Isis: la perversa interpretazione del Ramadan

(AGI) – Beirut, 29 mag. – Per i musulmani, il Ramadan significa molte cose. Non è, come si tende a pensare, un mese in cui ci si limita ad astenersi dal bere e dal mangiare dall’alba al tramonto. Il mese di Ramadan è un’occasione per purificarsi, per pensare e mettere in pratica dei buoni propositi, per lasciare da parte i livori e la rabbia. Come un “ultimo dell’anno” che dura trenta giorni.
Per l’Isis, invece, il Ramadan è una ulteriore occasione per seminare morte e devastazione. E i mesi di Ramadan degli ultimi anni lo dimostrano. Il 23 giugno del 2015 – sesto giorno del Ramadan di quell’anno -, per esempio, l’allora portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al Adnani, invocò attacchi terroristici per marcare il mese sacro. Tre giorni dopo, una moschea sciita in Kuwait viene colpita da un attentatore suicida, uccidendo ventisei persone. Lo stesso giorno, a Sousse in Tunisia, un commando spara sulla folla del Marhaba Imperial Resort, lasciando sul terreno trentotto morti. Già il 21 maggio precedente, due settimane prima dell’inizio del Ramadan, Al Adnani aveva detto: “Preparatevi, tenetevi pronti a rendere il Ramadan un mese di calamità per gli infedeli”, sollecitando attacchi in Occidente.
Il Ramadan 2016, se possibile, è stato ancora più sanguinoso.. Il 12 giugno, il cittadino americano Omar Mateen apre il fuoco in un nightclub di Orlando, uccidendo quarantanove persone. Il 27 giugno seguente, otto attentatori dell’Isis lanciano una serie di attacchi in villaggi cristiani del nord del Libano. Il giorno dopo, quaranta persone vengono uccise durante un attacco all’aeroporto Ataturk, in Turchia. Tre giorni dopo ancora, è il turno delle venti persone brutalmente assassinate in un bar in Bangladesh, un giorno prima din un altro attacco, a Baghdad, che vede la morte di trecento persone, uccide da un camion bomba. Il 4 giugno, quattro attentatori suicidi colpiscono simultaneamente tre differenti luoghi in Arabia Saudita, tra cui la città santa di Medina, che ironicamente è la città in cui fu istituita dal Profeta Maometto la “Costituzione di Medina”, la quale regolava i rapporti pacifici tra seguaci delle tre “religioni del Libro” (Ebraismo, Cristianesimo e Islam).
Non ci sono molti dubbi sul fatto che per i seguaci dello Stato islamico il Ramadan abbia un significato opposto a quello che gli danno i musulmani in giro per il mondo. “Il Ramadan è il sacro mese del jihad”, diceva nel 2016 un sostenitore dell’Isis su Twitter. In un certo senso, ha ragione: il Ramadan per i fedeli è sì, il mese “del Jihad”, ma non quello che si è soliti associare alla guerra.
I musulmani distinguono infatti tra “grande jihad” e “piccolo jihad”: il primo, quello più importante, fa riferimento allo “sforzo” (la traduzione di “jihad”) che ogni fedele fa per essere una persona migliore agli occhi di Dio, lo sforzo atto a vincere le passioni e concentrarsi su una preghiera ancor più contemplativa. Il “piccolo jihad” – che dovrebbe essere prettamente “difensivo” secondo la dottrina – è invece quello che si mette in moto contro l’invasore, e che può avere una accezione “militare”. Non c’è dubbio che i miliziani dell’Isis invertano i due tipi di Jihad, rivisitando quello militare in chiave offensiva (anche se le azioni terroristiche vengono sempre presentate come un meccanismo di reazione difensiva alla presenza di truppe occidentali sul suolo di paesi a maggioranza musulmana). Per l’Isis tra le “buone azioni” che un musulmano deve portare a termine durante il Ramadan, c’è il terrorismo.
“Quello che fanno i terroristi dell’Isis non è jihad in nessun senso secondo la tradizione islamica”, spiega Abu Ali, un ex estremista intervistato dall’Atlantic. “Posso solo dire che così come un credente riceve delle ricompense da Dio per aver compiuto buone azioni durante il Ramadan, chi semina morte e opprime le persone riceverà quello che si merita”.
Per cercare di dare una legittimità alle loro posizioni, i jihadisti evocano spesso la battaglia di Badr, occorsa durante il mese di Ramadan del 624 d.c, in cui la nascente Umma vinse contro una forza nemica molto superiore numericamente. La battaglia di Badr è importante perché di fatto assicura la sopravvivenza della nascente comunità islamica. I terroristi dell’Isis ne ribaltano il significato, equiparando le loro azioni terroristiche alla storica battaglia. (AGI) LBY
Advertisements

Regno Unito: l’Mi5 mandava libici a combattere contro Gheddafi?

