Dio. Roba tipo diritto civile, diritto penale. Lo sai che è vietato, che è una cosa da kafir (miscredente)?”, sentenzia Al Muhajir, fissandolo negli occhi per la prima volta.

“Quindi il problema è che sono un avvocato, sono qui per questo?”, domanda Kotaiba, che non ha alcun timore reverenziale, e prova a mantenere intatta la razionalità. “E’ normale qui, sono cresciuto in Siria. Anche lei se fosse cresciuto qui lo avrebbe fatto, magari”. “Non discutere, stai zitto che non ho finito. Parlo solo io qui, non sei nei tribunali dei miscredenti”, ribatte l’uomo alzando il tono di voce. “A noi risulta che sei un murtadd (apostata). Hai due alternative: o muori, oppure torni all’islam”.

“Io sono musulmano, non ho bisogno di tornare. Voglio solo andare a casa”. “No, hai bisogno di pensare”, lo interrompe l’uomo, facendo un rapido cenno ai tre uomini armati rimasti sull’uscio. Kotaiba viene riportato in cella. “Per altre tre o quattro ore, non mi ricordo”, prova a rammentare. In quelle tre o quattro ore Kotaiba non percepisce alcun pericolo: si sente un po’ come si sentono quelli che vengono fermati dalla polizia per errore, per uno scambio di persona. Rispettosi bisogna esserlo, ma intimoriti perché?

In quelle quattro ore, ovviamente, Kotaiba pensa a tutto tranne che a “tornare all’islam”. Nell’islam lui ci sta, ci è sempre stato, non è mai passata una settimana senza che non aprisse il Corano e ne leggesse qualche versetto, nonostante un lavoro che già gli faceva passare le giornate sui libri e sugli atti processuali. “L’ho sempre vissuto in modo personale, per me è una sorta di tranquillante, un massaggio all’anima. Amo il Corano, come se fosse una persona. Ho sempre avuto tanti amici di religioni diverse, o anche atei, qui nella regione di Raqqa è così, siamo sempre stati tutti insieme, ci riunivamo con i miei amici per vedere le partite al bar sul lago, non importava che fede avessi”. In quelle quattro ore Kotaiba non è nemmeno preoccupato, si sente apposto, e sa di non essere né sciita né cristiano. Al riparo dai pericoli, pensa.

Riportato al cospetto dell’investigatore saudita, stavolta aspetta di essere interpellato. “Cosa hai deciso?”, chiede l’uomo con un tono tra l’inquietante e l’affabile. “Le ho detto già, sheikh, io sono musulmano”.

“Recita la shahada”, gli ordina, alludendo alla professione di fede. Kotaiba lo guarda per un istante, e poi procede: “Ashadu an la ilaha illa Allah, wa ashadu anna Muhammad rasoul Allah”. Testimonio che non c’è altro Dio al di fuori di Dio, e che Muhammad è il suo messaggero. “Posso andare ora?”, chiede Kotaiba, dopo aver concesso alcuni secondi al silenzio nella stanza. “No, devo spiegarti l’islam”, ribatte Al Muhajir, che nel frattempo torna a non rivolgergli il benché minimo sguardo.

“Ho sempre letto molto, anche sulla religione. E non solo il Corano”, mi spiega Kotaiba. “Anche per questo non ho mai sopportato chi nella mia vita ha provato a spiegarmi l’islam, chi si comporta da sheikh senza esserlo, chi voleva insegnarmi come credere. Quando conosci il Corano e la Sunna, hai sempre un modo per contraddire su un piano religioso chi ti accusa di non essere musulmano nel modo giusto. Ed è quello che ho sempre fatto, spesso litigando. Sai, poi sono un avvocato, mi piace discutere”.

Mentre Al Muhajir procede con la sua filippica di matrice wahhabita, basata su quell’approccio letteralista che Kotaiba ha sempre visto come sinonimo di generica ignoranza, il Nostro spegne l’interruttore dell’attenzione, come si fa da bambini di fronte ad una ramanzina materna di cui già conosciamo i contenuti prima che inizi. Passa qualche minuto, e l’investigatore smette di parlare. Inizia a scrivere qualcosa su un grande quaderno ad anelli, come un professore che mette i voti sul registro.

“Posso andare Sheikh?”, chiede nuovamente Kotaiba. “Non ancora, dobbiamo aspettare gli altri”, risponde. Kotaiba sente di aver esaurito i bonus, di non poter chiedere altro. Incrocia le braccia e aspetta. Qualche minuto dopo, arrivano altri due uomini. “Riportatelo a casa”, ordina Al Muhajir. Kotaiba ringrazia e saluta, non ricevendo alcuna risposta in cambio. Si sente sollevato.

Nel frattempo, l’equilibrio tra le fazioni, in città, inizia a cambiare. Lo Stato islamico del Levante non ha ancora proclamato il Califfato (lo farà nel giugno 2014 da Mosul, in Iraq, dopo aver occupato Raqqa nel gennaio 2014) ed è ancora un’entità nebulosa, una fazione dell’opaca orbita qaedista. Solo che ha un progetto concreto, un obiettivo chiaro: riprendersi il Levante, l’area che comprende la Siria e l’Iraq, “paesi artificiali”, frutto della piano di spartizione del 1916 (Sykes-Picot), uno dei “tanti tentativi di dividere l’Umma e la Dar al Islam, la terra dell’Islam”, direbbero gli uomini di Al Baghdadi.

