Erdogan e la “Germania ancora nazista”

Erdogan è quello che è, il futuro della Turchia non promette nulla di buono, e le frasi pronunciate sulla “Germania ancora nazista” erano evitabili: perché “le parole sono importanti”, e queste sono decisamente inopportune, sopratutto dal punto di vista simbolico; anche se dubito che Erdogan comprenda pienamente il peso emotivo che la parola “nazismo” ha presso i tedeschi. Viene da un altro paese, in un altro continente, con alle spalle una narrazione storica in parte diversa da quella tedesca ed europea, non segnata direttamente dalla vergogna dell’Olocausto, dal quale Erdogan è estraneo tanto quanto io sono estraneo al genocidio cambogiano da parte dei Khmer rossi.

Magari voleva fare un’uscita che considerava solo “forte”, “ad effetto”, tutt’al più sensazionalistica: voleva impressionare e provocare allo stesso tempo, con una parola evocativa. Questa è in parte una aggravante per un politico come Erdogan, che ha il dovere di pesare le parole e la loro portata a seconda del contesto in cui si esprime.

Detto questo, considero tra l’insensato e il controproducente ciò che ha stimolato le uscite di Erdogan, e cioè il fatto che le autorità tedesche abbiano vietato ad alcuni ministri turchi di fare comizi presso le comunità turche in Germania, in vista del referendum sulle riforme costituzionali previsto in Turchia il prossimo 16 aprile.

Questo modus operandi – questa tendenza al divieto irrazionale, motivato da “circostanze”, dal “clima”, dall’isterico innalzamento di muri reali e immaginari di fronte a ciò che non si comprende, da una non formalizzabile e non concretizzabile (ancorché legittima) ostilità tedesca ed europea nei confronti di Erdogan – è esattamente il tipo di modus operandi che legittima le recriminazioni di gente come Erdogan, poiché se è evidente che il nazismo non possa essere chiamato in causa per una simile decisione, è altrettanto lampante che essa sancisca una limitazione della libertà di espressione.

Tutto ciò va sempre messo in relazione al contesto, quello in cui esisterebbe a detta di alcuni un “noi” – l’occidente – e un “loro”, di cui Erdogan sarebbe esponente, e in cui il “noi” vuole permanentemente educare un “loro” al rispetto della democrazia, della diversità di opinione, della libertà d’espressione e di associazione politica, eccetera.

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