(AGI) – Beirut, 26 mag. – Una politica della “porta girevole”, quella che secondo alcune rivelazioni fatte al quotidiano online Middle east eye avrebbe adottato il Regno Unito nei confronti dei cittadini britannici di origine libica e dei libici in esilio in Gran Bretagna: a partire dal 2011 l’Mi5, il servizio di controspionaggio britannico, avrebbe permesso a questi ultimi di uscire ed entrare dal Paese per unirsi alle rivolte contro Gheddafi, nonostante su alcuni di loro pendessero sospetti su possibili attività terroristiche.
Alcuni testimoni – combattenti ribelli attivi oggi in Libia, oppure rientrati in Regno Unito – avrebbero rivelato di essere partiti dall’Inghilterra per unirsi alle rivolte contro Gheddafi, senza essere soggetti ad alcun interrogatorio o indagine. Persone potenzialmente come Salman Abedi, il 22enne autore della strage di Manchester, la cui famiglia era rientrata in Libia per prendere parte alla rivoluzione contro il Rais libico. Anche Abedi era rientrato in Libia nel 2011 per poi fare ritorno a Manchester in diverse occasioni.
La Polizia inglese crede che Abedi sia parte di un più ampio network, ed in questo ambito ha fatto arrestare altre sei persone, incluso suo fratello maggiore. Abedi era noto ai servizi di sicurezza interni, già segnalato anche dalla moschea di Didsbury che aveva frequentato. Mercoledi sono stati arrestati a Tripoli il fratello minore e il padre, per sospetti legami con l’Isis. La notizia è però che il governo inglese avrebbe facilitato i viaggi in Libia di tantissimi libici in esilio, per ingrossare le fila dei rivoltosi contro Gheddafi.
Un cittadino britannico di origini libiche in condizioni di anonimato sostiene di essere rimasto sorpreso per il fatto di esser riuscito a volare facilmente in Libia nel 2011, nonostante fosse stato fino a pochi giorni prima agli arresti domiciliari per sospette attività terroristiche. “Mi hanno fatto partire, senza farmi alcuna domanda”, rivela, aggiungendo di aver incontrato nel 2011 a Londra molti altri cittadini britannici di origine libica, le cui ordinanze di custodia cautelare erano appena state rimosse, proprio in corrispondenza dell’inasprirsi della guerra contro Gheddafi, in cui Regno Unito, Francia e Stati Uniti in particolare sostenevano i ribelli con una campagna aerea.
“Si trattava di ragazzi dell’al Jama’a al Islamiyah al Muqatilah bi Lybia (Gruppo dei combattenti islamici libici, LIFG, fondato negli anni ’90 da veterani libici per combattere i sovietici in Afghanistan), e le autorità britanniche lo sapevano”. Il Regno Unito aveva inserito il LIFG tra le organizzazioni terroristiche nel 2005, descrivendoli come una formazione che vuole “stabilire uno Stato islamico radicale”, come “parte di un più ampio movimento estremista ispirato ad Al Qaeda”.
Belal Younis, un altro cittadino britannico recatosi in Libia nel 2011, racconta di essere stato fermato al suo ritorno dalla Libia secondo il “programma 7”, che permette alla polizia e agli agenti dell’immigrazione di detenere e interrogare chiunque passi ai controlli di frontiera portuali o aeroportuali, per determinarne il possibile coinvolgimento in attività terroristiche.
Younis poi aggiunge che le autorità, nel chiedergli se aveva intenzione di combattere in Libia, gli avevano chiaramente detto di non avere alcun problema con chi volesse andar a combattere contro Gheddafi. Younis conclude rivelando di aver addirittura intimidito due agenti dell’Mi5 che lo avevano fermato di nuovo al suo ritorno dalla Libia, confidando loro il nome e il numero dei loro colleghi che invece avevano quasi caldeggiato la sua partenza per la Libia. “Gran parte dei ragazzi partiti per la Libia aveva circa vent’anni e veniva perlopiù da Manchester.
Va precisato che secondo Younis questa politica della “porta girevole” adottata dal Regno Unito non avrebbe un ruolo nei fatti di Manchester, visto che nel 2011 l’Isis ancora non esisteva nella sua forma definitiva, e in ogni caso non c’era in Libia. “Io sono andato in Libia a combattere solo per la libertà”, aggiunge.
La gran parte dei combattenti libici partiti dalla Gran Bretagna si recava prima in Tunisia, per poi passare il confine libico, oppure viaggiava passando da Malta. “Sono andato e tornato dalla Libia più volte nel 2011, e non sono mai stato né fermato né interrogato”, afferma un altro cittadino britannico di origine libica, che sostiene di aver incrociato Salman Abedi nella moschea di Didsbury e che però quest’ultimo “non era parte della comunità e rimaneva sulle sue”.
“Un giorno sono spacciatori, il giorno dopo diventano musulmani”, sostiene un altro libico di Manchester, aggiungendo di essere quasi certo che Abedi fosse in contatto con Anil Khalil Raoufi, un reclutatore dell’Is proveniente dal quartiere di Manchester, morto in Siria nel 2014.
Un altro testimone rivela di aver svolto un lavoro di “pubbliche relazioni” in Inghilterra per il fronte ribelle prima delle rivolte contro Gheddafi, occupandosi di montare i video che mostravano i programmi di addestramento dei ribelli da parte delle SAS britanniche e delle Forze speciali irlandesi. Poi aggiunge di aver incontrato una volta in un campo di addestramento di ribelli a Misurata un gruppo di circa otto britannici di origine libica come lui, che gli avrebbero confidato di non essere mai stati in Libia prima di quel momento. “Sembrava avessero 17-18 anni, forse 20. Avevano un forte accento di Manchester”.
Con l’inizio del ventunesimo secolo, molti libici in esilio in Regno Unito, che avevano legami con il LIFG, erano stati messi sotto sorveglianza in seguito alla firma di un accordo di collaborazione – il “patto nel deserto” – nel 2004 tra Tony Blair e Muammar Gheddafi. Poco prima dell’inizio delle rivolte contro Gheddafi, i servizi di sicurezza britannici avrebbero onorato l’accordo arrestando vari dissidenti libici sul suolo del Regno Unito, oltre a riconsegnare a Gheddafi due leader del LIFG, Abdel Hakim Belhaj e Sami al Saadi, che poi sarebbero stati torturati a Tripoli.
Più avanti, Behlaj sarà uno dei leader della rivolta contro Gheddafi, mentre secondo alcune testimonianze un altro ex esiliato libico già segnalato dai servizi inglesi si occuperà addirittura dell’organizzazione della sicurezza per i dignitari in visita in Libia, come David Cameron, Nicolas Sarkozy e Hillary Clinton.

Ziad Hashem, ex membro del LIFG a cui era stato dato asilo in Regno Unito, nel 2015 sosteneva di essere stato arrestato senza capi d’imputazione per 18 mesi prima del 2011, sulla base di informazioni fornite a Londra dai servizi libici. “Quando è iniziata la rivoluzione, le cose sono cambiate in Gran Bretagna”, spiega Hashem. “Le autorità hanno cambiato il loro modo di rivolgersi a me e mi trattavano diversamente, offrendomi benefit, o la possibilità di lasciare il Paese, o quella di rimanere e di ottenere la cittadinanza”. (AGI) Lby

