Siria: Lesbo, dove i migranti si salvano da soli

(AGI) – Beirut, 28 apr. – Essendolo stato in prima persona, Omar Alshakal sa bene cosa vuol dire essere un rifugiato. Sull’isola di Lesbo ci è arrivato quasi per caso, e lo ha fatto nuotando nelle acque del Mar Egeo dopo esser partito dalle coste turche.
Qui, nella piccola isola greca, da qualche settimana, ha deciso di fondare una Ong: Refugees for refugees si chiama, e attraverso essa Alshakal vuole aiutare i tanti ragazzi che tentano il viaggio della speranza, incoraggiarli a lavorare, e anche mandare aiuti cibo, vestiti e assistenza direttamente in Siria. Il primo carico di viveri e capi d’abbigliamento è stato recapitato a inizio del mese scorso ai bambini siriani a Sanliurfa, in Turchia.
La storia di Alshakal parte da lontano, ed è un’odissea: nel 2011, si unisce come tanti alle dimostrazioni anti-governative in Siria sulla scia delle primavere arabe. Durante una di queste proteste a Deir ezZor, dove è nato e cresciuto, viene però arrestato, e tenuto in prigione per più di un mese e mezzo, subendo anche vari pestaggi all’interno del carcere. Non muore, tuttavia, a differenza di molti suoi compagni di cella, torturati a morte.
Una volta rilasciato, Alshakal inizia a offrire il suo aiuto: usa la sua macchina come vettura d’emergenza, per trasportare feriti negli ospedali durante i bombardamenti. Finché, la sua macchina non viene semi distrutta dai colpi di artiglieria del regime. Nel maggio 2013, una bomba cade vicino alla sua casa. Con un suo amico saltano subito in macchina, raccogliendo sei feriti, ma dopo pochi metri vengono colpiti di nuovo: il suo amico muore davanti a lui, mentre Omar riesce a uscire, anche se con una gamba malconcia a causa di schegge di shrapnel.
L’incidente costringe per vari mesi Omar sulla sedia a rotelle, e lo convince a cercare di arrivare in Turchia per ricevere adeguate cure mediche. Ed è qui che accade qualcosa di imprevedibile, qualcosa a cui Omar non aveva nemmeno pensato se non fosse arrivato in Turchia: un dottore turco che lo visita a Bodrum gli suggerisce di provare a raggiungere la Germania, come molti suoi compatrioti.
Il piano iniziale è: guarire la propria gamba, prendersi qualche giorno di riposo con gli amici sulle coste turche, e poi provare a tornare in Siria, per poi tentare di recarsi in Germania. Ma, mentre si trova sulla spiaggia con gli amici, un uomo gli si avvicina e, seguendone lo sguardo che punta alle colline al di là del mare, nascoste dalla nebbia, gli dice: “Vedi quelle colline? Quella è la Grecia!”.
Il coraggio e un po’ di incoscienza hanno sempre aiutato Alshakal, già quando andava in giro per DeirEzZor a soccorrere feriti con la sua utilitaria. Dopo la rivelazione dell’uomo, ad Omar sembra quasi una conseguenza naturale suggerire al gruppo: “nuotiamo fino alla Grecia”. Sa che ce la può fare: è stato istruttore di nuoto in Libano, e ha anche fatto il bagnino, così come uno dei suoi amici. L’altro del gruppo, però, è più anziano e non in perfetta forma, ma vorrebbe venire ugualmente.
Dopo aver comprato l’attrezzatura e i salvagenti necessari, i tre tornano sulla costa di Bodrum e dopo poche ore di pianificazione decidono di partire, con direzione Pserimos, un’isola greca disabitata, al largo della costa di Kalymnos.
Alshakal, comunque, è tutt’altro che guarito, e nuota con una gamba sola. La morte la vede già a metà viaggio, quando il gruppo si accorge che è inseguito da una pinna a pelo d’acqua, poco distante. “Ero sicuro che saremmo morti, attaccati dagli squali”, ricorda. Ma le pinne diventano due, tre, quattro, e il gruppo si accorge in fretta di avere a che fare solo con un gruppo di delfini.
Dopo 14 ore in mare, i tre arrivano davanti alla costa di Kalymnos, dove vengono intercettati da un’imbarcazione della guardia costiera greca. “Abbiamo provato a spiegare che venivano dalla Siria, ma non parlavamo né greco né inglese”, spiega Omar.
Dopo una serie di peripezie, i tre riescono a raggiungere Atene, da dove vogliono arrivare in Germania. Ma Omar si accorge subito che raggiungere l’Europa continentale è tutt’altro che facile: per tre volte viene respinto al confine con la Macedonia. A causa dell’infortunio alla gamba non riesce a correre, motivo per cui viene catturato dalla polizia dopo l’ennesimo tentativo di passare il confine, mentre i suoi amici riescono a scappare.
Tornato ad Atene, passa le notti in strada, con un gruppo di rifugiati siriani appena conosciuti. Per ottenere i documenti per potere andare in Germania legalmente deve aspettare altri otto mesi. Una volta passati, finalmente raggiunge la Germania, dove si stabilisce a Rostock, in un alloggio fornito dal governo. Qui presta servizio come aiuto cuoco volontario in una Ong a sostegno dei rifugiati.
Dopo nove mesi, però, la sua vita cambia repentinamente. “Apro gli occhi e vedo una pistola puntata contro la mia testa”, ricorda Alshakal. “Non penso fossero la polizia, perché non avevano uniforme. Ho pensato fossero mafiosi”.
Dopo essere stato portato in una stazione di polizia, gli agenti lo interrogano sull’Isis, gli chiedono se ne fa parte, anzi, a suo dire lo accusano di esserne parte. Gli viene sequestrato il cellulare e impedito du comunicare all’esterno per più di un mese, finché non arriva una lettera per lui: è una lettera di scuse da parte della stessa polizia, che ammette di averlo arrestato sulla base di false accuse. Omar rimane a Rostock per altri due mesi, ma a questo punto desidera ardentemente tornare in Siria, per aiutare i suoi connazionali. Decide così di fare ritorno in Grecia, da dove poi pensare a un modo per tornare in Patria.
Quando arriva, le condizioni sono cambiate in Grecia: di rifugiati ne arrivano centinaia ogni giorno, e vengono sistemati in centri di detenzione, a volte in condizioni drammatiche. Dopo aver preso contatti con una serie di associazioni umanitarie, Alshakal ottiene una licenza da bagnino e diventa coordinatore di una Ong locale.
Molto in fretta, tuttavia, capisce che non è abbastanza, e sopratutto che la Ong per cui lavora gestisce i soldi in modo poco trasparente. Si immedesima nei rifugiati che gli chiedono aiuto, finché non decide che il miglior modo per sostenerli è coinvolgerli nello sforzo di assistenza, come ha fatto lui più di un anno prima.
“Conosciamo la loro situazione, parliamo la loro lingua, e siamo stati nella loro stessa situazione. Quindi nessuno sa meglio di noi come aiutare i rifugiati”. Così, Omar Alshakal decide di fondare la sua “Refugees 4 refugees”, nella quale tuttora lavorano solo rifugiati: rifugiati che come Omar arrivano sulle coste greche sani e salvi, e forse per sdebitarsi col destino, forse per spirito di solidarietà, o per entrambi i motivi, decidono di mettersi subito al lavoro, per aiutare chi compie la loro stessa, rischiosa, spesso disperata scelta. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

