Medioriente: perché le azioni dell’Isis hanno poco a che fare con l’Islam

(AGI) – Beirut, 27 lug. – Il mantra ripetuto dalle estreme destre europee e tra i neocon americani è ormai noto, e nel migliore dei casi è questo: “la violenza dell’Isis è insita nell’Islam e nei suoi insegnamenti, che rendono l’Islam incompatibile con l’Occidente e la sua civiltà, a meno che non venga riformato”.
Una argomentazione ripresa in un recente documentario “Isis: the origins of violence”, realizzato dallo storico Tom Hollande e trasmesso lo scorso maggio nel Regno Unito, su Channel 4, il quale collega le atrocità dello Stato islamico alla presa di Costantinopoli da parte dell’Esercito ottomano nel 1453, oltre a interpretare alcuni detti sul Profeta Muhammad (contenuti nella Sunna) come precursori dell’utilizzo di “esplosivi e bombe”, utilizzate oggi dagli uomini di Al Baghdadi. Insomma, secondo alcuni l’Isis è una espressione inevitabile dell’Islam, che ciclicamente tornerebbe a palesarsi nella Storia, come fosse ad esso connaturato.
La realtà è un po’ più complessa, come spiega in un lungo articolo Peter Oborne in un lungo articolo pubblicato su Middle east eye. Anzitutto, è impossibile slegare la nascita dell’Isis dalle contingenze geopolitiche: le origini dello Stato islamico, come noto, vanno ricercate nella caduta di Saddam Hussein con l’invasione americana del 2003, e il contestuale dissolvimento del suo Esercito baathista e del suo apparato burocratico, che lasciò per strada milioni di disoccupati.
Molti ex tecnici e soldati baathisti, rimasti senza molte alternative e animati da risentimento verso gli Stati Uniti, decisero di entrare nei ranghi di al Qaeda in Iraq, guidata da Abu Musab Al Zarqawi, che poi verrà ucciso nel 2006 in un bombardamento americano. Al Qaeda in Iraq, dopo il 2006, cambierà gradualmente strategia, fino ed evolvere nell’Isis, ossia in un concreto progetto di conquista territoriale e non più solo una organizzazione incaricata di compiere attentati.
Gli esperti stimano che circa un terzo dei membri dell’Isis sono ex soldati baathisti, soldati che per anni hanno servito nell’Esercito di un regime “laico”. Tra loro ci sono due stretti sottotenenti di Al Baghdadi, Ilyad Al Obaidi e Ayad al Jumaili. Visto sotto questa luce, l’Isis può essere definito come un progetto di rinascita baathista. La sua natura la spiega bene Christopher Reuter del Der Spiegel, il quale sostiene che “non c’è nulla di religioso nelle azioni dell’Isis, nella sua pianificazione strategica, nella facilità con cui cambia alleati e nella sua narrativa. La fede, anche nella sua forma più estrema, è solo uno dei tanti mezzi per raggiungere un fine. L’obiettivo costante è la conquista e l’espansione a ogni costo”. Questo aspetto – le origini baathiste dell’Isis – non viene mai menzionato nella narrativa neocon sullo Stato Islamico.
Un’altra omissione significativa riguarda l’Arabia Saudita, storico alleato statunitense. Come ha spiegato l’ex agente dell’MI6 Alastair Crooke, è impossibile capire le origini dell’impalcatura dottrinale dell’Isis senza conoscere un po’ di storia, nella fattispecie l’accordo stretto dopo la prima guerra mondiale tra la casata reale saudita degli Al Saud e i seguaci di Mohammad Ibn Al Wahhab, fondatore di una corrente letteralista chiamata in seguito Wahhabismo, che vide la luce alla fine del 1700 proprio nell’Hejaz, regione oggi appartenente all’Arabia Saudita.
