Egitto: la torre pendente di Alessandria, un simbolo di corruzione

(AGI) – Beirut, 30 giu. – Nei giorni scorsi le immagini di un alto palazzo ad Alessandria d’Egitto, inclinatosi pericolosamente fino ad “adagiarsi” sul palazzo dall’altro lato della strada, hanno fatto il giro del mondo. Sui social media hanno proliferato i paragoni sarcastici tra la “Torre pendente di Alessandria” e la celebre Torre di Pisa, e la notizia ha assunto contorni leggeri, come fosse una nota di colore in un Paese complesso come l’Egitto. In realtà, la storia della Torre pendente di Alessandria racconta molto di più, sopratutto dell’industria delle costruzioni e della diffusissima corruzione nel Paese nordafricano.
La Torre pendente, che dopo 21 giorni di precario equilibrio è stata demolita da un team di ingegneri dell’Esercito, avrebbe dovuto essere alta quattro piani al tempo del via libera per l’inizio dei lavori, ma alla fine i piani sono diventati tredici, troppi per le fondamenta. Il palazzo è stato a lungo in piedi grazie ai palazzi immediatamente adiacenti. Secondo il centro di ricerca Built Environment Observatory, ad Alessandria sono circa 14500 i palazzi a rischio come quello nel quartiere di Azarita, che non rispettano gli standard di sicurezza. Ogni anno, circa 200 persone perdono la vita, e circa 800 famiglie sono costrette ad abbandonare i propri tetti a causa del collasso dei palazzi in cui vivono. Ogni anno, di collassi ce ne sono circa 390.
Secondo Islam Asem, presidente del sindacato cittadino per le guide turistiche, spiega che a partire dal 2011, gli standard di sicurezza degli edifici di Alessandria hanno iniziato a decadere inesorabilmente. Il problema, come spesso accade, è a monte, nella struttura della governance, che ha allentato molto i controlli sulle leggi edilizie, per giunta in corrispondenza di un aumento della domanda di case di proprietà, che sono tradizionalmente un primario strumento di sicurezza finanziaria delle famiglie egiziane.
Perché le leggi ci sarebbero ma spesso vengono ignorate. In Egitto, un palazzo non potrebbe essere alto più di una volta e mezzo la larghezza della strada in cui è costruito. Gli ispettori – che hanno una paga di circa 90 dollari al mese – sono incentivati ad applicare multe al proprietario del palazzo, anziché disporre un ordine di demolizione. Ma spesso, la somma delle multe a coloro che abitano ai piani più alti – quelli “illegali” – ammonta ad una cifra che può essere facilmente coperta dal proprietario del palazzo, attraverso il pagamento degli affitti dei piani superiori, innescando così un circolo vizioso che alimenta la precarietà edilizia. Hamza Mustafa, ispettore edilizio intervistato dal Guardian, spiega che “prendere le mazzette è normale per queste cose”. Per arrotondare lo stipendio, si chiude un occhio. O anche due, per non dover prendere atto delle condizioni di palazzi altamente insicuri.
Le leggi di proprietà in Egitto tendono a favorire gli occupanti: chi decide di costruire un palazzo fuori norma, si affretta a vendere i piani più alti, per proteggere chi abita nei piani inferiori da eventuali ordini di demolizione. Quando le autorità prendono atto delle irregolarità edilizie, di solito esce fuori un “kahool”, un capro espiatorio, cioè una persona che abita nel palazzo e che, avendo poco da perdere, accetta di essere presentato come proprietario del terreno in cui si è edificato, in cambio di una cifra forfettaria. Nel caso della Torre pendente, il kahool è stata una donna, che è tuttora in custodia.
Spesso chi accetta di andare a vivere ai piani più alti, pur consapevole di essere fuori dalla legalità, lo fa dopo aver ricevuto rassicurazioni sugli standard di sicurezza. Come Sarah al Khateeb e il marito Ramy Ahmed, che hanno preso casa accanto alla Torre pendente: quando pagarono il deposito, erano consci del fatto che il loro palazzo, pur avendo il permesso per quattro piani, ne aveva già otto. Dopo essersi trasferiti, tuttavia, l’edificio ha iniziato a crescere fino a diciotto piani: “Costruivano tre piani ogni fine settimana. Lo abbiamo visto, non mettevano nemmeno il cemento per rafforzare la costruzione. Questi palazzi sono come delle torte a strati”, spiega Sarah.
Secondo Al Ahram, ai residenti della Torre pendente, distrutta dopo 21 giorni di inclinazione, viene garantita una cifra di circa sei dollari giornalieri per vivere in sistemazioni temporanee. Molti persone, tuttavia, sono restie ad abbandonare il vivace quartiere, dove hanno le loro attività e le loro comunità di riferimento. Molti sono pessimisti sul cambiamento delle consuetudini e sulla fine della corruzione. In pochi credono che la storia della Torre pendente possa servire da “sveglia” alle autorità municipali. Il rischio tangibile è che di torri pendenti ce ne possano essere altre. (AGI) LBY
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Medioriente: riavvicinamento tra Hamas ed Hezbollah?