Libia: l’inarrestabile ascesa del generale Haftar

(AGI) – Beirut, 25 mag. – Solo tre anni fa, quando lo sconosciuto generale Khalifa Haftar apparve in TV per annunciare l’inizio dell’Operazione Dignità per riprendere il controllo di Bengasi, dichiarando la sua “guerra al terrore”, sospendendo la Costituzione ad interim e la sua subordinazione al governo di Tripoli, in pochi lo presero seriamente. Sembrava a tutti l’ennesimo episodio di una guerra civile fatta di tanti piccoli conflitti interni.
Al tempo Bengasi era sotto la giurisdizione di diverse milizie islamiste, e pareva a tutti inverosimile che il generale riuscisse a sottrargliela. Ad Haftar si opponeva una ampia coalizione nella quale figuravano anche gruppi come Ansar al Sharia, considerato un movimento terroristico dall’Onu e implicato nell’uccisione dell’ex ambasciatore americano Chris Stevens nel settembre 2012.
C’erano poi altre milizie, come Scudo libico, la brigata Rafallah Al Sahati, la brigata 17 febbraio e il Consiglio rivoluzionario della Shura di Bengasi. La seconda città libica a maggio 2014 è un luogo assolutamente off limits per qualunque ufficiale di sicurezza, poliziotto o militare. Ma il generale Haftar lancia la sua offensiva, pur sapendo di essere un bersaglio mobile.
Oggi, tre anni dopo, Bengasi è sotto il controllo dell’Esercito dell’est guidato dal delfino di Al Sisi, fatta eccezione per alcuni quartieri affacciati sul mare. E Haftar, nel frattempo, si è trasformato: da piccolo signore della guerra ad attore politico militare di primo piano sulla frammentata scena libica. Una parte del futuro del Paese passa senz’altro da lui.
Militare di professione, Haftar tre anni fa – in piena guerra civile – capì in fretta che il miglior modo per emergere come un attore importante nel caos libico era riorganizzare quel che restava delle Forze Armate libiche che erano sopravvissute agli otto mesi di campagna militare della Nato nel 2011. All’inizio in pochi soldati lo seguono, quelli che condividevano con Haftar il timore di essere uccisi nell’ambito dello sconvolgimento del Paese, se nn si fossero riorganizzati militarmente.
Per ingrossare le fila del nuovo esercito, Haftar decide così di fare pressioni sul secondo parlamento libico, quello di Tobruk (non riconosciuto dalle Nazioni Unite), che lo sostiene. Convince l’assemblea a varare una legge di amnistia generale, per far rientrare tutti quegli ex ufficiali del regime di Gheddafi che nel frattempo si erano nascosti in Egitto o in qualche luogo remoto dell’immenso sud desertico del Paese. L’amnistia che viene varata vale per tutti gli ex ufficiali militari che non hanno accuse pendenti.
Quella di Haftar è una mossa che si rivela molto intelligente, e che lo aiuta anche ad allargare la sua base di consenso. Ma sopratutto, gli permette di contare su centinaia di soldati ben addestrati – laddove in quel momento la Libia pullula di movimenti di guerriglia formati da persone senza particolare preparazione militare – provenienti da tutta la Libia, comprese le città e le tribù un tempo associate al colonnello Gheddafi. Oggi le Forze Armate Libiche (LAF) sono la forza militare più rilevante del Paese e contano su membri provenienti da tutto il Paese. Haftar è riuscito a intercettare sopratutto coloro che avevano il desiderio di tornare nelle caserme, ma che, sopratutto nell’ovest, non volevano farlo sotto le milizie. Haftar ha usato il fiuto e i meccanismi del politico per rimettere in piedi il comparto militare.
Oggi le LAF sono in controllo dell’est del Paese, hanno sconfitto l’Isis nell’area di Sirte, combattuto contro milizie a Bengasi e stabilito già delle loro basi nell’ovest, a Zintan e Wershafa in particolare, così come al sud. Dal punto di vista politico, Haftar ha incassato il sostegno dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e della Russia.
Per il terzo anniversario dell’Operazione Dignità, Haftar ha scelto di dimostrare nuovamente la sua forza, con una imponente parata militare a Bengasi durante la cerimonia di arruolamento di nuove reclute, che ingrossano le fila di un esercito sempre più numeroso. Un messaggio chiaro a tutti i suoi rivali, che oggi non pensano più che la sua sia una missione suicida, come tutti credevano quando entrò nel conflitto nel 2014.
Nonostante l’incontro conciliatorio – in cui si era stabilito un cessate il fuoco – del 2 maggio scorso ad Abu Dhabi con il primo ministro di Tripoli sostenuto dall’Onu, Fayez Serraj, appare evidente come l’obiettivo di Haftar sia Tripoli, anche se non è chiaro se intenda attaccarla militarmente. Durante la cerimonia per l’anniversario ha detto: “Prometto che non lasceremo la capitale Tripoli in mano alle milizie”. E di solito, Haftar – sul quale molti si chiedono se non aspiri ad assumere il ruolo che Al Sisi ha assunto in Egitto – tende a mantenere le promesse. (AGI) LBY

Grecia: l’afghano Masoud, dalla guerra ai Talebani a quella ai neonazisti

(AGI) – Beirut, 24 mag. – Da qualche tempo ad Atene, alla testa delle manifestazioni di protesta degli “Antifa” contro il partito neonazista di Alba Dorata – che ha 17 seggi in Parlamento – c’è Masoud Qahar, 40 anni, rifugiato afghano. “Chiudete gli uffici di Alba Dorata. Mandate i neonazisti in galera”, recita il cartello che tiene mentre marcia insieme ad anarchici, comunisti e altre formazioni anti razziste.
Nonostante non parli greco, e nonostante non abbia mai sentito parlare di Alba Dorata fin quando non è arrivato in Grecia nel 2015, Qahar è diventato frequentatore fisso di queste manifestazioni. “Ci vado sei o sette volte al mese”, spiega ad Al Jazeera. “Sono sempre in prima fila, insieme agli anti fascisti. Mi piace”.
La sua storia parte da lontano. Fino a qualche anno fa Masoud lavorava come operatore della logistica per la NATO nel suo Afghanistan, guadagnava bene, e viveva una vita migliore di quella di molti suoi connazionali. Ad un certo punto, però, ha iniziato a ricevere – proprio per il suo lavoro – minacce di morte dai Talebani. Così, è dovuto fuggire. Pochi mesi dopo si è ritrovato 5000 chilometri più a ovest, nel campo profughi di Elliniko, alla periferia di Atene.
Qahar non ne parla bene, della Nato. E’ a loro che si era rivolto per poter lasciare il Paese, dopo aver ricevuto le prime minacce, ma nessuno gli aveva dato ascolto. Arriva a mettere sullo stesso piano i Talebani e la Nato, descrivendoli come “fascisti”. aggiungendo poi “oggi sono anti fascista”, come se la vita gli avesse proposto questo percorso naturale.
Nel 2012, mentre Qahar era dislocato in un’altra provincia, i Talebani attaccarono la sua casa a Kabul, uccidendo sua sorella ventiseienne e ferendo suo padre e suo fratello. Tornato a casa, trovò solo la madre e il cugino in lacrime, e in visita agli altri familiari feriti in ospedale. “E’ il nostro destino, fu la frase che la madre pronunciò sconsolata in quell’occasione.
Così, con l’aiuto dei trafficanti, Qahar decide di attraversare le montagne sul confine afghano, cammina per chilometri tra campi, sale su imbarcazioni di fortuna, eludendo banditi e guardie di frontiera. Arrivato finalmente in Grecia, prende un treno per Idomeni, dove un campo improvvisato dava già rifugio a migliaia di persone in fuga come lui, e respinte sul confine macedone. Dopo tre notti a Idomeni, dopo le botte della polizia, decide di tornare ad Atene, dove si sistema nel campo di Elliniko.
Il primo incontro con i collettivi anti fascisti greci Masoud lo avrà il 6 febbraio scorso, quando questi ultimi aiutano i rifugiati di Elliniko a preparare una manifestazione di protesta contro il Ministro delle migrazioni, Yiannis Mouzalas, in visita al campo. I rifugiati nell’occasione bloccano Mouzalas  e la sua scorta di polizia all’ingresso del campo, costringendolo prima ad ascoltare le loro richieste sul miglioramento delle condizioni di Elliniko.
Quel giorno Qahar stringe i rapporti in particolare con Keerfa, un gruppo anti razzista e anti fascista di Atene, e inizia ad aiutarli con progetti di traduzione, oltre a unirsi a loro in occasione di proteste anti fasciste.
Petros Constantinou, consigliere municipale di Atene e direttore nazionale di Keerfa, spiega che prima della attuale crisi dei rifugiati, Alba Dorata aveva costruito la sua base elettorale attaccando i migranti, persone di sinistra, sindacalisti e critici vari, costruendosi piccole sacche di consenso in alcuni quartieri dove la polizia chiudeva un occhio sulla loro presenza. “Ma siamo sempre stati in maggioranza contro di loro”, commenta con un certo orgoglio. “Alba Dorata ha provato ad espandersi anche in altri quartieri e nelle isole. In tutte le loro campagne, sono stati sconfitti dalle nostre contro manifestazioni, ognuna di esse. I rifugiati e i migranti non sono visitatori, sono una parte importante del nostro movimento, Ci organizziamo insieme a loro per combattere”.
Qahar, spiega, considera la sua partecipazione alle proteste anti fasciste un dovere. Avendo contatti all’interno dei campi, spesso agisce da ponte tra i rifugiati e i greci. “Voglio combattere per tutti gli esseri umani”, commenta. “Non posso vedere gente che dorme ai bordi della strada, per esempio. Come fai a startene seduto? Prova ad aiutare. I rifugiati non possono combattere da soli. Questo non è il loro Paese. E noi siamo come una mano: se la tua mano è aperta, chiunque può romperti un dito; ma se la tua mano è chiusa nessuno può fermare il pugno”. (AGI) LBY

