Egitto: la lotta silenziosa delle attiviste

(AGI) – Beirut, 12 mag. – A uno sguardo superficiale, la condizione femminile nell’Egitto di Al Sisi sembrerebbe non così problematica: lo scorso marzo il regime ha celebrato la Festa della Mamma, realizzando un evento in cui sono state premiate una serie di donne “modelli di eccellenza”, tra cui attrici, docenti, atlete, professioniste in vari settori e madri di poliziotti e soldati uccisi in servizio.
Nel governo ci sono alcuni ministri di sesso femminile, e nel Parlamento siedono 89 deputate. Ma i miglioramenti per quel che riguarda i diritti delle donne in Egitto, e la loro rilevanza nella società come agenti di cambiamento e progresso, rimangono più superficiali di quel che sembrano. Lo dimostra anche il destino di tante donne a capo di organizzazioni per i diritti delle donne.
L’evento di marzo, altamente pubblicizzato, secondo la ricercatrice Nermin Allam, del Research Council of Canada, sottendeva infatti un messaggio chiaro: la madre e la donna ideale, da prendere a modello, deve disinteressarsi alla politica nel perseguimento del suo successo e nel tentativo di veder accresciuti i suoi diritti.
Nell’Egitto odierno una serie di figure femminili attive nella difesa e nella promozione di questi diritti fa i conti con divieti di espatrio e frequenti cicli di interrogatori. E’ per esempio il caso di Mozn Hassan, direttrice del Nazra for Feminist Studies, di Azza Soliman, a capo del Centro di assistenza legale per le donne egiziane (CEWLA), e di Aida Seif-al-Dawla, co-fondatrice del Centro di Riabilitazione per le vittime di violenza, conosciuto col nome di Nadeem.
Secondo le ricerche di Nermin Allam, il regime egiziano sostanzialmente utilizza le donne per perseguire la propria agenda e rafforzare il proprio potere. A partire dall’evento della Festa della mamma, in cui lo Stato avrebbe cooptato le donne che vi hanno partecipato. Sembra che mentre si promuovono a parole i diritti delle donne, si continuino a limitare fortemente le libertà delle stesse, specie se organizzate in movimenti con fini politici.
 In questo senso va intesa la controversa “legge sulle Ong” approvata lo scorso anno: essa minaccia non solo le organizzazioni non governative che si occupano di advocacy ma anche il lavoro di beneficienza portato avanti dalle organizzazioni femminili all’interno della società civile.
Le legge in questione impone nuove restrizioni al loro lavoro e ai loro canali di finanziamento, oltre stabilire pene pesantissime per coloro che lavorino per entità straniere o conducano attività di advocacy o ricerca sul campo senza approvazione dello Stato. Numerose associazioni hanno subito il congelamento degli asset, e i membri del loro staff, come detto, fanno i conti con restrizioni, divieti di espatrio interrogatori a sorpresa.
Ma le donne impegnate in queste battaglie non si arrendono, mantenendo la speranza su una futura apertura, continuando a sfidare le autorità col loro attivismo e trovando nuove forme espressive e di lotta. Un esempio di come i gruppi di attiviste adottino nuovi linguaggi per far sentire la loro voce lo fornisce HarrasMap: nata nel 2010, l’organizzazione traccia e mappa tutti i casi di molestie sessuali in Egitto, paese in cui un recente sondaggio ha rivelato che il 99% delle donne ne è rimasta vittima almeno una volta nella propria vita.
Per sfuggire in un certo senso ad una pretestuosa accusa di “politicizzazione” delle proprie istanze da parte delle autorità, lo staff di HarrasMap anziché affidarsi a report di attivisti cerca il più possibile di servirsi di esperti e di raccogliere prove attraverso immagini o filmati. Un altro progetto interessante è BuSSY (in un evidente gioco di parole col termine inglese per designare la vagina), un’iniziativa di storytelling e arti performative che documenta e condivide le storie e le esperienze di varie donne.
Nella crescita tra mille difficoltà di questo attivismo delle donne hanno giocato un ruolo fondamentale le rivolte del 2011, in cui donne e uomini si sono riappropriati di spazi pubblici per protestare contro il regime. Ciò ha prodotto quella che in un certo senso è una “generazione politica”, composta da persone che sono tornate o hanno iniziato a interessarsi – e a lottare – per i loro diritti e per l’autodeterminazione. Molte delle donne intervistate da Nermin Allam hanno attribuito alla partecipazione alle primavere arabe i cambiamenti e gli avanzamenti nella loro carriera e nell’autoconsapevolezza. (AGI) LBY
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