Iraq: le future frizioni tra Washington e Teheran

(AGI) – Beirut, 22 mar. – La guerra dell’Esercito iracheno e dei suoi alleati contro lo Stato islamico non volge forse al termine, ma vede perlomeno un orizzonte. Lo scorso 15 marzo il portavoce dell’Unità anti terrorismo irachena ha affermato che circa il 60% del territorio di Mosul è sotto il controllo delle forze di sicurezza nazionali, facendo eco al Primo ministro iracheno, Haider Al Abadi, che il giorno prima aveva annunciato l’inizio della “fase finale” della battaglia sulla seconda città più grande dell’Iraq.
Con la sconfitta dell’Isis in Iraq, si aprono molti interrogativi. Come spesso accade, la presenza di un nemico comune, universale, tende ad unire forze che in altre condizioni sarebbero ostili l’una all’altra: in Iraq, Iran e Stati Uniti hanno perseguito un obiettivo comune, talvolta coordinandosi l’un l’altra in modo indiretto e non ufficiale. Cosa ne sarà dei rapporti di forza tra i due paesi e dei loro interessi in iraq, quando l’Isis verrà sconfitto?
Mosul sembra avere un’importanza centrale per entrambe. Dopo aver completato il ritiro delle proprie truppe nel 2011, gli Stati Uniti dal 2014 – anno della proclamazione del Califfato – sono tornate a impegnarsi in Iraq, impiegando circa 5000 uomini (sopratutto forze speciali) e spendendo più di 10 miliardi di dollari per la guerra all’Isis in Siria e Iraq, sostenendo l’esercito di quest’ultima e operando raid aerei.
D’altra parte, come noto, i “boots on the ground” a Mosul li stanno mettendo sopratutto le Popular Mobilization Units (PMU), le milizie e le forze paramilitari a maggioranza sciita, sostenute finanziariamente e logisticamente dall’Iran. Le milizie sciite stanno attraversando un processo di legittimizzazione statale, diventando di fatto parte dell’esercito nazionale. Questa saldatura, ovviamente, preoccupa gli Stati Uniti circa la capacità di Teheran di mantenere in Iraq una propria sfera di influenza diretta.
Va tenuto presente che dal punto di vista della dottrina strategica, l’Iran lega in maniera diretta la sicurezza dei suoi porosi confini occidentali alla stabilizzazione di Mosul e dell’Iraq stesso. Alcuni giorni fa Iraj Masjedi, un consulente di Qassem Suleimani – il capo delle Forse Quds dei Guardiani della Rivoluzione – ha definito la guerra contro l’Isis una operazione di “difesa della sicurezza iraniana”, aggiungendo che la Repubblica islamica considera prioritario il mantenimento dell’integrità territoriale irachena, laddove invece sembrano sempre più attuali – per Washington – le ipotesi di una futura federalizzazione dell’Iraq.
Insomma, secondo le autorità iraniane l’impegno nel vicino Iraq non è un conflitto regionale: somiglia di più ad una operazione preventiva, di messa in sicurezza dei propri confini. Nell’immaginario comune degli iraniani, un Iraq instabile, governato da formazioni – come l’Isis, ma non solo – che vedono nell’Iran stesso un nemico, evoca il ricordo della sanguinosa guerra contro Saddam Hussein, la più lunga dal dopoguerra ad oggi.
Non esistono stime precise sull’entità numerica delle milizie paramilitari, all’interno delle quali conflluiscono molti volontari. Secondo il Senato americano in Iraq i miliziani sciiti sarebbero tra le 100000 e le 120000 unità, gran parte dei quali ricadono sotto l’ombrello “ufficiale” delle PMU. Nonostante la legge approvata dal parlamento iracheno per inglobare le milizie nell’esercito, non è chiaro quale possa essere il loro futuro ruolo all’interno delle forze di sicurezza nazionali, e in che misura esse possano rispondere a Teheran, anziché a Baghdad.
Questo è un ulteriore punto di frizione tra Stati Uniti e Iran. Washington vuole giocare un ruolo attivo nella determinazione del futuro delle milizie, spingendo verso un loro generale smantellamento, per poter poi esercitare una influenza sull’Esercito regolare dell’Iraq, nell’ottica di una preservazione dei propri interessi in loco.
Il rischio che Washington vede nella legittimazione delle milizie nasconde quello di una “iranizzazione” dell’Iraq: cioè che le milizie irachene giochino in futuro il ruolo che in Iran giocano le milizie dei basiji, le forza paramilitare (spesso deputata alla sicurezza interna e al controllo dei “costumi”) che ricade sotto il controllo dei Pasdaran. Insomma, gli Stati Uniti non vogliono che in Iraq nasca un’altra proxy iraniana, come già avvenuto in Libano con gli Hezbollah, che possa rendersi antagonista degli alleati regionali, sopratutto Turchia e Arabia Saudita.
Quella della governance dell’Iraq e di Mosul sarà forse la più grande sfida regionale negli anni a venire. Uno scenario possibile è quello in cui Mosul torni ad essere quella che era prima dell’avvento dell’Isis, con il governo iracheno in controllo della provincia di Nineveh (di cui Mosul è capitale). Uno scenario che trova il favore di Baghdad ma anche di Teheran, suo alleato. C’è però la questione demografica, che si collega con quella amministrativa: le comunità curde e arabe sunnite della zona non vedono positivamente la restaurazione del controllo del governo iracheno (a maggioranza sciita) su un’area in cui gli sciiti sono minoranza.
Mohammad Sadegh Koushki, analista di politica internazionale dell’Università di Teheran, sostiene che lo scenario ideale – funzionale alla federalizzazione osteggiata da Baghdad e Teheran – per Washington sarebbe quello di trasformare l’area in una regione sunnita, sulla falsariga del Kurdistan iracheno, che già gode di ampia autonomia. A Teheran sono convinti che l’aumento dell’impegno militare statunitense nell’area dimostra come il loro proposito sia quello di indebolire l’autorità centrale di Baghdad. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)
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