Siria: prendono forma i piani per la ricostruzione del Paese

(AGI) – Beirut, 23 mag. – Lo scorso aprile, a Bruxelles è andata in scena l’annuale Conferenza per il sostegno al futuro della Siria e della regione, con la partecipazione di numerosi rappresentanti delle organizzazioni umanitarie. Al dibattito sull’aumento degli aiuti ai rifugiati e alla ricostruzione di siti archeologici come quello di Palmira, si è aggiunto quello sui progetti di ricostruzione del Paese dilaniato da una guerra che va avanti da più di sei anni. La dichiarazione post conferenza recita che “l’iniziativa della ricostruzione può avere successo solo in un contesto di una transizione genuina e inclusiva, di cui possano beneficiare tutti i siriani”.
 
Care International Save the Children, l’International Rescue Committee, il Norwegian Refugee Council e Oxfam, tutte presenti alla conferenza, hanno dichiarato congiuntamente che “senza un sostegno internazionale per una soluzione politica del conflitto e per il rispetto dei diritti umani, qualunque mossa in direzione della ricostruzione rischia di portare più danni che benefici”.
 
Tuttavia qualcosa, sul fronte della ricostruzione, si muove. Ad Homs per esempio, una delle città più colpite dalla guerra, è in atto un progetto sostenuto dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), per la ricostruzione e l’avviamento del vecchio mercato cittadino risalente al tredicesimo secolo. Nell’ambito del progetto sono state coinvolte le comunità locali, assieme a imprenditori e a rappresentanti delle istituzioni municipali. “Si tratta di un modello inclusivo di recupero, che potrebbe funzionare anche altrove”, spiega ad Al Monitor Samuel Rizk, a capo dell’Undp in Siria.
 
“In questi contesti, è necessario includere molte persone nella pianificazione dei progetti. Alcune preocciupazioni, in un luogo come l’antico souq di Homs, non riguardano solo la rigenerazione dell’economia ma anche l’attenzione rispetto ad un luogo che custodisce un’eredità storica e culturale”, continua Rizk.
 
Nel frattempo, il governo siriano sta portando avanti i suoi progetti di ricostruzione. Second alcuni analisti si tratta di progetti che sottendono obiettivi politici. Basateen al Razi, nell’area meridionale di Damasco, era uno dei tanti insediamenti informali che si sono sviluppati nei dintorni della capitale a partire dagli anni ’60. 
 
Nel 2011-2012, le proteste contro Bashar al Assad si sono diffuse anche qui, e in breve tempo si sono trasformate in scontri armati tra esercito e rivoltosi. Migliaia di persone nei mesi seguenti hanno lasciato l’area. Servendosi del decreto legislativo 66 del settembre 2012, originariamente concepito per “ripulire e riqualificare abitazioni e insediamenti informali”, le autorità della provincia di Damasco hanno iniziato a ripristinare i terreni coltivabili e a demolire le case dell’area, per fare largo ad un progetto di ricostruzione onnicomprensivo, con nuove abitazioni per circa 60.000 persone, negozi, uffici e persino un centro commerciale.
 
Il decreto 66, a quanto risulta, verrà utilizzato anche per progetti di ricostruzione di aree fino a poco tempo fa sotto il controllo di formazioni ribelli, come il sobborgo di Daraya o le tante città satellite nell’area a sud di Damasco. Sotto questo decreto, sarebbe prevista una compensazione economica agli abitanti delle case demolite, in modo da permetter loro di affittare temporaneamente una casa altrove. Tuttavia, alcuni abitanti dell’area – oggi divenuti rifugiati a tutti gli effetti – sostengono di non aver ricevuto alcun sostegno economico dopo la demolizione delle loro case. 
 
Secondo lo studioso dell’Università di Oxford, Nate Rosenblatt, i progetti derivanti dal decreto 66 peresentano alcuni problemi per la comunità internazionale, proprio dal punto di vista delle ricostruzioni. “Se si fa arrivare denaro attraverso il governo siriano, il primo effetto è anzitutto una involontaria ricompensa economica nei confronti di un attore che ha un ruolo determinante nella tragedia siriana. Poi, è possibile che il governo utilizzi questi soldi per ostracizzare e isolare scientificamente alcune aree percepite come ostili al governo”.

Tuttavia, varie autorità locali considerano quello del decreto 66 un modello da seguire. Il governatore di Homs, Talal al Barazi, ne ha caldeggiato l’adozione per la ricostruzione dell’area di Baba Amr e di altre aree devastate della città. Ad Aleppo ci si aspetta lo stesso. Il governo siriano sta portando avanti i piani di ricostruzione a livello locale, attraverso la creazione di opportunità di finanziamento per imprese pubbliche-private legate alle autorità locali, nominando gli amministratori locali a capo dei comitati di ricostruzione oppure stabilendo collaborazioni tra organizzazioni locali e comunità internazionale.