(AGI) – Beirut, 29 giu. – Nonostante la comune ostilità verso Israele, sin dal 2012 i rapporti tra Hamas ed Hezbollah hanno subito inesorabile declino: la guerra in Siria vede i due movimenti politico-militari su fronti opposti, con il gruppo sunnita palestinese sin da subito schierato con il fronte ribelle anti-Assad e quello sciita libanese a supporto dell’alleato di Damasco.
Tuttavia i recenti sviluppi regionali sembrano poter invertire il trend: prima l’elezione di Donald Trump – che ha definito entrambi i movimenti delle “organizzazioni terroristiche” – a presidente degli Stati Uniti; poi, più di recente, la crisi del Golfo, con il tentativo di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in particolare di isolare il Qatar, accusato di dare rifugio a soggetti considerati da Riad e Abu Dhabi terroristi, come i rappresentanti di Hamas.
“E’ chiaro che la crisi del Golfo ha facilitato il riavvicinamento tra Hamas ed Hezbollah, che tuttavia era iniziato precedentemente. Ora che personalità legate ad Hamas – come Saleh al Arouri dell’Ufficio politico e Moussa Doudine del dossier sui prigionieri – hanno dovuto lasciare il Qatar, potrebbero con ogni probabilità trovare rifugio in Libano, sotto la protezione di Hezbollah, il ché sarebbe anche più funzionale vista la prossimità territoriale con la Palestina”, spiega Hussam Al Dajani, professore di scienze politiche all’Università al Umma di Gaza. Secondo Lebanon Debate, lo scorso 15 giugno un centinaio di leader del movimento palestinese sarebbe giunto a Beirut da Doha, notizia comunque non confermata dalla stessa Hamas.
Secondo fonti diplomatiche anonime, da inizio anno si sarebbero tenuti a Beirut almeno tre incontri – a gennaio, a marzo e a giugno – tra rappresentanti di Hamas e di Hezbollah. L’ultimo, lo scorso 14 giugno, avrebbe visto la partecipazione di Moussa Abu Marzouk, vice capo dell’ufficio politico di Hamas, e Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah.
Incontri segreti, dai quali i movimenti hanno interesse a non far uscire dettagli, anche se un diplomatico di un paese arabo sotto anonimato ha rivelato che nei meeting si sarebbe discusso di “ricercare una soluzione politica in Siria e di come l’isolamento del Qatar abbia avuto l’effetto di far riavvicinare i due movimenti”. Forse è anche per questo che tra le tredici richieste per porre fine all’isolamento, fatte pervenire a Doha da parte di Riad, c’è anche quella – apparentemente bizzarra – che “il Qatar tagli i rapporti con diversi movimenti terroristici, tra cui Hezbollah”.
I due movimenti islamisti sembrano anche, se non sopratutto, preoccuparsi dei possibili sviluppi sul fronte Israele, con la quale una guerra sembra più vicina che mai, e potrebbero aver discusso anche l’eventualità di unire le capacità militari in vista di un confronto. Chissà se Nasrallah aveva in mente anche Hamas – oltre che le milizie sciite presenti in Iraq e Siria, e collegate al Partito di Dio – quando lo scorso 23 giugno durante uno dei suoi discorsi ha affermato che “la prossima guerra con Israele potrebbe vedere la partecipazione di combattenti provenienti da tutta la regione”.
Hezbollah e Hamas, al di là di questo possibile riavvicinamento, hanno in un certo senso “bisogno” l’una dell’altra: Hamas ha bisogno del Partito di Dio per l’approvvigionamento di armi e per il rifugio che Hezbollah può fornire ad alcune personalità del gruppo palestinese in Libano; Hezbollah, da parte sua, ha bisogno di Hamas per ragioni che potremmo definire di “marketing”: Hamas agli occhi del movimento filo iraniano è infatti utile a rinsaldare il consenso presso le masse arabe e palestinesi (di rito sunnita), che in questi anni si è deteriorato proprio per la partecipazione di Hezbollah nella guerra in Siria, accanto ad Assad e contro gruppi quasi del tutto riconducibili all’orbita sunnita. Il riavvicinamento dei due movimenti potrebbe così fiaccare l’immagine di movimento settario che Hezbollah si è guadagnata in questi anni agli occhi di tanti musulmani sunniti.
“Il riavvicinamento di Hamas ad Hezbollah arriva nell’ambito di un progetto di mobilitazione del supporto alla causa palestinese. Hamas si sta riavvicinando ad alcuni movimenti che sostengono la resistenza e che hanno rapporti stretti con la Palestina, a prescindere dal loro allineamento in altri conflitti regionali”, ha dichiarato il portavoce di Hamas a Gaza, Hazem Qassem.
Questo nuovo riallineamento potrebbe avere conseguenze geopolitiche importanti. Nella regione sembrano infatti delinearsi due nuovi fronti: il primo composto da Egitto, Arabia Saudita, Giordania e Autorità palestinese, il secondo – il cosiddetto “Asse della resistenza” – composto da Iran, Siria, Hezbollah e Hamas. Quest’ultimo, probabilmente, ha rafforzato la propria convinzione che alla luce dell’isolamento del Qatar non può più permettersi di rimanere unicamente legata a Doha, ma che al contrario ha bisogno di legarsi ad una più ampia coalizione, che peraltro si sta gradualmente schierando dalla parte del Qatar nell’ambito della crisi del Golfo. (AGI) LBY

