Medioriente: i presidenti americani e l’Islam, una storia

(AGI) – Beirut, 23 mag. – Nonostante l’Islam come religione soggetta ad interpretazione ed esegesi, come sistema di valori e pratiche, sia qualcosa di più complesso e di difficile semplificazione – come tutte le religioni – i presidente americani, in qualità di leader del Paese più potente al mondo, storicamente hanno sempre colto l’occasione, durante le loro visite ufficiali in Medioriente, per provare a definirlo. Per provare a “spiegarlo ai musulmani” a seconda delle circostanze politiche, come scrive David A. Graham sull’Atlantic. Il recente discorso fatto in Arabia Saudita da Trump sull’Islam, si inserisce in questa tradizione, ultimo di una lunga serie.
I leader americani si sono confrontati con l’Islam sin dalla fondazione degli Stati Uniti, se si pensa che Thomas Jefferson possedeva una copia del Corano, come ha scritto Denise Spielberg nel 2013.  Fino ai tempi recenti, l’Islam era stato marginalizzato in favore della retorica sul comunismo, argomento principale fino alla fine della guerra fredda, e se veniva trattato lo si faceva in relazione alla libertà di culto per i musulmani in America. Come Jimmy Carter, che nel 1978 parlò di “valori condivisi e radici comuni” tra Islam e il progetto americano, nell’ambito di un più ampio discorso sulla libertà religiosa.
Nel 1986, Ronald Reagan, mentre gli Stati Uniti sostenevano i mujahedin afghani contro l’Unione Sovietica, puntualizzò in un’occasione che “non esiste un conflitto tra democrazie occidentali e mondo arabo”, arrivando poi a rimproverare il Colonnello Gheddafi – allora saldamente nel campo pan-arabista – per il fatto che “mi sembra ipocrita che lui pretenda di ricevere sostegno incondizionato da tutto il mondo islamico. Perché in nessun luogo il massacro dei musulmani è grande come in Afghanistan, eppure il Colonnello è alleato con coloro (l’Unione Sovietica, ndr) che stanno perpetrando questi crimini contro l’Islam e l’umanità intera”, disse il presidente americano in visita in Afghanistan.
Come Reagan, anche Bill Clinton rifiutava l’idea di una battaglia preordinata tra Islam e Occidente. “Spero che la prossima volta che un Presidente americano farà un discorso ad una nazione islamica, sarà in grado di dire che il progresso fatto da Indonesia, Nigeria e Marocco, tutte Nazioni molto diverse, ci ha aiutato tutti a smentire la bugia di un ‘conflitto di civiltà'”, disse l’ex presidente democratico durante una visita in Turchia nel 1999. “Conosciamo i valori tradizionali dell’Islam, e la devozione per la fede, per il lavoro, per la famiglia e per la società, sono in armonia con il meglio dei valori americani”, aveva detto cinque anni prima in Giordania.
Con l’11 settembre, capitato sotto il successore di Clinton, G.W. Bush, i rapporti occidentali con l’Islam entrano gradualmente in una fase di cambiamento. Ma i discorsi di Bush rimangono saldamente in scia col solco tracciato dai predecessori, ed il presidente texano – molto religioso – si guarda bene dal demonizzare un’intera religione per gli atti barbarici di quella mattina del 2001.
“Questi atti di violenza contro innocenti violano i cardini fondamentali della fede islamica. Ed è importante che i miei connazionali americani lo capiscano”, disse Bush solo sei giorni dopo gli attentati al World Trade Center. “La faccia del terrore non rappresenta la fede islamica. L’Islam è pace. Questi terroristi non rappresentano la pace. Rappresentano il male e la guerra”.
Un discorso di questo tipo sarà il leit motiv degli anni di Bush, anche se alcuni membri della sua amministrazione inizieranno a parlare di “crociata” in riferimento alle operazioni In Afghanistan e Iraq, e nonostante negli anni a venire il governo americano adotterà alcune misure discriminatorie nei confronti delle libertà civili dei musulmani. Rimanendo però sul piano della retorica, ancora nel 2006, Bush dirà che “l’Islam radicale è una perversione di una fede nobile operata da pochi, che la vogliono rendere una ideologia del terrore e della morte”.
L’apoteosi della “spiegazione dell’Islam” agli stessi fedeli musulmani arriva però con Obama. Il 4 giugno 2009 è il giorno del discorso del Cairo, sulle relazioni tra Stati Uniti e musulmani nel mondo. Un discorso che per molti versi solo Barack Hussein Obama poteva fare: come successore (e antagonista) dell’uomo che aveva invaso Iraq e Afghanistan, e come persona che aveva speso parte dell’infanzia in un paese musulmano come l’Indonesia.
Come Reagan, anche Obama mise l’accento sull’appropriazione della fede islamica da parte di terroristi, rei di uccidere sopratutto altri musulmani.  Ma Obama si spinge fino a consigliare ai musulmani la sua idea di approccio alla fede: “Tra alcuni musulmani, esiste l’inquietante tendenza a misurare la propria fede attraverso il rifiuto di quella di un altro. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta – che si tratti dei Maroniti in Libano o dei Copti in Egitto. Ed anche le fratture intra-islamiche devono essere curate, visto quel che accade in Iraq con le violenze tra sunniti e sciiti”.
L’obiettivo di Obama, come spiega Jeffrey Goldberg, era quello di invitare i musulmani ad indagare le ragioni della loro infelicità, e per stessa ammissione di Obama l’obiettivo non fu raggiunto. E’ in questo momento che comunque inizia a farsi largo anche nel dibattito pubblico l’idea che l’Islam necessiti di una “modernizzazione”, per isolare i violenti.
Come ha scritto Shadi Hamid, l’idea di “modernizzare” l’Islam ha un sapore paternalistico, e i frequenti appelli a una “riforma” dell’Islam sono un non senso storico, poiché dipendono dall’assunto per cui la riforma del Cristianesimo fosse sia storicamente inevitabile che espressione di un modello riformatore universale, anziché un evento unico, a se stante.
Inoltre, qualcuno potrebbe sostenere che l’Islam ha già affrontato una riforma, ma il suo risultato – la fine dell’ultimo Califfato – fu il rovesciamento dello Stato e dei suoi religiosi come arbitri dell’ortodossia, che contribuì nel tempo a delegittimare l’autorità di questi ultimi, che erano potenzialmente in grado di contrastare dialetticamente le derive estremiste. Molti musulmani pacifici oggi trovano quasi offensiva l’idea di un dibattito su una “modernizzazione”, poiché sanno riconoscere e rifiutare con forza l’estremismo.
Nel 2014, infine, Obama definisce l’Isis “non islamico”, scatenando l’ira delle voci islamofobe d’America, convinte del fatto che l’Isis stesso sia una perfetta espressione di una religione intrinsecamente violenta. L’affermazione di Obama – apparsa quasi come una “sentenza” proveniente da un musulmano – stimola in un certo senso dei dubbi anche tra i progressisti, che si chiedono come possa un presidente americano stabilire pubblicamente cosa è islamico e cosa non lo è. (AGI) Lby
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