La politica di Trump in Medioriente

(AGI) – Beirut, 24 apr. – A quasi cento giorni dall’inizio del suo mandato, non è ancora chiaro che direzione Trump voglia dare alla sua politica estera, sopratutto in Medioriente, quale paradigma dei rapporti internazionali voglia declinare e in che modo.
Se la vivace campagna elettorale aveva lasciato presagire una serie di decisi cambi di rotta e di rotture con il passato, paventando una “epoca nuova” della politica americana, guidata da un presidente che a fatica sembra poter ricadere appieno nel dualismo Repubblicani-Democratici, i primi mesi dell’amministrazione Trump si sono in realtà riempiti di contraddizioni e di incognite.
La dottrina obamiana del “leading from behind”, che rompeva con l’eccezionalismo americano per assecondare processi di nation building endogeni, di cui le primavere arabe si pensava fossero i detonatori naturali, ha prodotto una realtà che ai critici dell’ex presidente appare disastrosa: conflitti aumentati, instabilità politica in tutta l’area, crisi dei rifugiati dalla Siria ed alleati – Israele e i Paesi del Golfo soprattutto – scontenti o pessimisti per l’accordo sul nucleare iraniano e per gli sviluppi regionali che vedono aumentata l’influenza iraniana.
Il paradigma che guida la politica di Trump, almeno dal punto di vista comunicativo, è quello, ambiguo, dell'”America First”: “prima l’America”. E’ difficile però capire cosa implichi un simile slogan nei rapporti con il Medioriente, poiché nel dare la “precedenza all’America” si possono prendere direzioni opposte: sia quella dell’isolazionismo, che sembrava essere il cavallo di battaglia di Trump in campagna elettorale e che appare come un modo per ridurre al minimo gli sforzi americani esterni per concentrarsi su quelli interni; sia quella dell’interventismo, che al contrario parte dal presupposto di riaffermare il primato e l’autorità degli Stati Uniti nello scenario mondiale, di ricostruire delle gerarchie, impegnandosi più di quanto non lo si faccia attualmente.
Sul piano comunicativo Trump ha giocato molto, e una volta eletto ha moderato le sue istanze: tanto sulla Nato – definita obsoleta durante le elezioni – quanto sulla crisi siriana. Sulla Siria il presidente americano sembra aver contraddetto le parole con i fatti: dopo essersi opposto duramente al possibile intervento armato contro Assad di Obama nel 2013, dopo aver rifiutato i rifugiati siriani sul suolo americano, dopo aver promosso maggiore cooperazione con la Russia (alleata di Assad), dopo aver ripetuto che la caduta dello stesso Assad non era una priorità come la distruzione dell’Isis e dopo aver promosso la diminuzione dei finanziamenti alle forze ribelli, Trump lo scorso 6 aprile ha ordinato uno strike su una base aerea lealista, in reazione al presunto attacco chimico condotto dalle forze di Assad vicino a Idlib.
Una mossa che ha dapprima sorpreso chi pensava che isolazionismo si traducesse in immobilismo militare e disengagement; poi, man mano che diveniva chiaro come lo strike non fosse il preludio ad un intervento armato in Siria, si è rivelata come una esibizione muscolare, facendo guadagnare peraltro a Trump un’aura da degno commander in chief – che riafferma la rilevanza statunitense in uno scacchiere dove iniziava ad essere quasi marginale – anche agli occhi dei suoi più accesi critici. Per molti osservatori, è con lo strike in Siria – seguito poi dal lancio in Afghanistan del più potente ordigno non nucleare della Storia – che è iniziata l’era Trump.
Capire cosa guidi e stimoli le prese di posizione di Trump è complesso. Anzitutto perché Trump non sembra avere alcun riferimento ideologico, alcuna cornice dottrinale in cui inserire la sua vision: il ché lo porta a cambiare spesso idea, ad agire in maniera anche impulsiva.
Secondo Leon Hadar del National Interest, Trump non ha mai nemmeno voluto far finta di essere un “uomo di idee”, di avere una visione coerente della politica internazionale, dei suoi equilibri. Ci si può dunque aspettare che proceda per tentativi, e che voglia testare la reattività propria e dei suoi alleati.
E’ apparso ad esempio paradossale che Trump abbia invitato a Washington Abdel Fattah Al Sisi, per riaffermare l’importanza dei rapporti con l’Egitto – invito contestuale alla proposta concertata con l’Egitto di inserire la Fratellanza musulmana tra le organizzazioni terroristiche -, e quasi negli stessi giorni sia stato il primo presidente a complinentarsi con Erdogan – esponente di quell’islam politico vicino alla Fratellanza contro cui Al Sisi è schierato – per la vittoria nel referendum turco, e che promette di aggiungere “un uomo forte” alla regione.
Il rapporto coi Paesi del Golfo appare l’incognita più grande, oltre che il punto più delicato. Le monarchie hanno accolto con entusiasmo la reiterata bocciatura dell’accordo sul nucleare iraniano da parte di Trump, ed il ritorno di una retorica apertamente ostile a Teheran. I legami tra Washington e le capitali arabe del Golfo nei primi mesi sono sembrati rinsaldarsi: a inizio marzo il principe saudita Mohammad bin Salman ha incontrato lo stesso Trump, mentre alcune settimane dopo il ministro della Difesa del Qatar ha visitato il Pentagono. La prima missione di James Mattis come Segretario alla Difesa è stata negli Emirati Arabi Uniti, e nel corso del primo mese di incarico il Generale ha già incontrato i leader di Israele, Egitto e, appunto, paesi del Golfo, non mancando mai di riaffermare in occasioni pubbliche che “l’Iran è la prima causa di problemi nella regione”, refrain su cui i suddetti paesi concordano pienamente.
Tuttavia, le mosse di Trump non appaiono del tutto rassicuranti agli alleati. Esistono infatti numerose contraddizioni nella politica statunitense rispetto alla guerra all’Isis, alle pressioni populiste in America, all’impatto sul mercato dell’energia, che potrebbero rendere problematici i rapporti con i Paesi del Golfo.
L’obiettivo di distruggere lo Stato Islamico, per esempio, non può che implicare l’accrescimento dell’influenza regionale iraniana, in Iraq e in Siria sopratutto. In Siria, gli Stati Uniti tollerano apertamente la presenza e il sostegno russo ad Assad, poiché a Washington esiste la convinzione che se Assad ristabilisse il monopolio della forza e il controllo del Paese, lo Stato islamico ne risulterebbe indebolito o distrutto. Ciò va anche al di là dello strike sulla base di Al Shayrat: un gesto muscolare, forse usato come diversivo rispetto alle difficoltà incontrate da Trump in quel periodo sull’abolizione del’Obamacare, che però non si è tradotto e difficilmente si tradurrebbe nella necessità di sbarazzarsi di un regime arabo che non pone alcuna minaccia alla sicurezza americana, e con l’ulteriore costo di dover fare i conti con il peggioramento delle relazioni con Mosca.
Tutelare e non compromettere la sopravvivenza di Assad è un obiettivo dell’Iran sin dall’inizio del conflitto, tranne che nel caso in cui ad Assad subentrino forze egualmente vicine agli interessi iraniani – ed egualmente ostili ai Paesi del Golfo -, come gli Hezbollah, il cui ruolo ha assunto una certa importanza in questi anni di guerra civile. Un paradosso simile, agli occhi degli Usa e delle petromonarchie, esiste anche in Iraq: lo sradicamento dell’Isis in Iraq richiederebbe un ulteriore rafforzamento dell’esercito e delle istituzioni irachene. Ciò significherebbe tollerare non solo l’attuale supporto di Teheran agli iracheni e ai curdi del nord dell’Iraq, ma anche l’ambizione iraniana di lungo termine di lasciare a Baghdad un governo a guida sciita, e dunque alleato.
Insomma, la distruzione dell’Isis – che assieme al primato di Israele può essere considerato uno dei due pilastri dell’approccio dialettico trumpiano – potrebbe significare anche il rafforzamento di due importanti clienti iraniani, Siria e Iraq, scenario che alle monarchie petrolifere appare inquietante.
Passato il periodo iniziale degli “ideologi” – Bannon, Flynn – Trump è sembrato affidarsi sempre più a dei pragmatici, come Mc Master e Mattis, rispettivamente National Security Advisor e Segretario della Difesa. Gli unici punti fermi della politica mediorientale di Trump sembrano poter essere Israele – anche se ancora non è stato dato seguito alla (pericolosa) promessa di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme -, la guerra all’Isis e il forte scetticismo rispetto all’accordo sul nucleare iraniano.
Se nel primo caso una condotta appare delineabile – in linea con la storia di amicizia tra Stati Uniti e Israele – nel caso del nucleare iraniano le incognite sembrano superare i punti fermi: da una parte l’aperta ostilità repubblicana all’accordo e i venti di guerra paventati da Flynn, che poco prima di essere rimosso dal suo incarico aveva messo l’Iran “on notice” in seguito a dei test missilistici nel Golfo Persico, assecondando la posizione delle lobbies filo israeliane e filo saudite che influenzano l’amministrazione americana; dall’altra l’assoluta necessità – propedeutica proprio alla sconfitta dell’Isis e alla salvaguardia di Israele – di avere una Russia e una Cina – che sono alleate iraniane – non nemiche. Delle novità potrebbero tuttavia arrivare con la gestione dell’offensiva su Raqqa da parte delle Sdf a guida curda, sostenute dagli Stati Uniti.
Sicuramente, rispetto alla campagna elettorale in cui sembrava aver aperto uno squarcio all’interno del GOP, oggi Trump sembra essere in una posizione diversa, più organica ai repubblicani, sopratutto a partire dallo strike condotto sulla base di Assad: secondo un sondaggio di Pew Research, il 92% dei repubblicani ha appoggiato l’azione in Siria, anche se l’indice di gradimento generale di Trump rimane inferiore al 40%.
L’idea di “America First” per Trump sembra tuttavia potersi declinare nel senso di un aumento delle capacità militari e nucleari statunitensi – in un’ottica di deterrenza -, nel sostegno a “uomini forti” (Al Sisi, Haftar, Al Saud, Erdogan), nella fine dei progetti neo-con di esportazione della democrazia, e nella pretesa di maggiori contributi europei al sistema di difesa della Nato.
L’era Trump potrebbe segnare il passaggio dallo storico approccio “proattivo” statunitense, sempre inquadrabile all’interno di un paradigma o di una dottrina delle relazioni internazionali, ed un approccio “reattivo”, che può rispondere di volta in volta anche in modo contraddittorio alle sfide e agli sviluppi regionali. Alcuni hanno definito questo approccio “transazionale”: tipico di chi viene dal mondo immobiliare, in base al quale una transazione (o una mossa di politica internazionale) è percepita come proficua se è più vantaggiosa della precedente, a prescindere dal fatto che possa essere in contraddizione con essa. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