Con l’arrivo di giugno, i miliziani dello Stato islamico sono sempre di più, e sopratutto sembrano meglio equipaggiati. Moltissimi membri di altre fazioni ribelli decidono di unirvisi. Tra loro ci sono anche un paio di compagni di liceo di Kotaiba, gente con cui giocava a pallone in cortile. Li vede affacciato alla finestra di casa sua, mentre pattugliano su una jeep Toyota la strada dove abita. L’ultima volta li aveva incontrati l’anno prima al bar sul lago, quando tutti insieme avevano visto in tv la finale degli Europei di calcio 2012 tra Spagna e Italia, tra litri di tè e il fumo denso e inebriante degli arghilè. Come cambiano in fretta le cose, quando le circostanze ti costringono a scegliere tra vivere e morire.

Quasi una settimana dopo la visita degli uomini dell’Isis, Kotaiba sente bussare di nuovo alla porta, e ha un sussulto. Stavolta non viene colto di sorpresa: sono ormai settimane che nessuno – tranne al Shishani e i suoi sgherri – si presenta a casa sua, la città si sta svuotando, il suo palazzo è già disabitato, molti dei suoi amici morti o scappati verso la Turchia, e poi verso l’Europa. Il suo amico Ghiath è riuscito ad arrivare in Svezia, dopo che per puro caso era scampato allo sterminio della sua famiglia. Ali, un suo collega avvocato, è in Germania. Kotaiba sa già chi troverà dall’altra parte della porta mentre si alza dal divano, sotto al quale nasconde repentinamente il libro del poeta iracheno (e comunista) Muzaffar Abdul Majid al Nawwab, uno dei più celebri del Levante, e anche uno dei più odiati dagli jihadisti.

Stavolta, di fronte a sé si trova un ragazzo siriano, assieme ai due consueti scagnozzi. Si chiama Wissam Ajrawi: Kotaiba lo conosce di vista, è di una città vicina. “Sei Kotaiba al Saleh?”, chiede come da routine, con uno sguardo subito torvo. “Si, cosa volete?”, risponde impassibile. “Siamo dello Stato islamico”. Kotaiba li interrompe: “lo immaginavo, ma sono venuto con voi già una settimana fa. Mi ha interrogato lo sheikh Al Muhajir, sono apposto”. “Vieni con noi e non parlare troppo, ti do questo consiglio”, ribatte Ajrawi, avvicinandosi minaccioso.

“Devo vestirmi”. “No, non c’è tempo”, tuona il ragazzo, mettendo il kalashnikov tra Kotaiba e l’ingresso. “Vieni con noi”. Kotaiba fa in tempo a raccogliere dei pantaloni rimasti sulla sedia, e viene spinto giù per le scale dal gruppetto di miliziani, che lo seguono come un plotone d’esecuzione. In macchina Kotaiba si lamenta: “non potete fare così, anche voi avrete delle regole, o no? Che cosa ho fatto? Ho chiarito tutto con lo sheikh , cosa altro volete?”. Ajrawi non gli risponde nemmeno, mentre un paio di ragazzi, di almeno dieci anni meno di lui, gli ordinano di stare zitto, rifilandogli due schiaffi. Non saranno gli ultimi.

Qualche minuto dopo, Kotaiba si ritrova nella stessa cella della volta precedente. “Ci sono rimasto meno di un’ora, perché poi è arrivato un ragazzino, che mi ha portato di nuovo nella stanza di Al Muhajir, l’investigatore”. Stavolta la stanza dell’autoproclamato sheikh è affollata: dietro Kotaiba rimangono cinque ragazzi con il kalashnikov in mano. Lui protesta di nuovo: “sono già stato interrogato, non potete fare così, prendere ogni giorno la gente da casa”.

Sono proteste inutili, se non dannose, perché mentre il vecchio sheikh gli intima di fare silenzio guardandolo negli occhi, Kotaiba riceve un pugno sulla nuca. Ancora prima che possa girarsi per vedere chi è stato, gli arriva il calcio dell’Ak-47 sull’orecchio. “Non so se mi hanno rotto qualcosa, non sono più andato in ospedale, ma ho tuttora dei problemi all’udito”, mi spiega. Il colpo è talmente forte che Kotaiba cade a terra. Poi si rialza. “Ho agito di istinto, forse sbagliando: mi sono rialzato e ho colpito il ragazzo con un pugno”. La prima sessione di botte inizia lì: il ragazzo colpito da Kotaiba lo ributta a terra, e gli altri quattro lo prendono a calci, facendogli sanguinare uno zigomo e incrinandogli una costola. Il giudice guarda la scena come si guardano gli acquari, impassibile.