“Quando guardiamo alla guerra in Siria, vediamo una guerra locale, e ciò implica che anche la ricostruzione avverrà sul posto, attraverso attori e finanziamenti locali. Non avremo mai un piano nazionale di ricostruzione; non avremo mai un Piano Marshall per la Siria”, spiega Kheder Khaddour del Carnegie Endowment’s Middle east Center. (AGI) Lby

Medioriente: i presidenti americani e l’Islam, una storia

(AGI) – Beirut, 23 mag. – Nonostante l’Islam come religione soggetta ad interpretazione ed esegesi, come sistema di valori e pratiche, sia qualcosa di più complesso e di difficile semplificazione – come tutte le religioni – i presidente americani, in qualità di leader del Paese più potente al mondo, storicamente hanno sempre colto l’occasione, durante le loro visite ufficiali in Medioriente, per provare a definirlo. Per provare a “spiegarlo ai musulmani” a seconda delle circostanze politiche, come scrive David A. Graham sull’Atlantic. Il recente discorso fatto in Arabia Saudita da Trump sull’Islam, si inserisce in questa tradizione, ultimo di una lunga serie.
I leader americani si sono confrontati con l’Islam sin dalla fondazione degli Stati Uniti, se si pensa che Thomas Jefferson possedeva una copia del Corano, come ha scritto Denise Spielberg nel 2013.  Fino ai tempi recenti, l’Islam era stato marginalizzato in favore della retorica sul comunismo, argomento principale fino alla fine della guerra fredda, e se veniva trattato lo si faceva in relazione alla libertà di culto per i musulmani in America. Come Jimmy Carter, che nel 1978 parlò di “valori condivisi e radici comuni” tra Islam e il progetto americano, nell’ambito di un più ampio discorso sulla libertà religiosa.
Nel 1986, Ronald Reagan, mentre gli Stati Uniti sostenevano i mujahedin afghani contro l’Unione Sovietica, puntualizzò in un’occasione che “non esiste un conflitto tra democrazie occidentali e mondo arabo”, arrivando poi a rimproverare il Colonnello Gheddafi – allora saldamente nel campo pan-arabista – per il fatto che “mi sembra ipocrita che lui pretenda di ricevere sostegno incondizionato da tutto il mondo islamico. Perché in nessun luogo il massacro dei musulmani è grande come in Afghanistan, eppure il Colonnello è alleato con coloro (l’Unione Sovietica, ndr) che stanno perpetrando questi crimini contro l’Islam e l’umanità intera”, disse il presidente americano in visita in Afghanistan.
Come Reagan, anche Bill Clinton rifiutava l’idea di una battaglia preordinata tra Islam e Occidente. “Spero che la prossima volta che un Presidente americano farà un discorso ad una nazione islamica, sarà in grado di dire che il progresso fatto da Indonesia, Nigeria e Marocco, tutte Nazioni molto diverse, ci ha aiutato tutti a smentire la bugia di un ‘conflitto di civiltà'”, disse l’ex presidente democratico durante una visita in Turchia nel 1999. “Conosciamo i valori tradizionali dell’Islam, e la devozione per la fede, per il lavoro, per la famiglia e per la società, sono in armonia con il meglio dei valori americani”, aveva detto cinque anni prima in Giordania.
Con l’11 settembre, capitato sotto il successore di Clinton, G.W. Bush, i rapporti occidentali con l’Islam entrano gradualmente in una fase di cambiamento. Ma i discorsi di Bush rimangono saldamente in scia col solco tracciato dai predecessori, ed il presidente texano – molto religioso – si guarda bene dal demonizzare un’intera religione per gli atti barbarici di quella mattina del 2001.
“Questi atti di violenza contro innocenti violano i cardini fondamentali della fede islamica. Ed è importante che i miei connazionali americani lo capiscano”, disse Bush solo sei giorni dopo gli attentati al World Trade Center. “La faccia del terrore non rappresenta la fede islamica. L’Islam è pace. Questi terroristi non rappresentano la pace. Rappresentano il male e la guerra”.
Un discorso di questo tipo sarà il leit motiv degli anni di Bush, anche se alcuni membri della sua amministrazione inizieranno a parlare di “crociata” in riferimento alle operazioni In Afghanistan e Iraq, e nonostante negli anni a venire il governo americano adotterà alcune misure discriminatorie nei confronti delle libertà civili dei musulmani. Rimanendo però sul piano della retorica, ancora nel 2006, Bush dirà che “l’Islam radicale è una perversione di una fede nobile operata da pochi, che la vogliono rendere una ideologia del terrore e della morte”.
L’apoteosi della “spiegazione dell’Islam” agli stessi fedeli musulmani arriva però con Obama. Il 4 giugno 2009 è il giorno del discorso del Cairo, sulle relazioni tra Stati Uniti e musulmani nel mondo. Un discorso che per molti versi solo Barack Hussein Obama poteva fare: come successore (e antagonista) dell’uomo che aveva invaso Iraq e Afghanistan, e come persona che aveva speso parte dell’infanzia in un paese musulmano come l’Indonesia.
Come Reagan, anche Obama mise l’accento sull’appropriazione della fede islamica da parte di terroristi, rei di uccidere sopratutto altri musulmani.  Ma Obama si spinge fino a consigliare ai musulmani la sua idea di approccio alla fede: “Tra alcuni musulmani, esiste l’inquietante tendenza a misurare la propria fede attraverso il rifiuto di quella di un altro. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta – che si tratti dei Maroniti in Libano o dei Copti in Egitto. Ed anche le fratture intra-islamiche devono essere curate, visto quel che accade in Iraq con le violenze tra sunniti e sciiti”.
L’obiettivo di Obama, come spiega Jeffrey Goldberg, era quello di invitare i musulmani ad indagare le ragioni della loro infelicità, e per stessa ammissione di Obama l’obiettivo non fu raggiunto. E’ in questo momento che comunque inizia a farsi largo anche nel dibattito pubblico l’idea che l’Islam necessiti di una “modernizzazione”, per isolare i violenti.
Come ha scritto Shadi Hamid, l’idea di “modernizzare” l’Islam ha un sapore paternalistico, e i frequenti appelli a una “riforma” dell’Islam sono un non senso storico, poiché dipendono dall’assunto per cui la riforma del Cristianesimo fosse sia storicamente inevitabile che espressione di un modello riformatore universale, anziché un evento unico, a se stante.
Inoltre, qualcuno potrebbe sostenere che l’Islam ha già affrontato una riforma, ma il suo risultato – la fine dell’ultimo Califfato – fu il rovesciamento dello Stato e dei suoi religiosi come arbitri dell’ortodossia, che contribuì nel tempo a delegittimare l’autorità di questi ultimi, che erano potenzialmente in grado di contrastare dialetticamente le derive estremiste. Molti musulmani pacifici oggi trovano quasi offensiva l’idea di un dibattito su una “modernizzazione”, poiché sanno riconoscere e rifiutare con forza l’estremismo.
Nel 2014, infine, Obama definisce l’Isis “non islamico”, scatenando l’ira delle voci islamofobe d’America, convinte del fatto che l’Isis stesso sia una perfetta espressione di una religione intrinsecamente violenta. L’affermazione di Obama – apparsa quasi come una “sentenza” proveniente da un musulmano – stimola in un certo senso dei dubbi anche tra i progressisti, che si chiedono come possa un presidente americano stabilire pubblicamente cosa è islamico e cosa non lo è. (AGI) Lby