L’ascesa degli Emirati Arabi Uniti, tra Corno d’Africa e Marte

(AGI) – Beirut, 20 apr. – Forse la definizione migliore l’aveva data qualche tempo fa James Mattis: “la piccola Sparta”. Così l’attuale Segretario alla Difesa statunitense aveva soprannominato gli Emirati Arabi Uniti (EAU).
Perché a giudicare dalle ultime mosse del piccolo Paese della Penisola arabica, una piccola Sparta – non nel Mediterraneo o nel Mar Egeo, ma nel Golfo Persico e, sopratutto, nel Golfo di Aden – sta davvero emergendo, sfruttando i proventi del petrolio per rafforzare le proprie ambizioni economiche e geopolitiche, la propria influenza regionale. In particolare, nel Corno d’Africa.
Tra marzo e aprile 2017 gli EAU hanno infatti concluso – relativamente in sordina – due importanti operazioni in Somalia, inserendosi prepotentemente come attore chiave in Africa orientale, già oggetto degli interessi di almeno altri dieci paesi. Ad inizio aprile la P&O Ports di Dubai ha infatti concluso un accordo di concessione trentennale con la regione semi-autonoma del Puntland, nel nordest della Somalia, per lo sviluppo e la gestione di un porto polivalente nella città di Bosaso. Il progetto si articolerà in due fasi, ed avrà un costo complessivo di circa 340 milioni di dollari.
Solo un mese prima la piccola petromonarchia aveva sottoscritto un accordo simile con l’altra regione – o meglio Stato, non riconosciuto dalla comunità internazionale – autonoma della Somalia, il Somaliland, per la costruzione di una base militare nel porto di Berbera. Ciò è avvenuto a distanza di un anno dall’annuncio da parte di Hargheisa di una ulteriore intesa, dal valore di 442 milioni di dollari, con l’azienda DP World di Dubai, per l’ampliamento del già esistente porto civile di Berbera, e con il dichiarato obiettivo di renderlo un hub commerciale di primo livello sulla costa del Mar Rosso.
Queste operazioni sono in parte legate alla guerra in Yemen, nell’ambito della quale gli EAU sono nella coalizione a guida saudita contro gli Houthi sostenuti dall’Iran; in parte ad una necessità di controbilanciamento geo economico: circa l’80% delle entrate del governo della Somalia, infatti, provengono dal porto e dall’aeroporto di Mogadiscio, entrambi gestiti da compagnie turche.
La presenza di Ankara nella regione viene vista dagli Emirati – e dai suoi alleati americani e inglesi – come una minaccia strategica. Nel vicino Stato di Djibouti, hanno base le truppe di Stati Uniti, Francia, Italia, Spagna, Giappone e Germania, impegnate in esercitazioni anti terrorismo e anti pirateria nel Maro Rosso e nell’Oceano indiano.
Secondo alcuni esperti, tuttavia, i contratti sottoscritti dagli EAU in Somaliland e in Puntland potrebbero fare i conti con alcuni ostacoli legali: nonostante l’assetto federale della Somalia, infatti, le regioni autonome non avrebbero il diritto di concludere accordi con altri Stati in modo indipendente.
Ciò ha già generato alcune polemiche: su Twitter i somali hanno già diffuso l’hashtag #UAEHandsoffSomalia (“EAU giù le mani dalla Somalia”), in protesta contro quello che appare loro come un tentativo di minare la sovranità e l’unità del Paese africano. Il Revisore Generale somalo, Gen. Nur Jimale Farah, nel sostenere l’illegittimità dell’accordo tra Somaliland e EAU, ha invece accusato l’ex governo somalo di Hassan Sheikh Mohamud di aver preso delle tangenti per facilitare l’accordo stesso e “perseguire guadagni privati”.
Se il primo decennio del ventunesimo secolo ha visto Abu Dhabi protagonista a livello internazionale sopratutto in campo finanziario – con il suo fondo sovrano molto attivo nella ricapitalizzazione o nel salvataggio di istituti di credito occidentali colti dalla crisi del 2008 e con investimenti sempre più ingenti in vari settori dei mercati europei, primo tra tutti quello immobiliare – dal 2012 e sopratutto negli ultimi anni il focus degli Emirati sembra essersi gradualmente spostato sul comparto militare, e verso investimenti e acquisizioni dal valore geostrategico. Investimenti che potenzialmente sono in grado di aumentare l’influenza emiratina all’interno della regione.
Le mire degli EAU non sembrano nemmeno fermarsi al Pianeta Terra: nel 2014 infatti, sono diventati l’unico paese arabo ad avere un proprio programma spaziale, con il lancio della missione Hope Mars, per studiare l’atmosfera sul Pianeta rosso. L’obiettivo di lungo termine, e visionario, di questa missione lo ha chiarito in un tweet lo scorso febbraio il Primo ministro Sheikh Mohammad bin Rashid Al Maktoum: “puntiamo a creare per il 2117 una mini-città e una comunità su Marte”. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

La prima donna araba che guida un gregge di fedeli. Da Tripoli

http://www.agi.it/estero/2017/04/30/news/prima_pastore_donna_mondo_arabo_libano_tripoli-1725956/

 

Si chiama Rola Sleiman, ha i capelli biondi e viene da Tripoli. Ma sopratutto, dallo scorso febbraio è ufficialmente il primo pastore di sesso femminile non solo del Libano ma dell’intero mondo arabo.

Dalla vocazione alla nomina, “è stato Dio a volerlo”

La sua è una storia di vocazione religiosa, certo, ma anche una storia guidata in un certo senso dal caso. “Non avevo in testa di diventare davvero un pastore”, spiega Rola ad Al Jazeera, mentre siede all’interno della Chiesa evangelista presbiteriana di Tripoli, dove lo scorso 26 febbraio ha ricevuto l’eccezionale nomina. “Se mi guardo indietro, mi accorgo che forse è stato Dio ad aver voluto questo destino”.