Rimesso “l’imputato” sulla sedia, Al Muhajir si prende qualche secondo prima di parlare, incrociando di nuovo lo sguardo di Kotaiba, che sta mutando natura, sta diventando uno sguardo nervoso, impaurito. Poi sentenzia: “In seguito alle nostre indagini ci risulta che come avvocato ti sei occupato varie volte di contratti di affitto e compravendita di immobili per conto di cristiani”. “E’ vero”, dice Kotaiba. “Faccio l’avvocato, mi occupo anche di queste cose. Le avevo detto che qui è normale, siamo cresciuti tutti insieme”. “E’ vietato, e tu devi morire perché sei un kafir (miscredente). Stai dalla parte dei cristiani”, lo interrompe Al Muhajir. Kotaiba, per quanto surreale possa sembrargli il giustificare una cosa così normale, risponde, con le ultime forze dell’argomentazione: “Non è così. Ho fatto solo il mio lavoro, la gente veniva da me e io ho fatto solo il mio lavoro”. Ormai, qualunque cosa Kotaiba risponda viene percepito come un affronto personale. Gli arrivano di nuovo dei pugni sulla testa, che si placano solo nel momento in cui lo sheikh aggiunge: “stai zitto. Morirai mercoledì prossimo, ti verrà tagliata la testa”.

Kotaiba ricorda quel momento con un sussulto. Lo sheikh aveva pronunciato quella frase con un tono calmo, asettico, burocratico: non sembrava volerlo spaventare, bensì informarlo su una decisione già presa. E sulla credibilità di questo tipo di decisioni potevano testimoniare le centinaia di esecuzioni sulla pubblica piazza portate a termine dai miliziani in quei giorni. “Ho capito in quel momento che sarei morto a breve, che non c’era più nulla da fare”, ricorda Kotaiba, con lo sguardo assorto nei ricordi. Viene quindi riportato in cella, ad attendere il suo destino. Non prima di essersi azzuffato nuovamente con i carcerieri, che gli riservano una nuova dose di colpi dati col calcio del fucile.

SECONDA PARTE – LASCIARSI ANDARE

Nel 1932, il filosofo Henri Bergson, in Due fonti della morale e della religione, scrisse che “se la natura non ha dotato l’uomo di un istinto allo scopo di avvertirlo della data e dell’ora esatta della propria morte è perché ciò avrebbe come risultato la nascita di un sentimento di depressione suscettibile di annichilire ogni volontà d’azione, e ogni desiderio elementare di sopravvivenza”.

Aveva probabilmente ragione, Bergson. Riportato in cella, Kotaiba inizia ad accettare la morte, perché “la data e l’ora esatta” di quest’ultima, a lui, l’hanno appena comunicata. Gli rimane una settimana, e il suo istinto di sopravvivenza lascia il posto alla rabbia, una rabbia traboccante, incontrollabile, isterica. Non ha, letteralmente, più nulla da perdere, ed entra in una sorta di trance agonistica perpetua.

“Hey ragazzino, tu, con la barba bionda, vieni qua. Parliamo di Shari’a, parliamo di Islam”, è così che una mattina Kotaiba, dopo l’ennesima notte insonne, si rivolge al ventenne di nazionalità britannica che gli fa la guardia insieme ad altri due, che invece sono arabi. “Cosa sai della Shari’a?”, chiede, avendo già sentito dire in giro che i membri dell’Isis sanno poco e nulla di Islam. Il ragazzo sorride strafottente, e gli risponde: “è la legge di Dio, quella con cui dopodomani ti ammazziamo”. “Benissimo – risponde Kotaiba avvicinandosi sfrontato alle sbarre della cella – io sono pronto, ho paura solo di Dio, non di voi. Dimmi un po’, cosa sai della Shari’a?”

“Cosa fai, ci interroghi?”, risponde il ragazzo dalla barba bionda, mentre gli altri due ridacchiano in sottofondo. “E’ la legge scritta dal nostro Profeta Muhammad, pace su di lui. La legge perfetta”, conclude solenne, avvicinandosi alla cella. “Tu non sai niente, ti fai crescere la barba per sentirti musulmano, ma dentro non hai nulla. Il Profeta, pace su di lui, non ha scritto un bel niente: le elaborazioni della Shari’a sono posteriori alla sua morte, e sono fatte da uomini come me e voi, non da Dio. La legge di Dio è sconosciuta agli uomini”, ribatte Kotaiba, assumendo la postura da avvocato, da oratore. “Sai cos’è l’ijma? E il qiyas? Chi era Abū ʿAbdullāh Muhammad ibn Idrīs al-Shāfiʿī? E Malik Ibn Anas?”, insiste, lanciando definitivamente il guanto di sfida.

“Ascolta, cane, non abbiamo tempo da perdere con te, tu sei morto. Non ci interessano i tuoi indovinelli, noi crediamo nel Corano e nella Sunna”, interviene uno dei ragazzi arabi, che Kotaiba si rende conto essere tunisino. “Bravi, poi parliamo anche di quello allora. Rispondete, non sapete chi è Shāfiʿī? Nemmeno Malik Ibn Anas? E che musulmani siete? Sono loro i fondatori di due scuole giuridiche (le altre dell’orbita sunnita sono quella hanbalita e quella hanafita, ndr) che hanno interpretato la Shari’a, diversi l’uno dall’altro. E sono partiti dal qiyas (il ragionamento analogico) e dall’ijma (il consenso dei dotti), oltre che dal Corano e dalla Sunna. Voi non sapete nemmeno di che parlo, vero?”. Erano mesi che Kotaiba non sorrideva, e mai si sarebbe aspettato di farlo all’interno di una cella, in attesa della sua preannunciata esecuzione. E’ una risata nevrotica la sua, consciamente canzonatoria e inconsciamente disperata. Kotaiba ha passato da un bel po’ la fase della paura, del terrore. Vuole massimizzare i frutti della propria rabbia repressa, istigare quei ragazzi che per lui rimangono delle giovani vittime – dell’età di suo fratello Okba – di una folle ideologia, ideologia che talvolta nemmeno conoscono a fondo ma che è l’unica cosa che riempie le loro vite.

