Marocco: la battaglia per la terra delle Sulaliyyates

(AGI) – Beirut, 11 mag. – “Un piede su, un piede giù. Per la mia terra, verserò il mio sangue”. Da dieci anni esatti, questo è il coro che capita di sentire alle manifestazioni contro il programma di privatizzazioni delle terre a gestione collettivista nelle aree tribali marocchine. A far risuonare queste parole sono le Sulaliyyates, le donne che abitano queste zone del Paese, e che nel 2007 hanno dato vita al primo movimento nazionale per i diritti sulla terra. Ma non solo.
Le Sulaliyyates infatti non combattono solo per la terra: la loro lotta è più profonda, e riguarda la parità nei diritti di proprietà tra uomini e donne, in un paese in cui la legge prevede che le donne ereditino meno degli uomini. “Si tratta del primo movimento che riesce a scuotere davvero le fondamenta patriarcali della società”, spiega Zakia Salime, professore all’Università Rutgers. “Queste donne dicono no, non potete dare la terra (solo) agli uomini; e se le privatizzate, noi donne abbiamo diritto ad una quota paritaria”.
Saida Soukat, 27 anni e due figli, alle manifestazioni ci va con sua nonna Fatima, 93 anni, nata quando il Marocco era ancora sotto la dominazione francese, passata per l’indipendenza del Paese ottenuta nel 1956, per l’approvazione del nuovo codice di famiglia nel 2004 e per la primavera araba. Le Sulaliyyates sono nate nel 2007 con la protesta portata avanti a Kenitra (vicono alla capitale, Rabat) da una donna, Rkia Bellot, che si oppose alla discriminazione di genere nella ripartizione delle compensazioni per la privatizzazione della loro terra. Da lì, è stato un crescendo.
Circa il 35% dei terreni in Marocco sono designati come Sulaliyyate, cioè aree tribali a gestione collettiva. Secondo la legge consuetudinaria di queste aree, le donne sole, le vedove, le donne divorziate e quelle senza figli non possono ereditare la terra, il ché si traduce nel diritto dello Stato di confiscargliela senza compensazione. Così, sin dagli anni ’90, migliaia di donne sono state costrette a lasciare le loro case nelle Sulaliyyate e ad andare a vivere nelle baraccopoli attorno alle grandi città. Le cose sono peggiorate nel 2004, quando è stato firmato il Morocco Free Trade Agreement  con gli Stati Uniti, che ha fatto aumentare gli incentivi alla privatizzazione delle terre.
Saida Idrissi, a capo del bureau di Rabat dell’Associazione marocchina per i diritti delle donne, ha aiutato le Sulaliyyates a organizzarsi nel 2007, insegnando loro fondamenti di diritto costituzionale e guidando le negoziazioni con il ministero degli Interni. “Gran parte di queste donne sono analfabete, vengono da aree rurali e hanno paura a parlare in pubblico, per questo abbiamo dovuto mettere in moto una strategia ad hoc”, spiega Idrissi.
Il movimento ha fatto dei progressi, finché nel 2009 una delegazione di circa 500 Sulaliyyates provenienti da tutto il Paese ha protestato di fronte al Parlamento, chiedendo eguali diritti di proprietà e compensazioni eque in caso di espropri. In risposta, il ministero dell’Interno ha deciso di diffondere una serie di circolari in cui si affermava il diritto delle donne a far parte del processo di negoziazione delle compensazioni: tuttavia, queste circolari – non vincolanti – sono state a lungo ignorate dai delegati maschi delle aree tribali.
Il protagonismo delle donne nei movimenti di protesta per i diritti sulla terra è avvenuto quasi per necessità, spiega Saida Soukat: “per la nostra tradizione, è sconveniente che una donna si allontani dalla casa e dai figli. Tuttavia gli uomini durante le proteste vengono arrestati, così siamo intervenute anche noi, lasciando i nostri figli a casa”.
“In tutto il Paese, le donne sono in prima linea perché di norma a differenza degli uomini scampano alla repressione brutale e agli arresti della polizia. Così col passare del tempo hanno avuto sempre più successo, lasciando le loro case col sostegno dei loro uomini”, aggiunge Souad Eddouada, docente di gender studies all’Università di Kenitra.
Nonostante alcuni successi, la lotta è ancora lunga, visto che le Sulaliyyates non possono ancora trasmettere i diritti sulla quota di terra ai loro figli. “Ora ci stiamo concentrando sulla richiesta di una legge che li garantisca. Per adesso le garanzie sono molto fragili”, conclude Idrissi, “e le donne devono far parte a pieno titolo della gestione delle terre”. (AGI) LBY
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