Giordania: l’equilibrismo geopolitico di Re Abdullah II

(AGI) – Beirut, 9 mag. – Durante questi sei anni di guerra in Siria, la Giordania è stato uno dei paesi più direttamente esposti al conflitto. Dal principio Amman, uno dei più solidi alleati statunitensi della regione, ha sostenuto le formazioni ribelli contro il regime di Bashar al Assad; poi, con l’emergere dello Stato islamico, la posizione giordana è divenuta via via più ambigua, e in qualche modo rappresenta bene il rebus che fronteggiano i paesi che oggi sono ostili sia al regime di Damasco che agli uomini di Al Baghdadi.
Negli ultimi mesi, mentre lo Stato islamico iniziava a perdere terreno nell’area di Mosul in Iraq e in quella di Raqqa in Siria, una nuova offensiva ha preso il via nel sud della Siria, al confine con la Giordania. Migliaia di forze ribelli addestrate in territorio giordano, con il sostegno statunitense, hanno respinto le formazioni jihadiste, contribuendo a securizzare il sud della Siria e il confine siro-giordano.
Secondo alcuni report, truppe giordane e statunitensi stazionerebbero da più di un mese sullo stesso confine, in quello che sembra il preludio di una ulteriore campagna militare con cui i ribelli dell’ Jaish Usood al Sharqiyya (L’esercito dei leoni dell’est), sostenuti dalle forze giordane, intendono scacciare i miliziani dell’Isis dall’area adiacente al bacino di Yarmouk, nel sud della Siria.
Amman da una parte sostiene sin dal principio le ragioni dei ribelli, dall’altra combatte l’Isis – un nemico del regime -, coordinandosi talvolta con Mosca – con cui mantiene buone relazioni – e cercando di tenere lontana dai suoi confini la minaccia di Daesh. Lo scorso aprile, l’Isis ha infatti pubblicato un video in cui annuncia l’intenzione di condurre attacchi in territorio giordano.
La notizia di una possibile operazione in Siria delle truppe giordane ha però scatenato la reazione indispettita di Mosca e Damasco, preoccupati dalla postura muscolare assunta dall’amministrazione Trump sia nei confronti dell’Isis che nei confronti di Damasco, nella quale intravedono il tentativo di minare la sovranità siriana. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha già chiesto chiarimenti ad Amman, una settimana prima che Assad definisse in un’intervista la Giordania “parte del piano americano dall’inizio della guerra in Siria”.
“La Giordania non è un paese indipendente, perché qualunque cosa desiderino gli americani, Amman la esegue; quindi se gli americani vogliono usare il nord della Giordania per condurre attacchi contro la Siria, la Giordania lo permetterà”, ha detto Assad all’agenzia Sana.
Il portavoce del governo giordano, Mohammad Momani, ha risposto definendo le frasi di Assad delle “invenzioni”, e riaffermando l’impegno giordano al mantenimento dell’integrità territoriale siriana e nella lotta alle organizzazioni terroristiche.
Amman negli ultimi due anni ha diminuito sensibilmente il suo sostegno ai ribelli anti-Assad, probabilmente nel timore che ciò potesse rafforzare l’Isis, e ha impedito a centinaia di jihadisti di attraversare il confine siro-giordano per condurre attacchi in Siria.
Lo scorso novembre il Generale giordano Mahmoud Freihat ha affermato che dall’inizio della crisi in Siria “la Giordania non ha mai operato contro il regime, e ciò lo dimostra anche il fatto che le nostre relazioni diplomatiche con Damasco sono rimaste in piedi”. Freihat ha poi ammesso che Amman ha addestrato formazioni ribelli ma lo ha fatto in funzione dell’obiettivo di difendere il confine dalle infiltrazioni dell’Isis, e di combattere quest’ultimo nel deserto di Hamad (sud della Siria).
Ora che l’Isis perde terreno, tuttavia, si pongono con maggiore insistenza degli interrogativi: cosa accadrà tra le forze ribelli sostenute da Amman nel sud della Siria e i reparti dell’Esercito siriano (e di Hezbollah), quando gli uomini di Al Baghdadi verranno definitivamente sconfitti? Damasco permetterà a queste forze ribelli di mantenere il territorio sottratto a Daesh? Lo scontro è inevitabile?
Secondo Orab Rintawi, capo del think thank Al Quds, Assad ha in un certo senso ragione: “la Giordania non può discostarsi così tanto dalla politica statunitense in Siria. Nonostante Washington abbia affermato che la guerra all’Isis rimane una priorità, nei fatti la reale priorità della politica americana in Siria e nella regione rimane il contenimento dell’Iran, alleato di Damasco e di Mosca. Non è un caso che durante la sua recente visita a Washington, il Re giordano Abdullah II abbia posto l’accento sul rischio che “l’Iran crei un link geografico da Teheran a Beirut”, una volta che l’Isis verrà sconfitto, riempiendo un vuoto di potere che invece gli Stati Uniti vogliono colmare con forze non ostili a Washington.
Rintawi esprime preoccupazione in merito: “la politica statunitense è impostata sull’idea di uno scontro con l’Iran. Washington già combatte Teheran servendosi di siriani, yemeniti, e altri. Speriamo non lo faccia anche attraverso i giordani. Assisteremo ad altri cinque anni di scontro (indiretto), in cui gli americani non pagheranno alcun prezzo, ma saremo noi a farlo”. (AGI) Lby
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