“Con chi credi di parlare? Siamo noi i musulmani, e tu il miscredente. Noi conosciamo il Sacro Corano, è tutto quello che conta. E secondo il Corano i miscredenti e gli apostati come te vanno ammazzati, così come i cristiani, gli ebrei, e i rafidi (“coloro che rigettano”, dispregiativo per musulmani sciiti, ndr)”, torna a tuonare il ragazzo britannico, con un tono molto più imponente della sua figura.

“E sentiamo, in quale sura avete letto tutto questo? A me non risulta.”. Kotaiba, allora, inizia a recitare:

“Dite: Noi crediamo in Dio e nella rivelazione fatta scendere su di noi, e nella rivelazione fatta scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e le tribù, e fatta scendere su Mosè e Gesù e quella fatta scendere su (tutti) i profeti dal loro Signore. Non facciamo distinzione fra l’uno o l’altro di essi, e a Lui noi siamo sottomessi.”.

“La conoscete? Sura numero due, versetto centotrentasei. La stessa che al versetto duecentocinquantasei dice che non esiste obbligo nella religione. Il Profeta Muhammad in uno dei suoi hadith ha detto che chiunque faccia del male alla Gente del Libro è come se facesse del male a lui stesso, e chiunque faccia del male ad un innocente è come se facesse del male all’umanità intera. Voi come vi permettete ad andare in giro ad ammazzare i cristiani e gli sciiti? Chi siete? Siete il demonio!”.

Kotaiba non fa in tempo a finire la domanda, che i tre entrano in cella e lo colpiscono con il fucile sulla testa. Kotaiba cade a terra, ma non esaurisce lo slancio: “Quelli che credono, o quelli che si dichiarano ebrei, cristiani o sabei – quelli che credono realmente in Dio e nel giorno del Giudizio Finale e che compiono buone azioni-, ovviamente la loro ricompensa sarà fatta dal Signore e non dovranno più temere né intristirsi”, continua da terra, mentre una lacrima inizia a solcargli il viso, senza modificarne lo sguardo.

Kotaiba insiste sulla Sura numero due, la più celebre del Corano, oltre che la più lunga, all’interno della quale c’è il versetto del Trono, dal valore apotropaico per i musulmani: “Dio! Non v’è altro Dio che Lui, il Vivente, che di Sé vive: non lo prende mai né sopore né sonno, a Lui appartiene tutto ciò che è nei cieli e tutto ciò che è sulla Terra. Chi mai potrebbe intercedere presso di lui senza il Suo permesso? Egli conosce ciò che è davanti a loro e ciò che è dietro, mentre essi non abbracciano della Sua scienza se non ciò che Egli vuole. Spazia il Suo Trono sui cieli e sulla terra, né Lo stanca vegliare a custodirli: è l’Eccelso, il Possente!”.

Non sente le botte. “Voi non siete musulmani!”, urla, mentre tenta di parare i calci. “Non mi rendevo conto – mi racconta – ma in un certo senso ero stranamente divertito: li stavo provocando e loro erano sempre più nervosi. Non sapevano nulla, era vero ciò che si diceva in giro. Io ormai mi ero rassegnato a morire, e quando ti rassegni ti senti più libero”.

Scene di questo tipo si ripetono quasi su base quotidiana, con i tre che lo pestano con sempre maggiore violenza. Kotaiba non si accorge nemmeno che il mercoledì in cui doveva essere giustiziato è passato, anzi ne sono passati due, perché il tempo in certe situazioni perde la sua consistenza. Dopo più di un mese, uno dei tre ragazzi gli comunica che il venerdì seguente sarà il giorno designato per giustiziarlo. E’ già messo male, Kotaiba: il naso rotto, dolori lancinanti all’altezza delle costole, una tibia fratturata, una spalla fuori uso, varie contusioni al volto e un orecchio che sanguina. Ma non è finita.

I tre ragazzi che hanno fatto la guardia finora sono evidentemente infervorati, e più volte chiedono ai superiori di poter ammazzare in cella il “provocatore”. Richiesta che – Kotaiba lo può sentire dalla cella, perché i muri sono sottili – viene sempre negata, per via di delicati equilibri fazionalistici: l’Isis infatti da una parte deve fare i conti con la presenza di gruppi rivali, dall’altra sta cercando di radicare e legittimare la propria presenza nella regione attraverso accordi con i capi tribali dell’area. Un conto è giustiziare qualcuno in piazza per un “reato”, un altro è farlo morire in cella, specie se non si ha idea dei legami che può avere con le personalità del luogo. Ciò rischierebbe di rendere più complicato il processo di legittimazione, e d’altra parte una morte in cella di un condannato a morte potrebbe indurre gli altri gruppi ribelli a pensare che quella persona sia stata uccisa perché sapeva qualcosa che non doveva sapere. Questa almeno è la spiegazione che si da’ Kotaiba.

