Libia: spaccatura sul petrolio tra Serraj e Sanalla aggrava la crisi

(AGI) – Beirut, 30 mar. – Si indebolisce sempre di più l’autorità del governo di unità nazionale (GNA) guidato da Fayez Serraj: il capo della compagnia petrolifera nazionale (NOC) Mustafa Sanalla è infatti uscito allo scoperto, condannando il GNA per aver deciso di chiudere il ministero del petrolio ed aver tagliato la produzione, in quello che ritiene un abuso di giurisdizione ai danni della NOC.
Sanalla ha dichiarato che Serraj sta “oltrepassando la sua autorità”, riferendosi al recente provvedimento governativo che assegna al primo ministro – e non a Sanalla – la gestione dei contratti, degli investimenti, dei progetti e dell’offerta petrolifera, lasciando al NOC solo un ruolo di esecutore dei piani governativi. Il capo della NOC ha chiesto ufficialmente di ritirare il provvedimento.
In un paese profondamente diviso come la Libia, si tratta di uno sviluppo importante: Sanalla è infatti considerato un personaggio super partes, che gode del rispetto di tutte le parti in conflitto e che ha lavorato molto in questi mesi per attrarre nuovamente la fiducia degli investitori internazionali. Mentre su piano politico militare un numero sempre maggiore di clan tribali passano dalla parte di Haftar, anche sul piano della gestione energetica arriva un duro colpo per il governo Serraj, che vede deteriorarsi sempre di più la propria autorità.
A sostegno di Sanalla si sono espressi i cinque ambasciatori con seggio permanente al Consiglio di Sicurezza Onu, dichiarando congiuntamente che “l’infrastruttura petrolifera, la produzione e i ricavi da esportazione appartengono al popolo libico e devono rimanere sotto l’amministrazione della NOC. Gli ambasciatori ritengono che l’appropriazione politica della compagnia petrolifera nazionale sia un ostacolo alla pacificazione del Paese.
La dichiarazione congiunta è in qualche modo inusuale, poiché lascia intendere che il GNA non è il solo governo legittimo in Libia. Ufficialmente Serraj ha il sostegno dell’Onu ma il suo potere de facto arriva poco oltre Tripoli. Il Generale Khalifa Haftar, sostenuto da Egitto e Russia, sta invece estendendo il suo potere territoriale dall’est della Libia, arrivando fin quasi a Sirte e potendo contare sul sostegno di molte importanti tribù, come quella dei Gharyan, dei Warfalla, degli Mshait, degli Obeid, Fwakher e Drasa, fondamentali componenti del sistema tribale libico.
Secondo Mattia Toaldo dell’ECFR, “il sostegno russo e i venti anti-islamisti che soffiano a Washington hanno rafforzato la convinzione di Haftar che non c’è spazio per la negoziazione politica con le forze nell’ovest della Libia”.
La produzione petrolifera libica a inizio hanno era passata da 200000 a 700000 barili al giorno ma nelle ultime settimane è stata tagliata di nuovo, sopratutto a causa della chiusura del giacimento di Sharara, il più grande del paese, che era stato riaperto lo scorso dicembre dopo due anni di inattività.
Le infrastrutture petrolifere vengono fatte chiudere molto spesso dalle milizie, che ne prendono possesso per ottenere vantaggi politici. Il mese scorso era toccato ai terminal di Ras Lanuf e Sidra, sottratte al controllo di Haftar dalle Brigate di Difesa di Benghazi, sostenute politicamente da Serraj. Sharara, in cui è attiva la compagnia spagnola Repsol, produceva da sola 221000 barili al giorno. Prima della guerra, la Libia produceva circa 1.6 milioni di barili al giorno. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)
Advertisements

Siria: un liquido misterioso per la salvare i monumenti che l’Isis distrugge

(AGI) – Beirut, 28 mar. – La salvezza, per i reperti e siti archeologici oggetto in questi anni della furia distruttrice dell’Isis, potrebbe venire da un liquido “magico”, inodore, dagli effetti permanenti, e visibile solo con i raggi ultravioletti.

