Kurdistan iraq: la crescita allarmante dei suicidi tra le donne curde

(AGI) – Beirut, 17 mar. – Nell’immaginario collettivo dell’Occidente, le donne curde sono sinonimo di coraggio, emancipazione, partecipazione. Balzate agli onori delle cronache recenti in veste di combattenti nella guerra contro lo Stato islamico, ne sono divenute rapidamente un’icona, pur rappresentando circa l’1% delle forze pashmerga. Ma la realtà, sopratutto nel Kurdistan iracheno, è più problematica, e nasconde una situazione allarmante sul fronte della condizione femminile. Al di là delle combattenti.

Alcuni dati sembrano confermarlo: secondo l’ong Wadi, ad esempio, circa il 57% delle curde irachene tra i 14 e i 19 anni si sono sottoposte alla pratica dell’escissione del clitoride. La pratica degli omicidi d’onore è lungi dall’essere stata sradicata dalla società curda, in cui le donne fanno anche i conti con matrimoni forzati e violenza domestica.
Questa precarietà, dagli anni 90 e in misura crescente nei giorni nostri, ha prodotto e produce conseguenze nefaste: la meno conosciuta tra esse è l’aumento dei casi di suicidio, di auto immolazione di centinaia di donne curde, che non vedono via d’uscita dalla loro condizione di marcata subalternità.
Lo stesso governo regionale del Kurdistan iracheno, nel 2015, ha registrato ben 125 casi di auto immolazione. In gran parte dei casi, questi episodi in via ufficiale vengono derubricati sotto la categoria di incidenti domestici: una definizione che non può essere credibile, se è vero che ogni anno, come afferma l’attivista per i diritti delle donne, Bahar Munzir, i casi di suicidio arrivano anche a cinquecento.
C’è per esempio il caso, citato da Al Monitor, di Fatima, una donna curda che oggi, a differenza di tre anni fa, indossa il niqab (il velo che lascia scoperti solo gli occhi) non per motivi religiosi ma per una ragione pratica: il 37% del suo corpo è ustionato. Fino al 2015 portava solo il velo – per scelta sua – ma ad aprile di quell’anno il marito ha iniziato a sospettare della sua fedeltà, a pensare che lo tradisse. Vessata in vari modi, Fatima è caduta rapidamente in depressione, finché non ha deciso di darsi fuoco.
Ai suoi amici, Fatima ha detto che le ustioni erano state il risultato di un incidente in cucina. Questo perché nella cultura curda, spiega l’attivista Shala Abdullah, della ong Al Mesalla che sostiene la riabilitazione di Fatima, “se dici che ti sei data fuoco, la gente tenderà a pensare che lo hai fatto perché sei una cattiva donna, una donna che ha qualcosa da nascondere. Le persone inizieranno a chiedersi cosa tu abbia fatto di così grave e vergognoso per arrivare ad immolarti”.
Oppure c’è Sarab, 19 anni, anche lei sopravvissuta ad un tentativo di suicidio. La sua triste storia ha qualcosa di paradossale: quando aveva 11 anni, suo padre è morto e sua madre, impossibilitata a mantenerla, decise di darla in sposa ad un uomo di 14 anni più grande. Dopo aver dato – due anni dopo – alla luce un figlio, la suocera inizia a maltrattarla, a pretendere di scandirne la vita quotidiana, a decidere di ogni sua giornata, rendendole l’esistenza impossibile. Sarab non se ne lamenta, per paura del divorzio. Ma nel frattempo anche il marito diventa sempre più violento finché non inizia ad esprimere il desiderio di sposare un’altra donna. E’ Sarab, a quel punto, a proporre al consorte la poligamia, che in Kurdistan è illegale ma praticata presso alcune comunità. Ma il marito decide di optare per il divorzio, portandosi via loro figlio. Sarab si rifugia dalla madre, cade in depressione, e un pomeriggio, dopo aver saputo che il suo bambino aveva subito dei maltrattamenti nella sua “nuova famiglia”, decide di darsi fuoco.
In Kurdistan iracheno, le violenze domestiche sono punite dalla legge con condanne fino a tre anni di prigione e una multa fino a 4000 dollari. Nel 2011, il parlamento curdo ha approvato la cosiddetta Legge 8, che proibisce una serie di abusi contro le donne, come il matrimonio forzato, il divorzio forzato, il matrimonio “shigar” (in cui gli uomini “scambiano” le loro figlie o sorelle nei matrimoni, così da evitare il pagamento della dote) e la mutilazione genitale. La legge sarebbe, come sostiene Shokhan Hama Rashid Ahmad, avvocatessa curda alle Nazioni Unite, “la migliore di tutto il medioriente”. Ma a volte, evidentemente, non basta una legge per far sì che certe pratiche vengano abbandonate. (AGI) Lby
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