Dopo più di un mese di pestaggi, i tre guardiani vengono sostituiti da altri tre, tutti siriani. Kotaiba provoca anche loro, ma non più a parole. Mentre uno entra nella sua cella per cambiargli l’acqua nella ciotola – come si fa con i cani – e lasciargli del riso, Kotaiba gli salta al collo, servendosi di forze misteriose. La sua è una condizione paradossalmente ideale per una cosa del genere: sa già che morirà, ma allo stesso tempo sa che non potrà essere ucciso in cella. Di botte ne ha prese, e non saranno altre a cambiare la forma della sua vendetta, per quanto effimera possa essere. Colpisce il miliziano con alcuni pugni, prova a mettergli le braccia al collo per qualche secondo, ma ad un certo punto cade giù come acqua sul vetro, tirato via da un’altra guardia venuta a soccorrere l’amico.

A quel punto, dopo un’altra sessione di botte feroci, viene preso di peso e trascinato in una stanza adiacente. E’ un’aula angusta, probabilmente prima di essere occupata – siamo in un ex ufficio governativo – serviva da sgabuzzino, perché ci sono i segni degli scaffali rimossi sui muri. E’ disadorna, tranne che per un particolare subito visibile: al soffitto è stato saldato un gancio, dal quale parte una fune molto spessa, come quelle delle barche. Kotaiba fa in tempo a sorprendersi, perché non si aspetta di poter essere impiccato quel giorno. E infatti ha ragione, perché non è per la testa che lo legano alla corda, ma per le caviglie, mettendolo a testa in giù. “Vediamo se parli ancora, adesso”, gli intima uno dei tre guardiani – siriano come lui –, abbassandosi e prendendolo per i capelli.

Kotaiba risponde di nuovo, insultando i tre. Non si dimena, si limita a scaricare le corde vocali. A quel punto, dopo una breve discussione con gli altri due e dopo una serie di colpi di kalashnikov su ogni parte del corpo del prigioniero, come fosse un sacco per la boxe, uno dei guardiani esce dalla stanza. Torna quasi subito, munito di un secchio d’acqua, che poggia davanti a Kotaiba. Poi esce di nuovo, e rientra trascinando quella che a Kotaiba – con la visuale alla rovescia – sembra un’altra corda. Ma non è una corda: è un cavo elettrico, una cui estremità è stata staccata da qualche muro.

Da qui, i ricordi si fanno confusi. Kotaiba ricorda vagamente una secchiata d’acqua mentre è a testa in giù, una secchiata che risulta quasi piacevole, visto che fa caldo e che non fa una doccia da chissà quanto. Dopo la secchiata, però, i tre iniziano a divertirsi col cavo, e non è difficile immaginare quale sia l’effetto di un cavo elettrico appoggiato sul petto fradicio di una persona. Kotaiba sviene, poi si risveglia un numero imprecisato di ore dopo. Poi sviene di nuovo per le continue scariche elettriche e i colpi sordi di tubi metallici sulle sue membra. E si risveglia ancora, e sviene nuovamente, alla mercé dei suoi aguzzini, che continuano a tormentarlo con l’elettricità, l’acqua, la furia cieca. Sono gli ultimi momenti che ricorda, prima di convincersi di essere morto.

Forse – in assenza di un medico tra le fila dei miliziani – i primi a crederlo morto sono proprio gli uomini dell’Isis. Perché Kotaiba si sveglia, e non si trova né in cella né in paradiso: ha la schiena e il lato destro del corpo consumati dall’impatto con la terra, anche se il sangue è ormai pesto. Alza gli occhi e vede il lago Assad a pochi metri, la diga poco più in là; guarda a destra, e vede i tavolini del bar dove si incontrava con gli amici per vedere le partite di calcio e fumare l’arghilé. Non capisce se sta sognando. Si trova in fondo a un piccolo pendio ai margini del lago, protetto da un muro di cemento alle sue spalle, dal lato della strada che passa una ventina di metri sopra il livello delle acque. Intorno a lui rifiuti, gatti randagi, degrado. Prova ad alzarsi ma non ci riesce, non ha nessuna forza. Un dolore lancinante alla gamba lo immobilizza. Si rende conto, a poco a poco, di essere vivo: probabilmente i miliziani lo hanno scaraventato giù da una macchina in corsa, credendolo morto e non volendo far sapere che la sua morte fosse avvenuta in cella.

Kotaiba si riaddormenta, nella speranza di far calmare il dolore. Quando si sveglia, riesce ad alzarsi: prova quindi a risalire verso la strada, arrancando come un vecchio mendicante. Nella mente iniziano a riaffiorare i ricordi della sua “vita precedente”: non lontano di lì, dovrebbe abitare un suo amico, anche se – pensa – chissà se è vivo. Ahmad, così si chiama, è il figlio di uno sheikh locale, e forse c’è speranza che sia stato risparmiato dalla furia dei miliziani. Kotaiba non ha nulla in tasca, nemmeno le sue sigarette. E’ visibilmente dimagrito, ha i capelli lunghi, la barba incolta e sudicia: sembra un fantasma. Arriva nei pressi della casa di Ahmad, ben nascosto tra gli alberi, e riesce a vedere dei panni stesi sul balcone. Ahmad c’è, ma Kotaiba non sa nulla di lui da qualche mese: e se per salvarsi la vita avesse aderito allo Stato islamico? Sono tante, troppe le persone che sono state messe di fronte a questa scelta, aderire o morire. Ma Kotaiba è già morto una volta, e così, al calar della sera, si decide a bussare alla porta di casa.

