Iraq: l’incerto futuro delle milizie sciite

(AGI) – Beirut, 25 lug. – Dopo mesi di battaglia feroce, la seconda città irachena, Mosul, è stata sottratta dalle mani dei miliziani dell’Isis. Nella riconquista di Mosul hanno giocato un ruolo fondamentale le decine di migliaia di musulmani – perlopiù sciiti, ma non solo – delle milizie paramilitari, in buona parte raccolte sotto l’ombrello delle Forze di mobilitazione popolare (Hashd al Shaabi), coordinate da generali iraniani come Qassem Suleimani. Secondo un recente rapporto, sarebbero circa 122.000 gli uomini facenti parte delle diverse milizie paramilitari, comprendendo anche battaglioni misti oppure interamente cristiani, così come da musulmani sunniti.
Ora che Mosul – a caro prezzo, vista la distruzione su larga scala della città – è tornata sotto il controllo del governo iracheno, in seno alle istituzioni irachene si intensifica il dibattito su quale sarà il futuro di queste milizie. Alcuni chiedono il loro smantellamento, una possibilità che gli stessi miliziani sembrano intenzionati a rigettare, forti anche della legittimazione ricevuta dal premier Haider al Abadi durante le offensive sulla città nel nord dell’Iraq.

Le milizie sciite hanno sostanzialmente riempito un vuoto, sin da quando i reparti dell’Esercito iracheno – già di per se abbastanza debole – nel giugno 2014 vennero colti di sorpresa dagli uomini di Al Baghdadi e furono costretti alla fuga, lasciando via libera alla proclamazione del Califfato nella moschea di Al Nuri. Nel 2014 l’Isis arrivò a 80 km dalla capitale Baghdad, e fu a quel punto che le milizie entrarono in azione.
Nel giugno 2014, all’indomani della presa di Mosul da parte dell’Isis, si tenne un importante meeting a Najaf, città santa sciita nel sud del paese, in cui religiosi come Sheikh Fadil al Bidayri – su stimolo del più importante ayatollah sciita in Iraq, Ali Al Sistani – invocarono il jihad contro le forze takfiri (l’atto di dichiarare il prossimo, specie se sciita, un miscredente, caratteristico dell’Isis) per proteggere la capitale dalla furia di Daesh.
Decine di migliaia di uomini, molti dei quali erano già membri di milizie sciite filo-iraniane che avevano combattuto contro gli americani e contro al Qaeda dopo la caduta di Saddam Hussein, risposero alla chiamata di Al Sistani e iniziarono a riorganizzarsi in battaglioni, coordinati dai generali iraniani, i cui visi sui cartelloni pubblicitari iniziarono a campeggiare in giro per il paese, fianco a fianco con i generali iracheni. Fu questa la genesi delle Hashd Al Shaabi.
Nonostante le milizie non abbiano giocato un ruolo centrale nella ripresa effettiva di Mosul, il loro contributo è stato fondamentale nei dintorni della stessa città, sopratutto a ovest, a Tala Afar e in quel deserto dove tagliarono le linee di rifornimento – prendendo il controllo della strada che unisce Iraq e Siria – dei miliziani assediati dall’Esercito iracheno.
Altrove, il ruolo delle milizie è stato centrale: è il caso delle città di Tikrit e di Falluja, da cui proprio le milizie hanno scacciato i miliziani di al Baghdadi. A caro prezzo, dato che secondo alcuni report è proprio in queste città che le milizie sono state accusate di aver condotto pesanti abusi contro la popolazione sunnita, talvolta accusata di essere complice dell’Isis. Un’accusa di un comportamento che le gerarchie delle milizie sciite hanno sempre negato essere sistematico, ma limitato a casi sporadici di miliziani poi sanzionati o comunque riportati sotto la disciplina. Nel frattempo, negli ultimi tre anni, il ruolo delle milizie è cresciuto di pari passo all’influenza iraniana nel Paese.
Intervistato recentemente, lo stesso Sheikh Al Bidayri, che partecipò a quel meeting in cui venne invocata la difesa del paese con ogni mezzo, sostiene che ora che Mosul è stata ripresa e che l’Esercito iracheno ha una maggiore capacità di reggere autonomamente le offensive, le milizie sciite dovrebbero essere smantellate, poiché viste come uno strumento iraniano di controllo sull’Iraq, con tutto ciò che ne consegue in termini di possibili tensioni settarie. Gli ha fatto eco a marzo scorso anche Muqtada al Sadr, importante religioso e politico iracheno, che all’indomani dell’invasione americana fondò a sua volta delle milizie, l’Esercito del Mahdi.
L’establishment religioso sciita iracheno non ha cattivi rapporti con Teheran ma allo stesso tempo – sopratutto dopo la caduta di Saddam Hussein – ha maturato una posizione altamente nazionalista, come era normale che fosse in un Paese che dal 2003 non conosce né pace né indipendenza, ma anzi teme permanentemente la frammentazione e l’ingerenza esterna, non solo iraniana.
Hadi al Amiri, leader di una delle milizie più importanti, le Badr, è uno di quelli a non vedere di buon occhio lo smantellamento delle milizie: secondo quest’ultimo l’Isis continuerà a lungo a mantenere la capacità di porre minacce terroristiche per l’Iraq, per cui non è pensabile disarmare i suoi uomini. Dalla sua, come accennato, ha anche il sostegno del premier al Abadi, che ha recentemente affermato che le milizie “devono rimanere in piedi per anni, finché esisterà la minaccia terroristica”.
Esistono degli ostacoli anche ad un’altra soluzione apparentemente intermedia, quella dell’assorbimento delle milizie all’interno dei ranghi dell’Esercito iracheno. Ciò ha a che fare con una questione economica, poiché come spiega Nathaniel Rabkin di Iraqi politics, “Se si sommassero tutte le richieste da parte di ogni leader militare delle milizie, e le si confrontassero con l’ammontare di soldi e potere che Baghdad è in grado di distribuire (a chi ha giocato un ruolo nella ripresa delle città irachene, ndr), ci si accorge che esiste una sproporzione, come se il totale delle richieste fosse pari al 250% della torta da dividersi”.
Rabkin sostiene inoltre che le stesse milizie – abituate all’azione, alla battaglia frontale, alla guerriglia – non sarebbero entusiaste, nel momento in cui dovessero adeguarsi agli ordini dell’Esercito iracheno, e magari spedite a pattugliare aree rurali o a dare la caccia a cellule terroristiche dormienti. “Vogliono aver un reale controllo e una porzione di potere”, spiega Rabkin. “Credo che nel giro di sei mesi o un anno ci saranno molti leader militari di piccole milizie abbastanza contrariati per la situazione”. (AGI) LBY
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