La politica di Trump in Medioriente

(AGI) – Beirut, 24 apr. – A quasi cento giorni dall’inizio del suo mandato, non è ancora chiaro che direzione Trump voglia dare alla sua politica estera, sopratutto in Medioriente, quale paradigma dei rapporti internazionali voglia declinare e in che modo.
Se la vivace campagna elettorale aveva lasciato presagire una serie di decisi cambi di rotta e di rotture con il passato, paventando una “epoca nuova” della politica americana, guidata da un presidente che a fatica sembra poter ricadere appieno nel dualismo Repubblicani-Democratici, i primi mesi dell’amministrazione Trump si sono in realtà riempiti di contraddizioni e di incognite.
La dottrina obamiana del “leading from behind”, che rompeva con l’eccezionalismo americano per assecondare processi di nation building endogeni, di cui le primavere arabe si pensava fossero i detonatori naturali, ha prodotto una realtà che ai critici dell’ex presidente appare disastrosa: conflitti aumentati, instabilità politica in tutta l’area, crisi dei rifugiati dalla Siria ed alleati – Israele e i Paesi del Golfo soprattutto – scontenti o pessimisti per l’accordo sul nucleare iraniano e per gli sviluppi regionali che vedono aumentata l’influenza iraniana.
Il paradigma che guida la politica di Trump, almeno dal punto di vista comunicativo, è quello, ambiguo, dell'”America First”: “prima l’America”. E’ difficile però capire cosa implichi un simile slogan nei rapporti con il Medioriente, poiché nel dare la “precedenza all’America” si possono prendere direzioni opposte: sia quella dell’isolazionismo, che sembrava essere il cavallo di battaglia di Trump in campagna elettorale e che appare come un modo per ridurre al minimo gli sforzi americani esterni per concentrarsi su quelli interni; sia quella dell’interventismo, che al contrario parte dal presupposto di riaffermare il primato e l’autorità degli Stati Uniti nello scenario mondiale, di ricostruire delle gerarchie, impegnandosi più di quanto non lo si faccia attualmente.
Sul piano comunicativo Trump ha giocato molto, e una volta eletto ha moderato le sue istanze: tanto sulla Nato – definita obsoleta durante le elezioni – quanto sulla crisi siriana. Sulla Siria il presidente americano sembra aver contraddetto le parole con i fatti: dopo essersi opposto duramente al possibile intervento armato contro Assad di Obama nel 2013, dopo aver rifiutato i rifugiati siriani sul suolo americano, dopo aver promosso maggiore cooperazione con la Russia (alleata di Assad), dopo aver ripetuto che la caduta dello stesso Assad non era una priorità come la distruzione dell’Isis e dopo aver promosso la diminuzione dei finanziamenti alle forze ribelli, Trump lo scorso 6 aprile ha ordinato uno strike su una base aerea lealista, in reazione al presunto attacco chimico condotto dalle forze di Assad vicino a Idlib.
Una mossa che ha dapprima sorpreso chi pensava che isolazionismo si traducesse in immobilismo militare e disengagement; poi, man mano che diveniva chiaro come lo strike non fosse il preludio ad un intervento armato in Siria, si è rivelata come una esibizione muscolare, facendo guadagnare peraltro a Trump un’aura da degno commander in chief – che riafferma la rilevanza statunitense in uno scacchiere dove iniziava ad essere quasi marginale – anche agli occhi dei suoi più accesi critici. Per molti osservatori, è con lo strike in Siria – seguito poi dal lancio in Afghanistan del più potente ordigno non nucleare della Storia – che è iniziata l’era Trump.
Capire cosa guidi e stimoli le prese di posizione di Trump è complesso. Anzitutto perché Trump non sembra avere alcun riferimento ideologico, alcuna cornice dottrinale in cui inserire la sua vision: il ché lo porta a cambiare spesso idea, ad agire in maniera anche impulsiva.
Secondo Leon Hadar del National Interest, Trump non ha mai nemmeno voluto far finta di essere un “uomo di idee”, di avere una visione coerente della politica internazionale, dei suoi equilibri. Ci si può dunque aspettare che proceda per tentativi, e che voglia testare la reattività propria e dei suoi alleati.
E’ apparso ad esempio paradossale che Trump abbia invitato a Washington Abdel Fattah Al Sisi, per riaffermare l’importanza dei rapporti con l’Egitto – invito contestuale alla proposta concertata con l’Egitto di inserire la Fratellanza musulmana tra le organizzazioni terroristiche -, e quasi negli stessi giorni sia stato il primo presidente a complinentarsi con Erdogan – esponente di quell’islam politico vicino alla Fratellanza contro cui Al Sisi è schierato – per la vittoria nel referendum turco, e che promette di aggiungere “un uomo forte” alla regione.
Il rapporto coi Paesi del Golfo appare l’incognita più grande, oltre che il punto più delicato. Le monarchie hanno accolto con entusiasmo la reiterata bocciatura dell’accordo sul nucleare iraniano da parte di Trump, ed il ritorno di una retorica apertamente ostile a Teheran. I legami tra Washington e le capitali arabe del Golfo nei primi mesi sono sembrati rinsaldarsi: a inizio marzo il principe saudita Mohammad bin Salman ha incontrato lo stesso Trump, mentre alcune settimane dopo il ministro della Difesa del Qatar ha visitato il Pentagono. La prima missione di James Mattis come Segretario alla Difesa è stata negli Emirati Arabi Uniti, e nel corso del primo mese di incarico il Generale ha già incontrato i leader di Israele, Egitto e, appunto, paesi del Golfo, non mancando mai di riaffermare in occasioni pubbliche che “l’Iran è la prima causa di problemi nella regione”, refrain su cui i suddetti paesi concordano pienamente.