“Kotaiba, Habibi!”, Ahmad gli apre e lo accoglie giubilante. Kotaiba crolla. “Non ce la facevo più – mi racconta – avevo l’impressione di non bere da settimane”. Ahmad lo aiuta a rimettersi in piedi e gli porta qualcosa da mangiare, insieme a un po’ di Coca cola. “Pensavo fossi morto, ho saputo che ti avevano preso quelli di Daesh”, esordisce Ahmad, non appena Kotaiba rinsavisce sul suo divano. “Lo pensavo anche io”, risponde, “ma mi sono ritrovato vicino al lago dopo essere svenuto. Che giorno è oggi?”. “E’ il 2 settembre, Habibi”. Kotaiba realizza di aver passato più di due mesi nelle mani dell’Isis. “Non puoi stare qui però, non è sicuro. I miliziani sono ovunque e mi controllano. Sei arrivato giusto un’ora dopo la pattuglia di quei cani”.

Kotaiba sa bene che deve andarsene. “Ti chiedo un favore, Ahmad: devi andare a casa mia in qualche modo, e prendermi il tesserino da avvocato. E’ il mio unico documento, il passaporto me lo hanno sequestrato”. Ahmad ci pensa, poi ha un’idea: andranno insieme, quella notte stessa, passando per una stradina secondaria, e Kotaiba aspetterà in macchina. Poi Ahmad lo accompagnerà fuori città, perché lì a Tabqa, un uomo passato per le prigioni dell’Isis e creduto morto, non può più restare.

Nel deserto ai margini della provincia di Raqqa, Kotaiba inizia a marciare come un beduino del Sahara. Mentre cammina, non ha nemmeno il tempo di realizzare il destino a cui è appena scampato, perché troppo forte è il desiderio di dissetarsi, di mangiare qualcosa. Dopo ore di marcia, incontra dei pastori che bevono il tè di fronte ad una piccola capanna. La vista dei quattro ha l’effetto della comparsa di un’oasi. Kotaiba si avvicina e viene subito accolto con calore, perché ha un aspetto pessimo. Non racconta nulla di quello che gli è accaduto, si limita a dire di essere scappato dalla città con l’arrivo dei miliziani, e di voler proseguire verso ovest. I pastori lo accolgono, gli danno del pane, del formaggio e un po’ d’acqua. Gli offrono anche delle cure di base, gli bendano la gamba che ha subito una piccola frattura, cercando di ricomporgliela. La sosta dura meno di un’ora, ma ha l’effetto di un week end in un centro benessere. Ringraziati i quattro riparte, verso ovest. Quando arriva sera si ferma ai piedi di una piccola duna di rocce, per riposare un po’.

Il giorno dopo, dopo chilometri in cui non aveva incontrato anima viva, vede in lontananza una pattuglia dell’Esercito siriano. Non è necessariamente una bella notizia, per diversi motivi: primo tra tutti, il fatto che potrebbe essere scambiato per un miliziano dell’Isis, pronto a farsi saltare in aria non appena arrivato nei pressi dei soldati; poi, i ragazzi come Kotaiba, quelli della sua fascia d’età, durante la guerra sono obbligati a servire nell’Esercito, volenti o nolenti. Per riflettere, però, è troppo tardi, perché ormai lo hanno visto. Kotaiba avanza alzando le mani, mentre caracolla, zoppica. Va incontro al checkpoint, verso i fucili spianati dei soldati.

I militari lo perquisiscono e gli chiedono da dove viene. Kotaiba a loro decide di raccontare in breve la sua storia, li deve anche convincere di non essere lui stesso un miliziano e di voler solamente arrivare a Damasco. L’interrogatorio che subisce nel deserto ha un ché di estraniante, ma con sua relativa sorpresa viene lasciato andare. Nessuno gli chiede di arruolarsi, forse per via della compassione che ispira. La fortuna sembra girare, perché mentre sta per andare via, passa una furgone che trasporta pelli di bestiame, bombole del gas e altri oggetti, ed è diretto proprio a Damasco. Sono i soldati a chiedere al conducente di caricare Kotaiba, che conciato com’è non ispira nessuna fiducia. L’uomo acconsente, e lo carica sul furgone. Il peggio sembra finalmente passato.

