Libano: dopo la battaglia di Arsal, cresce l’influenza di Hezbollah

(AGI) – Beirut, 31 lug. – Nel suo consueto intervento televisivo del mercoledì, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah ha annunciato la “grande vittoria militare” conseguita dai miliziani sciiti del Partito di Dio – con il supporto dell’Esercito libanese nei dintorni del confine con la Siria – contro gli uomini di Jabhat Fatah Al Sham, aggiungendo che “il loro capitolo in Libano si è concluso”. Hezbollah nell’ultima settimana è stata impegnata in violenti scontri contro i qaedisti sia dal lato libanese del confine – ad Arsal – che da quello siriano, sulla direttrice che va da Qusayr a Zabadani.
Fondamentale sembra esser stato anche il supporto aereo – molto discusso – del regime siriano, che per alcuni giorni ha offerto fuoco di copertura anche all’interno del territorio libanese. Da giovedì è in corso un cessate il fuoco, che ha come effetto lo spostamento dei miliziani qaedisti nell’area di Idlib, nel nord della Siria, definito da alcuni analisti come il principale covo di al Qaeda dai tempi dell’Afghanistan post undici settembre.
Come ricorda Mona Alami dell’Atlantic Council, sin dal 2011 la cittadina di Arsal è un punto di passaggio e una base operativa per i jihadisti che combattono in Siria. Arsal, però, si trova a meno di 40 km da Baalbek, la città della valle della Beqaa roccaforte di Hezbollah, che qui nacque all’inizio degli anni ’80.
Il fatto che Hezbollah sia il principale alleato del regime di Damasco, e che da qualche anno combatta in territorio siriano, ha contribuito a rafforzare l’ostilità inter comunitaria, sia in Libano che in Siria: più di 100 persone sono morte tra il 2013 e il 2014, vittime di attentati suicidi condotti da jihadisti provenienti dalla Siria nelle aree a maggioranza sciita, come atti di rappresaglia trasversale.
In molti casi gli attentatori suicidi colpevoli di attacchi a Beirut, nel campo profughi di Burj el Barajneh e nella cittadina di Qaa – erano passati da Arsal. A metà del 2014, durante la prima battaglia di Arsal tra l’Isis e l’Esercito libanese, 25 soldati libanesi erano stati rapiti e tenuti ostaggi per mesi (quattro di loro uccisi), fino ad un accordo per uno scambio di prigionieri.
Nella stessa Arsal, tuttavia, la situazione continua ad essere esplosiva: al suo interno ci sono circa 50.000 rifugiati siriani, e secondo un ufficiale anonimo dell’Esercito libanese “molti di loro sono imparentati con militanti dell’Isis e di Jabhat Fatah al Sham rimasti tra le montagne al confine con la Siria”. Molti rifugiati si sono comunque rifiutati di raccogliere le cicliche “chiamate alle armi” dei reclutatori qaedisti infiltrati ad Arsal. Proprio nei dintorni di Arsal lo scorso 30 giugno, durante un raid dell’Esercito libanese, cinque attentatori suicidi si sono fatti esplodere. La rappresaglia dell’Esercito è stata quindi durissima, con conseguenti accuse di torture sistematiche ai danni dei rifugiati siriani da parte delle organizzazioni umanitarie.
La strategia di Hezbollah sembra andare di pari passo con gli sviluppi della guerra in Siria: lo scorso 7 luglio, gli Stati uniti e la Russia hanno trovato un accordo che include l’istituzione di alcune aree di de-escalation lungo i confini siriani, con il sostegno anche della Giordania. L’accordo ha fatto si che Hezbollah si ritirasse dal sud della Siria (rimpiazzata da truppe di Mosca nei dintorni di Dara’a), per ricollocare le proprie milizie proprio nell’area di Arsal.
Una volta completata la riconquista delle aree montuose al confine tra Siria e Libano, Hezbollah potrà probabilmente vantare una presenza continua nel triangolo che unisce Homs, Damasco e la direttrice Qusayr-Zabadani. Nasrallah ha tuttavia affermato che una volta che Arsal – cittadina a maggioranza sunnita – sarà completamente sotto il controllo del Partito di Dio, verrà riconsegnata all’Esercito libanese. (AGI) LBY
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Inghilterra: se il liberale Independent finisce in mani saudite

(AGI) – Beirut, 31 lug. – Si chiama Sultan Mohammed Abuljadayel, il quarantaduenne imprenditore saudita che ha appena acquistato il 50% della Independent Digital news and media, la compagnia che controlla il quotidiano britannico – di orientamento liberale – “The Independent”. Lo rivela in esclusiva Middle east eye.

Abuljayadel può ora vantare la quota più significativa di diritti di voto nella compagnia, assieme a Evgeny Lebedev, oligarca russo , figlio di una ex spia del Kgb, a cui era stato venduto il giornale nel 2010 dopo anni di perdite, ad una cifra simbolica di una sterlina, dopo la chiusura. Il terzo è Justin Byam-Shaw. Secondo alcune fonti riservate, attualmente il valore dell’Independent si aggira attorno ai 130 milioni di dollari, anche se non è attualmente possibile verificare l’esatto ammontare dell’investimento da parte dell’imprenditore saudita.

Sin dal 2010, anno in cui Lebedev ha rilevato il quotidiano, le cose sono iniziate ad andare meglio. La svolta tuttavia è arrivata lo scorso anno, quando si è deciso di porre fine all’edizione cartacea e la compagnia ha registrato profitti record per circa 2.2 milioni di dollari, con un incremento del 20% dei lettori dell’edizione online e un aumento dei ricavi del 75%.