Libano: l’Italia a sostegno dei diritti umani nel carcere di Roumieh

(AGI) – Beirut, 28 giu. – E’ un finanziamento complessivo ingente – circa 3 milioni di euro – quello che l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo ha messo a disposizione del Governo libanese, al fine di migliorare le condizioni di detenzione e la tutela dei diritti umani nelle carceri del Paese, con particolare attenzione alle fasce più vulnerabili (donne, minori, malati mentali). E tra i programmi realizzati spicca quello nella prigione di Roumieh, la più importante del Paese, attuato con il Ministero della Giustizia e l’Agenzia UNODC, in collaborazione con il Ministero degli interni, che gestisce le prigioni libanesi attraverso il Dipartimento delle Forze Armate.
Il progetto per la tutela dei diritti umani della Cooperazione italiana nel carcere di Roumieh – che ospita circa 3000 detenuti, di cui 145 minori – è iniziato nell’ottobre 2015 e prevede il miglioramento delle condizioni in tre aree: nel settore alimentare, con l’attivazione di una cucina industriale, con attività di training, sicurezza alimentare e igiene, in vista dell’obiettivo di creare opportunità lavorative per i detenuti per un futuro reinserimento sociale a fine pena; servizi di base e attività ricreative per i minori, comprensivi di supporto psico- sociale; riabilitazione della struttura che ospita circa 50 detenuti in stato di infermità mentale, chiamata “Blue House”, con la costruzione di diciotto celle dotate di bagno privato e un sistema di pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua. In quest’ultima struttura, a breve verrà lanciata una seconda fase, che prevede l’allestimento di una sala polifunzionale per attività ricreative e di un cortile.
Nella Blue House gran parte dei detenuti – tutti uomini – sono stati condannati per reati gravi, come l’omicidio: alcuni di loro sono dentro da più di trent’anni, come Ahmed, in carcere dal 1982. In molti casi, gli infermi mentali rimangono nella struttura anche dopo aver scontato l’intera pena, visto che la legge libanese prevede che a fine condanna lo stesso giudice che l’ha emessa debba pronunciarsi anche sull’esaurimento dell’infermità. Nella gran parte dei casi, il verdetto è negativo, e i detenuti – che spesso non hanno parenti fuori dal carcere – vengono trattenuti all’interno della prigione, essendo considerati soggetti pericolosi e non in grado di controllare la propria propensione a delinquere.
Nel Paese dei Cedri la maggioranza degli istituti penitenziari non è conforme agli standard internazionali, ed i carcerati vivono spesso in condizioni di estremo disagio. Buona parte delle strutture sono state costruite durante il dominio coloniale francese, ed in alcuni casi durante l’Impero Ottomano. Fatta eccezione per gli istituti più recenti, la maggior parte delle carceri si trovano all’interno di caserme militari o nei centri delle Forze di Sicurezza interna, concepiti inizialmente come centri di detenzione temporanea.
I dati ufficiali mostrano un aumento degli incidenti all’interno delle prigioni durante gli ultimi anni, in cui la popolazione carceraria ha raddoppiato il limite massimo di capacità originaria, complice anche l’afflusso di detenuti siriani, in un Paese che ospita circa 1.5 milioni di rifugiati (circa un terzo della popolazione totale del Libano) provenienti dal vicino Paese del Levante dilaniato dalla guerra civile.
Dal 2012, i siriani nelle carceri del Libano ammontano al 23% del totale circa, e nella sezione per minori della prigione di Roumieh i siriani sono il 40%. Ad oggi, la popolazione carceraria in Libano raggiunge i 6500 detenuti: di questi, 264 sono donne (il 4%), 152 sono minori (2,3%) e 48 (lo 0,8%) infermi mentali. Il 60% dei detenuti è in attesa di giudizio, il restante 40% sconta una condanna definitiva. Il 14% della popolazione carceraria – 912 persone – è accusata o condannata per crimini legati al terrorismo.
Altre attività nell’ambito della riforma del sistema giudiziario libanese includono il supporto medico e psichiatrico ai prigionieri, corsi di sensibilizzazione sul tema dei diritti umani per i membri delle Forze di sicurezza interna, formazione professionale e opportunità di lavoro retribuito per i detenuti, organizzazione di eventi sportivi all’interno delle carceri e supporto legale ai detenuti in attesa di giudizio e a fine pena. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Iraq: la complicata esistenza degli ebrei iracheni in Kurdistan