Bahrein: la crisi dimenticata, specchio di quella siriana

(AGI) – Beirut, 22 mag. – Se di fronte al conflitto siriano Iran e Arabia Saudita si collocano rispettivamente a sostegno del regime alauita di Bashar Al Assad e del fronte ribelle sunnita – o una parte di esso – che intende rovesciarlo, in Bahrein le posture delle due potenze regionali si capovolgono: Riad sostiene la famiglia regnante sunnita degli Al Khalifa, mentre Teheran fornisce una sponda alla popolazione a maggioranza sciita.
Come in Siria, l’opposizione sciita al regime degli Al Khalifa era largamente pacifica quando sono iniziate le proteste sei anni fa, sulla scia delle primavere arabe. Con l’inizio delle repressioni nel 2011, una parte delle opposizioni marginalizzate hanno però radicalizzato le loro istanze: nel corso dello scorso anno, gli apparati di sicurezza del Bahrein hanno subito una serie di attacchi, che sono aumentati nel corso del 2017, sopratutto contro agenti di polizia, ma anche contro la Banca Centrale e in un centro commerciale.
I gruppi di militanti sciiti oggi attivi includono il movimento “14 febbraio”, le Brigate Ashtar (Saraya al Ashtar), le Brigate della Resistenza (Saraya al Muqawama al Shabiya), la Resistenza islamica bahreinita (Saraya al Mukhtar), i Quroob al Basta e i Saraya al-Karar.
L’ampio fronte delle opposizioni non è tuttavia monolitico: i gruppi sopracitati hanno narrazioni, riferimenti dottrinali e persino obiettivi diversi. Alcuni di essi sostengono di combattere in nome della religione, altri no. Le Brigate della Resistenza (secondo alcuni analisti ispirate a Hezbollah ed in contatto con il movimento politico militare libanese), per esempio, affermano di combattere “gli occupanti sauditi (Ryad nel 2012 aveva mandato i propri carri armati in sostegno degli Al Khalifa, ndr) e la famiglia degli Al Khalifa”. Quasi tutti i gruppi invocano la fine della presenza militare americana sul suolo del Bahrein.
La Resistenza islamica bahreinita – secondo l’analista Giorgio Cafiero – seguirebbe invece un’agenda che travalica i confini nazionali, cercando di saldare nella propria retorica la condizione degli sciiti in Bahrein e quella dei loro correligionari nelle province orientali dell’Arabia Saudia (area dove si trova gran parte del petrolio saudita, abitata appunto da ampie comunità sciite). Questo gruppo considera le province orientali saudite e l’arcipelago del Bahrein come un soggetto unico, con un nemico comune (i sauditi).
Proprio come in Siria, dove Bashar al Assad attribuisce sin dal 2011 le rivolte alla “longa manus” di Riad, da quando sono iniziate le rivolte a Manama – capitale del Bahrein – la famiglia degli Al Khalifa denuncia il sostegno iraniano all’insurrezione. Una accusa che è sempre stata ritenuta poco credibile dagli analisti occidentali, che tendono ad attribuirla alla profonda ostilità che esiste tra Teheran da una parte e Abu Dhabi, Riad e Manama dall’altra. L’aumento degli attentati contro le forze di sicurezza del Bahrein hanno tuttavia rafforzato la verosimiglianza di questa ipotesi.
Lo scorso mese il Washington post ha riportato la notizia secondo cui la polizia del piccolo Paese del Golfo persico avrebbe scoperto grossi quantitativi di esplosivo c-4 e altri materiali in una villa adibita a fabbrica di esplosivi. Nel report che la polizia del Bahrein avrebbe condiviso con il quotidiano americano, risulterebbero armi di fabbricazione iraniana, tra cui granate e kalashnikov.
Teheran, da parte sua, nega queste accuse, accusando le autorità del Bahrein di averle fabbricate col fine di ricevere un maggiore sostegno da parte dei Paesi occidentali. In ogni caso, sembra che Washington nei tempi recenti stia prendendo sempre più seriamente le denunce degli Al Khalifa (e ciò è coerente con il rafforzamento delle relazioni saudite-americane sancito dalla recente visita di Trump a Riad).
Se l’amministrazione Obama non ha mai designato alcun gruppo militante bahreinita come movimento terroristico, quella di Donald Trump sembra stia invertendo la rotta: lo scorso marzo il Dipartimento di Stato ha stabilito che le Saraya al Ashtar costituiscono un “movimento terrorista globale”, strumento delle “attività terroristiche e destabilizzanti dell’Iran nella regione”.
 Esistono pareri discordanti sulla reale natura delle opposizioni sciite in Bahrein, e sull’entità del sostegno iraniano. Gli osservatori più critici del regime degli Al Khalifa sostengono che l’aumento degli attentati da parte di movimenti sciiti sono conseguenza diretta della dissoluzione del principale partito sciita all’opposizione, il Wefaq, e del conseguente restringimento dello spazio di espressione politica. Un po’ come avvenuto altrove (Egitto) nei confronti della Fratellanza musulmana, la cui messa al bando ha contribuito a convincere i suoi sostenitori che un cambiamento fosse possibile solo attraverso una resistenza armata (che la Fratellanza in Egitto, così come il Wefaq in Bahrein, rifiutava).  (AGI) LBY

Arabia Saudita: cos’è il wahhabismo?