Nonostante una portavoce della compagnia abbia ribadito recentemente che “l’indipendenza editoriale dell’Independent è stata preservata”, l’ingente investimento di Abuljayadel ha generato alcune polemiche tra gli attivisti per i diritti umani, tra i quali Peter Tatchell, che ha dichiarato che “il fatto che un imprenditore saudita detenga una quota significativa del giornale non è coerente con la storia di difesa e promozione dei valori liberali dell’Independent. Molte domande necessiteranno di una risposta, prima che il pubblico si convinca che non esiste contraddizione tra i valori promossi dall’Independent e quelli dell’imprenditore saudita”. L’Independent si è distinto per una posizione progressista, per battaglie sulla parità di genere, per i diritti LGBT e l’opposizione ferma alla pena di morte.
Come ricorda Seamus Dooley, segretario generale del Sindacato nazionale dei giornalisti britannici (NUJ), “il NUJ è a favore della massima trasparenza per quel che riguarda la proprietà dei giornali, e ad ora non esistono informazioni precise e affidabili su questo gruppo (di Abuljayadel, ndr). Esistono invece serie preoccupazioni sull’investitore saudita, e sulla sua relazione con il concetto di libertà di stampa”. Secondo MEE, l’operazione di acquisto sarebbe stata finalizzata circa un mese fa, e fa seguito ad una precedente missione esplorativa di un altro gruppo di investitori sauditi risalente a qualche anno fa. (AGI) LBY

Iraq: il destino degli orfani dell’Isis

(AGI) – Beirut, 27 lug. – Abituato a curare ogni giorni decine di persone a Mosul, il medico dell’Esercito iracheno Abu Hassan ad un certo punto si è ritrovato davanti un bambino diverso dagli altri. Non sembrava avere paura come i suoi coetanei, sembrava in qualche modo già adulto, con lo sguardo privo di esitazioni.
Abu Hassan prova a parlarci, a chiedergli come sta e, come si fa con i bambini, cosa vuole fare da grande. “Il cecchino”, risponde Mohammed. Non certo una cosa normale per un bimbo. “Cosa fa tuo padre”, chiede Abu Hassan. “Mio padre è l’emiro dei cecchini”, risponde il bambino, figlio di un combattente dell’Isis.
Informatosi meglio, Abu Hassan scopre che il padre di Mohammad era un pezzo grosso dell’Isis a Mosul. Il bimbo è stato ritrovato in una stanza sotterranea, in mezzo ai cadaveri di decine di combattenti del sedicente Stato islamico.
Con la riconquista di Mosul, la situazione inizia ad emergere in tutta la sua drammaticità: centinaia, forse migliaia di bambini sono rimasti orfani durante la guerra. Peggio ancora, molti di essi hanno subito il lavaggio del cervello, e si sono abituati a considerare normalità, persino meritorio, far parte del gruppo di Al Baghdadi. In una città allo stremo, vengono trattati come reietti, privati degli aiuti umanitari, visti come dei piccoli demoni. Le agenzie umanitarie fanno spesso finta che non esistano.
I bambini dell’Isis per ora vivono in buona parte nei campi del nord dell’Iraq, o nascosti in abitazioni private dove alcuni volontari si occupano di dargli da mangiare. Uno dei programmi che si dedicano a loro viene gestito da Sukaina Mohammed Younes, capo dell’Ufficio per le donne e i bambini della provincia di Nineveh. Mohammed è passato di qui, per poi essere mandato da uni zio ad Erbil, lontano dal rischio di rappresaglia degli abitanti di Mosul. Come lui, centinaia di altri bambini.
“Abbiamo ricevuto da Mosul decine di migliaia di bambini che hanno perso madre e padre”, spiega Sukaina al Guardian. “Potremmo dire che all’incirca il 75% viene da famiglie che avevano aderito all’Isis. Non abbiamo numeri precisi, perché alcuni di loro non hanno documenti, e non sappiamo chi siano. Posso però affermare con certezza che nel campo profughi di Hammam Al Alil ci sono circa 600 orfani di famiglie dell’Isis”, prosegue.
“Finora non esiste un programma che si occupi nello specifico di questi casi. Ho fatto una proposta in questo senso al governo. Inizialmente volevamo sistemare gli orfani dell’Isis tutti in un campo di massima sicurezza. Ma il problema è che questi ragazzi no vengono accettati da nessuno”. A questo va aggiunta la totale mancanza di sostegno psicologico o psichiatrico per casi come questi.
“Il principale problema per questi bambini è la vendetta. Le persone comuni che hanno avuto a che fare con la furia dell’Isis non dimenticano. E gestire una situazione del genere è forse più complicato che condurre un’operazione militare”, continua Sukaina.
Mohammed non stava delirando, era davvero un cecchino. “Ero bravo, l’Isis mi ha dato cinque proiettili e avevo quattro obiettivi da colpire. Ho mancato solo l’ultimo. Ho sparato con un kalashnikov, e anche se sono un bambino ho sparato molto bene. Anche quando mio padre mi diceva di non sparare, io sparavo. Ero il numero uno per tutti gli altri bambini”, spiega freddamente Mohammed.
Quando la guerra finirà del tutto, sarà comunque difficile pensare a una riconciliazione, e tantomeno per un sostegno dello Stato a casi come questo. Belkis Wille, ricercatrice irachena di Human Rights Watch, spiega come i bambini orfani dell’Isis vengano trattati da adulti in sede giudiziaria. “L’unica differenza è che un bambino in Iraq non può essere condannato a morte. Ma non esiste questa idea che se l’Isis ti ha reclutato da bambino, allora sei una vittima. Non ci sono programmi di riabilitazione o di de-radicalizzazione. Il motivo, dicono, è che questi ragazzi rimarranno in galera per sempre oppure saranno condannati a morte in futuro. Quindi, perché prendersi la briga di occuparsi della loro riabilitazione?”.
Nei campi nel nord del paese, le madri che danno alla luce bambini concepiti con combattenti dell’Isis – molti dei quali stranieri – cercano di nascondere le loro storie. Spesso per evitare pregiudizio o cose peggiori dicono che i loro figli sono dei nipoti di cui si stanno occupando. La riabilitazione è complessa ma va portata avanti. Perlomeno per i bambini sotto ai 12 anni, perché, come spiega Sukaina, “i bambini più grandi hanno una ideologia più forte. Con loro è molto difficile. La comunità internazionale deve interessarsi a queste situazioni, perché per trattare questi casi abbiamo bisogno di persone speciali”. (AGI) LBY