Tuttavia, le mosse di Trump non appaiono del tutto rassicuranti agli alleati. Esistono infatti numerose contraddizioni nella politica statunitense rispetto alla guerra all’Isis, alle pressioni populiste in America, all’impatto sul mercato dell’energia, che potrebbero rendere problematici i rapporti con i Paesi del Golfo.
L’obiettivo di distruggere lo Stato Islamico, per esempio, non può che implicare l’accrescimento dell’influenza regionale iraniana, in Iraq e in Siria sopratutto. In Siria, gli Stati Uniti tollerano apertamente la presenza e il sostegno russo ad Assad, poiché a Washington esiste la convinzione che se Assad ristabilisse il monopolio della forza e il controllo del Paese, lo Stato islamico ne risulterebbe indebolito o distrutto. Ciò va anche al di là dello strike sulla base di Al Shayrat: un gesto muscolare, forse usato come diversivo rispetto alle difficoltà incontrate da Trump in quel periodo sull’abolizione del’Obamacare, che però non si è tradotto e difficilmente si tradurrebbe nella necessità di sbarazzarsi di un regime arabo che non pone alcuna minaccia alla sicurezza americana, e con l’ulteriore costo di dover fare i conti con il peggioramento delle relazioni con Mosca.
Tutelare e non compromettere la sopravvivenza di Assad è un obiettivo dell’Iran sin dall’inizio del conflitto, tranne che nel caso in cui ad Assad subentrino forze egualmente vicine agli interessi iraniani – ed egualmente ostili ai Paesi del Golfo -, come gli Hezbollah, il cui ruolo ha assunto una certa importanza in questi anni di guerra civile. Un paradosso simile, agli occhi degli Usa e delle petromonarchie, esiste anche in Iraq: lo sradicamento dell’Isis in Iraq richiederebbe un ulteriore rafforzamento dell’esercito e delle istituzioni irachene. Ciò significherebbe tollerare non solo l’attuale supporto di Teheran agli iracheni e ai curdi del nord dell’Iraq, ma anche l’ambizione iraniana di lungo termine di lasciare a Baghdad un governo a guida sciita, e dunque alleato.
Insomma, la distruzione dell’Isis – che assieme al primato di Israele può essere considerato uno dei due pilastri dell’approccio dialettico trumpiano – potrebbe significare anche il rafforzamento di due importanti clienti iraniani, Siria e Iraq, scenario che alle monarchie petrolifere appare inquietante.
Passato il periodo iniziale degli “ideologi” – Bannon, Flynn – Trump è sembrato affidarsi sempre più a dei pragmatici, come Mc Master e Mattis, rispettivamente National Security Advisor e Segretario della Difesa. Gli unici punti fermi della politica mediorientale di Trump sembrano poter essere Israele – anche se ancora non è stato dato seguito alla (pericolosa) promessa di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme -, la guerra all’Isis e il forte scetticismo rispetto all’accordo sul nucleare iraniano.
Se nel primo caso una condotta appare delineabile – in linea con la storia di amicizia tra Stati Uniti e Israele – nel caso del nucleare iraniano le incognite sembrano superare i punti fermi: da una parte l’aperta ostilità repubblicana all’accordo e i venti di guerra paventati da Flynn, che poco prima di essere rimosso dal suo incarico aveva messo l’Iran “on notice” in seguito a dei test missilistici nel Golfo Persico, assecondando la posizione delle lobbies filo israeliane e filo saudite che influenzano l’amministrazione americana; dall’altra l’assoluta necessità – propedeutica proprio alla sconfitta dell’Isis e alla salvaguardia di Israele – di avere una Russia e una Cina – che sono alleate iraniane – non nemiche. Delle novità potrebbero tuttavia arrivare con la gestione dell’offensiva su Raqqa da parte delle Sdf a guida curda, sostenute dagli Stati Uniti.
Sicuramente, rispetto alla campagna elettorale in cui sembrava aver aperto uno squarcio all’interno del GOP, oggi Trump sembra essere in una posizione diversa, più organica ai repubblicani, sopratutto a partire dallo strike condotto sulla base di Assad: secondo un sondaggio di Pew Research, il 92% dei repubblicani ha appoggiato l’azione in Siria, anche se l’indice di gradimento generale di Trump rimane inferiore al 40%.
L’idea di “America First” per Trump sembra tuttavia potersi declinare nel senso di un aumento delle capacità militari e nucleari statunitensi – in un’ottica di deterrenza -, nel sostegno a “uomini forti” (Al Sisi, Haftar, Al Saud, Erdogan), nella fine dei progetti neo-con di esportazione della democrazia, e nella pretesa di maggiori contributi europei al sistema di difesa della Nato.
L’era Trump potrebbe segnare il passaggio dallo storico approccio “proattivo” statunitense, sempre inquadrabile all’interno di un paradigma o di una dottrina delle relazioni internazionali, ed un approccio “reattivo”, che può rispondere di volta in volta anche in modo contraddittorio alle sfide e agli sviluppi regionali. Alcuni hanno definito questo approccio “transazionale”: tipico di chi viene dal mondo immobiliare, in base al quale una transazione (o una mossa di politica internazionale) è percepita come proficua se è più vantaggiosa della precedente, a prescindere dal fatto che possa essere in contraddizione con essa. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s