Indonesia: l’ascesa degli islamisti

(AGI) – Beirut, 8 mag. – Lo scorso 19 aprile Anies Baswedan, ex ministro della Cultura indonesiano, è stato eletto governatore della regione di Jakarta, battendo il governatore uscente Basuki Tjahaja Purnama, dopo una campagna dai toni molto accesi, in cui spesso si è fatto riferimento alla dimensione dell’appartenenza religiosa.
Purnama è cristiano, vicino al presidente Joko Widodo, mentre Baswedan è musulmano. Ma non è questo aspetto a preoccupare i moderati rispetto all’ascesa dell’estremismo in un paese come l’Indonesia, il più popoloso paese musulmano al mondo, conosciuto per il suo pluralismo e il clima di tolleranza.
I moderati e liberali indonesiani sono infatti allarmati perché Baswedan ha ricevuto l’appoggio di alcuni personaggi dell’orbita islamista indonesiana. Uno di questi è Muhammad al-Khaththath, leader del Muslim Community Forum – una formazione ultra conservatrice – che lo scorso marzo è stato arrestato dalle autorità con l’accusa di voler portare a termine un colpo di stato.
Al Khaththath nel corso di febbraio aveva guidato delle manifestazioni in cui ha apertamente criticato il secolarismo indonesiano, annunciando di volerlo spazzare via in favore di una stretta applicazione della Sharia, in cui i cristiani dovrebbero rinunciare ai loro incarichi pubblici. Parole dure le ha anche riservate al presidente Widodo, definito in una occasione “un musulmano che non capisce cosa significhi essere tale”.
Dalla sua cella, al Khaththath – un martire agli occhi dei suoi supporters – ha scritto una accorata lettera ai suoi sostenitori, invitandoli a “votare per un governatore musulmano” alle elezioni di Jakarta. Non tutti lo hanno ascoltato, ma in numero sufficiente da assicurare la vittoria di Baswedan.
“Non sono preoccupato per la vittoria di Baswedan”, spiega al Washington post l’ex speaker del Senato e consigliere del Presidente, Sidarto Danusobroto, “sono preoccupato per i movimenti che lo hanno sostenuto”. Movimenti come l’Islamic Defenders Front (IDF) e Hizbut Tahrir. “L’islam è diverso da come lo descrive l’IDF”, aggiunge Mohammad Nuruzzaman, a capo di Ansor, un movimento giovanile di musulmani moderati che ha collaborato in questi anni con la polizia per la repressione di cortei ultra-conservatori non autorizzati.
Moltissimi gruppi della società civile, spesso composti da musulmani, in questi mesi hanno chiesto con maggiore insistenza l’attuazione di misure legislative volte a mettere fuori legge gruppi o movimenti che dichiarano apertamente di voler creare un Califfato, come per esempio lo stesso Hizbut Tahrir. Una settimana fa la polizia ha annunciato di aver avviato una indagine per stabilire che pericolo reale ponga il fatto che Hizbut Tahrir abbracci l’idea di un califfato, e per metterla eventualmente al bando.
Dal canto suo, il portavoce del movimento islamista Ismail Yusanto ha affermato che “avere come obiettivo ideale l’istituzione di un Califfato non viola la Costituzione indonesiana”. Hizbut Tahrir, attivo da una ventina d’anni in Indonesia, è bandito in molti paesi, tra cui buona parte di quelli arabi, tra cui l’Egitto, la Germania e la Cina.
Tuttavia, in principio il portavoce di Hizbut Tahrir ha le sue ragioni. Andreas Harsono di Human Rights Watch spiega che nonostante Hitzbut Tahrir abbia posizioni altamente discutibili e discriminatorie nei confronti di minoranze, donne e comunità LGBT, ciò non significa automaticamente che debba essere bandita.
“Non è illegale dire: voglio discriminare le donne”, spiega con un paradosso Harsono. “La questione è complessa”, aggiunge. Perché il passo tra dichiarare di voler discriminare e discriminare effettivamente – o mettere in atto politiche in questo senso – è molto breve. Sull’arresto di al Khaththath, Harsono esprime dubbi della stessa natura, facendo un distinguo tra la critica violenta nei confronti delle istituzioni secolari portata avanti da Khaththath e la sua effettiva intenzione di realizzare un colpo di stato, che finora non è stata dimostrata.
Alla crescita dei movimenti islamisti in genere fa da sfondo l’aumento del soft power saudita-wahhabita. Fino a qualche tempo fa, il wahhabismo in Indonesia non esisteva: quella indonesiana è una tradizione pluralista e democratica, di cui espressione è anche il partito che dall’inizio del 2000 esprime il Capo di Stato, quel Partai Demokrat (PD) fondato dall’ex presidente Susilo Bambang Yudhoyono e che ha visto una donna, Megawati Sukarnoputri, eletta Capo di Stato nel 2001. Il pensiero filosofico alla base delle politiche del PD è l’antitesi do quello wahhabita: è il Pancasila, fondato – molto in breve – sui concetti di civiltà umana, unicità di Dio, giustizia sociale, democrazia rappresentativa, unità nazionale. (AGI) LBY
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