Yemen: perché continuano ad arrivare rifugiati

(AGI) – Beirut, 8 apr. – Il mese scorso, a largo del porto di Hodeidah, in Yemen, un’imbarcazione che trasportava circa 150 rifugiati somali è stata bombardata da una nave ed un elicottero militare della coalizione a guida saudita, lasciando sul pelo dell’acqua 42 morti. L’imbarcazione, dopo decine di ore di pericolosa navigazione, stava per giungere in Yemen dopo essere partita dal porto di Djibouti qualche giorno prima.
Secondo le Nazioni Unite più di diecimila persone sono morte in due anni di guerra civile in Yemen (da marzo 2015), altre quarantamila sono rimaste ferite e quasi in dieci milioni hanno bisogno di urgente assistenza. La guerra vede la coalizione araba guidata dall’Arabia saudita combattere l’insurrezione degli Houthi, che nel marzo 2015 avevano preso il controllo della capitale Sana’a.
Già uno dei paesi con i più bassi indici di sviluppo umano e i più alti tassi di povertà al mondo, la guerra senza quartiere che va avanti da più di due anni ha messo ulteriormente in ginocchio il paese amato da Pasolini. Eppure, il flusso di rifugiati che in Yemen cerca la salvezza non si è interrotto: più di 117000 rifugiati e richiedenti asilo, provenienti da vari paesi africani (Somalia ed Etiopia, in particolare), sono arrivati nel solo 2016, che si aggiungono ai 270000 già presenti. Allargando l’arco temporale, si calcola che dal 2006 al 2016 più di 700000 persone hanno lasciato il Corno d’Africa per raggiungere un paese dilaniato dalla guerra.
Secondo le testimonianze, alcuni – sopratutto gli etiopi – considerano il Paese che si affaccia sul Golfo di Aden un punto di transito, per cercare poi di raggiungere altri paesi del Golfo per trovare lavoro e un certo grado di sicurezza. Altri – sopratutto somali – rimangono invece in Yemen, talvolta ignari delle condizioni di profonda insicurezza generata dalla guerra. Altri ancora, pur sapendolo, probabilmente ritengono di non aver nulla da perdere.
Le motivazioni che continuano a spingere tanti somali ed etiopi ad attraversare un mare pericolosissimo come quello che li separa dallo Yemen, e ad affidarsi a trafficanti senza scrupoli, hanno anzitutto a che fare con la stessa disperazione che spinge molti a compiere un viaggio simile nel mar mediterraneo: in Etiopia da ottobre 2016 è stato dichiarato lo stato di emergenza, mentre in Somalia agli endemici conflitti tribali e alla povertà assoluta si è aggiunta da qualche anno la guerra tra forze governative e i terroristi di Al Shabaab. Quel che i somali e gli etiopi trovano in Yemen, però, è molto diverso da ciò che altri, partendo dalle coste libiche, trovano o immaginano di trovare in Europa.
Un’altra ragione che induce così tanti rifugiati ad affrontare un viaggio del genere ha però a che fare con l’inefficacia delle campagne di sensibilizzazione. Sembra difficile accettarlo, nel mondo globalizzato ed iperconnesso, ma le drammatiche condizioni in cui tante persone vivono nel Corno d’Africa includono anche l’impossibilità di avere informazioni basilari su ciò a cui vanno incontro in Yemen.
A febbraio 2017 l’Unchr ha lanciato la campagna “Disastrous crossing”, coinvolgendo famosi artisti della regione – l’egiziano Hany Adel, i somali Maryam Mursal e Aarmaanta, gli etiopi Yeshi Demelash, Dawit Nega e Tadele Roba – nella realizzazione di una canzone sui rischi dell’attraversamento del tratto che separa l’Africa dallo Yemen.
Come fa però notare Idil Osman, ricercatrice di origini somale della Soas, la gran parte dei richiedenti asilo che affronta il viaggio non ha alcun accesso alla Tv e a internet, ed apprende delle condizioni dello Yemen esclusivamente attraverso la propria comunità: da amici, parenti, in chiesa o in moschea, nelle stazioni radio locali. In moltissimi non sanno nemmeno dell’esistenza della campagna Unhcr. Inoltre, la campagna, nonostante i nobili intenti, non spiega realmente i rischi connessi all’affrontare il viaggio della speranza, forte dell’idea che per far arrivare il messaggio forse basti la suggestione evocata dalla celebrità dei cantanti.
Secondo la Osman, le campagne di sensibilizzazione rimangono importanti ma in situazioni simili c’è anche il bisogno di tornare ad utilizzare mezzi informali, tradizionali, servendosi di canali di comunicazione rispetto ai quali le persone sono più ricettive, e che coinvolgono attori a loro più prossimi, come capi villaggio, parenti, leader religiosi.
Esempio di questo approccio è una pratica diffusa in Somaliland, che sembra aver mostrato già la sua efficacia: si chiama “hooyo ha tahriibin”, e letteralmente si traduce con “figlio mio, non emigrare”. Ma non ci si limita ad implorare: questa pratica prevede infatti che i parenti dei ragazzi che intendono affidarsi ai trafficanti per lasciare le coste africane regalino loro delle macchine di seconda mano, da usare come taxi, così che questi ultimi abbiano una fonte di guadagno.
D’altronde, secondo le stime, in media le famiglie pagano circa 7000 dollari ai trafficanti per far viaggiare i figli, laddove in Somalia il reddito pro capite si aggira attorno ai 350 dollari l’anno (il quartultimo al mondo). Non di rado, inoltre, i trafficanti sequestrano i ragazzi chiedendo un riscatto alle famiglie. Il costo di una macchina di seconda mano si aggira invece attorno ai 2000 dollari: così, madri e padri disperati ricorrono al “hooyo ha tahriibin” per provare a dare ai figli una ragione per rimanere, e per non andare incontro ad un destino peggiore di quel che si aspettano. (AGI) Lorenzo Forlani (lby)
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