Iraq: la complicata esistenza degli ebrei iracheni in Kurdistan

(AGI) – Beirut, 27 giu. – Per migliaia di anni, a partire dal 500 A.c circa, gli ebrei hanno vissuto nel Levante e nell’area mesopotamica, coesistendo con altri gruppi confessionali ed etnici. Con l’avvento dell’Islam nel 622 d.c, la convivenza è andata avanti, ha conosciuto delle fasi particolarmente fortunate e collaborative – ad esempio il medico personale di Saladino, Mosè Maimonide, era ebreo -, in particolare a cavallo tra il 1500 e il 1800, in corrispondenza della crescita dell’antisemitismo in Europa.
Questa coesistenza è stata bruscamente interrotta nel 1941, quando teorie antisemite di ispirazione nazista si diffusero nell’area di Baghdad – un tempo “città della scienza”, della cultura e della tolleranza – e culminò nella distruzione di case e attività commerciali degli ebrei durante lo Shavuot Festival. Farhud, si chiamava: due giorni di feroci pogrom che lasciarono una comunità traumatizzata e circa 200 morti sul terreno, mentre in Europa gli ebrei facevano i conti con una sorte ancora più infausta.
Qualche anno dopo, nel 1948, la fondazione dello Stato di Israele ebbe l’effetto di rinfocolare il sentimento antisemita in Iraq. Fu anche per questo che nel 1951 Tel Aviv organizzò l’operazione Ezra e Nehemiah, un ponte aereo che garantì agli ebrei iracheni piena cittadinanza nello Stato ebraico. Nell’arco di due anni, circa 120.000 ebrei iracheni emigrarono in Israele. Oggi, secondo la BBC, a Baghdad sono rimasti meno di una decina di ebrei, e le stime si riferiscono al 2011. Una cifra ben lontana dagli 80.000 del 1917, secondo un censimento dell’Impero ottomano.
Un numero maggiore di ebrei, tuttavia, vive oggi in Kurdistan iracheno, la regione autonoma che a settembre dovrebbe condurre un referendum per l’indipendenza, sebbene i numeri non siano del tutto affidabili, visto che molti di essi talvolta per convenienza si converte nominalmente all’Islam e al Cristianesimo. Mancano inoltre sistemi di supporto alla comunità, come sinagoghe, rabbini e festività collettive riconosciute.
Qualche passo avanti è stato fatto nel 2015, quando il governo regionale del Kurdistan ha approvato la Legge delle minoranze, che ha concesso ad alcune confessioni minoritarie – Ebraismo, Zoroastrianesimo e Yarsanesimo – il diritto di avere dei rappresentanti nel governo. Il rappresentante della comunità ebraica si chiama Sherzad Mamsani, che nel 1997 ha perso la mano destra in un attentato. L’obiettivo, il compito di Mamsani è quello di promuovere la costruzione di sinagoghe e la buona immagine degli ebrei nell’area.
Per Mamsani, la vita non è facile, poiché ha dovuto anche fare i conti con le critiche ricevute in Israele. “Mamsani con la sua avidità non distingue verità e menzogna”, aveva commentato lo storico – ed ex consulente di Benjamin Netanyahu – Mordechai Zaken, dopo la nomina di Mamsani a rappresentante. “La sua campagna pubblicitaria sta provocando confusione e sta danneggiando il governo regionale del Kurdistan”. Secondo Zaken, Mamsani tende a gonfiare il numero degli ebrei in Kurdistan per fini politici. “Molti di essi hanno magari un lontanissimo parente ebreo, che però poi si è convertito ad un’altra religione”.
Recentemente Mamsani ha provato a condurre un complesso censimento degli ebrei in Iraq, che il Times of Israel ha descritto come una “pazzia”, e un’idea che “permetterà ai nostri nemici di trovarci e ucciderci tutti a poco a poco”. Così, se alcuni ebrei della regione hanno cooperato volentieri, molti altri hanno preso le distanze dall’iniziativa, in parte anche per i dubbi sulle reali origini di Mamsani. Dubbi che molti associano al fatto che lo stesso Mamsani non ha alcuna connessione col governo israeliano, e non ha la cittadinanza di Israele. Così, Mamsani ha dovuto interrompere la sua iniziatica, percependo in prima persona la scarsa fiducia di cui gode. “Gran parte della comunità mi è nemica”, aveva detto tempo fa a Middle East Eye.
I rapporti tra Israele e Kurdistan sono tuttavia buoni. Tel aviv sostiene l’indipendenza curda, e in alcuni ambienti israeliani il Kurdistan stesso è spesso presentato come un “secondo Israele”. Per i curdi iracheni, nonostante i tempi di precarietà nell’area, nonostante i progetti genocidi dell’Isis, la preoccupazione maggiore non sta nella sicurezza, ma nella volatilità della situazione socio politica, e nel rischio di una ripresa della violenza interconfessionale. Gli ebrei curdi si sentono protetti in quanto curdi, meno in quanto ebrei, e vedrebbero di buon occhio una maggiore protezione da parte di Israele, che insieme ospitano circa tre quarti degli ebrei nel mondo. (AGI) LBY
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