Bahrein: la crisi dimenticata, specchio di quella siriana

(AGI) – Beirut, 22 mag. – Se di fronte al conflitto siriano Iran e Arabia Saudita si collocano rispettivamente a sostegno del regime alauita di Bashar Al Assad e del fronte ribelle sunnita – o una parte di esso – che intende rovesciarlo, in Bahrein le posture delle due potenze regionali si capovolgono: Riad sostiene la famiglia regnante sunnita degli Al Khalifa, mentre Teheran fornisce una sponda alla popolazione a maggioranza sciita.
Come in Siria, l’opposizione sciita al regime degli Al Khalifa era largamente pacifica quando sono iniziate le proteste sei anni fa, sulla scia delle primavere arabe. Con l’inizio delle repressioni nel 2011, una parte delle opposizioni marginalizzate hanno però radicalizzato le loro istanze: nel corso dello scorso anno, gli apparati di sicurezza del Bahrein hanno subito una serie di attacchi, che sono aumentati nel corso del 2017, sopratutto contro agenti di polizia, ma anche contro la Banca Centrale e in un centro commerciale.
I gruppi di militanti sciiti oggi attivi includono il movimento “14 febbraio”, le Brigate Ashtar (Saraya al Ashtar), le Brigate della Resistenza (Saraya al Muqawama al Shabiya), la Resistenza islamica bahreinita (Saraya al Mukhtar), i Quroob al Basta e i Saraya al-Karar.
L’ampio fronte delle opposizioni non è tuttavia monolitico: i gruppi sopracitati hanno narrazioni, riferimenti dottrinali e persino obiettivi diversi. Alcuni di essi sostengono di combattere in nome della religione, altri no. Le Brigate della Resistenza (secondo alcuni analisti ispirate a Hezbollah ed in contatto con il movimento politico militare libanese), per esempio, affermano di combattere “gli occupanti sauditi (Ryad nel 2012 aveva mandato i propri carri armati in sostegno degli Al Khalifa, ndr) e la famiglia degli Al Khalifa”. Quasi tutti i gruppi invocano la fine della presenza militare americana sul suolo del Bahrein.
La Resistenza islamica bahreinita – secondo l’analista Giorgio Cafiero – seguirebbe invece un’agenda che travalica i confini nazionali, cercando di saldare nella propria retorica la condizione degli sciiti in Bahrein e quella dei loro correligionari nelle province orientali dell’Arabia Saudia (area dove si trova gran parte del petrolio saudita, abitata appunto da ampie comunità sciite). Questo gruppo considera le province orientali saudite e l’arcipelago del Bahrein come un soggetto unico, con un nemico comune (i sauditi).
Proprio come in Siria, dove Bashar al Assad attribuisce sin dal 2011 le rivolte alla “longa manus” di Riad, da quando sono iniziate le rivolte a Manama – capitale del Bahrein – la famiglia degli Al Khalifa denuncia il sostegno iraniano all’insurrezione. Una accusa che è sempre stata ritenuta poco credibile dagli analisti occidentali, che tendono ad attribuirla alla profonda ostilità che esiste tra Teheran da una parte e Abu Dhabi, Riad e Manama dall’altra. L’aumento degli attentati contro le forze di sicurezza del Bahrein hanno tuttavia rafforzato la verosimiglianza di questa ipotesi.
Lo scorso mese il Washington post ha riportato la notizia secondo cui la polizia del piccolo Paese del Golfo persico avrebbe scoperto grossi quantitativi di esplosivo c-4 e altri materiali in una villa adibita a fabbrica di esplosivi. Nel report che la polizia del Bahrein avrebbe condiviso con il quotidiano americano, risulterebbero armi di fabbricazione iraniana, tra cui granate e kalashnikov.
Teheran, da parte sua, nega queste accuse, accusando le autorità del Bahrein di averle fabbricate col fine di ricevere un maggiore sostegno da parte dei Paesi occidentali. In ogni caso, sembra che Washington nei tempi recenti stia prendendo sempre più seriamente le denunce degli Al Khalifa (e ciò è coerente con il rafforzamento delle relazioni saudite-americane sancito dalla recente visita di Trump a Riad).
Se l’amministrazione Obama non ha mai designato alcun gruppo militante bahreinita come movimento terroristico, quella di Donald Trump sembra stia invertendo la rotta: lo scorso marzo il Dipartimento di Stato ha stabilito che le Saraya al Ashtar costituiscono un “movimento terrorista globale”, strumento delle “attività terroristiche e destabilizzanti dell’Iran nella regione”.
 Esistono pareri discordanti sulla reale natura delle opposizioni sciite in Bahrein, e sull’entità del sostegno iraniano. Gli osservatori più critici del regime degli Al Khalifa sostengono che l’aumento degli attentati da parte di movimenti sciiti sono conseguenza diretta della dissoluzione del principale partito sciita all’opposizione, il Wefaq, e del conseguente restringimento dello spazio di espressione politica. Un po’ come avvenuto altrove (Egitto) nei confronti della Fratellanza musulmana, la cui messa al bando ha contribuito a convincere i suoi sostenitori che un cambiamento fosse possibile solo attraverso una resistenza armata (che la Fratellanza in Egitto, così come il Wefaq in Bahrein, rifiutava).  (AGI) LBY
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