La tecnologia, in fase di sviluppo da una ventina di anni, è stata perfezionata di recente dalla SmartWater Foundation e testata dagli archeologi e scienziati della Shawnee State University in Ohio e dell’Università di Reading, nel Regno Unito. Nella sua ultima versione, il liquido può essere utilizzato anche su pietra, ceramica e porcellana.
“Se spunta fuori un manufatto che è stato precedentemente marcato – spiega Colette Loll, consulente per la SmartWater – tutto ciò che dobbiamo fare è prendere un minuscolo frammento di quel materiale e spedirlo ad un laboratorio forense, che estrarrà i suoi dati, utili a capire anche da quale museo o sito quel manufatto è stato trafugato”.
L’aspetto più importante, però, è che un kit composto da alcune bottiglie e spray contenenti il liquido, un pennello e una torcia a ultravioletti è stata appena recapitata ad un team di archeologi siriani basati in Turchia. Archeologi che poi sono riusciti a farla arrivare a Ma’ra, nel nord della Siria, dove la nuova tecnica verrà sperimentata direttamente sui mosaici contenuti nel museo cittadino.
“Per la gran parte dei reperti saccheggiati e smerciati dall’Isis è molto difficile stabilire il loro luogo di provenienza – spiega l’archeologo Amr Al Azm, professore associato di storia e antropologia alla Shawnee University, che ha supervisionato l’iniziativa -, ma questo liquido risolve il problema, dato che ogni soluzione liquida ha il proprio codice forense di riferimento, e permette di aggiungere l’oggetto all’interno di un database. Ogni volta che usiamo questo liquido su un certo numero di artefatti, essi vengono marchiati da una firma unica”, aggiunge.
Il saccheggio e il traffico di antichità è una importante fonte di reddito per l’Isis. Oltre ad aver distrutto siti archeologici a Palmira e Mosul, i miliziani si occupano anche di rilasciare licenze per il traffico di reperti all’interno dei territori che controllano. I profitti che ne derivano servono a finanziare i loro sanguinosi attacchi.
Le preoccupazioni per queste attività da parte di Daesh sono cresciute negli ultimi anni. L’Fbi ne aveva accennato la prima volta a maggio 2015, quando nella casa di un miliziano – oggetto di un raid – erano stati trovati numerosi reperti, ricevute di pagamento per la vendita degli stessi e permessi scritti per attività di scavo.
Nel 2014, l’Unesco stimava un valore di 7 miliardi di dollari per il mercato nero delle antichità rubate. Lo scorso aprile, l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite aveva affermato che l’Isis stava guadagnando una cifra annuale compresa tra i 150 e i 200 milioni di dollari per il traffico di antichità. Il governo statunitense ha stabilito una ricompensa di 5 milioni di dollari per qualunque informazione che possa essere usata per ostacolare questo business.
In realtà, secondo un recente rapporto del King’s College Center for the study of radicalization and political violence, la vendita di reperti costituisce una fonte marginale di guadagno per Daesh. “Più che dal commercio, l’Isis guadagna dalla vendita di permessi per scavi e dalle tasse di transito verso i siti”, si legge nel report. Secondo il Near Eastern Archeology Journal, tuttavia, le immagini satellitari mostrano come l’Isis abbia saccheggiato circa 3000 dei circa 15000 siti archeologici dell’area dall’inizio del conflitto. Numeri che in un certo senso segnano un “salto di qualità” nella attività di saccheggio di antichità. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)

Calciatore a tempo determinato (Reza Ghoochannejad)

Pubblicato su Ultimo Uomo http://www.ultimouomo.com/calciatore-a-tempo-determinato/

Lo scorso 22 gennaio l’iraniano Reza Ghoochannejad, a 29 anni, è salito in testa alla classifica cannonieri dell’Eredivisie con 12 gol, realizzando una tripletta in PSV-Heerenveen. Tre gol da prima punta autentica, tutti diversi tra loro: movimento in profondità sul filo del fuorigioco e tocco sotto sul portiere in uscita; sinistro a incrociare dal vertice sinistro dell’area; colpo di testa in mischia su calcio d’angolo.