(AGI) – Beirut, 27 giu. – Per migliaia di anni, a partire dal 500 A.c circa, gli ebrei hanno vissuto nel Levante e nell’area mesopotamica, coesistendo con altri gruppi confessionali ed etnici. Con l’avvento dell’Islam nel 622 d.c, la convivenza è andata avanti, ha conosciuto delle fasi particolarmente fortunate e collaborative – ad esempio il medico personale di Saladino, Mosè Maimonide, era ebreo -, in particolare a cavallo tra il 1500 e il 1800, in corrispondenza della crescita dell’antisemitismo in Europa.
Questa coesistenza è stata bruscamente interrotta nel 1941, quando teorie antisemite di ispirazione nazista si diffusero nell’area di Baghdad – un tempo “città della scienza”, della cultura e della tolleranza – e culminò nella distruzione di case e attività commerciali degli ebrei durante lo Shavuot Festival. Farhud, si chiamava: due giorni di feroci pogrom che lasciarono una comunità traumatizzata e circa 200 morti sul terreno, mentre in Europa gli ebrei facevano i conti con una sorte ancora più infausta.
Qualche anno dopo, nel 1948, la fondazione dello Stato di Israele ebbe l’effetto di rinfocolare il sentimento antisemita in Iraq. Fu anche per questo che nel 1951 Tel Aviv organizzò l’operazione Ezra e Nehemiah, un ponte aereo che garantì agli ebrei iracheni piena cittadinanza nello Stato ebraico. Nell’arco di due anni, circa 120.000 ebrei iracheni emigrarono in Israele. Oggi, secondo la BBC, a Baghdad sono rimasti meno di una decina di ebrei, e le stime si riferiscono al 2011. Una cifra ben lontana dagli 80.000 del 1917, secondo un censimento dell’Impero ottomano.
Un numero maggiore di ebrei, tuttavia, vive oggi in Kurdistan iracheno, la regione autonoma che a settembre dovrebbe condurre un referendum per l’indipendenza, sebbene i numeri non siano del tutto affidabili, visto che molti di essi talvolta per convenienza si converte nominalmente all’Islam e al Cristianesimo. Mancano inoltre sistemi di supporto alla comunità, come sinagoghe, rabbini e festività collettive riconosciute.
Qualche passo avanti è stato fatto nel 2015, quando il governo regionale del Kurdistan ha approvato la Legge delle minoranze, che ha concesso ad alcune confessioni minoritarie – Ebraismo, Zoroastrianesimo e Yarsanesimo – il diritto di avere dei rappresentanti nel governo. Il rappresentante della comunità ebraica si chiama Sherzad Mamsani, che nel 1997 ha perso la mano destra in un attentato. L’obiettivo, il compito di Mamsani è quello di promuovere la costruzione di sinagoghe e la buona immagine degli ebrei nell’area.
Per Mamsani, la vita non è facile, poiché ha dovuto anche fare i conti con le critiche ricevute in Israele. “Mamsani con la sua avidità non distingue verità e menzogna”, aveva commentato lo storico – ed ex consulente di Benjamin Netanyahu – Mordechai Zaken, dopo la nomina di Mamsani a rappresentante. “La sua campagna pubblicitaria sta provocando confusione e sta danneggiando il governo regionale del Kurdistan”. Secondo Zaken, Mamsani tende a gonfiare il numero degli ebrei in Kurdistan per fini politici. “Molti di essi hanno magari un lontanissimo parente ebreo, che però poi si è convertito ad un’altra religione”.
Recentemente Mamsani ha provato a condurre un complesso censimento degli ebrei in Iraq, che il Times of Israel ha descritto come una “pazzia”, e un’idea che “permetterà ai nostri nemici di trovarci e ucciderci tutti a poco a poco”. Così, se alcuni ebrei della regione hanno cooperato volentieri, molti altri hanno preso le distanze dall’iniziativa, in parte anche per i dubbi sulle reali origini di Mamsani. Dubbi che molti associano al fatto che lo stesso Mamsani non ha alcuna connessione col governo israeliano, e non ha la cittadinanza di Israele. Così, Mamsani ha dovuto interrompere la sua iniziatica, percependo in prima persona la scarsa fiducia di cui gode. “Gran parte della comunità mi è nemica”, aveva detto tempo fa a Middle East Eye.
I rapporti tra Israele e Kurdistan sono tuttavia buoni. Tel aviv sostiene l’indipendenza curda, e in alcuni ambienti israeliani il Kurdistan stesso è spesso presentato come un “secondo Israele”. Per i curdi iracheni, nonostante i tempi di precarietà nell’area, nonostante i progetti genocidi dell’Isis, la preoccupazione maggiore non sta nella sicurezza, ma nella volatilità della situazione socio politica, e nel rischio di una ripresa della violenza interconfessionale. Gli ebrei curdi si sentono protetti in quanto curdi, meno in quanto ebrei, e vedrebbero di buon occhio una maggiore protezione da parte di Israele, che insieme ospitano circa tre quarti degli ebrei nel mondo. (AGI) LBY

Giordania: verso l’abolizione del matrimonio riparatore tra vittima e stupratore?

