Isis: la perversa interpretazione del Ramadan

(AGI) – Beirut, 29 mag. – Per i musulmani, il Ramadan significa molte cose. Non è, come si tende a pensare, un mese in cui ci si limita ad astenersi dal bere e dal mangiare dall’alba al tramonto. Il mese di Ramadan è un’occasione per purificarsi, per pensare e mettere in pratica dei buoni propositi, per lasciare da parte i livori e la rabbia. Come un “ultimo dell’anno” che dura trenta giorni.
Per l’Isis, invece, il Ramadan è una ulteriore occasione per seminare morte e devastazione. E i mesi di Ramadan degli ultimi anni lo dimostrano. Il 23 giugno del 2015 – sesto giorno del Ramadan di quell’anno -, per esempio, l’allora portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al Adnani, invocò attacchi terroristici per marcare il mese sacro. Tre giorni dopo, una moschea sciita in Kuwait viene colpita da un attentatore suicida, uccidendo ventisei persone. Lo stesso giorno, a Sousse in Tunisia, un commando spara sulla folla del Marhaba Imperial Resort, lasciando sul terreno trentotto morti. Già il 21 maggio precedente, due settimane prima dell’inizio del Ramadan, Al Adnani aveva detto: “Preparatevi, tenetevi pronti a rendere il Ramadan un mese di calamità per gli infedeli”, sollecitando attacchi in Occidente.
Il Ramadan 2016, se possibile, è stato ancora più sanguinoso.. Il 12 giugno, il cittadino americano Omar Mateen apre il fuoco in un nightclub di Orlando, uccidendo quarantanove persone. Il 27 giugno seguente, otto attentatori dell’Isis lanciano una serie di attacchi in villaggi cristiani del nord del Libano. Il giorno dopo, quaranta persone vengono uccise durante un attacco all’aeroporto Ataturk, in Turchia. Tre giorni dopo ancora, è il turno delle venti persone brutalmente assassinate in un bar in Bangladesh, un giorno prima din un altro attacco, a Baghdad, che vede la morte di trecento persone, uccide da un camion bomba. Il 4 giugno, quattro attentatori suicidi colpiscono simultaneamente tre differenti luoghi in Arabia Saudita, tra cui la città santa di Medina, che ironicamente è la città in cui fu istituita dal Profeta Maometto la “Costituzione di Medina”, la quale regolava i rapporti pacifici tra seguaci delle tre “religioni del Libro” (Ebraismo, Cristianesimo e Islam).
Non ci sono molti dubbi sul fatto che per i seguaci dello Stato islamico il Ramadan abbia un significato opposto a quello che gli danno i musulmani in giro per il mondo. “Il Ramadan è il sacro mese del jihad”, diceva nel 2016 un sostenitore dell’Isis su Twitter. In un certo senso, ha ragione: il Ramadan per i fedeli è sì, il mese “del Jihad”, ma non quello che si è soliti associare alla guerra.
I musulmani distinguono infatti tra “grande jihad” e “piccolo jihad”: il primo, quello più importante, fa riferimento allo “sforzo” (la traduzione di “jihad”) che ogni fedele fa per essere una persona migliore agli occhi di Dio, lo sforzo atto a vincere le passioni e concentrarsi su una preghiera ancor più contemplativa. Il “piccolo jihad” – che dovrebbe essere prettamente “difensivo” secondo la dottrina – è invece quello che si mette in moto contro l’invasore, e che può avere una accezione “militare”. Non c’è dubbio che i miliziani dell’Isis invertano i due tipi di Jihad, rivisitando quello militare in chiave offensiva (anche se le azioni terroristiche vengono sempre presentate come un meccanismo di reazione difensiva alla presenza di truppe occidentali sul suolo di paesi a maggioranza musulmana). Per l’Isis tra le “buone azioni” che un musulmano deve portare a termine durante il Ramadan, c’è il terrorismo.
“Quello che fanno i terroristi dell’Isis non è jihad in nessun senso secondo la tradizione islamica”, spiega Abu Ali, un ex estremista intervistato dall’Atlantic. “Posso solo dire che così come un credente riceve delle ricompense da Dio per aver compiuto buone azioni durante il Ramadan, chi semina morte e opprime le persone riceverà quello che si merita”.
Per cercare di dare una legittimità alle loro posizioni, i jihadisti evocano spesso la battaglia di Badr, occorsa durante il mese di Ramadan del 624 d.c, in cui la nascente Umma vinse contro una forza nemica molto superiore numericamente. La battaglia di Badr è importante perché di fatto assicura la sopravvivenza della nascente comunità islamica. I terroristi dell’Isis ne ribaltano il significato, equiparando le loro azioni terroristiche alla storica battaglia. (AGI) LBY
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