Un profilo di Ahmed Al Tayyib, Grand Imam di Al Azhar

(AGI) – Beirut, 17 apr. – Un anno dopo averlo ricevuto in Vaticano, Papa Francesco fa visita al Grand Imam di al Azhar, Ahmad Muhammad Ahmad al Tayyib. Quello tra Al Tayyib e il mondo gesuita – del quale l’attuale Papa è espressione – è un rapporto di dialogo decennale, sopratutto attraverso la Comunità di Sant’Egidio, di cui il religioso egiziano è stato più volte ospite.

Figlio di uno studioso e mistico sufi, Ahmed Al Tayyib, di dieci anni più giovane del Papa, è nato nel 1946 a Qena, nella regione dell’Upper Egypt, e frequenta da studente il complesso di Al Azhar da quando era poco meno che adolescente. Qui compie tutto il suo percorso di studi, fino alla laurea. Dopo essersi laureato nell’Università di Al Azhar nel 1969, negli anni ’70 ottiene un Phd in filosofia islamica alla Sorbona di Parigi, dove in seguito insegnerà in qualità di visiting professor, così come farà poi nell’Università di Friburgo (Svizzera).
La sua carriera di docente a tempo pieno inizia nel 1988, quando ottiene la cattedra di filosofia e teologia nella stessa Università di Al Azhar. Durante gli anni ’90 insegna anche nell’Università della sua città natale, Qena, in quella di Assouan e per un biennio, fino al 2000, in quella di Islamabad, capitale del Pakistan.
E’ però con l’inizio del ventunesimo secolo che il nome di Al Tayyib assume una rilevanza internazionale all’interno del mondo islamico sunnita: nel 2003 succede infatti a Nasr Farid Wasil come Grand Muftì d’Egitto, cioè la più alta autorità giuridico religiosa del Paese. Una carica che tuttavia ricoprirà solo per sei mesi, perché nello stesso anno viene nominato Rettore dell’Università di Al Azhar.
Nel 2010, un anno prima delle primavere arabe, viene nominato Grand Imam di Al Azhar dall’allora presidente Hosni Mubarak. In un articolo del 2010 pubblicato su in quotidiano nazionale, che presenta la sua nomina, Al Tayyib viene descritto come “un uomo leale al regime di Mubarak e fermo oppositore dei Fratelli Musulmani”.
Secondo “The Muslim 500”, una classifica annuale dei 500 più influenti musulmani al mondo – pubblicata dal Royal Ahl Al Bayt Institute for Islamic thought di Amman (Giordania), in collaborazione con la Georgetown University di Washington e il Prince Al Waleed bin Talal Center for Muslim-Christian Unerstanding – Ahmed Al Tayyib nell’edizione 2017 si classifica primo in assoluto, seguito dal Re di Giordania Abdullah II e dal Re saudita Salman bin Abdul aziz al Saud.
Se Al Azhar è comunemente considerato il più importante e rappresentativo centro di studi dell’Islam sunnita al mondo, le cui lezioni vanno avanti ininterrottamente sin dal 970 d.c, al Tayyib gode, sopratutto agli occhi dell’Occidente, dello status di una sorta “Papa” musulmano, comunemente presentato com la “massima autorità sunnita al mondo”.
Tuttavia, il policentrismo e l’assenza di una gerarchia ecclesiastica nell’Islam sunnita inducono in parte a relativizzare questa preminenza: Al Tayyib è oggi una figura più istituzionale che popolare, espressione e in qualche modo promotore della “statalizzazione” dell’Islam sotto il regime di Abdel Fattah Al Sisi. Una posizione che se da un lato gli garantisce un certo prestigio all’interno dell’establishment, dall’altro ha contribuito sopratutto negli ultimi turbolenti anni a renderlo agli occhi delle masse – specie quelle vicine alla Fratellanza musulmana, il principale movimento politico transnazionale del mondo arabo-islamico –  una figura meno neutrale e a-politica di quel che storicamente è il Grand Imam di Al Azhar.
Nel 2011, infatti, al Tayyib si relaziona in modo in parte ambiguo con le rivolte popolari e il rovesciamento del regime di Mubarak: bolla i sommovimenti come “haram” (“proibite” dal punto di vista islamico), come forieri di disordine e anarchia, condannando il caos dei primi mesi e inimicandosi ulteriormente la Fratellanza (che nel frattempo aveva in qualche modo monopolizzato la rivoluzione), i cui esponenti lo definiscono “un residuo del regime di Mubarak”.