(AGI) – Beirut, 26 giu. – Il Regno di Giordania è in procinto di abolire l’infausta misura legislativa in base alla quale un colpevole di stupro può evitare il carcere se sposa la vittima, una legge presente in alcuni altri paesi della regione e risalente al periodo coloniale. Il Parlamento giordano dovrebbe abolire la misura durante una sessione speciale questa settimana, dopo la fine del Ramadan.
Gli attivisti per i diritti delle donne sostengono che l’abolizione dell’articolo 308 sarebbe una vittoria, ma non esaurirebbe la questione del tutto, data la necessità di avviare un lavoro parallelo di consapevolezza in una società patriarcale e con un sistema legale influenzato dalle consuetudini e dalle tradizioni.
“ll problema sta nella mentalità patriarcale, in una società che non punisce mai l’uomo, non lo fa mai sentire inadeguato”, sostiene l’avvocato e attivista Asma Khader. Il giudice giordano Jehad Al Duradi, che si occupa spesso di questi casi, sostiene che spesso le donne che accettano di sposare il loro stupratore lo fanno in preda alla disperazione.
Il parlamentare Wafa Bani Mustafa è convinto che il cambiamento possa partire dalla riforma legale: “se cambiamo la legge, affermando che liberarsi della ragazza non costituisce più una soluzione, possiamo incoraggiare le famiglie a trattare le loro figlie come vittime e non come fonti di vergogna. Se cancelliamo l’ombrello legale di questa consuetudine, la società civile si adeguerà”.
La misura in questione a livello regionale è stata abolita in Marocco e in Egitto, ma nonostante dei progressi in corso, rimane in vigore in Tunisia, Libano, Siria, Libia, Kuwait, Iraq, Bahrain, Algeria e Territori Palestinesi, secondo le ricerche di Human Rights Watch.
Un problema aggiuntivo, e annesso alla questione, sta anche nell’articolo che permette ad un uomo che abbia ucciso una donna di usufruire di uno sconto di pena se ha agito in “uno stato di particolare rabbia, dovuta al comportamento illegale o pericoloso da parte della vittima” (ad esempio una relazione extra coniugale)”. Secondo alcune testimonianze, in Giordania ci sono persone che hanno passato solo sei mesi in carcere per aver ammazzato la propria sorella o figlia.
Il giudice Al Duradi, intervistato dal quotidiano arabo Al Arab Al Jadeed, informa che tuttavia i tribunali negli ultimi anni hanno imposto pene più severe per gli omicidi, di minimo 10 anni a partire dal 2010. “Non è cambiata la legge, ma è cambiata l’interpretazione”, aggiunge Al Duradi. Nel 2016, in Giordania, ci sono stati 36 casi certificati di “delitti d’onore”. Potrebbero essere molti di più, specie se si considera che in alcune aree la popolazione si affida agli arbitrati tribali, per evitare il “disonore”.
Talvolta le donne a rischio “delitto d’onore” vengono detenute. La decisione della custodia viene emessa dal governatore provinciale, senza necessità di una approvazione del Tribunale. La detenzione continua finché la famiglia della donna non promette di non farle del male. Un ufficiale di sicurezza carceraria, Sadeq al Omari, sostiene che la custodia protettiva è spesso l’unica soluzione, aggiungendo che “il diritto alla vita è più importante di quello alla libertà”. (AGI) LBY

Tunisia: la stretta sulle Ong e le ambiguità sulla sicurezza

(AGI) – Beirut, 26 giu. – Tempi duri per le Ong in Nordafrica. Dopo l’Egitto, anche la Tunisia avvia una stretta sul controllo delle organizzazioni non governative. Il governo du Tunisi ha infatti emesso un ordine in cui richiede a queste ultime di dichiarare tutte le fonti di finanziamento estere. Una mossa che ricorda più il vecchio regime di Ben Ali, e che sta provocando proteste in seno alla società civile.
Il governo e una parte della stessa società civile giustificano la misura nell’ambito della campagna anti corruzione avviata a fine maggio, ma molti altri la percepiscono come un tentativo di stringere le maglie del controllo sulla società, analogamente a quanto fatto dal Cairo. Nell’ordine governativo si richiede di “svelare la provenienza dei fondi ricevuti dall’estero, esplicitarne il valore e la finalità entro un mese, in accordo con l’articolo 41 del Decreto 88 sulla gestione delle ong del 2011”. Le ong dovranno anche adempiere all’articolo 44 dello stesso decreto, il quale afferma che “ogni associazione che beneficia di fondi pubblici dovrebbe fornire un rapporto annuale al Dipartimento statale della contabilità, con una descrizione dettagliata delle spese e delle fonti di finanziamento”.
 Eppure dopo la caduta di Ben Ali l’attivismo delle ong era cresciuto molto in Tunisia, accompagnato però da alcune ambiguità. “Circa 20000 ong operano in Tunisia, secondo i dati del governo pubblicati nel maggio 2016. La gran parte di esse porta avanti attività di carattere religioso e legate alla predicazione, emerse sopratutto dopo il 2011. Hanno beneficiato molto dell’apertura da parte di Ennahda nel 2012 e nel 2013. Ma secondo le stime del governo, alcune di queste ong sono state coinvolte nella spedizione di ragazzi al fronte nei conflitti regionali”, sostiene l’analista politico Mondher Bedhiafi, intervistato da Al Monitor. La Tunisia è il paese del Nordafrica e del Medioriente ad avere il maggior numero di cittadini partiti  come foreign fighters.
L’attivista per i diritti umani Sami Ben Salameh ritiene che quello della mancanza di trasparenza nei finanziamenti delle Ong sia un problema rilevante. “La Ong 23-10, di cui sono membro, ha stabilito nel 2011 di rifiutare fondi provenienti dall’estero o dal governo, per preservare la sua indipendenza. Ovviamente però tutto ciò ha limitato la sua efficienza. I fondi esteri sono cruciali per la società civile, perché permettono a molte ong di fornire servizi importanti, anche in termini di sviluppo della coscienza civile e di coinvolgimento negli affari di pubblica utilità”.
“I fondi provenienti dall’estero sono utili anche per le attività educative, per quelle relative ai diritti delle donne e ai diritti umani in genere. Tuttavia, si tratta di finanziamenti che possono accompagnarsi ad ambiguità e porre problemi relativi alla sicurezza, anche perché a volte sono utilizzati da parte di entità straniere come dei mezzi per interferire negli affari interni della Tunisia e influenzarli dall’esterno. Questa mossa del governo- continua Salameh – si inserisce nel contesto della guerra al terrorismo e nella questione dei finanziamenti provenienti dal Golfo, dall’Europa e dagli Stati Uniti”.
L’articolo 35 della Costituzione tunisina sancisce la “libertà di stabilire partiti politici, unioni e associazioni”, mentre l’articolo 49 dichiara che “le limitazioni che possono essere imposte all’esercizio dei diritti e delle libertà garantite dalla costituzione verranno stabilite dalla legge, senza compromettere l’essenza di queste ultime. Queste limitazioni possono essere adottate per ragioni necessarie e con l’obiettivo di proteggere i diritti della società, oppure basate su esigenze relative alla sfera della pubblica sicurezza, morale e salute pubblica”.  (AGI) LBY