Reverenda Rola Sleiman (Afp) 

Nata da genitori molto devoti – ma non più della media – Rola sembra attribuire l’inizio di questo suo percorso teologico ad una fase della sua adolescenza, in cui iniziò a farsi delle domande, e a cercare delle risposte. “Ho iniziato a leggere la Bibbia, il Corano, il Vecchio Testamento, ed ero convinta della mia fede. Non penso che tutti debbano avere fede, ma è ciò che mi ha guidato personalmente, hamdulillah”, che in arabo significa “grazie a Dio”, ed è una espressione utilizzata sia dagli arabi cristiani che musulmani. Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di Teologia, e una volta laureatasi torna nella sua città natale nel nord del Libano.
Prima di iscriversi all’Università si era fatta adottare dal Sinodo evangelico della Siria e del Libano, la denominazione che comprende le federazioni evangeliche presbiteriane del Levante. Dopo la laurea gli viene offerto di servire in una delle chiese in giro per i villaggi del Paese, ma lei sente di voler rimanere a casa. “Sentivo di dover fare qualcosa nella mia citta’ natale”, spiega. La svolta, appunto, arriva quasi per caso: nel 2006 George Bitar, il pastore della Chiesa in cui Rola va da quando è bambina, è in viaggio all’estero. A Rola, che ha una educazione teologica sufficiente, viene chiesto di guidare temporaneamente la messa di domenica, fino al ritorno di Bitar.

Con la guerra Rola diventa pastore “ad interim”

A luglio, però, scoppia la guerra tra Libano e Israele, ed il pastore Bitar non riesce a rientrare nel paese. Così, Rola continua a fare le sue veci per altri sei mesi. Poi, la sorpresa: George Bitar torna in Libano, ma il suo è solo un passaggio: ha infatti ottenuto un visto per gli Stati Uniti, e nel 2008 ci si trasferisce con la sua famiglia. Nella Chiesa di Tripoli, così, viene a mancare un pastore ufficiale, nominato, ma Rola continua nel suo ruolo “ad interim”, rafforzando le sue relazioni nella congregazione. Il tempo passa, e lei rimane lì, dove sarebbe dovuta stare solo per pochi mesi. Non essendo ancora Pastore, ma solo Reverendo, Sleiman non può ad esempio celebrare i battesimi senza la supervisione di un chierico maschio, e l’assenza a Tripoli di un Pastore impedisce ai comitati del Sinodo – che sono formati dai Pastori delle Chiese in giro per il Paese – di votare su un certo numero di questioni. Insomma, c’è bisogno di nominare un Pastore nella seconda città del Libano.

“Ora sento molti più occhi su di me”

Così, lo scorso febbraio, dopo un lungo periodo da “clandestina”, Rola Sleiman viene nominata pastore con una votazione, in cui prende ventitrè voti a favore e solo uno contro. Nonostante ciò, lei la prende con realismo e modestia: “Il titolo che ho ricevuto non ha aggiunto nulla a quello che già stavo facendo. D’altro canto, penso che ora ci siano molti più occhi su di me, molte persone che aspettano che io abbia successo o che fallisca”.

A Tripoli i cristiani sono il 6% della popolazione

Storicamente, Tripoli è un città multiconfessionale, ma la popolazione cristiana è fortemente diminuita durante la guerra civile iniziata nel 1975 e finita nel 1990. Nonostante un censimento ufficiale della popolazione libanese manchi dal 1932, si calcola che oggi la popolazione cristiana della città costiera del nord del Paese – a maggioranza musulmana sunnita – ammonti al 6% circa. La Chiesa di Rola si trova nel centro della città vecchia, in un’area totalmente musulmana, con cui c’è un clima di profondo rispetto. Forse però Rola rimarrebbe a Tripoli anche in condizioni peggiori: “Non riesco a immaginarmi a vivere in un’altra città. La gente di Tripoli mi sostiene”.

Siria/Iraq: possibile riavvicinamento tra Isis e al Qaeda?

(AGI) – Beirut, 19 apr. – Nei teatri di guerra in Siria, Iraq e Libia, un dato sembra incontestabile: l’Isis perde terreno. In Siria i miliziani fedeli ad Al Baghdadi sono ormai asserragliati a Raqqa, nel nordest del Paese, dove a breve partirà l’offensiva militare delle Sdf, sostenuta dai raid della coalizione a guida americana; in Iraq, secondo il governo di Baghdad, l’Isis controlla ormai meno del 7% del territorio; in Libia, Daesh ha perso la sua roccaforte a Sirte, e fa i conti col fuoco incrociato delle varie milizie islamiste e degli uomini del generale Khalifa Haftar.

Anche in Afghanistan, dopo il lancio della Moab da parte degli Stati Uniti e il proseguimento dell’offensiva dell’Esercito afghano e delle truppe speciali americane, la presenza dell’Isis nella provincia di Nangarhar si sarebbe ridotta a meno di mille uomini, e dallo scorso marzo l’area sotto il loro controllo si sarebbe ristretta di circa 150 chilometri quadrati.

Sono sviluppi di per sé positivi, nonostante spesso, negli ultimi anni, ad una sconfitta militare dell’Isis corrisponda una risposta asimmetrica, un’azione terroristica in un teatro europeo o mediorientale. E’ un altro, tuttavia, l’effetto collaterale più preoccupante delle difficoltà dell’Isis sul campo di battaglia: la possibile riconciliazione con Al Qaeda, con cui in questi ultimi anni, specialmente in Siria, Daesh ha più combattuto che cooperato.
L’allarme è stato lanciato direttamente dal vice presidente iracheno Ayad Allawi, che ha informato i media che in queste settimane sono in atto dei colloqui tra rappresentanti del Califfo Al Baghdadi e rappresentanti del leader di al Qaeda, Ayman al Zawahiri.
Il tema sul tavolo sarebbe proprio la lunga serie di sconfitte militari subite dall’Isis nella regione, da Mosul a Sirte, che lo ha portato a perdere quasi tutto il territorio che controllava in Iraq (nel momento migliore, più di metà del Paese) e in Siria. Se nel Paese a est del fiume Eufrate Daesh ha fatto i conti con una ampia alleanza composta da truppe irachene, pashmerga curdi, milizie sciite sostenute dall’Iran, sostenute dai raid aerei della coalizione, nel nord della Siria sono sopratutto le Syrian Democratic Forces (sempre sostenute dai raid aerei) a mettere gli stivali sul terreno. Nel resto de Paese, invece, Daesh combatte sia contro il regime siriano ed Hezbollah, che contro reparti di Fatah al Sham, cioè l’ex Jabhat al Nusra, affiliata ad Al Qaeda.
La scissione tra Al Qaeda e l’Isis è avvenuta prima della proclamazione del Califfato a Mosul: nel 2013 Al Baghdadi, fino a quel momento a capo dell’Islamic State of Iraq – attivo in Iraq sia contro le truppe statunitensi che contro la comunità sciita -, emanazione locale di Al Qaeda, annuncia di voler fondere il suo gruppo con quello di Al Nusra, fondato in Siria da un suo fidato comandante, Abu Muhammad al Jowlani. Quest’ultimo rifiuta la fusione e le due formazioni si separano.
Da quel momento si verifica la prepotente ascesa dell’Isis, che avrà il suo zenit nella proclamazione del Califfato a Mosul, nel giugno 2014., dopo il quale migliaia di qaedisti aderiscono al suo progetto jihadista. Al Qaeda nel frattempo consolida la sua presenza tra le formazioni ribelli che combattono il regime di Bashar al Assad in Siria, marginalizzando il fronte iracheno. Questo consolidamento fa però i conti con l’intervento russo a sostegno di Damasco nel 2015, che ha su Al Qaeda gli stessi effetti dell’intervento della coalizione, dei curdi, delle milizie e dell’esercito iracheno contro Daesh in Iraq.
La possibile riunione tra i due gruppi terroristici è quindi conseguenza di una reciproca difficoltà e della conseguente necessità di mutuo sostegno, in Siria e in Iraq sopratutto. Visto l’ingente impegno militare di diversi attori sul teatro levantino, è improbabile che essa possa determinare una riconquista da parte dei jihadisti delle aree precedentemente controllate, ma certamente sarebbe un ostacolo ulteriore alla prospettiva di pace in Iraq e in Siria.
Secondo alcune stime citate dal quotidiano Al Sharq al Awsat, l’Isis ha oggi circa 15000 militanti tra le sue fila, mentre il network qaedista – in cui operano gruppi come Ahrar Al Sham e Tahrir al Sham – ne conta circa 30000. Ciò, senza considerare la presenza dei jihadisti tra Asia centrale, Nordafrica e Africa centrale, dove formazioni come Boko Haram (in Nigeria) e Al Shabaab (in Somalia) hanno legami rispettivamente con il gruppo di A Baghdadi e quello di Al Zawahiri. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)