Arrivato a Damasco, dove non conosce nessuno, Kotaiba prova a chiedere ospitalità in giro, venendo però sempre respinto. Non solo perché non può permettersi di pagare nulla, ma anche perché viene da Raqqa: la gente è da un lato spaventata, perché la voce che gli abitanti di Raqqa abbiano in molti casi aderito all’Isis si è diffusa in modo incontrollato; dall’altro, in Siria – ad Aleppo e Damasco – chi viene da Raqqa viene guardato con sospetto. Esiste da tempo una sorta di sotterraneo pregiudizio nei confronti di chi proviene da quella zona della Siria, un po’ come la diffidenza che la gente di città prova nei confronti di chi viene dalla campagna, o come quella verso gli immigrati provenienti da paesi più poveri. Kotaiba è abituato a tutto questo, ci aveva già fatto i conti durante l’Università ad Aleppo, quando gli affittuari si erano più volte rifiutati di concedergli una stanza, costringendolo a dormire – in alcuni casi – all’addiaccio. E poi, tutto sembra più sopportabile, dopo aver passato quel che ha passato.

Passa una settimana in cui Kotaiba dorme in garage abbandonati, e un paio di volte in moschea. Quella settimana gli serve per rimettere insieme i pezzi, per pensare al da farsi, con l’unica compagnia delle sigarette. A Damasco non ci sono margini, e sopratutto c’è il rischio che venga fermato da altri soldati, meno compassionevoli dei precedenti, che lo potrebbero obbligare ad arruolarsi. Così – lui che non era mai uscito non solo dalla Siria, ma neanche dal triangolo Aleppo-Damasco-Raqqa – matura la decisione che lo porterà a iniziare la sua seconda vita: provare a raggiungere Beirut. Riesce a trovare un taxi collettivo che parte in serata, e al conducente è costretto a dare quasi tutto ciò che ha in tasca. Dopo qualche ora di viaggio, arrivano nella capitale libanese, e viene lasciato sulla strada dell’aeroporto internazionale Rafiq Hariri, vicino al campo profughi palestinese – ma oggi affollato anche da tantissimi siriani – di Burj el Barajneh. In tasca ha l’equivalente di dodici dollari, e un passato recente che è deciso a lasciarsi alle spalle per sempre.

A Beirut nemmeno conosce nessuno, tranne un ragazzo che non vede da anni, conosciuto durante il periodo universitario ad Aleppo, e non sente da qualche mese. Si ricorda però il nome dell’azienda in cui gli aveva detto di aver trovato lavoro. E’ una compagnia che si occupa di scaricare e caricare container, e si trova non lontano dall’aeroporto, a Dahye. Kotaiba ci va a piedi, costeggiando la statale dove sfrecciano le macchine. Arriva sotto la sede in piena notte, e decide di aspettare il mattino seguente, quando sicuramente incrocerà il suo amico che attacca a lavorare. L’ennesima notte all’aperto, e in una città sconosciuta, dove peraltro l’insofferenza diffusa verso l’enorme afflusso di siriani cresce giorno dopo giorno.

La sua solerzia viene ripagata, perché il mattino seguente viene svegliato da un impiegato che sta entrando in ufficio. Kotaiba gli chiede del suo amico e, nel giro di cinque minuti, Naser – così si chiama – compare. Dopo averlo abbracciato, lo riporta pian piano nel mondo, aiutandolo a inaugurare una nuova fase della sua esistenza. Non si separeranno più, anche perché Naser lo farà entrare nell’azienda, e lavoreranno spesso insieme. Nei mesi seguenti, Kotaiba troverà una sistemazione in un appartamento condiviso con altri otto siriani, all’interno del quale potrà anche riconnettersi col mondo virtuale, e conoscere la ragazza siriana, Bisan, con cui oggi vive a Beirut e progetta di avere una famiglia. Bisan è anche la prima persona al mondo a cui racconterà nei dettagli la sua storia, prima ancora di incontrarla di persona in una libreria di Beirut, che oggi è lo screensaver del suo cellulare.

Non sarà facile sopratutto il primo anno, in cui Kotaiba lavora in due diversi luoghi ai due capi opposti della città, riposando tre ore al giorno. Deve mantenere lui – affidandosi spesso a corrieri poco affidabili per mandare soldi in Siria – la numerosa famiglia: la sorella rimasta col marito in un villaggio controllato dall’Isis (che gli impedisce di uscire di casa), i genitori nel frattempo trasferitisi a Suwayda con il piccolo Ammar, affetto da sindrome di down, il fratello che fa l’Università ad Hasaka e un altro che vive ad Aleppo. Famiglia a cui non ha mai raccontato la sua vicenda, e forse mai lo farà. Tuttora, Kotaiba ha difficoltà a dormire, la sua ragazza spesso mi racconta che la sua gamba destra di notte cade in preda a spasmi, come fosse indipendente dal resto del corpo. A volte si sveglia in preda ad incubi, oppure grida durante il sonno, reagendo male al contatto fisico.

Quando viene arrestato da Hezbollah, in quella notte di novembre 2013, Kotaiba viene trattato come un terrorista. Dopo aver raccontato la sua storia al comandante, invece, viene fatto uscire da martire, da eroe, con tutti gli onori che da queste parti si riservano a chi esce vivo dalla guerra. Gli vengono fatte addirittura delle scuse. Avrebbe forse tutto il diritto di avercela con Hezbollah, con il Libano, con il mondo.

