Libia: chi è Saif al Islam, figlio di Gheddafi

(AGI) – Beirut, 13 giu. – Doveva essere l’erede del regime libico di Muhammar Gheddafi, l’uomo che secondo molti avrebbe dovuto riformarlo, ma nel novembre del 2011 è stato rapito dalle milizie di Zintan. Pochi giorni fa è stato liberato dal battaglione Abu Bakr al Siddiq che lo deteneva, in seguito alla votazione di una amnistia – valida anche per i famigliari di Gheddafi – votata dal Parlamento di Tobruk. Oggi è sotto la protezione del governo libico orientale e dovrebbe trovarsi nella roccaforte di Bayda.
Ora, secondo l’avvocato di Saif al Islam, Khaled el Zaidy, il secondogenito di Gheddafi è destinato a “giocare un ruolo fondamentale nella pacificazione del Paese”, aggiungendo che – così come il padre – Gheddafi jr. può contare su una serie di appoggi e protettori nell’universo tribale libico. “E’ protetto dal popolo libico, dalle tribù. Il suo potere sta proprio nel sostegno popolare”, spiega el Zaidy alla CNN.
Saif al Islam Gheddafi ha ottenuto un dottorato alla London School of Economics ed è stato circa quindici anni fa uno degli architetti del riavvicinamento tra regime libico e la comunità internazionale, culminato nel celebre “patto del deserto” firmato nel 2004 da Gheddafi e Tony Blair. Fu anche il negoziatore per le compensazioni riconosciute da Tripoli alle vittime dell’attentato di Lockerbie, di quelle in un nightclub di Berlino del 1986 e dell’abbattimento di un volo UTA 772 diretto a Parigi e partito da Brazzaville.
Nel 2003 fece molto discutere una sua intervista al Corriere della Sera, in cui definì l’attentato a Nassiriya un atto di resistenza e non terrorismo, indignando l’allora governatore della Lombardia Roberto Formigoni e il sindaco di Milano, Gabriele Albertini, che in seguito a queste parole annullarono gli incontri in programma con Gheddafi jr.
Grazie al “patto nel deserto”, un terzo dei membri del Gruppo islamico di combattenti libici, che tentarono di assassinare Gheddafi nel 1996, fu liberato nel 2008. Due anni dopo, nel 2010, fu la volta di altri 200 miliziani, tra cui Abdelhakim Belhaj, il loro leader, oggi tra i personaggi più importanti dell’orbita islamista in Libia.
Queste scarcerazioni avrebbero dovuto essere un viatico per la riforma del regime, che tuttavia tardarono ad arrivare e vennero anticipate dalla rivoluzione del 2011. Con le proteste rapidamente trasformatesi in una guerra civile, Saif al Islam si schierò dalla parte del padre, dichiarando di voler combattere fino alla fine. Nel luglio 2015, mentre è in prigionia, una corte libica lo condanna a morte, dichiarandolo colpevole di crimini di guerra. La condanna viene definita “illegale” dall’esecutivo di Tobruk. Nel 2011, all’alba della rivoluzione, Saif al Islam era stato visto incitare un gruppo di sostenitori armati di Gheddafi al massacro dei manifestanti, definiti da quest’ultimo “un gruppo di islamisti drogati e ubriaconi”. (AGI) Lby
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