Da un punto di vista del credo religioso, Wahhab credeva che i musulmani dovessero tornare a concentrarsi su un’idea del tutto particolare dell’unicità di Dio, e che la devozione dei musulmani nei confronti del Profeta Muhammad, dei suoi compagni, delle sue moglie, dei santi o dei “martiri” fosse espressione di una condannabile idolatria. La rigidità della dottrina wahhabita insisteva anzitutto sulla “pulizia” del credo religioso da quelle che venivano viste come “impurità idolatriche”, che spingevano (e spingono) i musulmani ad esempio a festeggiare il compleanno di Muhammad.
La dottrina wahhabita manifestò tutta la sua ferocia nel 1802, quando una tribù riconducibile ai Saud uccide migliaia di sciiti nei pressi della città irachena di Karbala. Un comportamento ripetuto dai qaedisti e dall’Isis, che in questi anni hanno preso di mira anzitutto gli sciiti e poi tutti gli altri, e che a Karbala stessa – città santa per i musulmani sciiti, poiché qui fu massacrato Hussein, nipote del Profeta – hanno condotto numerosi attentati.
La principale fonte del credo wahhabita è il Libro del monoteismo. Dopo la seconda guerra mondiale ci fu nell’attuale Arabia Saudita un’altra esplosione dell’insorgenza wahhabita, ma alcuni ufficiali britannici – uno dei quali, Philby, in seguito si convertirà al wahhabismo ed entrerà nella corte di Al Saud – si affrettarono a rassicurare l’allora governator del Nejd, Abd al Aziz Al Saud, che a lui sarebbe stato affidato il trono di tutta la Penisola arabica, non appena gli Ottomani fossero stati sconfitti. L’Arabia saudita nascerà poi ufficialmente nel 1932.
In un certo senso, spiega Peter Oborne, c’è una grossa contraddizione tra il cinismo della casata reale degli Al Saud e il fondamentalismo dell’Isis. Il vero obiettivo dell’Isis, secondo lui, non è l’Occidente in se, bensì proprio gli al Saud, percepiti come corrotti, ancora di più da quando sono alleati americani (cioè dagli anni ’40). Per farla breve: l’Isis è una combinazione mortale tra la preparazione militare dei baathisti e il retrivo credo wahhabita. Solo che nella narrativa neoconservatrice – ma anche nel documentario di Channel 4 criticato da Peter Oborne – non vengono menzionati né il baathismo, né l’Iraq, né il wahhabismo, né l’Arabia Saudita.
Leggere quello che sta accadendo in termini di dicotomia tra Islam e Cristianesimo porta a compiere errori storici e a corto circuiti concettuali: ad esempio, un refrain molto utilizzato insiste sul declino della Cristianità nell’area mesopotamica. Ci si ricorda spesso come circa 1200 anni fa i cristiani vivessero un’epoca d’oro in quelle aree, che potevano essere definite ancora come “il cuore della Cristianità” stessa, e come col tempo quelle terre si siano “islamizzate”.
Questo approccio dicotomico ignora clamorosamente un dato fondamentale: le terre in cui i cristiani un tempo vivevano la loro “epoca d’oro” erano governate già dai musulmani. Il periodo di maggior fulgore e prosperità per i cristiani corrisponde esattamente al periodo del Califfato Abbaside, quello che aveva in Baghdad la sua capitale, e al tempo forse il principale centro culturale del Globo. E’ curioso, ma quella che alcuni storici come Hollande chiamano “l’epoca d’oro del Cristianesimo” è nota in realtà come l’epoca d’oro islamica, dove scienziati e studiosi cristiani, ebrei e musulmani vivevano relativamente in pace e contribuivano ognuno allo sviluppo della società e della cultura del tempo.
La convivenza pacifica fu interrotta nel dodicesimo secolo con l’arrivo di Saladino, un condottiero curdo, poi fondatore della dinastia Ayubide, che costrinse i monaci cristiani a scappare, prima che arrivassero i Mongoli nel tredicesimo secolo. La Cristianità è progressivamente scomparsa da città come Mosul non perché la regione è “diventata islamica”, bensì perché quest’ultima cadde sotto il dominio di una autorità priva di tolleranza religiosa. Esattamente quel che accade oggi, laddove questa autorità intollerante risponde al nome di Isis.
