Kurdistan: i “siti di coscienza”, per non dimenticare il dramma yazida

(AGI) – Beirut, 17 mag. – Lo chiamano il “turismo nero” nei “siti di coscienza”, e per la prima volta ne aveva parlato nell’ottobre 2013 a Londra Bayan Sami Abdul Rahman, rappresentante del governo regionale del Kurdistan in Regno Unito, nello spiegare i settori dell’economia curda che necessitavano di maggiori investimenti.
Siti di coscienza, ovvero i – tanti, in Kurdistan – luoghi dove si sono consumate le più immani tragedie di questo secolo nella regione, i progetti di genocidio, gli stermini di massa. Luoghi che le autorità curde vorrebbero trasformare in musei, recipienti di memoria collettiva.
“Sono sicura che conoscete persone che hanno visitato Auschwitz come un modo per scoprire la storia dei Nazisti e di cosa è accaduto alla comunità ebraica”, spiegava a Londra la Abdul Rahman. “Vogliamo che il mondo conosca la nostra storia e cosa è successo in Kurdistan, sia in positivo che in negativo. Vogliamo che il mondo conosca il genocidio, i bombardamenti con le armi chimiche, la tortura, le esecuzioni”.
Il campionario di riferimenti è molto ampio, ma probabilmente la Abdul Rahman si riferiva ad Anfal, il nome della campagna genocida portata avanti da Saddam Hussein in Kurdistan sul finire degli anni ’80, nella quale furono uccisi circa 182.000 curdi. Il più famoso degli episodi di sterminio è l’attacco chimico contro 5000 curdi condotto ad Hallabjah, sul confine iraniano, nel 1988.
Qualcosa è stato già fatto, nei siti dove sono state commesse queste atrocità. Uno di questi è Amna Suraka, l’ex quartier generale dell’Intelligence irachena, dove furono applicate contro i curdi le peggiori tecniche di tortura e all’interno del quale migliaia di persone sono sparite nel nulla.
Oggi Amna Suraka – situata a Sulemainiyah e conosciuta col nome della “Casa degli Orrori” – è un museo. Ed è anche un monito alle generazioni, un promemoria sulle brutalità del regime. Al suo interno, proprio all’ingresso, sono sistemati 182.000 pezzi di vetro, una per ogni vittima di Anfal. Anche ad Hallabjah c’è un memoriale e un museo degli attacchi chimici.
Al tempo delle parole della Abdul Rahman, un’altra strage era solo all’orizzonte: meno di un anno dopo, infatti, i miliziani dell’Isis avrebbero tentato di far scomparire la minoranza yazida nella regione montuosa del Sinjar, uccidendo migliaia di uomini, donne e bambini e schiavizzando sessualmente centinaia di ragazze. La comunità yazida – nonostante la liberazione di Sinjar da parte dei pashmerga nel novembre 2015 – è tuttora una comunità di sfollati.
Alcuni progetti per l’accorpamento delle atrocità del Sinjar al sistema di “siti di coscienza” del Kurdistan sono già in atto. “La vecchia Sinjar (distrutta dall’Isis) dovrebbe rimanere un simbolo di memoria per le prossime generazioni, così che sappiano cosa è successo alla nostra gente”, aveva detto ad agosto 2016 il presidente della regione autonoma curda, Masoud Barzani, suggerendo poi la costruzione di una nuova città per gli yazidi.
La proposta di Barzani, scrive Paul Iddon per Al Arab al Jadeed, ricorda quanto accaduto nel villaggio francese di Oradour-sur-Glane, dopo la seconda guerra mondiale. A giugno del 1944 i nazisti massacrarono quasi tutta la popolazione del villaggio, dandolo poi alle fiamme. Anziché ricostruire il villaggio, i francesi decisero di lasciarlo in rovina, simbolo di un passato da non dimenticare, e ne ricostruirono un altro poco lontano. (AGI) LBY
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