Medioriente: perché le azioni dell’Isis hanno poco a che fare con l’Islam

(AGI) – Beirut, 27 lug. – Il mantra ripetuto dalle estreme destre europee e tra i neocon americani è ormai noto, e nel migliore dei casi è questo: “la violenza dell’Isis è insita nell’Islam e nei suoi insegnamenti, che rendono l’Islam incompatibile con l’Occidente e la sua civiltà, a meno che non venga riformato”.
Una argomentazione ripresa in un recente documentario “Isis: the origins of violence”, realizzato dallo storico Tom Hollande e trasmesso lo scorso maggio nel Regno Unito, su Channel 4, il quale collega le atrocità dello Stato islamico alla presa di Costantinopoli da parte dell’Esercito ottomano nel 1453, oltre a interpretare alcuni detti sul Profeta Muhammad (contenuti nella Sunna) come precursori dell’utilizzo di “esplosivi e bombe”, utilizzate oggi dagli uomini di Al Baghdadi. Insomma, secondo alcuni l’Isis è una espressione inevitabile dell’Islam, che ciclicamente tornerebbe a palesarsi nella Storia, come fosse ad esso connaturato.
La realtà è un po’ più complessa, come spiega in un lungo articolo Peter Oborne in un lungo articolo pubblicato su Middle east eye. Anzitutto, è impossibile slegare la nascita dell’Isis dalle contingenze geopolitiche: le origini dello Stato islamico, come noto, vanno ricercate nella caduta di Saddam Hussein con l’invasione americana del 2003, e il contestuale dissolvimento del suo Esercito baathista e del suo apparato burocratico, che lasciò per strada milioni di disoccupati.
Molti ex tecnici e soldati baathisti, rimasti senza molte alternative e animati da risentimento verso gli Stati Uniti, decisero di entrare nei ranghi di al Qaeda in Iraq, guidata da Abu Musab Al Zarqawi, che poi verrà ucciso nel 2006 in un bombardamento americano. Al Qaeda in Iraq, dopo il 2006, cambierà gradualmente strategia, fino ed evolvere nell’Isis, ossia in un concreto progetto di conquista territoriale e non più solo una organizzazione incaricata di compiere attentati.
Gli esperti stimano che circa un terzo dei membri dell’Isis sono ex soldati baathisti, soldati che per anni hanno servito nell’Esercito di un regime “laico”. Tra loro ci sono due stretti sottotenenti di Al Baghdadi, Ilyad Al Obaidi e Ayad al Jumaili. Visto sotto questa luce, l’Isis può essere definito come un progetto di rinascita baathista. La sua natura la spiega bene Christopher Reuter del Der Spiegel, il quale sostiene che “non c’è nulla di religioso nelle azioni dell’Isis, nella sua pianificazione strategica, nella facilità con cui cambia alleati e nella sua narrativa. La fede, anche nella sua forma più estrema, è solo uno dei tanti mezzi per raggiungere un fine. L’obiettivo costante è la conquista e l’espansione a ogni costo”. Questo aspetto – le origini baathiste dell’Isis – non viene mai menzionato nella narrativa neocon sullo Stato Islamico.
Un’altra omissione significativa riguarda l’Arabia Saudita, storico alleato statunitense. Come ha spiegato l’ex agente dell’MI6 Alastair Crooke, è impossibile capire le origini dell’impalcatura dottrinale dell’Isis senza conoscere un po’ di storia, nella fattispecie l’accordo stretto dopo la prima guerra mondiale tra la casata reale saudita degli Al Saud e i seguaci di Mohammad Ibn Al Wahhab, fondatore di una corrente letteralista chiamata in seguito Wahhabismo, che vide la luce alla fine del 1700 proprio nell’Hejaz, regione oggi appartenente all’Arabia Saudita.
Da un punto di vista del credo religioso, Wahhab credeva che i musulmani dovessero tornare a concentrarsi su un’idea del tutto particolare dell’unicità di Dio, e che la devozione dei musulmani nei confronti del Profeta Muhammad, dei suoi compagni, delle sue moglie, dei santi o dei “martiri” fosse espressione di una condannabile idolatria. La rigidità della dottrina wahhabita insisteva anzitutto sulla “pulizia” del credo religioso da quelle che venivano viste come “impurità idolatriche”, che spingevano (e spingono) i musulmani ad esempio a festeggiare il compleanno di Muhammad.
La dottrina wahhabita manifestò tutta la sua ferocia nel 1802, quando una tribù riconducibile ai Saud uccide migliaia di sciiti nei pressi della città irachena di Karbala. Un comportamento ripetuto dai qaedisti e dall’Isis, che in questi anni hanno preso di mira anzitutto gli sciiti e poi tutti gli altri, e che a Karbala stessa – città santa per i musulmani sciiti, poiché qui fu massacrato Hussein, nipote del Profeta – hanno condotto numerosi attentati.
La principale fonte del credo wahhabita è il Libro del monoteismo. Dopo la seconda guerra mondiale ci fu nell’attuale Arabia Saudita un’altra esplosione dell’insorgenza wahhabita, ma alcuni ufficiali britannici – uno dei quali, Philby, in seguito si convertirà al wahhabismo ed entrerà nella corte di Al Saud – si affrettarono a rassicurare l’allora governator del Nejd, Abd al Aziz Al Saud, che a lui sarebbe stato affidato il trono di tutta la Penisola arabica, non appena gli Ottomani fossero stati sconfitti. L’Arabia saudita nascerà poi ufficialmente nel 1932.
In un certo senso, spiega Peter Oborne, c’è una grossa contraddizione tra il cinismo della casata reale degli Al Saud e il fondamentalismo dell’Isis. Il vero obiettivo dell’Isis, secondo lui, non è l’Occidente in se, bensì proprio gli al Saud, percepiti come corrotti, ancora di più da quando sono alleati americani (cioè dagli anni ’40). Per farla breve: l’Isis è una combinazione mortale tra la preparazione militare dei baathisti e il retrivo credo wahhabita. Solo che nella narrativa neoconservatrice – ma anche nel documentario di Channel 4 criticato da Peter Oborne – non vengono menzionati né il baathismo, né l’Iraq, né il wahhabismo, né l’Arabia Saudita.
