Il soft power saudita e la diffusione del wahhabismo nell’Oceano indiano

(AGI) – Beirut, 11 mar. – Con il suo entourage di circa mille persone, tra cui 10 ministri e 25 principi, e un totale di 506 tonnellate di bagagli (compresi due ascensori), il Re Salman bin Abd al aziz Al Saud si è recato nei giorni scorsi in Indonesia, il paese musulmano più popoloso del globo, all’interno di un tour asiatico più ampio, che comprende tappe alle Maldive, in Malesia e nel Sultanato del Brunei, oltre che in Cina e Giappone. Era dal 1970 che un sovrano saudita non visitava l’arcipelago indonesiano.

Non è però tanto questa dimostrazione di opulenza a destare interesse e preoccupazione negli osservatori: il tour saudita in Asia orientale è infatti una attestazione implicita del suo soft power. Un soft power che, quando si parla di Ryad, fa rima con wahhabismo, una interpretazione rozza, letteralista e molto rigida dell’Islam: l’ideologia ufficiale del Regno, alla base del patto politico stretto nel 1750 tra la famiglia Al Saud e gli ulema wahhabiti per il controllo di quella che diverrà, quasi 200 anni dopo, l’Arabia saudita.

Fino a qualche tempo fa, il wahhabismo in Indonesia non esisteva: quella indonesiana è una tradizione pluralista e democratica già di per sé, di cui espressione è anche il partito che dall’inizio del nuovo millennio esprime il Capo di Stato, quel Partai Demokrat (PD) fondato dall’ex presidente Susilo Bambang Yudhoyono e che ha visto una donna, Megawati Sukarnoputri, eletta Capo di Stato nel 2001. Il pensiero filosofico alla base delle politiche del PD è l’antitesi do quello wahhabita: è il Pancasila, fondato – molto in breve – sui concetti di civiltà umana, unicità di Dio, giustizia sociale, democrazia rappresentativa, unità nazionale.

L’Indonesia ha però bisogno di circa 25 miliardi di dollari di investimenti e questa necessità sembra sposarsi alla perfezione con l’attivismo saudita. In realtà è già dal 1980 che Ryad investe in Indonesia, con operazioni di lungo termine: ha costruito 150 moschee (relativamente poche, su un paese che ne conta 800000), messo in piedi decine di istituti di lingua araba, finanziato un centinaio di collegi islamici – i pesantren – con insegnanti e materiale scolastico e fondato una grande università gratuita nella capitale Jakarta.

Nel 1980 l’Arabia saudita fondò infatti l’Institute for the study of Islam and Arabic (Lipia), che poi ha aperto altre quattro sedi nel paese. In teoria una scuola di arabo e di teologia islamica: in pratica, secondo vari report, la Lipia è il cuore pulsante del wahhabismo indonesiano. Nella Lipia vige una rigidissima separazione dei sessi, è strettamente vietata sia la musica sia la televisione e gli insegnanti inviati da Ryad sono tutti, ovviamente, di orientamento wahhabita. Ryad fornisce anche centinaia di borse di studio per venire a studiare in Arabia saudita. Il ministro degli Affari religiosi Muhammad Adlin Sila si è poi detto “preoccupato per la crescita all’interno della Lipia del numero di fans dell’Isis”.

Degli “angoli di Arabia Saudita” esistono già in Indonesia, caratterizzata da un forte decentramento amministrativo: sono la provincia di West Java e il territorio speciale di Aceh. Qui un decreto presidenziale ha accordato autonomia giuridica, ad Aceh esiste una polizia religiosa (Wilayat Hisbah) e una rigidissima interpretazione della Shari’a dal 2014 si applica anche ai non musulmani. Quella indonesiana rimane una situazione diversificata ma l’aumento dell’influenza wahhabita appare innegabile.

Se il Sultanato del Brunei di Hassanal Bolkiah sembra essere il Paese che più repentinamente ha intrapreso la strada indicata da Ryad, talvolta in modo parossistico – un processo legislativo che si concluderà nel 2018 renderà punibili con la pena capitale anche i non musulmani per adulterio, aborto, blasfemia e omosessualità -, nelle Maldive sembra esserci la situazione più sottovalutata: l’attuale presidente Abdullah Yameen, vicino a Ryad, ha defenestrato con un colpo di stato il primo presidente eletto, Mohamamd Nasheed (oggi in esilio a Londra); l’Arabia saudita starebbe per acquistare, nonostante le proteste dell’opposizione maldiviana, un intero atollo – quello di Faafu, 26 isole -, dopo aver finanziato la costruzione di moschee e scuole; ma sopratutto, dal piccolo arcipelago proviene il maggior numero di foreign fighters in rapporto alla popolazione dopo la Tunisia. Le autorità sembrano non curarsene, finché non esisterà una minaccia per il governo stesso.

In merito alla possibilità che Ryad scalfisca la sovranità delle Maldive acquistando l’atollo, l’ex vicepresidente Mohammad Jameel Ahmed è stato chiaro: “L’Arabia saudita corre spedita nel tentativo di afferrare un pezzo di Maldive, a cui la gran parte del popolo si oppone, poiché non solo metterà a repentaglio la sovranità nazionale ma anche la stabilità e la sicurezza dell’Oceano Indiano”. (AGI) – Lorenzo Forlani (Lby)

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