 

La tripletta contro il PSV.

 

Ora è secondo dietro Jorgensen e i suoi gol sono diventati 15. La carriera di “Gucci” – soprannome che non nasconde alcun riferimento al noto brand o a una vita glamour ma solo la semplificazione di un cognome complicato – sembra vivere oggi il suo momento più alto. Com’è d’uso in questi casi, si potrebbe facilmente procedere con la retorica dell’abnegazione, dello sportivo che, mosso da volontà incrollabile e da una fede nelle proprie potenzialità, sacrifica tutto per arrivare a imporsi nel calcio europeo. Ma la storia, in realtà, è molto diversa.

 

 

Non sentirsi calciatore

 

Nell’estate del 2009, prima di compiere 22 anni, Reza Ghoochannejad aveva deciso di avere altre priorità rispetto al calcio. Così, dopo la trafila nelle giovanili del Cambuur e poi dello stesso Heerenveen, dopo l’esordio in massima serie a 19 anni, dopo aver presenziato in tutte nazionali giovanili olandesi a partire dall’Under 16, si era recato nella sede del club della Frisia per rescindere il suo contratto.

 

Con un fatalismo che può essere associato anche a una certa dose di saggezza, o forse di misticismo, Gucci spiega in un’intervista di aver avuto in quel frangente “la sensazione che qualcos’altro mi stesse chiamando”. Come una rivelazione, per lui che è nato a Mashhad, una delle principali città sante per i musulmani sciiti, che ogni anno riceve circa 20 milioni di pellegrini al Mausoleo dell’Imam Reza, la più estesa moschea del mondo.

 

In realtà non c’è vocazione religiosa ma l’Università, la VU di Amsterdam, uno dei principali atenei pubblici del Paese. Studia Giurisprudenza e Teoria politica: il calcio, nonostante le potenzialità, sembra in quel momento secondario. La scelta appare contro intuitiva: Reza sceglie lo studio, perché “non riuscivo a coniugarlo col calcio”, laddove molti alla sua età e con le sue prospettive abbandonano lo studio per non riuscire a farlo convivere con una vita da professionista.

 

Il dado sembra tratto, finché, dopo qualche settimana di inattività, non riceve la telefonata di Marc Overmars. L’ex ala olandese prova a portarlo ai Go Ahead Eagles, di cui è direttore tecnico e azionista di maggioranza. Ghoochannejad accetta l’offerta ma detta le sue condizioni: ogni giorno, deve lasciare gli allenamenti 15 minuti prima per prendere il treno che collega in un’oretta Deventer ad Amsterdam, per seguire i corsi all’università. Reza è molto grato a Overmars: «gli devo molto perché mi ha dato tempo sufficiente per organizzarmi con gli allenamenti, affiancandoli all’Università. Sono molto riconoscente, anche perché dopo questo periodo la mia carriera è andata bene». Come se la sua crescita culturale fosse stata in qualche modo propedeutica a quella da calciatore.

 

Gucci si aggrega ai Go Ahead Eagles come “amatore”, senza uno stipendio. Continua a considerare il calcio sostanzialmente un hobby, e non è chiaro se ciò sia più dovuto al fatto di sottovalutarsi come giocatore, a quello di avere interessi che vanno al di là del calcio. Forse Reza realizza sin dall’inizio che la vita di un calciatore medio è breve, e che spesso, se non accompagnata da uno sguardo di lungo termine, non consente di reinventarsi. Forse andrebbe anche considerato che Gucci è nato in un paese in guerra, l’Iran degli anni ’80. I genitori gli hanno trasmesso una maggiore consapevolezza della sua infanzia fortunata, vissuta in Olanda, uno dei paesi col più alto tenore di vita al mondo.