(AGI) – Beirut, 22 mag. – Il wahhabismo è un movimento di “riforma” islamica fondato a metà del 1700 da Muhammad Ibn abd al Wahhab, che promuoveva il ritorno alle pratiche degli albori dell’islam, la centralità della sovranità di Dio e sopratutto una lettura letteralista dei Testi Sacri, Sunna e Corano in particolare.
L’approccio di Ibn Wahhab, che si proponeva il fine di riportare l’Islam ai fasti dei primi suoi anni, si caratterizzava per la sua rigidità nel perseguimento dell’eterodossia: secondo Ibn Wahhab, per esempio, le tombe e i mausolei dei santi dovevano essere distrutte, e il pellegrinaggio verso di esse doveva essere vietato. Le pene corporali (hudud) devono essere integralmente recuperate e rigidamente applicate.
Nel tentativo di riformare l’Islam, Ibn Wahhab si opponeva – paradossalmente, in un certo senso – a qualunque forma di innovazione (bid’a) nell’Islam, avvertendo i musulmani sulla necessità di tornare agli insegnamenti e alle pratiche dei “salaf”, i pii antenati, cioè i primi quattro califfi successori di Muhammad, accompagnandovi il rifiuto di storicizzarli. Le sue idee furono fortemente influenzate dai lavori di un teologo del 1200, Ibn Taymiyah, vissuto al tempo dell’invasione mongola del Califfato abbaside, che vedeva lo Stato come un accessorio della religione e si faceva promotore di una visione esclusivista dell’Islam.
Nonostante i mongoli si fossero al tempo convertiti all’Islam dopo aver conquistato l’Asia centrale e il Levante, Ibn Taymiyah utilizzò per loro il termine di kafir (infedeli), che oggi con i gruppi terroristici come Isis e Al Qaeda – che chiamano “infedeli” tutti coloro che non si adeguano alla loro visione salafita-wahhabita dell’Islam – sta recuperando una certa popolarità. I primi destinatari delle “scomuniche” wahhabite sono i musulmani sciiti – la cui gran parte risiede oggi in Iran -, accusati tra le altre cose di “idolatrare” il genero di Muhammad, Ali Ibn Abi Talib.
Il wahhabismo mira alla trasformazione di precetti religiosi in obblighi, se possibile sanciti per legge, e ne fa derivare la validità dal fatto che questi obblighi (e divieti) esistevano al tempo del Profeta Muhammad. E’ vietato radersi la barba, fumare tabacco, venerare santi e profeti.
La fortuna del wahhabismo si lega a doppio filo alla storia della attuale famiglia regnante in Arabia Saudita: gli al Saud. La loro alleanza ha portato nel 1932 alla fondazione della monarchia saudita, in cui gli Al Saud governano con la “legittimazione” degli Ulema di orientamento wahhabita, preservandosi a vicenda.
A partire dagli anni ’70, con il sostegno degli introiti del petrolio, le fondazioni caritatevoli saudite hanno iniziato a finanziare sistematicamente madrase wahhabite in giro per il mondo: secondo il Dipartimento di Stato americano negli ultimi quattro decenni Riad ha investito più di 10 miliardi di dollari nel finanziamento di fondazioni di questo genere, nel tentativo – che assume i contorni dell’esercizio di un “soft power” – di rimpiazzare l’Islam sunnita ortodosso con il rigido wahhabismo. Secondo le agenzie di intelligence europee, poi, circa il 20% di questi finanziamenti sarebbero finiti nelle casse dei movimenti jihadisti come al Qaeda. Oggi il wahhabismo è il riferimento ideologico non solo della casata reale degli Al Saud, ma anche di tutti i movimenti jihadisti del Globo.
Con la minaccia globale posta dalle bandiere nere dell’Isis, è in qualche modo suggestivo e ironico ricordare che proprio l’Imam Ali – che per gli sciiti è il primo legittimo successore di Muhammad – in un suo detto molto popolare contenuto nella raccolta di hadith “Kitab al Fitan”, che alludeva alla “fine dei tempi”, disse, citando lo stesso Profeta Muhammad:
“Quando vedrete le “bandiere nere”, nn muovetevi! [non seguitele! non accorrete in loro aiuto, perché sono mendaci, non conducono al vero!]. Poi comparirà una gente “debole e irrilevante”, con “i cuori duri” come pezzi di ferro: essi sono ‘i Compagni dello Stato’, non rispettano nessuna alleanza, né patto alcuno, invitano al Vero senza però appartenere ad esso, si fanno chiamare con i soprannomi [Abu bakr, Abu Musa’b..], e vengono riferiti alle città [al Baghdadiyy, Al Amrikiyy], ed hanno i capelli lunghi, come i capelli delle donne. Dureranno finché non entreranno in contrasto tra di loro, poi Allah, il Vero, manifesterà cji egli vorrà..”. Una premonizione? (AGI) Lby

Yemen: l’ emergenza alimentare e il porto conteso

(AGI) – Beirut, 22 mag. – Secondo le Nazioni Unite, due terzi dei ventisei milioni di yemeniti soffrono per carenze alimentari, con più di sette milioni di casi di malnutrizione. L’Unicef avverte: ogni dieci minuti, un bambino muore in Yemen a causa di infezioni, diarrea e malnutrizione.
Sono gli ulteriori “effetti collaterali” della sanguinosa guerra in Yemen,che vede di fronte i ribelli Houthi e la coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita. Un embargo deciso da Riad ha portato all’arresto di un’economia già fortemente deteriorata. I raid aerei della coalizione hanno provocato la morte di più di 10.000 civili.
Gli Houthi, nel frattempo, sono riusciti a mantenere il controllo del porto di Hudaydah, sul Mar Rosso. Non un porto come gli altri, visto che da qui passa la gran parte delle importazioni di generi alimentari. Ma anche un punto di transito per le armi: è da Hudaydah, infatti, che secondo la coalizione transiterebbero le armi che l’Iran fa arrivare ai ribelli Houthi.

In risposta alla richiesta della coalizione per un ulteriore embargo sulle armi agli Houthi, le Nazioni Unite sarebbero riuscite a creare un meccanismo autonomo di monitoraggio e controllo di ciò che entra nel porto di Hudaydah, ma secondo l’analista saudita Saeed Wahabi non basta: “Con più di 300 miglia di area costiera, molti battelli riusciranno a recapitare armi in un modo o nell’altro”, sostiene in un’intervista telefonica rilasciata al Los Angeles Times. Secondo Wahabi, nel frattempo, gli Houthi avrebbero alzato le tasse nei confronti dei mercanti del porto, per poter far fronte ai costi del conflitto.

Secondo gran parte dei residenti locali, un’operazione militare sul porto di Hudaydah – già danneggiato da alcuni strikes della coalizione nell’agosto 2015 – avrebbe l’effetto di danneggiare sopratutto i civili. “Sarà un disastro in tutti i sensi. La città (di Hudaydah) ha circa un milione di abitanti, quasi 2.6 milioni nella provincia circostante, molti dei quali sono rifugiati che vengono da altre parti del Paese”, spiega Mustafa Bdeyr, a capo del sindacato di giornalisti di Hudaydah. “Se succede qualcosa qui, non c’è modo di scappare. Ci colpirebbero dal cielo con gli aerei, dal mare con le navi da guerra, e sul terreno vanno avanti i combattimenti…non sappiamo dove andare”, conclude.
Secondo varie testimonianze, a Hudaydah c’è una situazione sempre più drammatica, con carenza di cibo, acqua, elettricità e medicine, che quando si trovano hanno dei prezzi folli. Gli impiegati statali nella città portuale non prendono lo stipendio dallo scorso settembre, e la Banca Centrale di Sana’a, secondo le Nazioni Unite, non riesce a pagare i circa 1.5 milioni di dipendenti pubblici, tra cui insegnanti, infermieri, dottori, a causa dell’embargo deciso dalla coalizione.
Jan Egeland, del Norwegian Refugee Council, ha le idee chiare in merito: “L’80% degli aiuti alimentari arriva da Hudaydah. Se verrà attaccata – come si vocifera in questi giorni – questa ancora di salvezza verrà eliminata e sicuramente avremo una carestia che coinvolgerà milioni di persone”.
Secondo Wahabi, l’offensiva della coalizione araba su Hudaydah potrebbe essere devastante, e condotta da più direzioni, con truppe in avanzamento dal distretto di Midi ( a nord di Hudaydah), dalle acque di fronte al porto stesso e dal porto di Mocha, a sud di Hudaydah.
La voce diffusasi nelle scorse settimane, secondo la quale Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti avrebbero chiesto alle Nazioni Unite di prendere il controllo del porto per evitare una pesante escalation, è stata smentita da Jamie McGoldrick, coordinatore dell’emergenza umanitaria in Yemen.
Sarebbe invece confermata la richiesta saudita di una partecipazione più concreta degli Stati Uniti al conflitto, e all’operazione sul porto di Hudaydah. Washington – anche prima del recente patto per aiuti militari siglato da Trump a Riad – già fornisce a Riad munizioni, intelligence e rifornimenti in volo agli aerei da guerra sauditi.
A questo proposito, lo scorso mercoledì una delegazione di 16 membri del Congresso americano hanno mandato una lettera al Segretario alla Difesa, James Mattis, in cui mettono in guardia da eventuali “effetti catastrofici di un coinvolgimento americano nell’attacco saudita al porto di Hudaydah”. Un’altra lettera rilasciata un mese fa da 55 membri della Camera dei rappresentanti solleva preoccupazioni rispetto all’ipotesi che “operazioni contro gli Houthi possano togliere troppe risorse alla guerra contro AQAP, il braccio di Al Qaeda nella Penisola araba, contro cui gli Houthi a loro volta combattono. (AGI) Lby