Dopo l’abdicazione di Mubarak e l’elezione a presidente del Paese de fratello musulmano Mohammed Morsi, Al Tayyib durante il 2012 assume le funzioni di mediatore tra lo stesso presidente Morsi e le opposizioni. C’è proprio Al Tayyib a presiedere quello che sarà l’unico incontro tra le diverse forze politiche secolari, nazionaliste e socialiste e il presidente espressione del movimento fondato nel 1928 da Hassan al Banna.
Incontro che come è noto farà registrare la reciproca intransigenza dei due poli, preludio a quanto accadrà nell’estate 2013: il generale Abdel Fattah al Sisi guida infatti il colpo di Stato nei confronti del primo presidente eletto della storia egiziana, appoggiato in prima persona da Ahmed Al Tayyib, che da quel momento si pone assieme al Generale come “bastione” contro la Fratellanza e in generale l’Islam politico, promuovendo un’epoca dialogante e moderata di Al Azhar.
Dal punto di vista religioso, Al Tayyib è un promotore dell’Islam tradizionale e “ortodosso”, quello della teologia asharita e maturidita, maggioritaria nel mondo musulmano, che si pone in qualche modo a metà strada tra l’approccio salafita-fondamentalista e quello mutazilita-razionalista. Secondo una definizione semplificata, l’Islam tradizionale-ortodosso promosso da Al Tayyib rifugge dalla politicizzazione – perseguita invece dal fondamentalismo islamico nelle sue varie declinazioni, che pone appunto l’accento sulla riforma dell’Islam ortodosso in chiave politica – e conferisce primaria importanza al concetto di “ijma”, cioè il “consenso dei dotti”, terza fonte del diritto islamico dopo il Corano e la Sunna.
Il più importante pronunciamento – non vincolante, vista la citata assenza di un clero e un papato nell’Islam – di Al Tayyib è arrivato lo scorso agosto 2016, durante la Conferenza mondiale islamica, tenutasi a Grozny, che ha visto riunite centinaia di personalità musulmane. Nell’occasione, il religioso sunnita ha per la prima volta chiarito i contorni della comunità sunnita (che costituisce il 90% del mondo islamico), nella quale fa ricadere i seguaci del sufismo e quelli delle quattro scuole giuridiche – malikita, hanafita, shafeita e, in parte, hanbalita -, e dalla quale ha escluso per la prima volta, e in modo esplicito, il wahhabismo, un movimento “riformatore” fondato nel 1700 da Muhammad ibn abd al Wahhab, che è alla base del patto di alleanza tra religiosi e casata regnante dell’Arabia Saudita.
Al Tayyib, all’interno di questa cornice di pensiero, è un fermo oppositore della pratica del  takfir – l’atto di dichiarare qualcuno apostata o non musulmano, per poi punirlo -, promossa e praticata sopratutto da movimenti terroristici come Al Qaida e l’Isis. Nei confronti dei militanti di Daesh Al Tayyib ha da una parte aperto alla possibilità di condannarli a morte tramite “crocifissione”, attirando alcune critiche da parte dei modernisti islamici, dall’altra si è rifiutato di definirli “apostati” (sulla base del fatto che secondo un approccio tradizionalista, chiunque pronunci la professione di fede va considerato un musulmano, a prescindere dalla sua condotta), attirandone altre. Sul rapporto tra cristiani copti e musulmani in Egitto, Al Tayyib ha sempre posto l’accento sull’ “assoluta importanza” dell’unità tra i due gruppi confessionali.
In una celebre intervista concessa due anni fa al quotidiano Al Masry al Yowm, la prima rilasciata ad un giornale mediorientale da quando ha assunto il suo incarico nel 2010, Al Tayyib ha dichiarato che “la missione di Al Azhar è presentare il carattere mediano e tollerante dell’Islam (…). Al Azhar è pienamente consapevole del fatto che ci troviamo in mezzo alle onde impetuose provocate dai grandi cambiamenti e dai conflitti politici, economici, sociali e culturali e che la religione è una delle carte che i contendenti tentano di giocarsi nella lotta (..). Al Azhar si adopera giorno e notte per contrastare queste one (..:), ma non tocca solo a lei farlo perché questo deve avvenire anche a livello dello Stato, con la coopeazione del ministero dell’Istruzione”. Inoltre, ha aggiunto che “nessuno può dire che l’estremismo verrà cancellato dalla società con facilità o in poco tempo. Ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale con un radicamento decennale”. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
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