 

Ghoochannejad, secondo di due figli, vede la luce nella seconda città iraniana più popolosa, capoluogo del Razavi Khorasan, il 20 settembre 1987, e in quella che è una settimana caldissima in Iran. La guerra con l’Iraq entra nel suo ultimo sanguinoso anno, e in una delle fasi più delicate: il 22 settembre la Repubblica islamica, aggredita sette anni prima dalle truppe di Saddam Hussein, con la parziale benedizione della comunità internazionale, rifiuta il cessate il fuoco richiesto dalle Nazioni Unite, per bocca dell’allora presidente Ali Khamene’i, che definisce l’appello di Reagan “una paccottiglia di bugie”. Nel frattempo, il presidente del parlamento iraniano, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, chiede che nella risoluzione Onu oltre al cessate il fuoco venga sancito il ruolo di aggressore del Rais iracheno, senza essere accontentato. La guerra andrà avanti un altro anno, provocando centinaia di migliaia di morti da ambo i lati e danneggiando in maniera pesante entrambe le economie.

 

La famiglia di Ghochannejad, come tante in quel periodo, medita di emigrare: lo farà nel 1991, trasferendosi in Olanda, una delle destinazioni più battute tra i membri della diaspora iraniana. È qui che Reza – che raggiunge i genitori nel 1995 – cresce in un perfetto bilinguismo – farsi e olandese –, che lo aiuta ad allargare i suoi orizzonti. Le lingue sono una sua passione, in un’intervista concessa al portale della FIFA dice di parlarne quattro: farsi, olandese, inglese e francese. «Il tedesco lo capisco, e ho studiato anche italiano e portoghese».

 

Oltre alla passione per le lingue, suona, sin da bambino, il violino: uno strumento molto celebre in Iran, dove i concerti di musica classica, a differenza di quelli rock o di musica più pericolosamente “occidentale” per le autorità, sono fuori dall’occhio della censura.

 

 

In un’altra intervista, ha espresso il desiderio di diventare un giorno un violinista professionista, una aspirazione ridimensionata poi in seguito, dove ha fatto sfoggio di modestia dicendo di aver preso lezioni solo per due anni. Un ragazzo tanto atipico, nel mondo del calcio, può immaginarsi di entrare nella Hall of Fame dei calciatori del suo Paese, a fianco dei vari Ali Karimi, Ali Daei, Khodadad Aziz? Inizialmente sembra di no. Fino al 2011 almeno, nessuno sa chi sia Gucci, nemmeno in Iran.

 

Reza strimpella.

Scoprirsi calciatore

 

Eppure nel frattempo il suo talento, pur in un contesto minore come la seconda serie olandese, inizia ad emergere: in pochi mesi, tra un esame e un altro, mette a segno 6 gol in 10 partite nei Go Ahead Eagles. Ciò basta ad attirare l’attenzione del suo primo club, il Cambuur, che lo acquista a gennaio 2010, puntando alla promozione nella massima serie. Ghoochannejad esordisce il 22 gennaio contro il Veendam e segna dopo 9 secondi di partita, eguagliando il record della rete più veloce mai segnata in Olanda, appartenuto a Johan Cruyff.

 

Pronti, via, gol.

 

Nel Cambuur, che l’anno dopo chiuderà la stagione al quinto posto, totalizzerà 37 presenze, condite da 15 gol. Il 2011 è anche l’anno in cui cambia definitivamente ruolo: da ala destra ad attaccante, prima o seconda punta. Gucci si muove molto, ha una buona predisposizione al sacrificio in fase difensiva, parte volentieri da dietro per dialogare coi compagni, taglia in continuazione dietro la linea dei difensori, ha un fisico compatto che gli permette di proteggere bene la palla e ha anche un ottimo tiro anche da fuori area. È anche quasi perfettamente ambidestro, tra l’altro, al punto che alcuni portali lo segnalano come destrorso.

 

Nel Cambuur e nei Go Ahead Eagles.