Peraltro i monasteri della regione vissero una relativa rinascita proprio con l’Impero Ottomano, quello da alcuni definito come precursore dell’Isis. Questo perché storicamente . per gli Ottomani ma non solo – i cristiani e gli ebrei erano considerati “popoli del Libro”, membri di una stessa tradizione religiosa, suggellata dalla rivelazione coranica, ultima tra esse in ordine temporale. Come ricordano molti storici – compreso Bernard Lewis, che negli ultimi decenni si è assestato su posizioni neoconservatrici – la condizione dei non musulmani nell’Impero Ottomano era “assai migliore di quella dei non cristiani o anche dei cristiani eretici nell’Europa cattolica medievale.
In tutti i Libri sacri – che sono in ogni caso dei prodotti storici – esistono versetti che possono essere interpretati come “ostili” rispetto ai seguaci di altre religioni (o verso gli omosessuali e gli adulteri), Bibbia compresa. Se dovessimo trattare i fatti storici in modo decontestualizzato, legandoli indissolubilmente alla fede di chi ne è stato protagonista, dovremmo attribuire alla Cristianità eventi come la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati, fino al massacro di Srebrenica o il genocidio in Ruanda, o anche il silenzio delle gerarchie cattoliche durante l’Olocausto. Lo stesso si potrebbe fare com una religione normalmente percepita come pacifica, il Buddismo, i cui seguaci oggi stanno massacrando la minoranza musulmana Rohingya in Myanmar.
L’Isis rivendica le proprie azioni su un piano religioso, nonostante non ci siano nell’Isis autorità religiose riconosciute, che invece contestano del tutto la legittimità delle suddette azioni, come documentato in un recente libro (in Italia uscito per Carocci) in cui vengono raccolte tutte la fatawa contro l’Isis da parte di autorità musulmane nel mondo. E’ curioso notare come i soli che legano le azioni dell’Isis all’Islam siano da una parte gli stessi miliziani, e dall’altra i peggiori islamofobi.
Un frequente malinteso riguarda l’utilizzo della parola Jihad (in arabo “sforzo”) – o anche di Allah Akbar, una invocazione collegata ormai al militarismo, e che invece viene pronunciata da un musulmano per esprimere i più svariati sentimenti -, che nella narrativa ormai dominante viene tradotto con “guerra santa”, e che invece designa anzitutto lo “sforzo di ogni musulmano a comportarsi secondo i principi islamici”, lo sforzo a comportarsi come un buon musulmano.
E’ l’essenza del “grande jihad”, opposto al “piccolo jihad”, che invece designa l’atto di difendere l’Umma – la comunità islamica – da eventuali aggressori. Quando il Profeta parlava di “jihad” non alludeva certo automaticamente alla violenza, ma allo sforzo dei musulmani a comportarsi come tali. Esattamente il contrario di ciò che invocano gli uomini di Al Baghdadi.
Un altra tendenza diffusa è quella di non distinguere tra Al Qaeda e Isis, così come quella di ignorare da una parte il retaggio del colonialismo (per esempi quello francese in Nordafrica) e dall’altra il fatto che l’Isis stesso sia stato sostenuto da alleati dell’Occidente. Il mantra in questo caso è: la strategia dell’Isis si basa sulla “radicalizzazione dei musulmani in Occidente”, laddove invece questa strategia si basa sulla istituzione di uno Stato su un territorio ben preciso. Come dimostrano gli studi di Marc Sageman e Olivier Roy, le reclute dell’Isis tendono a conoscere poco e male l’Islam e le sue Scritture, e hanno spesso un passato – talvolta recente – totalmente incompatibile con l’essere musulmani (uso di droghe, alcol, crimini di vario genere). (AGI) LBY
Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s