Iraq: il destino degli orfani dell’Isis

(AGI) – Beirut, 27 lug. – Abituato a curare ogni giorni decine di persone a Mosul, il medico dell’Esercito iracheno Abu Hassan ad un certo punto si è ritrovato davanti un bambino diverso dagli altri. Non sembrava avere paura come i suoi coetanei, sembrava in qualche modo già adulto, con lo sguardo privo di esitazioni.
Abu Hassan prova a parlarci, a chiedergli come sta e, come si fa con i bambini, cosa vuole fare da grande. “Il cecchino”, risponde Mohammed. Non certo una cosa normale per un bimbo. “Cosa fa tuo padre”, chiede Abu Hassan. “Mio padre è l’emiro dei cecchini”, risponde il bambino, figlio di un combattente dell’Isis.
Informatosi meglio, Abu Hassan scopre che il padre di Mohammad era un pezzo grosso dell’Isis a Mosul. Il bimbo è stato ritrovato in una stanza sotterranea, in mezzo ai cadaveri di decine di combattenti del sedicente Stato islamico.
Con la riconquista di Mosul, la situazione inizia ad emergere in tutta la sua drammaticità: centinaia, forse migliaia di bambini sono rimasti orfani durante la guerra. Peggio ancora, molti di essi hanno subito il lavaggio del cervello, e si sono abituati a considerare normalità, persino meritorio, far parte del gruppo di Al Baghdadi. In una città allo stremo, vengono trattati come reietti, privati degli aiuti umanitari, visti come dei piccoli demoni. Le agenzie umanitarie fanno spesso finta che non esistano.
I bambini dell’Isis per ora vivono in buona parte nei campi del nord dell’Iraq, o nascosti in abitazioni private dove alcuni volontari si occupano di dargli da mangiare. Uno dei programmi che si dedicano a loro viene gestito da Sukaina Mohammed Younes, capo dell’Ufficio per le donne e i bambini della provincia di Nineveh. Mohammed è passato di qui, per poi essere mandato da uni zio ad Erbil, lontano dal rischio di rappresaglia degli abitanti di Mosul. Come lui, centinaia di altri bambini.
“Abbiamo ricevuto da Mosul decine di migliaia di bambini che hanno perso madre e padre”, spiega Sukaina al Guardian. “Potremmo dire che all’incirca il 75% viene da famiglie che avevano aderito all’Isis. Non abbiamo numeri precisi, perché alcuni di loro non hanno documenti, e non sappiamo chi siano. Posso però affermare con certezza che nel campo profughi di Hammam Al Alil ci sono circa 600 orfani di famiglie dell’Isis”, prosegue.
“Finora non esiste un programma che si occupi nello specifico di questi casi. Ho fatto una proposta in questo senso al governo. Inizialmente volevamo sistemare gli orfani dell’Isis tutti in un campo di massima sicurezza. Ma il problema è che questi ragazzi no vengono accettati da nessuno”. A questo va aggiunta la totale mancanza di sostegno psicologico o psichiatrico per casi come questi.
“Il principale problema per questi bambini è la vendetta. Le persone comuni che hanno avuto a che fare con la furia dell’Isis non dimenticano. E gestire una situazione del genere è forse più complicato che condurre un’operazione militare”, continua Sukaina.
Mohammed non stava delirando, era davvero un cecchino. “Ero bravo, l’Isis mi ha dato cinque proiettili e avevo quattro obiettivi da colpire. Ho mancato solo l’ultimo. Ho sparato con un kalashnikov, e anche se sono un bambino ho sparato molto bene. Anche quando mio padre mi diceva di non sparare, io sparavo. Ero il numero uno per tutti gli altri bambini”, spiega freddamente Mohammed.
Quando la guerra finirà del tutto, sarà comunque difficile pensare a una riconciliazione, e tantomeno per un sostegno dello Stato a casi come questo. Belkis Wille, ricercatrice irachena di Human Rights Watch, spiega come i bambini orfani dell’Isis vengano trattati da adulti in sede giudiziaria. “L’unica differenza è che un bambino in Iraq non può essere condannato a morte. Ma non esiste questa idea che se l’Isis ti ha reclutato da bambino, allora sei una vittima. Non ci sono programmi di riabilitazione o di de-radicalizzazione. Il motivo, dicono, è che questi ragazzi rimarranno in galera per sempre oppure saranno condannati a morte in futuro. Quindi, perché prendersi la briga di occuparsi della loro riabilitazione?”.
Nei campi nel nord del paese, le madri che danno alla luce bambini concepiti con combattenti dell’Isis – molti dei quali stranieri – cercano di nascondere le loro storie. Spesso per evitare pregiudizio o cose peggiori dicono che i loro figli sono dei nipoti di cui si stanno occupando. La riabilitazione è complessa ma va portata avanti. Perlomeno per i bambini sotto ai 12 anni, perché, come spiega Sukaina, “i bambini più grandi hanno una ideologia più forte. Con loro è molto difficile. La comunità internazionale deve interessarsi a queste situazioni, perché per trattare questi casi abbiamo bisogno di persone speciali”. (AGI) LBY
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