Siria: prendono forma i piani per la ricostruzione del Paese

(AGI) – Beirut, 23 mag. – Lo scorso aprile, a Bruxelles è andata in scena l’annuale Conferenza per il sostegno al futuro della Siria e della regione, con la partecipazione di numerosi rappresentanti delle organizzazioni umanitarie. Al dibattito sull’aumento degli aiuti ai rifugiati e alla ricostruzione di siti archeologici come quello di Palmira, si è aggiunto quello sui progetti di ricostruzione del Paese dilaniato da una guerra che va avanti da più di sei anni. La dichiarazione post conferenza recita che “l’iniziativa della ricostruzione può avere successo solo in un contesto di una transizione genuina e inclusiva, di cui possano beneficiare tutti i siriani”.
 
Care International Save the Children, l’International Rescue Committee, il Norwegian Refugee Council e Oxfam, tutte presenti alla conferenza, hanno dichiarato congiuntamente che “senza un sostegno internazionale per una soluzione politica del conflitto e per il rispetto dei diritti umani, qualunque mossa in direzione della ricostruzione rischia di portare più danni che benefici”.
 
Tuttavia qualcosa, sul fronte della ricostruzione, si muove. Ad Homs per esempio, una delle città più colpite dalla guerra, è in atto un progetto sostenuto dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), per la ricostruzione e l’avviamento del vecchio mercato cittadino risalente al tredicesimo secolo. Nell’ambito del progetto sono state coinvolte le comunità locali, assieme a imprenditori e a rappresentanti delle istituzioni municipali. “Si tratta di un modello inclusivo di recupero, che potrebbe funzionare anche altrove”, spiega ad Al Monitor Samuel Rizk, a capo dell’Undp in Siria.
 
“In questi contesti, è necessario includere molte persone nella pianificazione dei progetti. Alcune preocciupazioni, in un luogo come l’antico souq di Homs, non riguardano solo la rigenerazione dell’economia ma anche l’attenzione rispetto ad un luogo che custodisce un’eredità storica e culturale”, continua Rizk.
 
Nel frattempo, il governo siriano sta portando avanti i suoi progetti di ricostruzione. Second alcuni analisti si tratta di progetti che sottendono obiettivi politici. Basateen al Razi, nell’area meridionale di Damasco, era uno dei tanti insediamenti informali che si sono sviluppati nei dintorni della capitale a partire dagli anni ’60. 
 
Nel 2011-2012, le proteste contro Bashar al Assad si sono diffuse anche qui, e in breve tempo si sono trasformate in scontri armati tra esercito e rivoltosi. Migliaia di persone nei mesi seguenti hanno lasciato l’area. Servendosi del decreto legislativo 66 del settembre 2012, originariamente concepito per “ripulire e riqualificare abitazioni e insediamenti informali”, le autorità della provincia di Damasco hanno iniziato a ripristinare i terreni coltivabili e a demolire le case dell’area, per fare largo ad un progetto di ricostruzione onnicomprensivo, con nuove abitazioni per circa 60.000 persone, negozi, uffici e persino un centro commerciale.
 
Il decreto 66, a quanto risulta, verrà utilizzato anche per progetti di ricostruzione di aree fino a poco tempo fa sotto il controllo di formazioni ribelli, come il sobborgo di Daraya o le tante città satellite nell’area a sud di Damasco. Sotto questo decreto, sarebbe prevista una compensazione economica agli abitanti delle case demolite, in modo da permetter loro di affittare temporaneamente una casa altrove. Tuttavia, alcuni abitanti dell’area – oggi divenuti rifugiati a tutti gli effetti – sostengono di non aver ricevuto alcun sostegno economico dopo la demolizione delle loro case. 
 
Secondo lo studioso dell’Università di Oxford, Nate Rosenblatt, i progetti derivanti dal decreto 66 peresentano alcuni problemi per la comunità internazionale, proprio dal punto di vista delle ricostruzioni. “Se si fa arrivare denaro attraverso il governo siriano, il primo effetto è anzitutto una involontaria ricompensa economica nei confronti di un attore che ha un ruolo determinante nella tragedia siriana. Poi, è possibile che il governo utilizzi questi soldi per ostracizzare e isolare scientificamente alcune aree percepite come ostili al governo”.

Tuttavia, varie autorità locali considerano quello del decreto 66 un modello da seguire. Il governatore di Homs, Talal al Barazi, ne ha caldeggiato l’adozione per la ricostruzione dell’area di Baba Amr e di altre aree devastate della città. Ad Aleppo ci si aspetta lo stesso. Il governo siriano sta portando avanti i piani di ricostruzione a livello locale, attraverso la creazione di opportunità di finanziamento per imprese pubbliche-private legate alle autorità locali, nominando gli amministratori locali a capo dei comitati di ricostruzione oppure stabilendo collaborazioni tra organizzazioni locali e comunità internazionale.

“Quando guardiamo alla guerra in Siria, vediamo una guerra locale, e ciò implica che anche la ricostruzione avverrà sul posto, attraverso attori e finanziamenti locali. Non avremo mai un piano nazionale di ricostruzione; non avremo mai un Piano Marshall per la Siria”, spiega Kheder Khaddour del Carnegie Endowment’s Middle east Center. (AGI) Lby

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