“Aiutiamoli a casa loro”, la cifra (ipocrita) di questi tempi

“Aiutiamoli a casa loro”. La cifra di questi tempi.

Cerchiamo di capire dove sta la tragedia etica di questa frase. Una frase che in se’ non è problematica, non sembra nemmeno offensiva. Anzi, sembra sottendere buona volontà.

Il punto è un altro: “Aiutiamoli a casa loro” viene utilizzato come emblema di uno specifico approccio di risoluzione dei problemi legati ai flussi migratori. Come alternativa a “accogliamoli”. Ma le due cose non sono alternative manco un po’.

Aiutarli a casa loro è giusto, per carità: nessuno, in condizioni normali, aspira a lasciare il luogo in cui è cresciuto. Nessuno davvero, talvolta neanche chi scappa dalla guerra, che pure dovrebbe rendere il luogo dove sei cresciuto invivibile.

Il problema però è che il concetto di “aiutarli a casa loro” – se preso seriamente, e non come fanno i fasci vari, reputandolo un modo come un altro per marginalizzare la questione, dato che poi i Salvini e compagnia votano a favore dei tagli alla cooperazione, cioè i mezzi per “aiutarli a casa loro” – sottende un approccio di lungo, lunghissimo termine, specie se riferito a luoghi devastati (da noi europei) nel corso dei decenni, dei secoli.

L’accoglienza, il sostegno immediato di vario genere a chi si sposta per i più disparati motivi, è invece un approccio di breve termine. A cui peraltro NON ESISTE alternativa che non preveda il cosciente abbandono e la cosciente indifferenza verso chi non ha modo di vivere una vita dignitosa.

Facciamo esempi banali, terra terra: “Aiutiamoli a casa loro” può essere paragonato alla ricostruzione di una casa dopo il terremoto (o forse dovremmo dire dopo una demolizione, laddove demolizione sta per colonialismo di lungo corso, distruzione di ecosistemi e sfruttamento sistematico delle risorse altrui): io ti aiuto a ricostruire la tua casa, ma per ricostruirla ci vorrà tempo. Non è una cosa che si fa dall’oggi al domani; e nel frattempo la vita scorre, e tu hai il mio stesso diritto di viverla degnamente, di realizzarti ovunque sia possibile (laddove peraltro milioni di imprenditori delocalizzano là produzione all’estero, magari contribuendo allo stravolgimento di ecosistemi e di piccole economie, ma mai parlerebbero di “invasione”).

“l’accoglienza”, invece, è uno strumento contingente, fa riferimento all’ora e subito:

dove caZzo vai, dove vivi, come sopravvivi senza una casa, mentre ti aiutiamo a ricostruirla?

“Accoglienza” – oltre i presunti limiti strutturali del Paese ospitante N – risponde a questa domanda, non ad altre: con “aiutare a casa loro” non ha alcun rapporto, perché l’aiuto a casa loro non dispiega la sua efficacia in un giorno. Nessuno ama vivere di assistenzialismo o precarietà, chi vive così lo fa perché attende l’occasione per stabilizzarsi, per costruire, qua o la.

Opporre “accoglienza” e “aiuto A casa loro” è scorretto e stupido. Si fanno entrambe le cose: la prima risolve in parte il problema nel breve, la seconda quello di lungo termine. Viaggiano insieme.

“Aiutarti a casa tua” è una cosa seria, un impegno di lungo termine che non può che essere basato sulla buona fede e non sul calcolo opportunistico. Richiede sincera volontà, consapevolezza della Storia, coscienza del fatto che i “ritardi nello sviluppo” non hanno ragioni antropologiche ma politiche, economiche e sociali. Richiede coraggio, non speculazione.

Soprattutto, richiede tempo: e noi è su quel segmento di tempo che dobbiamo gestire e se necessario rafforzare i meccanismi di accoglienza. Perché le case si costruiscono nel tempo, ma nel frattempo le persone che l’hanno persa (peggio ancora se gliela abbiamo distrutta noi, direttamente o indirettamente) devono poter vivere, che la vita è davvero una sola, a volte anche troppo breve. E come vivreste voi, tra le macerie? Male, presumo.

Il fatto è che in sostanza non esisteva, non è esistita e non esiste alcuna volontà in questo senso. E questo è vero sopratutto perché continuiamo a rifiutarci di prenderci le nostre responsabilità storiche, di avere coscienza che il Benessere che abbiamo ottenuto (e a cui in parte dovremmo essere pronti a Rinunciare, specie se “voglio aiutare a casa tua”) è stato a lungo espressione di un gioco a somma zero, della privazione della possibilità altrui di crescere (e magari derubrichiamo tutto a realpolitik); continuiamo a mettere la testa sotto la sabbia, a trattare la questione delle responsabilità che abbiamo nella distruzione – politica, economica, naturale o militare – di alcuni luoghi come fosse uno scomodo intoppo narrativo.

Troppi scheletri nell’armadio per un continente intero che si è fondato in parte sulla razzia legalizzata, sullo sfruttamento sistematico. In pochi conoscono l’entità numerica – perché sono i numeri, alla fine, a contare, non la retorica – dei danni talvolta irreparabili che abbiamo prodotto in Africa nel corso dei decenni e dei secoli. Pochissimi.

E qui non si parla più di recessi della Storia, di periodi marginali e lontani, di quello che l’Europa e l’Occidente hanno fatto nei secoli scorsi e nel 1900. Si parla di ora, del mentre continuiamo a parlare di “aiuti a casa loro”.

Andate a dare una controllata a cosa dicono le politiche di aggiustamento strutturale del FMI, a cui i paesi africani sono stati costretti; andate a vedere quali vantaggi (zero) per l’Africa e i paesi del Pacifico prevedono gli accordi di Cotonou (2000, mica 1800), e quali vantaggi per l’UE (molti). Ripassate i principi del Washington consensus. E cerchiamo di essere seri, di fondare le prossime politiche di sviluppo sulla Assunzione di responsabilità, sul fare i conti con le nostre miserie, sul porci di fronte alla Storia con una postura diversa, che non significa dire che è solo colpa dell’Occidente.

Qui il problema è che chi parla di “aiutare a casa loro” nel migliore dei casi non capisce che non si tratta di un qualcosa di negoziabile, di alternativo alla accoglienza dovuta a ragioni immediate, di tipo umanitario o economico; nel peggiore dei casi, “Aiutiamoli a casa loro” è invece una nuova forma (razzista) di marginalizzazione del prossimo, di sepoltura dei problemi, di totale disinteresse verso le sorti del prossimo, concepito come un nemico, come qualcuno che toglie qualcosa, in una epoca di individualismo sfrenato che peraltro i movimenti populisti dicono di combattere (recupero tradizioni, comunitarismo ecc, parole di cui ignorano il significato). Problemi che poi diventano più grandi, e quando esplodono trovano ad accoglierli i partiti che sulla paura dell’altro speculano e fondano la loro piattaforma.

Sarebbe già una conquista enorme capire che “Aiutiamoli a casa loro” è un qualcosa su cui non ci dovrebbe nemmeno essere Competizione politica, dovrebbe essere la premessa, l’aspetto scontato almeno sin dalla fine del colonialismo diretto, dalla decolonizzazione.

Una volta compreso ciò, potremmo discutere su come gestire l’ora, l’adesso, le emergenze umanitarie come quelle politiche, e fare in modo che mentre ti aiuto a casa tua, a ricostruire una casa momentaneamente inagibile per via delle macerie, tu non ti ritrovi a dormire per strada quando arriva l’inverno. Ma sto parlando dell’irrealtà, tranquilli: andiamo in direzione opposta.

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