Egitto: la galassia jihadista nel Sinai fuori controllo

(AGI) – Beirut, 19 apr. – I sanguinosi attentati della domenica delle Palme contro i cristiani copti a Tanta e ad Alessandria, nei quali sono morte quasi cinquanta persone, sono solo la punta dell’iceberg di una campagna di pogrom confessionali portata avanti dall’Isis e dai gruppi estremisti che a vari livelli operano in Egitto, e che sopratutto nel Sinai stanno seminando il panico a tutti i livelli.

Secondo Mokhtar Awad, esperto di gruppi terroristici della George Washington University, gli ultimi attentati segnano in qualche modo un “salto di qualità” nella persecuzione dei copti, poiché sarebbero stati orchestrati attraverso il coordinamento tra diverse cellule all’interno del Paese, con legami diretti con il quartier generale dell’Isis in Iraq e Siria, anziché da una singola milizia o gruppo terroristico attivo nell’area.
Prima di questi attentati, gli uomini e gli emuli di Al Baghdadi sembravano avere l’obiettivo di attivare con i cristiani d’Egitto la stessa logica settaria in atto nei confronti dei musulmani sciiti in Iraq: lo si è visto a partire dallo scorso anno, quando sono iniziati i pogrom anti-copti nel Sinai, che hanno costretto centinaia di cristiani ad abbandonare la città di Al Arish.
Le persecuzioni nel Sinai non segnalano solo l’aumento del takfirismo e del terrorismo di matrice settaria: sono anche l’ennesima spia di una situazione fuori controllo nella Penisola nel nord-est dell’Egitto, dove sin dalle rivolte del 2011 gli scontri tra Esercito egiziano e varie milizie hanno fatto registrare più di un migliaio di morti.
Nel penisola del Sinai – nota per essere un’area dove vige l’anarchia, che serve da rotta clandestina per i movimenti di armi – l’isolamento delle popolazioni beduine, lasciate a se stesse in un’area dotata di pochissime risorse, ha in qualche modo facilitato l’attecchimento del jihadismo, che è presente a fasi alterne sin dagli anni ’70. Nel Sinai operano dal 2011 molti gruppi terroristici, impegnati su base settimanale in scontri a fuoco con le truppe egiziane e responsabili di numerosi attacchi terroristici.
Si potrebbe pensare che i recenti attentati contro i copti siano una prova di forza dell’Isis: una prova di forza rivolta all’Occidente e alle forze che in Siria, Iraq e Libia stanno costringendo gli uomini di Al Baghdadi alla ritirata, ma anche una prova di forza nei confronti di Al Qaeda, che nel Sinai e in Egitto vanta una presenza storica.
Negli anni ’70 il gruppo più forte nella penisola era il Takfir wa Hijra (“scomunica ed esodo”) guidato da Shukri Mustapha: dopo la morte del leader, molti membri del gruppo si sono reinventati ed hanno aderito ad altri gruppi dell’orbita qaedista. Alcuni di essi sono stati arrestati in Ucraina nel 2009.
Oggi in Sinai proliferano gruppi diversi, riconducibili ad Al Qaeda e all’Isis. Sotto l’ombrello di Al Qaeda – che opera anche con il suo braccio principale nell’area, cioè Al Qaeda in Sinai Peninsula (AQSP) – ci sono gruppi come Ansar al Sharia di Ahmed Ashoush, fondato nel 2012; c’è Jaish al Islam, autore di un altro attentato contro una chiesa copta ad Alessandria nel 2011, in cui morirono 23 persone; ci sono le Brigade Abdullah Azzam, fondate ufficialmente nel 2009, attive sopratutto in Libano ma anche nel Sinai, dove nel 2004, prima della loro istituzione formale, realizzarono un attentato all’Hitlon di Taba, uccidendo 31 persone; ci sono le Brigate al Furqan, impegnate spesso in scontri a fuoco con le Forze di sicurezza egiziane, e c’è Tawhid al Jihad, attivo dal 2008 ma oggi indebolito dal fuoco incrociato di attori diversi come Israele, Egitto e Hamas.
Dal 2014, però, c’è anche l’Isis: prima della proclamazione del Califfato a Mosul, nel Sinai l’Isis dal 2012 operava tramite il Mujaheddin Shura Council in the Environs of Jerusalem, un gruppo che, come nel caso di Tawhid al Jihad, viene combattuto da Israele, Egitto e Hamas, il cui nucleo principale oggi pare essersi spostato nell’orbita qaedista.
Il gruppo che pare avere dei progetti che vanno oltre la lotta alle forze armate egiziane ed i pogrom anti- cristiani sembra essere però Ansar Beit al Maqdis. Nato nel 2011 grazie all’afflusso di militanti da tanti piccoli gruppi di orientamento salafita, dal 2013 in guerra contro le Forze armate egiziane, dal 2014 Ansar Beit al Maqdis non si è solo limitato a giurare fedeltà all’autoproclamato califfo Al Baghdadi: nel novembre 2014 si è trasformato e, analogamente a quanto fatto dall’Isis nel Levante, ha proclamato una provincia sotto il suo controllo: la Wilayat al Sinai, che ha anche un suo “governatore”, Abu Hajar al Hashemi, annunciato dal gruppo lo scorso dicembre. All’interno del gruppo operano molti militanti che hanno già combattuto in Iraq e Siria, e in questi tre anni hanno ucciso più di un centinaio di soldati egiziani.
Sono loro, probabilmente, i principali responsabili indiretti di ciò che sta accadendo ai cristiani e alla sicurezza del Sinai almeno negli ultimi due anni. Sono sempre loro che ad ottobre 2015 hanno abbattuto nei cieli egiziani un aereo civile russo, nel quale sono morte 224 persone. Secondo le stime, l’Isis nella penisola del Sinai può contare su circa 1500 uomini. E’ tuttavia molto complicato fare stime affidabili, dato che la composizione del gruppo può cambiare continuamente, in virtù del continuo afflusso di membri di tribù beduine dell’area, di alleanze siglate con altri movimenti, come quella recente con Ansar al Sharia (originariamente legata ad al Qaeda), o addirittura di fusioni. (AGI) Lby

La comunità copta in Egitto

(AGI) – 17 apr. – I copti rappresentano la più vasta comunità cristiana dell’intero medioriente, disseminata tra Sudan e sopratutto Egitto, con un numero di appartenenti che varia da 8 a 15 milioni di persone, circa il 10% della popolazione dell’attuale Egitto. Si tratta di un gruppo etnoreligioso egiziano, con una propria lingua liturgica – il copto, considerata la discendente della lingua egizia -, che popola queste terre da prima della conquista arabo-islamica nel settimo secolo dopo Cristo.