Leggere quello che sta accadendo in termini di dicotomia tra Islam e Cristianesimo porta a compiere errori storici e a corto circuiti concettuali: ad esempio, un refrain molto utilizzato insiste sul declino della Cristianità nell’area mesopotamica. Ci si ricorda spesso come circa 1200 anni fa i cristiani vivessero un’epoca d’oro in quelle aree, che potevano essere definite ancora come “il cuore della Cristianità” stessa, e come col tempo quelle terre si siano “islamizzate”.
Questo approccio dicotomico ignora clamorosamente un dato fondamentale: le terre in cui i cristiani un tempo vivevano la loro “epoca d’oro” erano governate già dai musulmani. Il periodo di maggior fulgore e prosperità per i cristiani corrisponde esattamente al periodo del Califfato Abbaside, quello che aveva in Baghdad la sua capitale, e al tempo forse il principale centro culturale del Globo. E’ curioso, ma quella che alcuni storici come Hollande chiamano “l’epoca d’oro del Cristianesimo” è nota in realtà come l’epoca d’oro islamica, dove scienziati e studiosi cristiani, ebrei e musulmani vivevano relativamente in pace e contribuivano ognuno allo sviluppo della società e della cultura del tempo.
La convivenza pacifica fu interrotta nel dodicesimo secolo con l’arrivo di Saladino, un condottiero curdo, poi fondatore della dinastia Ayubide, che costrinse i monaci cristiani a scappare, prima che arrivassero i Mongoli nel tredicesimo secolo. La Cristianità è progressivamente scomparsa da città come Mosul non perché la regione è “diventata islamica”, bensì perché quest’ultima cadde sotto il dominio di una autorità priva di tolleranza religiosa. Esattamente quel che accade oggi, laddove questa autorità intollerante risponde al nome di Isis.
Peraltro i monasteri della regione vissero una relativa rinascita proprio con l’Impero Ottomano, quello da alcuni definito come precursore dell’Isis. Questo perché storicamente . per gli Ottomani ma non solo – i cristiani e gli ebrei erano considerati “popoli del Libro”, membri di una stessa tradizione religiosa, suggellata dalla rivelazione coranica, ultima tra esse in ordine temporale. Come ricordano molti storici – compreso Bernard Lewis, che negli ultimi decenni si è assestato su posizioni neoconservatrici – la condizione dei non musulmani nell’Impero Ottomano era “assai migliore di quella dei non cristiani o anche dei cristiani eretici nell’Europa cattolica medievale.
In tutti i Libri sacri – che sono in ogni caso dei prodotti storici – esistono versetti che possono essere interpretati come “ostili” rispetto ai seguaci di altre religioni (o verso gli omosessuali e gli adulteri), Bibbia compresa. Se dovessimo trattare i fatti storici in modo decontestualizzato, legandoli indissolubilmente alla fede di chi ne è stato protagonista, dovremmo attribuire alla Cristianità eventi come la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati, fino al massacro di Srebrenica o il genocidio in Ruanda, o anche il silenzio delle gerarchie cattoliche durante l’Olocausto. Lo stesso si potrebbe fare com una religione normalmente percepita come pacifica, il Buddismo, i cui seguaci oggi stanno massacrando la minoranza musulmana Rohingya in Myanmar.
L’Isis rivendica le proprie azioni su un piano religioso, nonostante non ci siano nell’Isis autorità religiose riconosciute, che invece contestano del tutto la legittimità delle suddette azioni, come documentato in un recente libro (in Italia uscito per Carocci) in cui vengono raccolte tutte la fatawa contro l’Isis da parte di autorità musulmane nel mondo. E’ curioso notare come i soli che legano le azioni dell’Isis all’Islam siano da una parte gli stessi miliziani, e dall’altra i peggiori islamofobi.
Un frequente malinteso riguarda l’utilizzo della parola Jihad (in arabo “sforzo”) – o anche di Allah Akbar, una invocazione collegata ormai al militarismo, e che invece viene pronunciata da un musulmano per esprimere i più svariati sentimenti -, che nella narrativa ormai dominante viene tradotto con “guerra santa”, e che invece designa anzitutto lo “sforzo di ogni musulmano a comportarsi secondo i principi islamici”, lo sforzo a comportarsi come un buon musulmano.
E’ l’essenza del “grande jihad”, opposto al “piccolo jihad”, che invece designa l’atto di difendere l’Umma – la comunità islamica – da eventuali aggressori. Quando il Profeta parlava di “jihad” non alludeva certo automaticamente alla violenza, ma allo sforzo dei musulmani a comportarsi come tali. Esattamente il contrario di ciò che invocano gli uomini di Al Baghdadi.
Un altra tendenza diffusa è quella di non distinguere tra Al Qaeda e Isis, così come quella di ignorare da una parte il retaggio del colonialismo (per esempi quello francese in Nordafrica) e dall’altra il fatto che l’Isis stesso sia stato sostenuto da alleati dell’Occidente. Il mantra in questo caso è: la strategia dell’Isis si basa sulla “radicalizzazione dei musulmani in Occidente”, laddove invece questa strategia si basa sulla istituzione di uno Stato su un territorio ben preciso. Come dimostrano gli studi di Marc Sageman e Olivier Roy, le reclute dell’Isis tendono a conoscere poco e male l’Islam e le sue Scritture, e hanno spesso un passato – talvolta recente – totalmente incompatibile con l’essere musulmani (uso di droghe, alcol, crimini di vario genere). (AGI) LBY

