Iraq: l’inferno senza fine degli yazidi

(AGI) – Beirut, 24 mar. – “Ci sentiamo come dei giocattoli nelle mani dei politici. Siamo stati feriti e stiamo ancora sanguinando. Abbiamo ancora le nostre sorelle e le nostre mogli nelle mani dello Stato Islamico, e ora ci tocca anche questo”. E’ uno sconsolato grido d’aiuto quello di Khalaf Bahri, religioso yazida, mentre seppellisce un giovane della sua comunità vicino Sinjar, in Iraq.
Due anni e mezzo fa, i miliziani dello Stato islamico individuano la città popolata da questa antica minoranza di etnia curda, ne intuiscono l’isolamento sulle montagne, e la attaccano. Ne esce fuori l’ultimo genocidio moderno, un genocidio a lungo ignorato dalla comunità internazionale: gli Yazidi sono per i terroristi dell’Isis degli “adoratori del fuoco”, apostati, e secondo le Nazioni Unite, ad ottobre 2014 circa 5000 uomini vengono trucidati e altri 7000 tra donne e bambini vengono rapiti, stuprati e vendute come schiave. Altri 40000 scappano, portandosi dietro quello che possono, tra i corridoi aperti in seguito dalle forze curde.
Oggi gli Yazidi, nonostante la fuga dall’Isis, non sono ancora al sicuro. Situata al crocevia tra Siria, Iraq e Turchia, la tradizionale patria degli Yazidi è divenuta in questi due anni il terreno di scontro tra le varie fazioni curde, alimentato dalla divergenza di interessi tra Iran, Stati Uniti, Turchia e il governo di Baghdad. Gli Yazidi, in questo contesto, sono stati divisi, con i maschi unitisi a fazioni diverse, a seconda di chi desse loro aiuto immediato.
Molti uomini yazidi, infatti, sono morti in questi due anni non per mano dell’Isis ma nelle diverse battaglie tra fazioni curde per il controllo di questo territorio strategico. Gran parte di essi fanno parte delle Sinjar Resistance Units, una fazione locale affiliata al Pkk, il gruppo separatista con base in Turchia, finanziata anche dagli Stati Uniti.
Tuttavia, gli Stati Uniti stessi supportano – in funzione anti-Isis – anche un’altra fazione curda-siriana, quella legata ai Pashmerga del Rojava, nel nord della Siria, sotto il comando del governo regionale del Kurdistan iracheno. Queste due fazioni oggi spesso combattono l’una contro l’altra, proprio nei territori abitati dagli Yazidi. E questi ultimi, minoranza tra le minoranze, finiscono in mezzo. O meglio, sono costretti ad unirsi a chi li protegge.
Il governo curdo di Barzani ha chiesto più volte al Pkk di abbandonare Sinjar, che ritiene parte integrante del territorio curdo iracheno, ma sono gli stessi yazidi vicini al Pkk ad opporsi a questo ritiro: dopotutto, sono proprio le fazioni affiliate al Partito curdo dei lavoratori ad aver aperto i corridoi per la fuga degli Yazidi dall’Isis, mentre i pashmerga curdi iracheni abbandonavano le loro postazioni, lasciandoli al loro infausto destino. “Siamo vulnerabili e in una posizione debole, per cui chiunque ci dia un pezzo di pane, una casa, un’arma per difenderci, noi ce la prendiamo”, spiega sempre lo sheikh Bahri, oggi affiliato alle forze yazide del Pkk. E quel pane, quelle armi, quei ripari, sono stati forniti agli yazidi dal Pkk.
Tuttavia il governo regionale del Kurdistan ritiene Sinjar parte integrante del suo territorio, ed anche per questo chiede al Pkk di abbandonare il territorio. Dalla sua parte, ci sono altri Yazidi, quelli che si sono uniti alle forze pashmerga, che combattono contro il Pkk.
“Non ci sottometteremo ad una agenda iraniana o turca”, afferma Mahama Khalil, sindaco di Sinjar, che appartiene allo stesso partito di Barzani. “Il Pkk dovrebbe lasciare il territorio iracheno”, aggiunge, accusando le Sinjar Resistance Units di fare gli interessi delle milizie sciite sostenute dall’Iran. Solo che per Baghdad, la presenza del Pkk a Sinjar è fondamentale per controbilanciare quella dei curdi iracheni.
Mentre gli scontri tra le forze curde continuano, coinvolgendo gli yazidi, pochissimo è stato fatto per ricostruire Sinjar, e le aree circostanti sono ancora sotto il controllo dell’Isis, costringendo molte famiglie a vivere all’addiaccio, in tende sule montagne, senza nessun sostegno. Come quella di Jamil Khalaf, che sconsolato dice: “La colpa è di tutte le fazioni curde. Non sono interessati al nostro destino, fanno solo i loro interessi. Perché combattono tra loro, invece di liberare i nostri villaggi?”. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)
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