La maggior parte della comunità copta aderisce alla Chiesa ortodossa copta, con sede ad Alessandria d’Egitto, e al cui Patriarca – oggi Tawadros II, succeduto a Shenouda III nel 2012 – spetta il titolo di “Papa”. La nomina del 118esimo Papa copto è avvenuta il 4 novembre 2012, con l’estrazione di un nome a sorte da parte di un bambino, la cui mano secondo la tradizione è guidata dal volere divino.
Il resto della comunità è spartito tra altre confessioni cristiane protestanti e sopratutto la Chiesa cattolica copta, che nel 1700 si è riunita in comunione con il Papa di Roma e che ha un altro rappresentante, Abramo Isacco Sidrak.
La parola “copto” secondo alcuni studi etimologici significherebbe “egiziano”, e deriva dalla parola greca “Aigyptos”, che a sua volta deriva dall’antico termine egizio “Hakkaptah” (dimora dello spirito del Dio Ptah), uno dei nomi della prima capitale dell’Antico Egitto, Menfi. Dall’epoca della conquista araba nel 641 d.c, i musulmani hanno utilizzato la parola “guipte” (copto) per designare gli Egiziani, che a quell’epoca erano appunto cristiani. Col passare del tempo la parola “copto” ha finito per identificare i cristiani.
La Chiesa copta fu fondata in Egitto nel 1 secolo d.c, ed ha origine nella predicazione di San Marco, evangelista che predicò in Egitto sotto l’impero di Nerone. La separazione dalla Chiesa latina e greca avvenne a causa del Concilio di Calcedonia, che stabilì che Cristo era al tempo stesso Dio e uomo. Disposizione che non venne accettata dai copti.
Dopo il Concilio Vaticano II ha avuto inizio un cammino ecumenico che solo nel 1973 ha visto il primo incontro tra Papa Paolo VI e il Papa dei Copti, Shenouda III, dopo ben 15 secoli. Il risultato principale di questo dialogo intra-cristiano è stata la dichiarazione comune del 1988. I Copti oggi sono presenti in Egitto in tutte le aree del Paese e appartengono a varie categorie sociali, pur considerandosi normalmente al di fuori di alcuni settori come la giustizia, l’università e le forze armate.
Dalla fine dello scorso anno in particolare, i Copti sono sotto attacco da parte dei gruppi jihadisti attivi nel Paese, sopratutto nel Sinai. L’Isis in particolare ha dichiarato guerra ai copti d’Egitto. I due attentati di domenica scorsa in due Chiese a Tanta e Alessandria – quarantasette morti in totale, più un centinaio di feriti – si aggiungono infatti a quello di dicembre scorso nella Chiesa di San Pietro al Cairo, nel quale sono morte altre 29 persone.
Inoltre, dalla fine dello scorso anno si è attivata una campagna di pogrom indiscriminati nel nord del Sinai, che a febbraio scorso ha visto centinaia di cristiani copti lasciare la cittadina di Al Arish, in seguito all’uccisione di sette correligionari, attaccati nei loro negozi o nelle loro case da militanti ed estremisti islamici.
Tra le personalità più conosciute di confessione copta ci sono il famoso imprenditore delle telecomunicazioni egiziano, Naguib Sawiris, il miliardario e finanziere Fayez Sarofim, e sopratutto l’ex ministro degli Esteri sotto il governo Sadat – oltre che sesto segretario generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros-Ghali. La diaspora copta ha rappresentanti in vari paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, Australia, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Libano, Kenya e Germania. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)

Un profilo di Ahmed Al Tayyib, Grand Imam di Al Azhar

(AGI) – Beirut, 17 apr. – Un anno dopo averlo ricevuto in Vaticano, Papa Francesco fa visita al Grand Imam di al Azhar, Ahmad Muhammad Ahmad al Tayyib. Quello tra Al Tayyib e il mondo gesuita – del quale l’attuale Papa è espressione – è un rapporto di dialogo decennale, sopratutto attraverso la Comunità di Sant’Egidio, di cui il religioso egiziano è stato più volte ospite.

Figlio di uno studioso e mistico sufi, Ahmed Al Tayyib, di dieci anni più giovane del Papa, è nato nel 1946 a Qena, nella regione dell’Upper Egypt, e frequenta da studente il complesso di Al Azhar da quando era poco meno che adolescente. Qui compie tutto il suo percorso di studi, fino alla laurea. Dopo essersi laureato nell’Università di Al Azhar nel 1969, negli anni ’70 ottiene un Phd in filosofia islamica alla Sorbona di Parigi, dove in seguito insegnerà in qualità di visiting professor, così come farà poi nell’Università di Friburgo (Svizzera).
La sua carriera di docente a tempo pieno inizia nel 1988, quando ottiene la cattedra di filosofia e teologia nella stessa Università di Al Azhar. Durante gli anni ’90 insegna anche nell’Università della sua città natale, Qena, in quella di Assouan e per un biennio, fino al 2000, in quella di Islamabad, capitale del Pakistan.
E’ però con l’inizio del ventunesimo secolo che il nome di Al Tayyib assume una rilevanza internazionale all’interno del mondo islamico sunnita: nel 2003 succede infatti a Nasr Farid Wasil come Grand Muftì d’Egitto, cioè la più alta autorità giuridico religiosa del Paese. Una carica che tuttavia ricoprirà solo per sei mesi, perché nello stesso anno viene nominato Rettore dell’Università di Al Azhar.
Nel 2010, un anno prima delle primavere arabe, viene nominato Grand Imam di Al Azhar dall’allora presidente Hosni Mubarak. In un articolo del 2010 pubblicato su in quotidiano nazionale, che presenta la sua nomina, Al Tayyib viene descritto come “un uomo leale al regime di Mubarak e fermo oppositore dei Fratelli Musulmani”.
Secondo “The Muslim 500”, una classifica annuale dei 500 più influenti musulmani al mondo – pubblicata dal Royal Ahl Al Bayt Institute for Islamic thought di Amman (Giordania), in collaborazione con la Georgetown University di Washington e il Prince Al Waleed bin Talal Center for Muslim-Christian Unerstanding – Ahmed Al Tayyib nell’edizione 2017 si classifica primo in assoluto, seguito dal Re di Giordania Abdullah II e dal Re saudita Salman bin Abdul aziz al Saud.
Se Al Azhar è comunemente considerato il più importante e rappresentativo centro di studi dell’Islam sunnita al mondo, le cui lezioni vanno avanti ininterrottamente sin dal 970 d.c, al Tayyib gode, sopratutto agli occhi dell’Occidente, dello status di una sorta “Papa” musulmano, comunemente presentato com la “massima autorità sunnita al mondo”.
Tuttavia, il policentrismo e l’assenza di una gerarchia ecclesiastica nell’Islam sunnita inducono in parte a relativizzare questa preminenza: Al Tayyib è oggi una figura più istituzionale che popolare, espressione e in qualche modo promotore della “statalizzazione” dell’Islam sotto il regime di Abdel Fattah Al Sisi. Una posizione che se da un lato gli garantisce un certo prestigio all’interno dell’establishment, dall’altro ha contribuito sopratutto negli ultimi turbolenti anni a renderlo agli occhi delle masse – specie quelle vicine alla Fratellanza musulmana, il principale movimento politico transnazionale del mondo arabo-islamico –  una figura meno neutrale e a-politica di quel che storicamente è il Grand Imam di Al Azhar.
Nel 2011, infatti, al Tayyib si relaziona in modo in parte ambiguo con le rivolte popolari e il rovesciamento del regime di Mubarak: bolla i sommovimenti come “haram” (“proibite” dal punto di vista islamico), come forieri di disordine e anarchia, condannando il caos dei primi mesi e inimicandosi ulteriormente la Fratellanza (che nel frattempo aveva in qualche modo monopolizzato la rivoluzione), i cui esponenti lo definiscono “un residuo del regime di Mubarak”.
Dopo l’abdicazione di Mubarak e l’elezione a presidente del Paese de fratello musulmano Mohammed Morsi, Al Tayyib durante il 2012 assume le funzioni di mediatore tra lo stesso presidente Morsi e le opposizioni. C’è proprio Al Tayyib a presiedere quello che sarà l’unico incontro tra le diverse forze politiche secolari, nazionaliste e socialiste e il presidente espressione del movimento fondato nel 1928 da Hassan al Banna.
Incontro che come è noto farà registrare la reciproca intransigenza dei due poli, preludio a quanto accadrà nell’estate 2013: il generale Abdel Fattah al Sisi guida infatti il colpo di Stato nei confronti del primo presidente eletto della storia egiziana, appoggiato in prima persona da Ahmed Al Tayyib, che da quel momento si pone assieme al Generale come “bastione” contro la Fratellanza e in generale l’Islam politico, promuovendo un’epoca dialogante e moderata di Al Azhar.
Dal punto di vista religioso, Al Tayyib è un promotore dell’Islam tradizionale e “ortodosso”, quello della teologia asharita e maturidita, maggioritaria nel mondo musulmano, che si pone in qualche modo a metà strada tra l’approccio salafita-fondamentalista e quello mutazilita-razionalista. Secondo una definizione semplificata, l’Islam tradizionale-ortodosso promosso da Al Tayyib rifugge dalla politicizzazione – perseguita invece dal fondamentalismo islamico nelle sue varie declinazioni, che pone appunto l’accento sulla riforma dell’Islam ortodosso in chiave politica – e conferisce primaria importanza al concetto di “ijma”, cioè il “consenso dei dotti”, terza fonte del diritto islamico dopo il Corano e la Sunna.
Il più importante pronunciamento – non vincolante, vista la citata assenza di un clero e un papato nell’Islam – di Al Tayyib è arrivato lo scorso agosto 2016, durante la Conferenza mondiale islamica, tenutasi a Grozny, che ha visto riunite centinaia di personalità musulmane. Nell’occasione, il religioso sunnita ha per la prima volta chiarito i contorni della comunità sunnita (che costituisce il 90% del mondo islamico), nella quale fa ricadere i seguaci del sufismo e quelli delle quattro scuole giuridiche – malikita, hanafita, shafeita e, in parte, hanbalita -, e dalla quale ha escluso per la prima volta, e in modo esplicito, il wahhabismo, un movimento “riformatore” fondato nel 1700 da Muhammad ibn abd al Wahhab, che è alla base del patto di alleanza tra religiosi e casata regnante dell’Arabia Saudita.
Al Tayyib, all’interno di questa cornice di pensiero, è un fermo oppositore della pratica del  takfir – l’atto di dichiarare qualcuno apostata o non musulmano, per poi punirlo -, promossa e praticata sopratutto da movimenti terroristici come Al Qaida e l’Isis. Nei confronti dei militanti di Daesh Al Tayyib ha da una parte aperto alla possibilità di condannarli a morte tramite “crocifissione”, attirando alcune critiche da parte dei modernisti islamici, dall’altra si è rifiutato di definirli “apostati” (sulla base del fatto che secondo un approccio tradizionalista, chiunque pronunci la professione di fede va considerato un musulmano, a prescindere dalla sua condotta), attirandone altre. Sul rapporto tra cristiani copti e musulmani in Egitto, Al Tayyib ha sempre posto l’accento sull’ “assoluta importanza” dell’unità tra i due gruppi confessionali.
In una celebre intervista concessa due anni fa al quotidiano Al Masry al Yowm, la prima rilasciata ad un giornale mediorientale da quando ha assunto il suo incarico nel 2010, Al Tayyib ha dichiarato che “la missione di Al Azhar è presentare il carattere mediano e tollerante dell’Islam (…). Al Azhar è pienamente consapevole del fatto che ci troviamo in mezzo alle onde impetuose provocate dai grandi cambiamenti e dai conflitti politici, economici, sociali e culturali e che la religione è una delle carte che i contendenti tentano di giocarsi nella lotta (..). Al Azhar si adopera giorno e notte per contrastare queste one (..:), ma non tocca solo a lei farlo perché questo deve avvenire anche a livello dello Stato, con la coopeazione del ministero dell’Istruzione”. Inoltre, ha aggiunto che “nessuno può dire che l’estremismo verrà cancellato dalla società con facilità o in poco tempo. Ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale con un radicamento decennale”. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Perché l’Isis ha dichiarato guerra ai cristiani in Egitto