Somalia: il sadismo di Al Shabaab porta i somali alla fame

(AGI) – Beirut, 27 lug. – Non bastavano i divieti di vario genere, che gruppi come Al Shabaab impongono sui territori che controllano: ora il gruppo terroristico somalo ha deciso di impedire alla popolazione – già vittima di un periodo di siccità senza precedenti – di accedere all’assistenza umanitaria, aggravando ovviamente la situazione per migliaia di persone. La scelta a cui vengono posti davanti i somali è semplice: morire di fame, di stenti e malattie, oppure morire giustiziati, o al limite come scudi umani durante i bombardamenti americani.
Secondo le testimonianze sul posto, centinaia di bambini e di anziani stanno già morendo come mosche. Gli uomini di Al Shabaab hanno fatto sapere alla popolazione che chiunque abbia contatti con le agenzie umanitarie – percepite come avamposti del nemico – verrà considerato una spia e giustiziato come tale.
Attualmente – sostengono le agenzie stesse, che negli ultimi tempi hanno dovuto diminuire di molto l’assistenza – in Somalia sono almeno 6.7 milioni le persone che avrebbero bisogno di supporto umanitario, la metà delle quali rischia di morire di fame. C’è chi ricorda come andò nel 2011, quando al Shabaab impose un blocco all’assistenza umanitaria, provocando la morte di circa 250.000 persone.
Strano dirlo nelle attuali, drammatiche condizioni, ma stavolta il gruppo terroristico sembra abbia per ora adottato un approccio più “moderato” rispetto a sei anni fa, permettendo ad alcune Ong di operare sotto strettissimi criteri di accettazione. Da giugno, tuttavia, l’ostilità dei terroristi sembra essere aumentata.
La gente di Tiyeglow sta soffrendo la fame. Al Shabaab ha improvvisamente vietato alle agenzie di raggiungere le persone che stavano morendo di fame in città. Molta gente è così partita per cercare cibo”, spiega Ibrahim Abdirahman Mohammed al Guardian. “I bambini sotto ai cinque anni sono in una particolare condizione di rischio, perché il tasso di malnutrizione cresce, e se il blocco di Al Shabaab  continua vedremo morire molti più bambini”, avverte.
Il mese scorso Save the Children ha pubblicato un report in cui si mostra come i casi di forte malnutrizione siano aumentati in quattro distretti su nove (controllati da Al Shabaab) nelle aree centrali e meridionali della Somalia. Nel distretto di Mataban, il 9.5% dei bambini sotto i cinque anni è fortemente denutrito.
Più di due milioni di persone – un quinto della popolazione somala – vivono in aree controllate dall’organizzazione terroristica, che che ha ripetutamente attaccato operatori umanitari e su base quotidiana attacca agenzie governative. Più di 700.000 persone hanno già lasciato le proprie case, di cui 200.000 solo negli ultimi due mesi. Quasi tutti sono partiti per cercare cibo, come nelle peggiori carestie.
“Quando è iniziata la siccità, al Shabaab all’inizio ci ha detto che avremmo potuto accettare cibo solo da organizzazioni islamiche, ma poi alla fine hanno detto di no. Chiunque fosse trovato a portare cibo o aiuti sarebbe stato ucciso, perché sospettato di collaborare col governo somalo”, spiega Abdiya Barrow, una madre di sette bambini a Tiyeglow, che ha raccontato di aver camminato circa sette giorni per raggiungere Baidoa, dove i suoi tre bambini più piccoli hanno ricevuto le prime cure per far fronte alla diarrea e alla malnutrizione. “La vita è tremenda. Non c’è cibo, non c’è acqua. La gente muore ogni giorno”.
Peggio è andata a chi vive in alcuni villaggi dove il controllo di Al Shabaab è talmente capillare che alle persone viene impedito di lasciare il posto. “Al Shabaab ci ha detto di non lasciare la città, perché non vogliono che la città diventi vuota. Ma non c’è nulla da mangiare. Un kilo di riso costa quasi 4 dollari. Chi può permetterselo? Le donne e i bambini stanno morendo”, avverte Mohammad Osman, che vive a Baule.
Secondo le autorità somale, Al Shabaab impedisce alla popolazione di scappare perché sa che se la città si svuotasse, il governo e gli Stati Uniti intensificherebbero i bombardamenti aerei. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sostiene che la Somalia continua a vivere un “elevato rischio di carestia”, acuita dal fatto che le piogge quest’anno sono state scarse. (AGI) LBY

Incontro Trump-Hariri: una foto che vale più di mille parole

Questa foto, pubblicata su Al Araby al Jadeed, è meravigliosa. A sinistra il primo ministro libanese Saad Hariri, a destra Trump, che lo ha ospitato in questi giorni. Proprio nelle ore in cui nell’est del Libano (Arsal) l’Esercito del Paese dei cedri conduce un’offensiva INSIEME (in coordinamento) ad Hezbollah contro l’Isis e al Qaeda, Trump se ne è uscito con:

“Il Libano deve proteggersi dalla minaccia di Al Qaeda, dell’Isis e di Hezbollah, contro cui l’Esercito libanese combatte”.

E niente, nonostante Hariri sia noto per essere tutt’altro che un amico del Partito di Dio (ha la cittadinanza saudita ed è lì che ha i suoi principali affari, oltre che sponsor), in questo preciso momento – immortalato dalle telecamere – deve aver pensato: “Ah Trump, ma che straminchia dici?”

Non deve essere facile, confrontarsi con un tale scemo, uno che fino al giorno prima che Hariri arrivasse probabilmente non aveva nemmeno idea di dove fosse il Libano, e men che mai è conscio del fatto che Hezbollah è nel governo e le sue milizie sono state definite dal presidente della Repubblica Michel Aoun “complementari all’Esercito libanese nella lotta al terrorismo”.

Difficile davvero, anche perché il Libano in ogni caso conta (anche) sugli aiuti americani per il proprio Esercito.

Attualmente non sarebbe più così fantasioso immaginare che un pirla come Trump – concedendo aiuti militari al Paese dei Cedri – chiedesse di vincolarli alla “guerra a Hezbollah”, cercando di indurre (senza successo, probably) l’Esercito libanese a fare direttamente la guerra ai miliziani sciiti. E qui non si tratta di stare con o contro Hezbollah, si tratta di un banale problema di disinteresse totale dei rapporti di forza interni al Libano e delle contingenze geopolitiche che fanno si che al Libano serva gente preparata militarmente – il suo Esercito è notoriamente abbastanza debole, sopratutto nella guerriglia – per far fronte agli spill over del conflitto in Siria.

Ragazzi, il roscio è pericoloso, perché essere ignoranti come le capre – e peggio, non avere idea nemmeno di dove ci si trovi e con chi – e detenere il potere è assai pericoloso, non si scappa. Io l’ho detto. Che Dio o chi per lui salvi il Libano

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Libano: Trump mette Hezbollah sullo stesso piano dell’Isis, gelo con Hariri

