Libia: l’inarrestabile ascesa del generale Haftar

(AGI) – Beirut, 25 mag. – Solo tre anni fa, quando lo sconosciuto generale Khalifa Haftar apparve in TV per annunciare l’inizio dell’Operazione Dignità per riprendere il controllo di Bengasi, dichiarando la sua “guerra al terrore”, sospendendo la Costituzione ad interim e la sua subordinazione al governo di Tripoli, in pochi lo presero seriamente. Sembrava a tutti l’ennesimo episodio di una guerra civile fatta di tanti piccoli conflitti interni.
Al tempo Bengasi era sotto la giurisdizione di diverse milizie islamiste, e pareva a tutti inverosimile che il generale riuscisse a sottrargliela. Ad Haftar si opponeva una ampia coalizione nella quale figuravano anche gruppi come Ansar al Sharia, considerato un movimento terroristico dall’Onu e implicato nell’uccisione dell’ex ambasciatore americano Chris Stevens nel settembre 2012.
C’erano poi altre milizie, come Scudo libico, la brigata Rafallah Al Sahati, la brigata 17 febbraio e il Consiglio rivoluzionario della Shura di Bengasi. La seconda città libica a maggio 2014 è un luogo assolutamente off limits per qualunque ufficiale di sicurezza, poliziotto o militare. Ma il generale Haftar lancia la sua offensiva, pur sapendo di essere un bersaglio mobile.
Oggi, tre anni dopo, Bengasi è sotto il controllo dell’Esercito dell’est guidato dal delfino di Al Sisi, fatta eccezione per alcuni quartieri affacciati sul mare. E Haftar, nel frattempo, si è trasformato: da piccolo signore della guerra ad attore politico militare di primo piano sulla frammentata scena libica. Una parte del futuro del Paese passa senz’altro da lui.
Militare di professione, Haftar tre anni fa – in piena guerra civile – capì in fretta che il miglior modo per emergere come un attore importante nel caos libico era riorganizzare quel che restava delle Forze Armate libiche che erano sopravvissute agli otto mesi di campagna militare della Nato nel 2011. All’inizio in pochi soldati lo seguono, quelli che condividevano con Haftar il timore di essere uccisi nell’ambito dello sconvolgimento del Paese, se nn si fossero riorganizzati militarmente.
Per ingrossare le fila del nuovo esercito, Haftar decide così di fare pressioni sul secondo parlamento libico, quello di Tobruk (non riconosciuto dalle Nazioni Unite), che lo sostiene. Convince l’assemblea a varare una legge di amnistia generale, per far rientrare tutti quegli ex ufficiali del regime di Gheddafi che nel frattempo si erano nascosti in Egitto o in qualche luogo remoto dell’immenso sud desertico del Paese. L’amnistia che viene varata vale per tutti gli ex ufficiali militari che non hanno accuse pendenti.
Quella di Haftar è una mossa che si rivela molto intelligente, e che lo aiuta anche ad allargare la sua base di consenso. Ma sopratutto, gli permette di contare su centinaia di soldati ben addestrati – laddove in quel momento la Libia pullula di movimenti di guerriglia formati da persone senza particolare preparazione militare – provenienti da tutta la Libia, comprese le città e le tribù un tempo associate al colonnello Gheddafi. Oggi le Forze Armate Libiche (LAF) sono la forza militare più rilevante del Paese e contano su membri provenienti da tutto il Paese. Haftar è riuscito a intercettare sopratutto coloro che avevano il desiderio di tornare nelle caserme, ma che, sopratutto nell’ovest, non volevano farlo sotto le milizie. Haftar ha usato il fiuto e i meccanismi del politico per rimettere in piedi il comparto militare.
Oggi le LAF sono in controllo dell’est del Paese, hanno sconfitto l’Isis nell’area di Sirte, combattuto contro milizie a Bengasi e stabilito già delle loro basi nell’ovest, a Zintan e Wershafa in particolare, così come al sud. Dal punto di vista politico, Haftar ha incassato il sostegno dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e della Russia.
Per il terzo anniversario dell’Operazione Dignità, Haftar ha scelto di dimostrare nuovamente la sua forza, con una imponente parata militare a Bengasi durante la cerimonia di arruolamento di nuove reclute, che ingrossano le fila di un esercito sempre più numeroso. Un messaggio chiaro a tutti i suoi rivali, che oggi non pensano più che la sua sia una missione suicida, come tutti credevano quando entrò nel conflitto nel 2014.
Nonostante l’incontro conciliatorio – in cui si era stabilito un cessate il fuoco – del 2 maggio scorso ad Abu Dhabi con il primo ministro di Tripoli sostenuto dall’Onu, Fayez Serraj, appare evidente come l’obiettivo di Haftar sia Tripoli, anche se non è chiaro se intenda attaccarla militarmente. Durante la cerimonia per l’anniversario ha detto: “Prometto che non lasceremo la capitale Tripoli in mano alle milizie”. E di solito, Haftar – sul quale molti si chiedono se non aspiri ad assumere il ruolo che Al Sisi ha assunto in Egitto – tende a mantenere le promesse. (AGI) LBY
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