http://www.agi.it/estero/2017/04/15/news/isis_egitto_cristiani_copti_guerra_santa-1684799/

(AGI) – Beirut, 14 apr. – Con i sanguinosi attacchi della domenica delle Palme in due Chiese copte a Tanta – una cinquantina di km dal Cairo – e ad Alessandria, l’Isis ha ufficialmente aperto un nuovo fronte in Egitto. Quarantasette morti in totale, e un centinaio di feriti. Tra questi ci sarebbe potuto essere anche il Papa copto, Tawadros II, che nella cattedrale di San Marco di Alessandria aveva appena guidato la messa.
L’Isis ha dichiarato guerra ai copti d’Egitto, sin dagli ultimi mesi del 2016. I due attentati di domenica scorsa si aggiungono infatti a quello di dicembre scorso nella Chiesa di San Pietro al Cairo, nel quale sono morte altre 29 persone, e alla campagna di pogrom indiscriminati che è seguita nel nord del Sinai: una campagna che a febbraio scorso ha visto centinaia di cristiani copti lasciare la cittadina di Al Arish, in seguito all’uccisione di sette correligionari, attaccati nei loro negozi o nelle loro case.
Gli attacchi di Tanta e Alessandria segnalerebbero anche la volontà dell’Isis di portare il proprio progetto genocida nelle città: finora le forze di sicurezza egiziane avevano fatto i conti col jihadismo sopratutto nell’estremo nord del Sinai, un’area desertica e isolata, contro una milizia tribale abbastanza circoscritta che aveva giurato fedeltà ad Al Baghdadi nel 2014, la Ansar Beit al Maqdis.
Secondo Mokhtar Awad, esperto di gruppi terroristici della George Washington University, gli attentati di domenica sembrano invece essere stati orchestrati attraverso il coordinamento tra diverse cellule all’interno del Paese, con legami diretti con il quartier generale dell’Isis in Iraq e Siria. Alcune di esse sarebbero al Cairo, ma la gran parte si troverebbero nel nord del Sinai.
Come già accaduto in passato, l’apertura del fronte egiziano è anche una conseguenza delle difficoltà che l’Isis sta incontrando negli scenari in cui è impegnato militarmente: in Libia gli uomini di Al Baghdadi hanno perso la loro roccaforte di Sirte; in Siria sono sotto crescente pressione nella zona di Raqqa, mentre in Iraq, secondo l’esercito iracheno, controllano attualmente meno del 7% del territorio nazionale, mentre prosegue l’offensiva su Mosul. “L’aspetto propagandistico è centrale: l’Isis vuole dimostrare di essere in grado di attaccare il più popoloso paese arabo, incitando alla guerra settaria. E vuole testare le sue capacità in un Paese non in guerra”, spiega Awad.
L’obiettivo è quello di attivare con i cristiani d’Egitto la stessa logica in atto nei confronti dei musulmani sciiti in Iraq. Ma l’Egitto non è l’Iraq, dove il maggiore equilibrio demografico – unito ad uno stato di guerra che va avanti da più di 10 anni – permette di soffiare più efficacemente sul fuoco del settarismo.
Nel paese affacciato sul Mediterraneo i copti costituiscono solo il 10% della popolazione, e sebbene non siano rari nella storia recente episodi di discriminazione nei confronti dei cristiani, il programma di genocidio regionale dell’Isis non incontra il sostegno del grosso della popolazione musulmana sunnita, sopratutto di quella urbana. L’aumento di attentati è in parte una conseguenza del fallimento della campagna lanciata dall’Isis, volta non solo in Egitto a distruggere le minoranze attraverso atti di persecuzione portati avanti dalla popolazione locale, senza il bisogno di azioni terroristiche.
L’appello ai pogrom indiscriminati era stato infatti lanciato già nel 2014 da un ideologo dello Stato Islamico, Abu Mawdud al Harmasy, che in uno “studio” dal titolo “Il segreto dell’enigma egiziano” si lamentava della scarsa reattività dei musulmani d’Egitto, descritti come delle “bestie che non sono in grado di capire l’importanza della lotta”. Poi, elencava la “chiave del successo del jihad”, cioè l’uccisione indiscriminata dei cristiani ovunque e senza bisogno di una ragione che non fosse il loro credo, sopratutto in quelle aree rurali abbandonate a se stesse dal regime egiziano.
Un obiettivo strumentale di questa campagna di sangue è quello di polarizzare la società, destabilizzare lo Stato ed indebolire il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, che conta sull’appoggio di molte figure cristiane. Un obiettivo in parte raggiunto, visto che in seguito agli attacchi di domenica Al Sisi ha decretato tre mesi di stato di emergenza, condizione in cui gli egiziani hanno vissuto quarantaquattro degli ultimi cinquanta anni.
Durante lo stato di emergenza, in Egitto viene sospesa ogni garanzia. Chi è anche solo sospettato di terrorismo viene giudicato da Tribunali speciali ad hoc sotto la totale giurisdizione del presidente: tribunali che necessitano di una soglia bassissima di prove a carico e non prevedono appello. Viene dato via libera alle intercettazioni di qualunque tipo di comunicazione e viene attivato il potere di censura sui giornali.
Una prova in questo senso è arrivata lunedì scorso, il giorno dopo gli attacchi: Al Sisi ha infatti fatto bloccare la distribuzione del quotidiano Al Bawaba, normalmente filo governativo, che aveva criticato pacatamente il Ministero degli Interni per le falle nella sicurezza della Chiesa di Alessandria, nella quale l’attentatore suicida è entrato dall’entrata principale.
Secondo l’esperta di questioni legali del Tahrir Institute for Middle east policy, Mai el Sadany, “con la proclamazione dello stato di emergenza vedremo gente normale, che magari usa i social network per motivi politici e per organizzare proteste anti-governative, finire in carcere e venir processate da questi tribunali speciali”. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Lebanon news – cosa succede ad ain el helweh