(AGI) – Beirut, 26 lug. – Non deve essere stata semplice la situazione in cui si è trovato il primo ministro libanese, Saad Hariri, nel corso della sua visita di quattro giorni a Washington, dove ha incontrato il presidente americano Donald Trump.
Nelle stesse ore in cui nell’est del Libano, al confine con la Siria, veniva lanciata un’offensiva militare contro reparti dell’Isis e di Al Qaeda sulla cittadina di Arsal da parte dell’Esercito libanese e dei combattenti di Hezbollah, Trump durante la conferenza stampa col figlio dell’ex primo ministro libanese Rafiq (assassinato nel 2005) sosteneva che “il Libano è minacciato dall’Isis, da al Qaeda e da Hezbollah, contro cui l’Esercito libanese combatte”, gelando il primo ministro del Paese dei Cedri.
Trump durante la conferenza alla Casa Bianca ha dichiarato di fronte al suo ospite che gli Stati Uniti continueranno a sostenere l’Esercito libanese contro i suoi nemici, nella cui lista ha incluso il Partito di Dio.
Che Hezbollah ponga dei dilemmi per la sovranità del Libano e per il monopolio della forza da parte del suo Esercito è indubbio, ma ciò non può essere svincolato né dall’attuale situazione di conflitto regionale – che vede Hezbollah combattere contro Isis e al Qaeda – né dalla situazione nel sud del Libano e dai rapporti precari con Israele, che contrariamente a quanto si pensi tende a essere percepito come un nemico da quasi tutto lo spettro politico libanese, Capo di Stato incluso, e non solo da Hezbollah.
Hezbollah da tempo è anche una forza politica con cui fare i conti, e che nell’attuale momento storico non solo è parte del governo di “larghe intese” ma è anche il principale alleato del presidente cristiano maronita Michel Aoun.
Dalla fine della guerra civile, probabilmente mai come ora Hezbollah ed Esercito libanese sono lontani dall’essere nemici, dovendo coordinare gli sforzi militari nell’est del Paese. Mentre gli uomini del partito filo iraniano combattono da entrambi i lati del confine, quelli dell’Esercito nazionale forniscono appoggio nei dintorni di Arsal. Nell’offensiva di quattro giorni fa, una quindicina di uomini di Hezbollah sono morti, a fronte di quasi centocinquanta militanti qaedisti.
Chissà cosa deve aver pensato Hariri mentre Trump, nelle stesse ore dell’offensiva, affermava che “Hezbollah è una minaccia per lo Stato libanese, il popolo libanese e l’intera regione”. Sopratutto se si pensa che la visita di Hariri è finalizzata all’ottenimento di nuovi aiuti militari americani all’Esercito. E chissà cosa deve aver pensato, dal suo palazzo di Baabda, a Beirut, il presidente Michel Aoun, che un paio di mesi fa aveva definito Hezbollah “complementare all’Esercito nella lotta al terrorismo”. (AGI) LBY

Pakistan: la “nuova via della seta” cinese che preoccupa l’India

(AGI) – Beirut, 26 lug. – Se ne parla ancora poco, della mastodontica iniziativa strategica cinese per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione con i paesi della cosiddetta Eurasia. Forse c’entra il tradizionale basso profilo di Pechino. Si chiama “One belt one road” (OBOR, in italiano “la nuova via della seta”), ed è un progetto finalizzato alla promozione della centralità cinese nelle relazioni globali, con il rafforzamento degli sbocchi commerciali per i prodotti cinesi e la facilitazione dei suoi flussi di investimenti internazionali. Alcuni paesi coinvolti nel progetto lo hanno già accolto in maniera entusiastica; altri, come Giappone e Stati Uniti, hanno avuto reazioni tiepide e contrastanti; altri ancora, come l’India, ne sono molto preoccupati.
Il progetto OBOR, che coinvolgerebbe circa 60 paesi, si sviluppa infatti secondo tre direttrici: la “via della seta economica”, che mira ad alimentare i collegamenti e a rafforzare le infrastrutture lungo l’asse cinese-eurasiatico, passando per le ex repubbliche sovietiche e per il nord europa; la “via della seta marittima”, che insiste sui canali via mare, dal sud est asiatico, passando per il subcontinente indiano, l’Africa orientale e il mediterraneo (con un porto anche in Italia, che ha proposto tempo fa a Pechino una tra Genova, Venezia e Trieste); e il “corridoio economico Cina-Pakistan” (CPEC).
Quest’ultimo – all’interno del quale sono stati convogliati finora circa 60 miliardi di dollari in prestiti e aiuti dalla Cina al Pakistan – è finalizzato a collegare la provincia cinese dello Xinjang all’immenso porto di Gwadar, nel Balucistan pakistano, la sua regione più densamente abitata. Grazie a questo progetto – che mira a dare alla Cina pieno accesso al Mar arabico, bypassando lo stretto di Malacca – il Pakistan otterrebbe un notevole miglioramento infrastrutturale, il più sostanzioso sin dall’indipendenza nel 1947.
Se una parte del CPEC consiste nella costruzione di strade, gli investimenti più importanti dovrebbero riguardare la costruzione di una serie di centrali elettriche, che sono fondamentali per un paese come il Pakistan, la cui rete elettrica è molto inefficiente. La CPEC, secondo informazioni accessibili al pubblico, non dovrebbe servirsi solo di capitali cinesi ma anche della sua forza lavoro. Il Pakistan provvederebbe alla protezione dei lavoratori cinesi in aree fortemente a rischio per via di attentati terroristici, con l’istituzione di una specifica divisione armata.
L’avvicinamento pakistano alla Cina deriva anche dal progressivo raffreddamento dei rapporti con Washington. Come scrive Ravi Velloor sullo Straits Times, nella narrativa pakistana gli Stati uniti hanno utilizzato a lungo il Pakistan in funzione anti sovietica, finanziando militanti islamisti attraverso il canale saudita, per poi abbandonare progressivamente Islamabad in favore di Nuova Delhi. Così, il Pakistan, secondo una frase utilizzata a Pechino, ha iniziato a considerare la sua relazione con la Cina “più alta delle montagne, più profonda delle valli e più dolce del miele”.
Per qualcuno, il progetto CPEC non va solo contro gli interessi indiani, ma potrebbe non essere in linea anche con quelli pakistani. Alcuni analisti sostengono che quattro delle sei centrali termiche da costruire in Pakistan potranno funzionare solo attraverso l’importazione di grosse quantità di carbone, poiché tradizionalmente quelle esistenti in Pakistan funzionano a olio combustibile. In un’epoca di crescita delle rinnovabili, come l’energia solare, a scapito proprio del carbone e dell’olio combustibile, qualcuno a Islamabad ritiene che la scelta del Pakistan possa essere anacronistica.
Negli ultimi anni il gap del Pakistan rispetto all’India si è molto allargato. Si potrebbe sostenere che oggi Islamabad si trova nei confronti di Nuova Delhi nella stessa situazione in cui quest’ultima si trova rispetto a Pechino: una crescente sensazione di insicurezza rispetto ad un vicino sempre più potente, accanto al contestuale timore di finire sotto il suo “controllo” economico e politico. La situazione attuale suggerirebbe – ragionando solo in termini economici – di sviluppare delle relazioni economiche più profonde proprio con l’India, anzitutto perché i prodotto pakistani sarebbero più competitivi rispetto a quelli indiani che non rispetto a quelli cinesi. E’ però noto che esistono molti ostacoli politici ad un simile sviluppo, che non considera le relazioni da sempre delicate tra i due vicini.
Per il Pakistan, il CPEC – nell’ambito della “nuova via della seta” cinese – avrebbe anche un valore simbolico, a testimonianza di una scelta di campo rispetto ai tradizionali rapporti intra regionali con i paesi del sud est asiatico. Ciò potrebbe anche avere delle ricadute culturali, nella misura in cui, secondo il quotidiano pakistano Dawn, la costruzione in ambito CPEC di una fibra ottica sul territorio nazionale sarebbe funzionale anche alla “disseminazione della cultura cinese” nel Paese. (AGI) LBY