 

Ma quella di Gucci continua ad essere una carriera minore, di basso profilo. Nel 2011 passa al Sant Truiden, in Belgio, che però alla fine retrocede, nonostante l’iraniano continui a segnare con regolarità: a fine anno sarà il capocannoniere della squadra, con 18 gol in 31 partite. Nella cittadina fiamminga viene comunque notato da Carlos Queiroz, allenatore portoghese della Nazionale iraniana, durante il match che il Sant Truiden va a vincere 2-0 in casa del Lierse a ottobre 2011, con doppietta di Gucci.

 

Esordisce con la Nazionale iraniana il 16 ottobre 2012, a 25 anni appena compiuti, nella vittoria casalinga contro la Corea del Sud. Il 4 giugno 2013, a Doha contro il Qatar, arriva il suo primo gol, che fissa il risultato finale sullo 0-1. Una settimana dopo si ripete, segnando il 4-0 contro il Libano. I tifosi iraniani, però, se ne innamorano definitivamente il 18 giugno, in Corea del Sud-Iran, quando Gucci (qui a 0:23) va ad aggredire il terzino coreano, che è spalle alla porta vicino alla linea laterale, gli soffia il pallone, scatta verso il portiere e segna con un tiro a giro sul secondo palo. L’Iran chiude primo nel girone e stacca il biglietto per i Mondiali in Brasile, lasciandosi dietro proprio i coreani: il giorno dopo, su tutti i giornali iraniani, sportivi e non, Gucci è l’eroe di giornata, in un momento in cui il paese vive una fase di transizione politica. Sole tre giorni prima, infatti, era finita la turbolenta era Ahmadinejad, con l’annuncio ufficiale da parte del ministero dell’Interno Mohammad Mostafa Najjar della vittoria del pragmatico – ma votato in buona parte anche dai quei riformisti che si erano sentiti defraudati durante la seconda vittoria elettorale di Ahmadinejad – Hassan Rouhani, con circa 18 milioni di voti su 36 totali.

 

Nell’estate del 2012 il Sant Truiden cede Gucci allo Standard Liegi. Gucci però si aggrega alla blasonata società belga a gennaio e, nonostante l’accordo raggiunto già ad agosto, mette a segno in cinque mesi 10 gol in 12 partite con la piccola squadra fiamminga.

 

L’esperienza allo Standard, la prima in una squadra che lotta per il titolo, dura un anno, condita da 4 gol in dieci partite e dall’esordio in Europa League. Gucci è la riserva di Batshuayi, lo spazio è relativamente poco, con gli esami universitari di specializzazione che, nonostante siano sempre più marginali, continuano a incombere. Ciò però basta ad essere comunque notato in Inghilterra: a gennaio 2014 viene acquistato infatti dal Charlton, che milita in Championship. È il secondo iraniano a militare negli Addicks, dopo il centrocampista Karim Bagheri, passato per il sud est di Londra nella stagione 2000-2001.

 

Alcuni dei suoi gol al Charlton.

 

Al Charlton, dove era stato richiesto dal manager Chris Powell, giocherà tutte le rimanenti partite della stagione, segnando però un solo gol (molto bello, a giro sul secondo palo contro il Leeds). Forse la seconda serie inglese, così fisica e rude, non fa per lui. In quell’anno rinuncia definitivamente al proseguimento degli studi, ed è curioso che ciò coincida anche con uno dei suoi anni meno positivi, da un punto di vista calcistico.

 

La non entusiasmante esperienza in Inghilterra non scalfisce comunque la titolarità in Nazionale. In estate ci sono i Mondiali in Brasile, con il Team Melli inserito nello stesso girone di Bosnia, Nigeria e Argentina. Dopo un soporifero match d’esordio con la Nigeria, conclusosi 0-0, il 21 giugno l’Iran affronta a Belo Horizonte l’Argentina di Messi.

