Iran: l’economia iraniana dopo quattro anni di governo Rouhani

(AGI) – Beirut, 20 mar. – Che questi quattro anni di presidenza Rouhani abbiano prodotto miglioramenti delle condizioni economiche dell’Iran, lo afferma lo stesso Fondo Monetario Internazionale in un recente report, in cui evidenzia “l’impressionante ripresa economica” della Repubblica islamica nel corso del 2016.
L’elezione del candidato pragmatico Hassan Rouhani nel maggio 2013 si era giocata, d’altronde, su temi economici. Alla retorica delle fazioni più conservatrici, rappresentate in primis dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, si era contrapposta quella del fronte più dialogante di Rouhani, appoggiato dai riformisti: i primi insistevano – e insistono – sulla “economia della resistenza”, basata sull’idea di non rinunciare né ai diritti sull’arricchimento dell’uranio sanciti dal Trattato di non proliferazione nucleare né alla propria proiezione regionale, a costo di subire inasprimenti delle sanzioni internazionali; i secondi promettevano invece un’epoca di “economia della tranquillità”, con l’apertura di una nuova fase – dialogante, pragmatica, orientata alla massimizzazione dei benefici del ritorno sui mercati – dopo gli anni turbolenti e di cattiva gestione di Ahmadinejad.
Hassan Rouhani si ripresenterà alle elezioni di maggio potendo far valere alcuni risultati economici concreti. La rimozione di buona parte delle sanzioni, seguita all’accordo sul nucleare, si è riflettuta anzitutto sulla produzione e sull’esportazione di petrolio: nel corso del 2016 l’Iran ha infatti raddoppiato la produzione petrolifera, arrivando a produrre circa 3.9 milioni di barili al giorno. Non molto meno dei circa 4 milioni prodotti prima del 2012, che hanno portato Teheran a recuperare la quota perduta nel mercato del greggio, a discapito sopratutto del rivale regionale, l’Arabia saudita.
La rimozione delle sanzioni ha poi attratto investimenti esteri in Iran, circa 9.5 miliardi di dollari nel 2016. Dell’apertura commerciale hanno beneficiato molte aziende europee, avvantaggiate rispetto a quelle americane, che fanno i conti con meccanismi più stringenti di autorizzazioni (o di mancate autorizzazioni) a commerciare con Teheran.
Come spiega un articolo di Bloomberg, l’incertezza generata dall’elezione di Trump e dalle sue posizioni nei confronti di Teheran hanno prodotto nel’ultimo mese una tendenza al disinvestimento da parte di imprenditori con doppia cittadinanza (americana e iraniana), che nell’ultimo anno avevano invece approfittato dell’accordo sul nucleare della conseguente riapertura dei mercati. La ripresa del commercio internazionale con l’estero, ovviamente, si è tradotta in un aumento del tasso di crescita iraniano, attorno al 7% nel 2016, con la prospettiva di una stabilizzazione attorno al 4.5% nel medio termine. In questa stima giocherà un ruolo anche la ripresa e l’aumento – già sperimentato nel corso del 2016 – degli introiti da turismo.
Il risultato più importante del governo Rouhani è però legato al tasso di inflazione, storicamente un tallone d’Achille di una economia spesso costretta alla semi autarchia: grazie ad un approccio tecnocratico, ad una politica monetaria disciplinata (con la riduzione graduale dei tassi di interesse bancario) e alla generale stabilità dei tassi di cambio, l’inflazione in Iran è passata dal 40% della fine del secondo mandato di Ahmadinejad (2013), al 7.5% di marzo 2016. Se la tendenza fosse confermata, nel 2017 l’Iran potrebbe mantenere un tasso di inflazione a una cifra per il secondo anno di fila: mai successo negli ultimi trenta anni. Riportare l’inflazione a una cifra era stato un obiettivo dichiarato della squadra di governo.
Risultati insoddisfacenti si registrano invece sul piano dell’occupazione, passata dal 14.4% del 2013 al 12.7% del 2016, nonostante la riapertura dei mercati. Se la disoccupazione femminile – circa il doppio di quella maschile in Iran, nonostante le donne costituiscano la maggior parte dei laureati – è in leggero calo (oggi al 21%), quella giovanile si mantiene allarmante, al 31,9%, sopratutto per i più qualificati: oggi in Iran un laureato su cinque è disoccupato.
Le difficoltà sono dovute essenzialmente alla corruzione diffusa e alle generali condizioni per la costituzione di imprese (mentre la produzione industriale è calata del 3% nel 2016), che pongono l’Iran al centoventesimo posto nella classifica mondiale dei paesi in cui è più semplice fare impresa. Rouhani in campagna elettorale aveva definito la corruzione una “minaccia di alla sicurezza nazionale”.
L’opacità delle procedure, i sussidi, la carenza di competitività e il dominio delle compagnie statali e para statali – almeno il 40% dell’economia iraniana è controllata da imprese legate ai Guardiani della Rivoluzione – giocano un ruolo rilevante nella insufficiente capacità di creare nuovi posti di lavoro. Un ruolo è giocato anche dalla demografia, in un Paese in cui il 55% della popolazione ha meno di 35 anni.
Le prossime elezioni sono un’incognita: se da una parte Rouhani ha dalla sua parte buona parte dei risultati che aveva promesso di raggiungere sul piano economico – senza aver nel frattempo compromesso l’influenza regionale iraniana, dall’Iraq alla Siria – dall’altra il possibile inasprimento delle relazioni con l’amministrazione Trump potrebbe trasmettere all’elettorato la sensazione che la strategia dialogante, emersa dall’accordo sul nucleare, non paghi, e ponga l’Iran in una condizione di subalternità.
Una possibilità che ricalcherebbe quanto accaduto alla fine del secondo mandato del riformista Khatami, quando l’Iran fu inserito nell’Asse del Male da Bush jr., spianando a sorpresa la strada al candidato populista Ahmadinejad. Inoltre, un recente sondaggio condotto dall’Università del Maryland rivela come il 74% degli iraniani ritenga che a partire dall’accordo sul nucleare le condizioni di vita in Iran non siano migliorate. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)
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