Iran-Arabia Saudita: trova le differenze

Parliamo un attimo di dignità, forse anche di moralità, anziché delle scemenze su sunniti e sciiti, o delle equiparazioni tra Paesi imparagonabili.

Una ventina di giorni fa, un doppio attentato a Teheran rivendicato dall’isis, che miete più di una dozzina di vittime e decine di feriti.

L’indomani, la Casa Bianca rilascia le seguenti dichiarazioni:

We grieve and pray for the innocent victims of the terrorist attacks in Iran, and for the Iranian people, who are going through such challenging times. We underscore that states that sponsor terrorism risk falling victim to the evil they promote.

Insomma: nonostante non sia un mistero che l’isis – sopratutto prima di chiamarsi Isis – è stato sostenuto da USA e Arabia Saudita proprio in funzione anti iraniana; nonostante l’ideologia della stessa Daesh ricalchi in sostanza il wahhabismo saudita; nonostante l’Isis consideri gli iraniani sciiti dei miscredenti meritevoli di morire in quanto tali, allo stesso modo in cui li vede il Gran Mufti dell’Arabia Saudita (nominato dalla famiglia reale, quindi rappresentativo, non autoreferenziale), il commento degli Stati Uniti – e di riflesso quello di Ryad, se possibile anche più insolente – è stato in sostanza “ve la siete cercata, vi sta bene”.

Ieri a La mecca è stato sventato per pochissimo un attentato che poteva avere conseguenze tragiche, e nel quale comunque l’attentatore è riuscito a ferire 11 persone.

Il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi – nonostante rappresenti un paese che avrebbe invece TUTTO il diritto a dire a USA e Saudi arabia “ve la siete cercata, li sostenete contro di noi e ora vi prendono di mira” – ha commentato così:

“The thwarted plan to attack the Grand Mosque showed once again that the uncontrolled and growing terrorism currently gripping the whole world, the region and especially Muslim nations…, knows no religion, geography, ethnicity and nationality.
Terrorism could even take aim at the most revered of Muslim sites to achieve its own ominous goals.”

Insomma, trovate voi le differenze. E buona domenica.

Medioriente: arriva fino al Sudan il vento della crisi del Golfo

https://www.agi.it/rubriche/medio-oriente/medioriente_arriva_fino_al_sudan_il_vento_della_crisi_del_golfo-1907086/news/2017-06-25/

Beirut – Le spinte destabilizzanti della crisi che oppone Arabia Saudita Qatar hanno uno spettro ancora piu’ ampio del quadro mediorientale, e rischiano di farsi sentire fino alle porte dell’Africa sahariana. Lo scorso 10 giugno Ali al-Haj Mohamed, segretario generale del Popular Congress Party, partito da sempre vicino alla Fratellanza musulmana, durante una sessione dell’Assemblea Nazionale ha criticato in modo netto l’inserimento da parte di Riad di 71 organizzazioni e personalita’ qatarine in una lista di sponsor del terrorismo.