Iraq: l’incerto futuro delle milizie sciite

(AGI) – Beirut, 25 lug. – Dopo mesi di battaglia feroce, la seconda città irachena, Mosul, è stata sottratta dalle mani dei miliziani dell’Isis. Nella riconquista di Mosul hanno giocato un ruolo fondamentale le decine di migliaia di musulmani – perlopiù sciiti, ma non solo – delle milizie paramilitari, in buona parte raccolte sotto l’ombrello delle Forze di mobilitazione popolare (Hashd al Shaabi), coordinate da generali iraniani come Qassem Suleimani. Secondo un recente rapporto, sarebbero circa 122.000 gli uomini facenti parte delle diverse milizie paramilitari, comprendendo anche battaglioni misti oppure interamente cristiani, così come da musulmani sunniti.
Ora che Mosul – a caro prezzo, vista la distruzione su larga scala della città – è tornata sotto il controllo del governo iracheno, in seno alle istituzioni irachene si intensifica il dibattito su quale sarà il futuro di queste milizie. Alcuni chiedono il loro smantellamento, una possibilità che gli stessi miliziani sembrano intenzionati a rigettare, forti anche della legittimazione ricevuta dal premier Haider al Abadi durante le offensive sulla città nel nord dell’Iraq.

Le milizie sciite hanno sostanzialmente riempito un vuoto, sin da quando i reparti dell’Esercito iracheno – già di per se abbastanza debole – nel giugno 2014 vennero colti di sorpresa dagli uomini di Al Baghdadi e furono costretti alla fuga, lasciando via libera alla proclamazione del Califfato nella moschea di Al Nuri. Nel 2014 l’Isis arrivò a 80 km dalla capitale Baghdad, e fu a quel punto che le milizie entrarono in azione.
Nel giugno 2014, all’indomani della presa di Mosul da parte dell’Isis, si tenne un importante meeting a Najaf, città santa sciita nel sud del paese, in cui religiosi come Sheikh Fadil al Bidayri – su stimolo del più importante ayatollah sciita in Iraq, Ali Al Sistani – invocarono il jihad contro le forze takfiri (l’atto di dichiarare il prossimo, specie se sciita, un miscredente, caratteristico dell’Isis) per proteggere la capitale dalla furia di Daesh.
Decine di migliaia di uomini, molti dei quali erano già membri di milizie sciite filo-iraniane che avevano combattuto contro gli americani e contro al Qaeda dopo la caduta di Saddam Hussein, risposero alla chiamata di Al Sistani e iniziarono a riorganizzarsi in battaglioni, coordinati dai generali iraniani, i cui visi sui cartelloni pubblicitari iniziarono a campeggiare in giro per il paese, fianco a fianco con i generali iracheni. Fu questa la genesi delle Hashd Al Shaabi.
Nonostante le milizie non abbiano giocato un ruolo centrale nella ripresa effettiva di Mosul, il loro contributo è stato fondamentale nei dintorni della stessa città, sopratutto a ovest, a Tala Afar e in quel deserto dove tagliarono le linee di rifornimento – prendendo il controllo della strada che unisce Iraq e Siria – dei miliziani assediati dall’Esercito iracheno.
Altrove, il ruolo delle milizie è stato centrale: è il caso delle città di Tikrit e di Falluja, da cui proprio le milizie hanno scacciato i miliziani di al Baghdadi. A caro prezzo, dato che secondo alcuni report è proprio in queste città che le milizie sono state accusate di aver condotto pesanti abusi contro la popolazione sunnita, talvolta accusata di essere complice dell’Isis. Un’accusa di un comportamento che le gerarchie delle milizie sciite hanno sempre negato essere sistematico, ma limitato a casi sporadici di miliziani poi sanzionati o comunque riportati sotto la disciplina. Nel frattempo, negli ultimi tre anni, il ruolo delle milizie è cresciuto di pari passo all’influenza iraniana nel Paese.
Intervistato recentemente, lo stesso Sheikh Al Bidayri, che partecipò a quel meeting in cui venne invocata la difesa del paese con ogni mezzo, sostiene che ora che Mosul è stata ripresa e che l’Esercito iracheno ha una maggiore capacità di reggere autonomamente le offensive, le milizie sciite dovrebbero essere smantellate, poiché viste come uno strumento iraniano di controllo sull’Iraq, con tutto ciò che ne consegue in termini di possibili tensioni settarie. Gli ha fatto eco a marzo scorso anche Muqtada al Sadr, importante religioso e politico iracheno, che all’indomani dell’invasione americana fondò a sua volta delle milizie, l’Esercito del Mahdi.
L’establishment religioso sciita iracheno non ha cattivi rapporti con Teheran ma allo stesso tempo – sopratutto dopo la caduta di Saddam Hussein – ha maturato una posizione altamente nazionalista, come era normale che fosse in un Paese che dal 2003 non conosce né pace né indipendenza, ma anzi teme permanentemente la frammentazione e l’ingerenza esterna, non solo iraniana.
Hadi al Amiri, leader di una delle milizie più importanti, le Badr, è uno di quelli a non vedere di buon occhio lo smantellamento delle milizie: secondo quest’ultimo l’Isis continuerà a lungo a mantenere la capacità di porre minacce terroristiche per l’Iraq, per cui non è pensabile disarmare i suoi uomini. Dalla sua, come accennato, ha anche il sostegno del premier al Abadi, che ha recentemente affermato che le milizie “devono rimanere in piedi per anni, finché esisterà la minaccia terroristica”.
Esistono degli ostacoli anche ad un’altra soluzione apparentemente intermedia, quella dell’assorbimento delle milizie all’interno dei ranghi dell’Esercito iracheno. Ciò ha a che fare con una questione economica, poiché come spiega Nathaniel Rabkin di Iraqi politics, “Se si sommassero tutte le richieste da parte di ogni leader militare delle milizie, e le si confrontassero con l’ammontare di soldi e potere che Baghdad è in grado di distribuire (a chi ha giocato un ruolo nella ripresa delle città irachene, ndr), ci si accorge che esiste una sproporzione, come se il totale delle richieste fosse pari al 250% della torta da dividersi”.
Rabkin sostiene inoltre che le stesse milizie – abituate all’azione, alla battaglia frontale, alla guerriglia – non sarebbero entusiaste, nel momento in cui dovessero adeguarsi agli ordini dell’Esercito iracheno, e magari spedite a pattugliare aree rurali o a dare la caccia a cellule terroristiche dormienti. “Vogliono aver un reale controllo e una porzione di potere”, spiega Rabkin. “Credo che nel giro di sei mesi o un anno ci saranno molti leader militari di piccole milizie abbastanza contrariati per la situazione”. (AGI) LBY

