Siria: un liquido misterioso per la salvare i monumenti che l’Isis distrugge

(AGI) – Beirut, 28 mar. – La salvezza, per i reperti e siti archeologici oggetto in questi anni della furia distruttrice dell’Isis, potrebbe venire da un liquido “magico”, inodore, dagli effetti permanenti, e visibile solo con i raggi ultravioletti.

La tecnologia, in fase di sviluppo da una ventina di anni, è stata perfezionata di recente dalla SmartWater Foundation e testata dagli archeologi e scienziati della Shawnee State University in Ohio e dell’Università di Reading, nel Regno Unito. Nella sua ultima versione, il liquido può essere utilizzato anche su pietra, ceramica e porcellana.
“Se spunta fuori un manufatto che è stato precedentemente marcato – spiega Colette Loll, consulente per la SmartWater – tutto ciò che dobbiamo fare è prendere un minuscolo frammento di quel materiale e spedirlo ad un laboratorio forense, che estrarrà i suoi dati, utili a capire anche da quale museo o sito quel manufatto è stato trafugato”.
L’aspetto più importante, però, è che un kit composto da alcune bottiglie e spray contenenti il liquido, un pennello e una torcia a ultravioletti è stata appena recapitata ad un team di archeologi siriani basati in Turchia. Archeologi che poi sono riusciti a farla arrivare a Ma’ra, nel nord della Siria, dove la nuova tecnica verrà sperimentata direttamente sui mosaici contenuti nel museo cittadino.
“Per la gran parte dei reperti saccheggiati e smerciati dall’Isis è molto difficile stabilire il loro luogo di provenienza – spiega l’archeologo Amr Al Azm, professore associato di storia e antropologia alla Shawnee University, che ha supervisionato l’iniziativa -, ma questo liquido risolve il problema, dato che ogni soluzione liquida ha il proprio codice forense di riferimento, e permette di aggiungere l’oggetto all’interno di un database. Ogni volta che usiamo questo liquido su un certo numero di artefatti, essi vengono marchiati da una firma unica”, aggiunge.
Il saccheggio e il traffico di antichità è una importante fonte di reddito per l’Isis. Oltre ad aver distrutto siti archeologici a Palmira e Mosul, i miliziani si occupano anche di rilasciare licenze per il traffico di reperti all’interno dei territori che controllano. I profitti che ne derivano servono a finanziare i loro sanguinosi attacchi.
Le preoccupazioni per queste attività da parte di Daesh sono cresciute negli ultimi anni. L’Fbi ne aveva accennato la prima volta a maggio 2015, quando nella casa di un miliziano – oggetto di un raid – erano stati trovati numerosi reperti, ricevute di pagamento per la vendita degli stessi e permessi scritti per attività di scavo.
Nel 2014, l’Unesco stimava un valore di 7 miliardi di dollari per il mercato nero delle antichità rubate. Lo scorso aprile, l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite aveva affermato che l’Isis stava guadagnando una cifra annuale compresa tra i 150 e i 200 milioni di dollari per il traffico di antichità. Il governo statunitense ha stabilito una ricompensa di 5 milioni di dollari per qualunque informazione che possa essere usata per ostacolare questo business.
In realtà, secondo un recente rapporto del King’s College Center for the study of radicalization and political violence, la vendita di reperti costituisce una fonte marginale di guadagno per Daesh. “Più che dal commercio, l’Isis guadagna dalla vendita di permessi per scavi e dalle tasse di transito verso i siti”, si legge nel report. Secondo il Near Eastern Archeology Journal, tuttavia, le immagini satellitari mostrano come l’Isis abbia saccheggiato circa 3000 dei circa 15000 siti archeologici dell’area dall’inizio del conflitto. Numeri che in un certo senso segnano un “salto di qualità” nella attività di saccheggio di antichità. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)
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