(AGI) – Beirut, 14 apr. – Da qualche giorno, nel campo profughi palestinese di Ain el Helweh a Sidone, nel sud del Libano, c’è la guerra. Sono finora 8 i morti e una quarantina i feriti negli scontri tra fazioni legate a Fatah e quelle islamiste, fedeli a Bilal Badr, che secondo alcune fonti è ora sotto la protezione di Fatah al Sham (ex Jabhat al Nusra). La battaglia è iniziata venerdì scorso, ed è solo l’ultimo capitolo di un conflitto territoriale che va avanti in modo irregolare perlomeno dal 2008 nel più grande dei dodici campi profughi palestinesi del Libano, e che vede contrapposte milizie islamiste e quelle palestinesi di al Fatah. Da stamattina, la situazione sembra essersi stabilizzata ma gli equilibri rimangono molto precari.
La miccia si era accesa venerdì nella piazza del mercato della frutta e verdura di Hay el Fokani, quando gli uomini di Badr hanno aperto il fuoco durante un controllo di sicurezza delle forze palestinesi, e sono rapidamente degenerati in una guerra senza quartiere, con l’utilizzo di mortai e mitragliatrici. Come nel caso di altri campi profughi nel Paese dei Cedri, le condizioni di sicurezza di Ain el Helweh in questi anni sono state pesantemente influenzate dalla guerra in Siria, e dall’afflusso di jihadisti che nei campi trovano rifugio e una base operativa. Ad Ain eh Helweh, gli uomini di Badr controllano l’area di Al Tiri.
Già a inizio marzo si erano verificati altri scontri, con l’utilizzo di mortai. Nell’occasione la stampa libanese aveva riportato di un accordo tra le Forze di sicurezza libanesi e quelle palestinesi, volta a fare pressione sui gruppi islamisti – primo tra tutti Osbat al Ansar, formazione salafita – e spingerli a consegnare gli autori di vari attentati avvenuti nei mesi scorsi. Era stata anche stabilita l’istituzione di una forza speciale congiunta palestinese di cento uomini all’interno del campo, composta da elementi sia di Fatah che di Hamas, e guidata dal Brigadier generale Bassam Saad, con Saleh al Ghotani – esponente di Hamas – come suo vice.
Già lo scorso novembre i ciclici scontri all’interno di Ain El Helweh avevano spinto le autorità libanesi a costruire un muro di cemento attorno al campo, munito di torri di guardia, nel tentativo di impedire che ulteriori jihadisti in fuga dalla Siria vi trovassero accoglienza. La barriera doveva essere completata in quindici mesi ma qualche giorno dopo l’annuncio la sua costruzione è stata sospesa. Nel frattempo, come afferma il direttore dell’Unrwa Claudio Cordone, 29 famiglie – 150 persone – sono state evacuate da Ain el Helweh e hanno trovato rifugio nel vicino campo di Mieh Mieh.
“Ain el Helweh”, dall’arabo, si traduce letteralmente con “dolce sorgente”, ed è curioso come questa definizione evochi quanto di più lontano esista rispetto a questo immenso campo profughi, dove le condizioni di vita degli abitanti sono sempre più precarie, e affatto “dolci”. Per farsi un’idea, ad Ain el Helweh secondo le Nazioni Unite vivono circa 55000 persone; secondo l’organizzazione Anera, invece, il massiccio afflusso di rifugiati siriani negli ultimi anni ha fatto arrivare la popolazione a 120000, la stessa di una città come Pescara, in un’area però molto meno estesa. Gli scontri tra fazioni non fanno che rendere insostenibile una situazione già difficilmente sopportabile.
Ain el Helweh fu istituito nel 1948 dal Comitato della Croce Rossa, per ospitare rifugiati palestinesi in fuga dal nord della Palestina, durante la fondazione dello Stato di Israele. La sicurezza interna del campo è delegata alle fazioni palestinesi, e all’Esercito libanese è fatto divieto di entrare: per questo, molti media locali hanno sempre definito Ain el Helweh un’area dove non esiste legge. E le battaglie campali di questi mesi lo dimostrano.
La situazione, dopo i primi scontri, sembrava essersi stabilizzata già domenica sera, quando un cessate il fuoco sembrava imminente, con l’invio di due delegati islamisti nelle aree controllate da Fatah. Durante la negoziazione di una tregua, che avrebbe previsto il dispiegamento delle forze palestinesi di Fatah nel quartiere dove vive il leader islamista Bilal Badr, in cambio della sua sicura evacuazione, sono ricominciate le sparatorie. Il capo delle unità di sicurezza palestinese, Subhi Abu Arab, ha dichiarato così martedi scorso che le operazioni sarebbero andate avanti fino alla resa degli uomini di Badr e di Badr stesso, che attualmente ha fatto perdere le sue tracce. Nel frattempo, sono intervenute le forze speciali congiunte palestinesi, che sono arrivate anche a casa dello stesso Badr, senza tuttavia trovarlo.
Una fonte militare intervistata dal quotidiano al Joumhouria ha affermato nei giorni scorsi che l’Esercito “non accetterà che quando sta accadendo nel campo si estenda al di fuori, perché la sicurezza di Sidone costituisce una linea rossa”. Una affermazione che lascia aperta la porta ad un intervento diretto delle Forze di sicurezza del Paese dei Cedri, come accaduto nove anni fa nel campo di Nahr el Bared, a Tripoli. Intanto, da ieri le scuole attorno al campo profughi, nel quartiere di Hattin, sono state chiuse, per timore dei colpi di mortaio caduti all’esterno del campo, ed è stata limitata la circolazione attorno ad Ain el Helweh, a causa della presenza di cecchini.
Secondo alcune autorità palestinesi, primo tra tutti Mahmoud Abbas, la sicurezza del campo dovrebbe essere gestita dall’Esercito libanese. Questa mattina il capo delle Forze armate, Joseph Aoun, ha fatto visita ai reparti dispiegati nel sud del Libano e nei pressi del campo di Ain el Helweh. “La sicurezza del campo, e di ogni altra area del Libano, è parte integrante della sicurezza nazionale nel suo complesso”, ha dichiarato Aoun ai media locali. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)