Grecia: l’afghano Masoud, dalla guerra ai Talebani a quella ai neonazisti

(AGI) – Beirut, 24 mag. – Da qualche tempo ad Atene, alla testa delle manifestazioni di protesta degli “Antifa” contro il partito neonazista di Alba Dorata – che ha 17 seggi in Parlamento – c’è Masoud Qahar, 40 anni, rifugiato afghano. “Chiudete gli uffici di Alba Dorata. Mandate i neonazisti in galera”, recita il cartello che tiene mentre marcia insieme ad anarchici, comunisti e altre formazioni anti razziste.
Nonostante non parli greco, e nonostante non abbia mai sentito parlare di Alba Dorata fin quando non è arrivato in Grecia nel 2015, Qahar è diventato frequentatore fisso di queste manifestazioni. “Ci vado sei o sette volte al mese”, spiega ad Al Jazeera. “Sono sempre in prima fila, insieme agli anti fascisti. Mi piace”.
La sua storia parte da lontano. Fino a qualche anno fa Masoud lavorava come operatore della logistica per la NATO nel suo Afghanistan, guadagnava bene, e viveva una vita migliore di quella di molti suoi connazionali. Ad un certo punto, però, ha iniziato a ricevere – proprio per il suo lavoro – minacce di morte dai Talebani. Così, è dovuto fuggire. Pochi mesi dopo si è ritrovato 5000 chilometri più a ovest, nel campo profughi di Elliniko, alla periferia di Atene.
Qahar non ne parla bene, della Nato. E’ a loro che si era rivolto per poter lasciare il Paese, dopo aver ricevuto le prime minacce, ma nessuno gli aveva dato ascolto. Arriva a mettere sullo stesso piano i Talebani e la Nato, descrivendoli come “fascisti”. aggiungendo poi “oggi sono anti fascista”, come se la vita gli avesse proposto questo percorso naturale.
Nel 2012, mentre Qahar era dislocato in un’altra provincia, i Talebani attaccarono la sua casa a Kabul, uccidendo sua sorella ventiseienne e ferendo suo padre e suo fratello. Tornato a casa, trovò solo la madre e il cugino in lacrime, e in visita agli altri familiari feriti in ospedale. “E’ il nostro destino, fu la frase che la madre pronunciò sconsolata in quell’occasione.
Così, con l’aiuto dei trafficanti, Qahar decide di attraversare le montagne sul confine afghano, cammina per chilometri tra campi, sale su imbarcazioni di fortuna, eludendo banditi e guardie di frontiera. Arrivato finalmente in Grecia, prende un treno per Idomeni, dove un campo improvvisato dava già rifugio a migliaia di persone in fuga come lui, e respinte sul confine macedone. Dopo tre notti a Idomeni, dopo le botte della polizia, decide di tornare ad Atene, dove si sistema nel campo di Elliniko.
Il primo incontro con i collettivi anti fascisti greci Masoud lo avrà il 6 febbraio scorso, quando questi ultimi aiutano i rifugiati di Elliniko a preparare una manifestazione di protesta contro il Ministro delle migrazioni, Yiannis Mouzalas, in visita al campo. I rifugiati nell’occasione bloccano Mouzalas  e la sua scorta di polizia all’ingresso del campo, costringendolo prima ad ascoltare le loro richieste sul miglioramento delle condizioni di Elliniko.
Quel giorno Qahar stringe i rapporti in particolare con Keerfa, un gruppo anti razzista e anti fascista di Atene, e inizia ad aiutarli con progetti di traduzione, oltre a unirsi a loro in occasione di proteste anti fasciste.
Petros Constantinou, consigliere municipale di Atene e direttore nazionale di Keerfa, spiega che prima della attuale crisi dei rifugiati, Alba Dorata aveva costruito la sua base elettorale attaccando i migranti, persone di sinistra, sindacalisti e critici vari, costruendosi piccole sacche di consenso in alcuni quartieri dove la polizia chiudeva un occhio sulla loro presenza. “Ma siamo sempre stati in maggioranza contro di loro”, commenta con un certo orgoglio. “Alba Dorata ha provato ad espandersi anche in altri quartieri e nelle isole. In tutte le loro campagne, sono stati sconfitti dalle nostre contro manifestazioni, ognuna di esse. I rifugiati e i migranti non sono visitatori, sono una parte importante del nostro movimento, Ci organizziamo insieme a loro per combattere”.
Qahar, spiega, considera la sua partecipazione alle proteste anti fasciste un dovere. Avendo contatti all’interno dei campi, spesso agisce da ponte tra i rifugiati e i greci. “Voglio combattere per tutti gli esseri umani”, commenta. “Non posso vedere gente che dorme ai bordi della strada, per esempio. Come fai a startene seduto? Prova ad aiutare. I rifugiati non possono combattere da soli. Questo non è il loro Paese. E noi siamo come una mano: se la tua mano è aperta, chiunque può romperti un dito; ma se la tua mano è chiusa nessuno può fermare il pugno”. (AGI) LBY
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