Di fronte all’Assemblea Al Haj Mohamed ha contestato la designazione di Hamas come gruppo terroristico, cosi’ come quella di Yousef al Qaradawi, leader spirituale della Fratellanza, vissuto in Qatar per molto tempo. “Rifiutiamo questa classificazione”, ha detto al Haj Mohamed, “non suoneremo i tamburi di guerra, nonostante i segnali in questa direzione, e confermiamo di essere in contatto permanente con tutte le ambasciate (dei paesi del Golfo, ndr), alle quali diciamo che cio’ che sta accadendo in questi giorni non e’ nell’interesse di nessuno di noi”.
Le parole di al Haj Mohamed riassumono in sostanza la posizione di una parte della Camera bassa sudanese, dominata con l’84% dei seggi dal National Congress Party, a cui capo c’e’ il presidente Omar al Bashir, ma al cui interno e’ forte una componente – abbastanza trasversale – vicina alla Fratellanza musulmana. La crisi diplomatica tra Qatar e GCC sta mettendo a dura prova Khartum, presa nel mezzo da conflitto che vede protagonisti dei Paesi fondamentali per il sostegno economico che le garantiscono.

Con il Qatar, che ha avuto un ruolo preponderante nei tentativi di ricomposizione del conflitto in Darfur, il Sudan ha firmato anche un accordo di cooperazione militare nel 2014. Doha e’ inoltre il primo investitore estero regionale nel Paese africano, preceduto globalmente solo da Cina e Germania. D’altra parte, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti figurano tra i primi sei paesi destinatari delle esportazioni sudanesi (greggio, oro e bestiame in particolare) e tra i primi sei anche per quel che riguarda le importazioni di Khartoum. Il Sudan ha bisogno del sostegno economico dei Paesi del Golfo anche perche’ dal 2011, con l’indipendenza del Sud Sudan, ha perso ben il 75% delle sue riserve di petrolio.
Al momento, il Sudan non ha aderito al boicottaggio del Qatar. Lo scorso 6 giugno il governo sudanese si e’ offerto di mediare una riconciliazione in seno al GCC. Il ministro degli Esteri Ibrahim Ghandour ha chiesto nell’occasione ai partner regionali di “lavorare insieme per superare questo conflitto”, senza particolare successo. Gi effetti collaterali della crisi regionale sul Sudan, tuttavia, non sarebbero solo di carattere economico, ma anche politico. E’ utile fare qualche passo indietro.

Dopo la presa del potere da parte di Omar al Bashir nel 1989, il Sudan durante tutti gli anni ’90 intrattiene relazioni con al Qaeda, testimoniate dal rifugio offerto a Osama Bin Laden, che si rifugia a Khartoum nel 1992, dopo essere stato privato della cittadinanza saudita. Sono anche gli anni in cui Khartoum cerca di costruire una relazione strategica con Teheran, tentativo mai davvero riuscito. Dal 1997, per questi motivi, il Sudan e’ oggetto di sanzioni da parte del Dipartimento di Stato americano, che gradualmente spingono il paese africano a prendere le distanze dall’islamismo militante e cooperare maggiormente con la comunita’ internazionale negli sforzi anti-terrorismo, nel tentativo di uscire dall’isolamento.
Con l’inizio del nuovo millennio, il Sudan si avvicina molto ai partner regionali arabi degli Stati Uniti, fino a partecipare, nel 2015, alla campagna militare guidata da Riad in Yemen contro i ribelli Houthi, e subito dopo a troncare le relazioni diplomatiche con Teheran.
Le parole di Al Haj Mohamed vanno inquadrate in un piu’ ampio scenario interno e nascondono un timore concreto: una parte importante dell’arena politica sudanese teme infatti che il Sudan possa andare incontro allo stesso destino del Qatar, perche’ anche Khartoum ha ospitato personalita’ legate alla Fratellanza musulmana – considerata organizzazione terroristica dai Paesi del Golfo – sopratutto a partire dal colpo di stato in Egitto del 2013.

Il Sudan ha in questi anni preso le distanze dall’islamismo militante ma allo stesso tempo lo zoccolo duro dei parlamentari di orientamento islamista – piu’ o meno moderato – e’ fortemente critico nei confronti di Riad e dei provvedimenti presi nei confronti della Fratellanza, e in piu’ occasioni ha chiesto al presidente al Bashir di sostenere Doha nella crisi regionale. Il potere degli islamisti vicini alla Fratellanza, in Sudan, e’ testimoniato da quanto accaduto lo scorso 13 giugno, quando il generale Taha Osman Hussein e’ stato arrestato per corruzione. Hussein era il direttore dell’ufficio di presidenza, ha la cittadinanza saudita ed e’ stato uno degli artefici del riavvicinamento sudanese ai paesi del Golfo.
Se Riad dovesse fare ulteriori pressioni per spingere il Sudan a unirsi alla coalizione anti-Qatar, il presidente al Bashir si troverebbe tra due fuochi: la fedelta’ alle monarchie e la preservazione di buone relazioni con un’arena politica che spinge maggiormente verso un sostegno al Qatar. Come scrive l’analista di Gulf State Analytics, Giorgio Cafiero, la momentanea neutralita’ del Sudan rispetto alla crisi nel GCC e’ una cauta risposta a una delicata fase diplomatica, in cui Khartoum ha in ogni caso molto da perdere.