Israele: perché il prossimo scontro con Hezbollah potrebbe avvenire in Siria

(AGI) – Beirut, 24 lug. – Il cessate il fuoco – che include delle zone di de escalation al confine siriano con Giordania e Israele – mediato da Russia e Stato Uniti lo scorso 7 luglio, per alcuni giorni è stato seguito da una situazione di relativa calma nel sud della Siria, dopo che nei giorni precedenti erano invece aumentati gli scontri tra fazioni ribelli e milizie affiliati a Damasco. Il sud della Siria, però, è strategicamente troppo importante per far sì che una tregua regga: troppo gli interessi in gioco, non ultimi quelli di Hezbollah (e di riflesso dell’Iran, che conta sull’area per far arrivare munizioni al movimento sciita) e di Israele.
Ed è infatti qui, forse più che nel “tradizionale” sud del Libano, che la prossima guerra tra Israele ed Hezbollah – i cui venti negli ultimi tempi si sono intensificati – potrebbe svolgersi.
Nel sud della Siria gli insorti contro il regime di Assad sono raggruppati sotto l’ombrello del Fronte meridionale, che include dozzine di gruppi che combattono i lealisti. Nel sud della Siria, a Yarmouk, c’è anche un affiliato dello Stato islamico, il Jaish Khalid Ibn Walid. Dall’altra parte della barricata combattono varie milizie filo iraniane, prima tra tutte Hezbollah, ma anche battaglioni iracheni (brigate al Nujaba) e afghano (Liwa Fatemiyoun).
Il cessate il fuoco russo-americano è stato rigettato dalle fazioni qaediste di Jabhat Fatah al Sham. Esiste poi la possibilità che gradualmente gli interessi di Damasco (insieme a Mosca) e quelli di Teheran divergano sempre di più, dato che i secondi sono interessati alla continuità territoriale e amministrativa per arrivare nel sud del Libano, mentre i primi hanno la priorità della tregua, previa accettazione di una condivisione amministrativa del confine con la Giordania con le opposizioni.
Israele si è da qualche tempo inserito nelle pieghe della complessità di questa area, sullo sfondo di crescenti tensioni con Damasco, con Hezbollah e di riflesso anche con il Libano (il cui presidente Michel Aoun è un alleato del partito di Dio): lo scorso 23 aprile un aereo da guerra israeliano ha ucciso una decina di soldati siriani nei pressi di un deposito di armi nella provincia di Quneitra, oltre ad aver colpito alcune altre postazioni sulle alture del Golan sotto il controllo di Tel Aviv. Esattamente due mesi dopo, lo scorso 23 giugno, Israele ha ripetuto l’azione (almeno la quinta in territorio siriano nell’ultimo anno) a Quneitra contro dei convogli lealisti.
“La recente intesa russo-americana-giordana che ha portato al cessate il fuoco nel sud della Siria è funzionale sia agli interessi di Amman che di Tel aviv, volti a tenere lontani gli iraniani e le loro milizie affiliate dal confine siro-giordano e dalle alture del Golan”, spiega Avi Melamed, analista dell’Eisenhower Institute intervistato da Al Monitor.
Hezbollah e l’Iran hanno invece investito molto sul dispiegamento di forze nel sud della Siria. La regione ospita comunità molto diverse – sunniti, cristiani, drusi – ed è in una posizione altamente strategic, prossima alle alture del Golan occupate da Israele. “Il sud della Siria è la porta d’accesso a Damasco, che è molto importante per Hezbollah. Inoltre, è una zona utile per la gestione del conflitto Israelo-palestinese”, spiega Kassem Kassir, esperto del movimento sciita.
L’Iran non è il solo paese a tentare di rafforzare la propria rete in quest’area. Anche Israele stesso sta perseguendo obiettivi speculari: secondo Syria Deeply, Tel aviv ha a lungo lavorato all’istituzione di safe zones intorno alla linea di demarcazione delle Alture occupate. Inoltre, ha sostenuto alcune fazioni dell’Esercito libero siriano, le Liwa Fursan al Joulan, oltre a offrire cure mediche nei suoi ospedali ad alcuni ribelli nell’area. Perché al di là dei rapporti con il mondo arabo sunnita, per Israele la priorità assoluta è tenere l’Iran lontano dalle Alture del Golan, che secondo Avi Melamed potrebbe servire da base strategica per lanciare attacchi sullo Stato israeliano.
La Russia per ora sembra un parziale garante di questo equilibrio precario: la scorsa settimana ha dispiegato nell’area circa 400 uomini come forza di interposizione. Secondo Rami Abdul Rahman dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, il 19 luglio scorso reparti di Hezbollah si sarebbero ritirati dal sud del Libano, anche se ciò potrebbe essere spiegato anche dal fatto che quelli erano i giorni in cui l’Esercito libanese – assieme a Hezbollah – stava iniziando la feroce offensiva (tuttora in corso) contro Isis e al Nusra ad Arsal, città nell’est del Paese dei cedri, vicino al confine siriano.
Secondo Mona Alami del Rafic Hariri Middle east center, l’agenda russa e quella iraniana divergono sempre di più: a marzo, le brigate irachene e filo-iraniane Al Nujaba hanno annunciato la formazione di una forza militare per “liberare le alture del Golan”, una situazione che ha maldisposto Tel aviv nei confronti dell’accordo di cessate il fuoco russo-americano. Insomma, se un conflitto aperto tra Hezbollah (e l’Iran, indirettamente) e Israele è una possibilità concreta, il campo di battaglia più probabile – al netto della possibilità che la Russia agisca da mediatore – sembra poter essere proprio quest’ area, crocevia di interessi compositi e contrastanti. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)