L’Occidente e la sua percezione dell’Iran dopo la rielezione di Rouhani

In Occidente, gran parte degli osservatori ha tirato un sospiro di sollievo per la rielezione di Rouhani, percepito non a torto come rappresentante di una postura dialogante, conciliante e pacifica dell’Iran rispetto al resto del mondo.

Ora, premesso che l’Iran post rivoluzionario anche nelle sue fasi più dure non ha mai posto minacce globali o dichiarato guerra all’Occidente – se non in situazioni particolari in cui truppe o autorità occidentali, americane e francesi in particolare, venivano percepite come occupanti, come accadde per esempio negli anni 80 a a Beirut, in piena guerra civile – , sia che fosse governata da Khatami, da Khamenei, da Ahmadinejad, Rafsanjani o Rouhani, è interessante notare come questo sospiro di sollievo, ancorché comprensibile, sia emblematico di un certo euro centrismo, della percezione occidentale di una sola parte di realtà, quella che legge l’Iran solo attraverso le lenti della sua minore o maggiore (supposta) aggressività o pericolosità.

Le cose, se lette in un’altra ottica, stanno diversamente. Da quando è al governo Rouhani ha davvero fatto l’impossibile per assecondare molte delle pretestuose richieste occidentali, con l’obiettivo di riavviare una economia molto danneggiata dalle sanzioni (alcune stime parlando mediamente di 70-80 miliardi di dollari persi ogni anno, dal 2002 a oggi). Lo ha fatto in nome del dialogo, del mutuo rispetto, di una stagione di “compassione, fiducia e comprensione” (diceva nel suo discorso inaugurale del 2013), conscio dell’immagine che si tende avere all’esterno del suo Paese.

Il suo percorso politico è stato lodevole, si, e personalmente posso dire di essere contento della sua meritata rielezione. Ma cosa ha ottenuto in cambio? Quali sono le ragioni che hanno spinto un terzo abbondante degli iraniani a votare contro di lui? La vulgata tuona: “eh, ma chi vota conservatore è retrogrado, fanatico, guerrafondaio”.

Sbagliato. Sarebbe ora di guardare ai contesti politici con occhi diversi, considerando le istanze e le ragioni di tutti, e non leggendo la realtà rivolti unicamente al nostro ombelico.

Mentre Rouhani due giorni fa nel suo discorso post rielezione ribadiva la bontà del suo percorso, l’intenzione di proseguire in un cammino “di pace, di prosperità, di dialogo”, a Riad arrivava Trump, per siglare un accordo per la fornitura di aiuti militari per 350 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Una cifra che l’Iran non ha speso nemmeno in 30 anni, visto che mediamente dal 90 ad oggi le spese medie per la difesa di Teheran ammontano a circa il 2.5% del PiL, le più basse della regione.

Da parte sua, anche senza questi aiuti promessi dal neo presidente americano, l’Arabia Saudita nello stesso periodo ha speso circa il 10% del PiL in armamenti. Questi aiuti arrivano peraltro all’indomani delle minacce americane nei confronti di Teheran, rea di sviluppare un sacrosanto programma missilistico che tutti – nella regione ma anche nel mondo – portano avanti (chi in ambito Nato, chi fuori) in un’area altamente conflittuale, che in ogni caso vede l’Iran accerchiato da potenze dichiaratamente ostili (Saudi, EAU, Qatar, Pakistan, Talebani, Al Qaeda, Isis, Stati Uniti con le loro 63 basi militari, alcune di esse vicinissime ai confini dell’iran, rispetto al quale ogni singola amministrazione americana ha sempre ribadito la validità dell’opzione di “regime change”, se necessario tramite azione militare).

Capite perché alcuni iraniani non è che siano pazzi, ma semplicemente hanno diritto a ritenere dalla loro prospettiva un po’ naive le parole d Rouhani sulla pace e il dialogo, mente fuori dai confini iraniani ci si prepara a mettere Teheran all’angolo senza nemmeno troppi sotterfugi e escamotage?

Il dialogo, la pace, il “mutuo rispetto basato su mutuo riconoscimento” (parole del brillante Zarif) si portano avanti in due, o più. Non può essere unilaterale, altrimenti è né più né meno una presa per i fondelli, cui gli iraniani sono abituati da decenni.

Qui invece abbiamo un Paese che con l’accordo sul nucleare ha rinunciato ad alcuni suoi diritti sanciti dall’Npt, ha perso valanghe di soldi, per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano: le sanzioni sono state rimosse in minima parte, le banche americane minacciano sostanzialmente ogni azienda occidentale che voglia fare affari con Teheran, e gli Stati uniti di Trump hanno appena partecipato al primo summit arabo-americano, quello citato sopra, in palese funzione anti iraniana, con la benedizione di Israele (che da una parte si atteggia a baluardo contro l’estremismo islamico, dall’altra ha in Riad – portatrice del vessillo wahhabita – un solido alleato).

Una storia di inganni che si ripete da decenni: si era già visto alla fine della guerra Iran Iraq (e anche durante, visto che l’Occidente finanziò Saddam per tutto il conflitto, e l’Onu mancò clamorosamente di sancire a fine guerra il lampante ruolo di aggressore del Rais iracheno), come si era visto anche nel 2002, quando l’allora presidente Khatami – che così segnò tristemente e involontariamente il suo declino – fornì lo spazio aereo iraniano alle truppe americane nella guerra contro i Talebani, vedendosi ringraziare da Bush jr con l’inserimento di Teheran nel celebre Asse del Male. Queste cose gli iraniani non le dimenticano. E non è mica fanatismo.

Dobbiamo rallegrarci del buonsenso forse addirittura eccessivo di una parte dell’elettorato iraniano. Ma inviterei a non confonderlo con pazienza illimitata e con ingenuità. C’è un limite a tutto: anche alla buona creanza.