Yemen: HRW denuncia prigioni segrete emiratine, anche gli Usa coinvolti

(AGI) – Beirut, 23 giu. – Gli Emirati Arabi Uniti controllerebbero almeno due prigioni segrete in Yemen, dalle quali Abu Dhabi preleverebbe ciclicamente dei detenuti di “alto profilo” per portarli di fronte agli investigatori della Cia, anche all’estero. Lo sostiene Human Rights Watch, in due diverse indagini. Secondo l’organizzazione per i diritti umani le forze di sicurezza emiratine arrestano arbitrariamente cittadini yemeniti, per poi portarli in una base in Eritrea.
Ufficiali della Difesa americana hanno confermato all’AP che le forze statunitensi hanno preso parte agli interrogatori di centinaia di prigionieri prelevati dalle carceri di proprietà emiratina in Yemen ed Eritrea. Gli EAU fanno parte della coalizione che bombarda lo Yemen dal 2015, guidata dall’Arabia Saudita.

HRW afferma di aver documentato finora 49 casi, inclusi quelli di quattro bambini, che sarebbero “stati arrestati o fatti sparire deliberatamente”. In almeno 38 di questi 49 casi, gli autori sarebbero con certezza emiratini. Il gruppo con base a New York sostiene che gli EAU gestiscono istituti carcerari nelle province meridionali dello Yemen, quelle dove è più forte la presenza di Al Qaeda. Tra i detenuti ci sarebbero ribelli Houthi e loro alleati.
HRW punta il dito anche sulle truppe yemenite sostenute dalla coalizione araba, che avrebbero il compito di combattere affiliati allo Stato islamico e che si occupano spesso di detenere, rapire e torturare decine di persone durante le operazioni di sicurezza. “Non si combatte al Qaeda o l’Isis facendo sparire dozzine di giovani, aumentando costantemente il numero delle famiglie che reclamano la sparizione dei figli”, commenta Sarah Leah Whitson, direttrice della sezione Medioriente di HRW. “Gli EAU e i suoi partner dovrebbero mettere i diritti dei detenuti al centro delle loro campagne, se sono interessati alla stabilità di lungo termine dello Yemen”.
Intercettato per un commento sulla notizia della partecipazione di forze americane agli interrogatori di questi detenuti, Shelby Sullivan-Bennis, avvocato di Reprieve US – organizzazione specializzata in abusi nelle operazioni di anti terrorismo – ha commentato duramente: “la rivelazione di un coinvolgimento americano nelle prigioni segrete in Yemen è una disgrazia internazionale e solleva delle questioni serie per il presidente Trump. Trump deve imparare che la tortura non funziona, e anzi rende le persone più ostili agli Stati Uniti”. (AGI) LBY

Medioriente: paesi arabi pongono 13 condizioni per revocare blocco Qatar

Gli Stati arabi che hanno troncato le relazioni diplomatiche con il Qatar hanno reso note alcune condizioni sotto le quali poter revocare il blocco. Tra esse c’è la richiesta di chiusura dell’emittente Al Jazeera, la tv con base a Doha, e delle sue affiliate.

Una lista di tredici punti, tra le quali spiccano anche la richiesta che il Qatar limiti le sue relazioni con Teheran, la chiusura della base turca nel piccolo paese del Golfo (inaugurata lo scorso anno) e lo stop alla cooperazione militare con Ankara. I paesi arabi del Golfo chiedono poi che il Qatar si faccia carico del pagamento di riparazioni ai quattro paesi che hanno deciso il blocco, come “compensazione per le sue politiche”. Il documento afferma che “queste richieste devono essere accolte entro 10 giorni dalla data di consegna, o verranno considerate vacanti”, aggiungendo che il loro recepimento verrà “monitorato attentamente, una volta all’anno per il primo anno, una volta ogni tre mesi nel secondo e una volta all’anno per i dieci anni successivi”.
Difficile che queste richieste vengano recepite, mentre è possibile che la situazione degeneri. Il ministro degli Esteri qatarino aveva detto nei giorni scorsi che qualunque richiesta di chiusura di Al Jazeera sarebbe stata respinta, argomentando che le sorti del canale sono un “affare interno” legato alla sovranità del Qatar.
Rex Tillerson, segretario di Stato americano, ha cancellato un viaggio a Cancun in settimana, per dedicarsi al tentativo di ricomporre la crisi tra i suoi alleati. In Qatar c’è anche una grande base militare statunitense.
La lista di richieste, trasmessa a Doha dal Kuwait, che sta cercando di mediare, afferma anche che il Qatar ha il dovere di troncare le relazioni con una serie di gruppi islamisti, tra cui la Fratellanza musulmana, smettere di “finanziare il terrorismo” e consegnare una serie di personalità (contenute nella lista) considerate afferenti all’orbita terrorista.
Altri gruppi che la lista considera vicini al Qatar sono l’Isis, Al Qaeda e – sorprendentemente, vista l’inimicizia con i primi – Hezbollah. Doha ha negato il sostegno a ognuno di questi gruppi.

“Siamo convinti che tutto questo non abbia a che fare con la lotta al terrorismo, vogliono semplicemente minare la nostra sovranità”, ha dichiarato Meshal bin Hamad al Thani, ambasciatore del Qatar negli Stati Uniti. Nella lista c’è anche la richiesta che il Qatar si “allinei politicamente, militarmente, socialmente ed economicamente agli altri paesi del Golfo”. (AGI) LBY