Quando gli chiedo se oggi serbi sentimenti del genere verso chi lo ha arrestato, la risposta che mi fornisce mi lascia interdetto, perché è una risposta che, se fossimo in un film – come in effetti sembra la vicenda di Kotaiba – lascerebbe un retrogusto di gratuita retorica, come quella dei film un po’ banali. “No, io non ce l’ho con Hezbollah, capivo la loro paranoia, e non ce l’ho con nessuno. Vuoi che sia sincero? Io non ce l’ho nemmeno con Daesh, anzi li ringrazio. Perché senza quell’esperienza, oggi non sarei la persona che sono. Non avrei conosciuto Bisan, non sarei qui, non potrei immaginare un futuro come lo immagino ora. Oggi do’ il giusto valore alle cose, traggo il massimo da tutto quel che mi accade, ho imparato anche a non prendermi sul serio. Quando vedi la faccia orrenda della morte, quella della vita, qualunque vita, ti sembra sempre sorridente. E io oggi non potrei chiedere di meglio”.

Iraq: crescono le divisioni interne alle fazioni cristiane

(AGI) – Beirut, 17 ago. – “Le fazioni politiche e militari cristiane sono responsabili in gran parte della sofferenza in cui vivono oggi le comunità cristiane. Pensiamo che una buona parte di questo caos sia causato dalle divisioni interne ai partiti, la loro subordinazione ai gruppi armati curdi e sciiti e il fallimento del tentativo di unire gli sforzi militari e prendere decisioni comuni”.
Queste parole arrivano direttamente da una dichiarazione del Patriarca della Chiesa cattolica-caldea in Iraq, Louis Raphael Sakho, che lo scorso 6 agosto si è rivolto alle comunità cristiane d’Iraq, a seguito della notizia dell’ennesimo scontro armato tra fazioni cristiane nella provincia di Nineveh.
Gli scontri di ormai quasi un mese fa si sono verificati tra le le Unità di protezione della piana di Niniveh e le Brigate Babilonia, con i primi che avrebbero sequestrato ai secondi dei manufatti, per poi arrestare sei loro agenti. Ciò ha causato nei giorni successivi una rappresaglia delle Brigate Babilonia, che hanno fatto irruzione nel quartier generale delle Unità di protezione, sequestrando armi e veicoli per cercare di liberare i loro colleghi, secondo quanto afferma Yonadam Kanna, parlamentare incaricato di supervisionare le attività delle Unità.
Le Brigate Babilonia, che hanno negato ogni attribuzione dell’assalto, sono affiliate delle Unità di protezione popolare a maggioranza sciita, mentre le Unità di protezione della piana di Niniveh sono l’ala militare del Movimento democratico assiro.
Le divisioni interne all’orbita cristiana in Iraq sono sempre esistite, ma negli ultimi anni si sono intensificate essenzialmente a causa del processo di militarizzazione della società irachena (di musulmani come di cristiani), nel tentativo di respingere lo Stato islamico sopratutto dalla zona di Niniveh.
La responsabilità nel controllo delle diverse fazioni cristiane è da dividersi tra il governo federale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan, proprio perché lo stesso destino della piana di Niniveh e dei territori abitati da comunità cristiane è incerto, visto che i curdi iracheni di Barzani vorrebbero inserirli all’interno dei territori oggetto del referendum di indipendenza previsto per settembre.
Alcune delle fazioni armate in Iraq sono direttamente affiliate ai partiti politici cristiani iracheni, e alcune di esse sono state formate con l’intento di riconvertirle in organizzazioni politiche una volta che la guerra sarà finita, così da partecipare alle elezioni. Oltre alle menzionate Brigate Babilonia, le principali fazioni armate cristiane sono affiliate del Consiglio popolare Assiro-siriaco caldeo (ala militare del suddetto Movimento democratico assiro), le Brigate del partito nazionale assiro, le Unità della piana di Niniveh, le Brigate dei Leoni di Babilonia e le Kataeb Issa Ibn Maryam (Brigate di Gesù figlio di Maria).
Sono 14 le denominazioni cristiane in Iraq, più di 12 i partiti cristiani e almeno sette le fazioni armate: per questo motivo, raggiungere un accordo di pacificazione interna appare complicato, sopratutto quando di mezzo ci sono questioni territoriali delicate come quella del controllo della piana di Niniveh.
L’ultima volta che si è tentato di trovare un accordo di massima è stata durante un meeting tenutosi lo scorso giugno a Bruxelles, per discutere delle condizioni dei cristiani a Niniveh in seguito alla cacciata dell’Isis. Durante la conferenza i partecipanti avevano raggiunto un’intesa sulla creazione di una nuova provincia con i caratteri della safe zone per i cristiani nella piana di Niniveh, e sulla formazione di un nuovo consiglio militare che si coordinasse con le unità di protezioni cristiane preesistenti e coordinate dalla coalizione internazionale e dal governo regionale del Kurdistan.
Il meeting, sponsorizzato dall’Unione Europea, è stato però una parziale dimostrazione delle divisioni menzionate: l’Unione siriaca democratica, la lista al Warka e il Movimento cristiano indipendente e democratico l’hanno apertamente sostenuto, mentre altri tre partiti – il movimento democratico assiro, gli Abnaa Al Nahrain e il Partito nazionale assiro – lo hanno boicottato, così come hanno fatto la Chiesa cattolica caldea e la Chiesa assira d’Oriente, contestando l’idea di risolvere in Occidente un problema interno all’Iraq. Così, le fratture all’interno dell’orbita cristiana rischiano di rimanere insolute. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)