Algeria: il prossimo fronte dello Stato islamico?

(AGI) – Beirut, 3 apr. – Mentre le cancellerie occidentali osservano l’evoluzione della guerra civile libica e quella della istituzionalizzazione democratica in Tunisia, in Nordafrica potrebbe preso esplodere un altro fronte nella guerra contro l’Isis: l’Algeria, il paese dove lo schema degli ultimi anni in Egitto – rivoluzione, transizione, elezioni, colpo di stato e repressione, lotta armata dei gruppi marginalizzati o di loro simpatizzanti, col rischio di una guerra civile – era già stato “testato” negli anni ’90, dopo la vittoria degli islamisti del Fis alle elezioni e il successivo colpo di stato per defenestrarli.

Domenica scorsa le autorità algerine hanno ucciso due importanti terroristi nell’area di Costantina: tra essi c’è Noureddine Lauoira, noto come Abu al Hammam, leader della milizia Al Ghoraba, affiliatasi all’Isis dopo il divorzio nel 2015 da Al Qaeda nel Maghreb. Secondo le autorità, Abu al Hammam è responsabile dell’uccisione di un poliziotto (gli è stata trovata addosso la Beretta 92 incriminata) e di un altro attacco ad una stazione di polizia lo scorso 26 febbraio, rivendicati dall’Isis.
Nonostante un inizio “promettente”, com il rapimento e l’uccisione a settembre 2014 dell’escursionista francese Herve Gourdel, oltre alla defezione in massa dalle fila di al Qaeda nel Maghreb di un gran numero di miliziani, l’Isis in Algeria non è ancora riuscito ad sviluppare una provincia continua. Sembra piuttosto servirsi di cellule dormienti e di divisioni attive sulle colline algerine, un modus operandi che ricorda più quello di Al Qaeda durante il suo apogeo. Secondo la sicurezza interna algerina, l’Isis ha in Algeria circa 80 uomini, sparsi in tre gruppi: relativamente pochi, ma non per questo facili da contrastare.
Nell’est del Paese, a Costantina e dintorni, c’è appunto la milizia di Al Ghoraba, mentre nell’area di Skikda c’è quella di al Itissam (anche conosciuta come Ansar al Khilafa, “l’esercito del Califfato”). Queste due milizie insieme possono contare su una cinquantina di uomini, a cui si aggiungono ex soldati del GIA che forniscono supporto logistico. Ansar al Khilafa è sorto dalle ceneri del Katiba al Shuhada, una ex divisione di Al Qaeda nel Maghreb.
Il gruppo si era rifugiato nei boschi vicino Skikda agli inizi del 2000, quando molti altri gruppi dell’area decisero di abbandonare la militanza per aderire al Patto di riconciliazione nazionale, che concesse l’amnistia a tanti combattenti disposti a deporre le armi. Il gruppo sarebbe tuttora guidato da Amar Lemloum, anche conosciuto come Zakaria al Djidjeli. Dal 2015, l’Esercito algerino ha intensificato le operazioni nell’area, impiegando circa 4000 uomini.
E’ comunque improbabile che Abu al Hammam fosse il leader dell’Is in Algeria, sia perché è un miliziano solo dal 2008, sia perché quando militava in Al Qaeda era considerato un gregario. Un altro aspetto messo in luce dalle forze di sicurezza che lo hanno ucciso domenica è che se fosse un Emiro, avrebbe avuto perlomeno cinque o sei uomini di scorta attorno a se. Invece, Abu al Hammam viaggiava con un solo vice.
Il terzo e ultimo gruppo – ed anche il più influente – che comporrebbe la galassia dell’Is in Algeria sarebbe quello di Jund Al Khalifa, obiettivi delle operazioni più cruente condotte dall’esercito nella catena montuosa del Bibans. Lo scorso febbraio, in una di queste nel nordest di Boura, sono rimasti uccisi 14 terroristi e nove soldati. Il fatto che questo sia il gruppo più forte tra quelli affiliati all’Isis rende ancor meno probabile che Abu al Hammam fosse il loro Emiro, visto che quest’ultimo operava in un’area – quella di Costantina – che si trova a circa 300 km a est di Boura.
Le perdite subite in questi anni hanno indotto questi gruppi a reclutare uomini dalla Libia, dal Marocco, dal Mali, dalla Tunisia e dal Niger. Tuttavia, con una media di circa 200 uomini uccisi ogni anno dall’Esercito, i gruppi armati in Algeria sembrano in difficoltà, subendo perdite che non sembrano poter essere compensate nell’immediato da nuovi reclutamenti.
Non è però molto convinto un ufficiale dell’intelligence algerina, intervistato da Middle east eye: “E’ vero che sono stati molti indeboliti e in una certa misura isolati. Ma non dovremmo dimenticare che per un terrorista, la vittoria più grande è quella di rimanere in vita (per riorganizzarsi, ndr). Sanno benissimo che hanno tutto da guadagnare dal rimanere in clandestinità e aspettare un momento più propizio, magari in una fase di instabilità politica. In un caso come questo, potrebbero tornare a reclutare e organizzare altre operazioni. Il loro completo sradicamento è impossibile, ed è per questo che la situazione è rischiosa”. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
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