 

I ragazzi di Queiroz giocano una partita encomiabile. La linea difensiva, composta da giocatori che militano tutti nel campionato iraniano, rimane bassissima e neutralizza ogni tentativo di un’Argentina un po’ presuntuosa, che schiera contemporaneamente Di Maria, Higuain, Aguero e Messi. Appena c’è la possibilità, però, gli iraniani tentano di arrivare repentinamente alla porta avversaria con contropiede fulminei condotti da due, massimo tre uomini, che forse ricordano le incursioni da guerriglia marina che i barchini della Marina Militare iraniana hanno compiuto in questi ultimi decenni nelle acque basse del Golfo Persico, nei confronti di navi che si avvicinavano troppo alle acque territoriali della Repubblica islamica.

 

L’Argentina continua ad attaccare in modo disordinato, e la sensazione è che il miracolo possa davvero arrivare. All’86’, il neo entrato Alireza Jahanbaksh, ala del Nec Nijmegen, lavora una palla sulla fascia sinistra, rientra, elude l’intervento di un confuso Zabaleta e la calcia rasoterra oltre la linea: c’è Gucci, con risorse atletiche misteriose, dopo una partita sfiancante, a tagliare per 40 metri dietro le spalle di Mascherano, a presentarsi a tu per tu con Romero, incrociare il sinistro e vedersi deviare in angolo una palla dal peso specifico enorme.

 

Solo quattro minuti dopo, però, Lionel Messi decide che la partita è finita: rientra dal vertice destro dell’area e infila Haghighi sul secondo palo, con una sua conclusione archetipica. Nella partita successiva un Iran svuotato psicologicamente perderà 3-1 contro la Bosnia, e l’unico gol del mondiale del Team Melli lo segnerà proprio Gucci, il violinista-studente di Mashhad.

 

 

Pensare al futuro

 

Sembra la pietra tombale sulla carriera di alto livello di Ghoochannejad. Ad agosto 2014 il Charlton, dopo un diciottesimo posto ottenuto l’anno prima, lo manda in prestito all’Al Kuwait, società omonima del piccolo Stato affacciato sul Golfo Persico. In modo non troppo dissimile da quanto accaduto ad Ali Karimi una decina di anni prima, quella del calcio arabo sembra una dimensione un po’ mortificante per Gucci. Forse c’entra la delusione mondiale, o forse di un po’ di buona sorte, o se volete di giustizia, che avrebbe potuto portare altrove lui e i suoi compagni. In 11 partite all’al Kuwait segna 10 gol, ma non è un’esperienza del tutto positiva: di questi dieci, 4 ne mette a segno in una partita vinta contro l’Al Sahel, e altri 3 in quella successiva, in appena 14 minuti di gioco. A febbraio dell’anno successivo decide di muoversi e si unisce alla squadra qatarina dell’al Wakrah, senza lasciare grandi tracce, a parte un gol di grande potenza da 30 metri (a 0:45) e, verosimilmente, lunghe passeggiate sul lungomare. Il suo ritorno in Europa lo vede sparire piano piano. Nell’estate del 2015 torna al Charlton ma la sua sarà un’altra esperienza tutto sommato anonima, con la squadra che retrocede in terza serie.

 

A giugno 2016, tuttavia, inaspettata come quella di Overmars 7 anni prima, arriva la chiamata dell’Heerenveen, il club dove è cresciuto. Gucci nel frattempo è maturato, ha accumulato esperienze, o forse semplicemente quello olandese è il suo campionato, che in questa stagione lo vede capocannoniere con Nicolai Jorgensen del Feyenoord, nella squadra in cui aveva esordito nella massima serie, quella che gli aveva dato per la prima volta l’impressione, di poter considerare anche il calcio tra i potenziali mestieri da svolgere nella sua vita.

 

A quasi 30 anni, Gucci si ritrova ad essere – forse senza averlo mai desiderato con così tanta forza – un attaccante di ottimo livello, idolo in una patria che ha abbandonato da piccolo, giocatore e uomo maturo, e forse senza rendersene conto, sta emergendo come il più influente iraniano in un progetto tecnico di una società di discreto livello, insieme a Sardar Azmoun del Rostov. Nel frattempo, nel 2016, si è sposato – alla presenza di varie autorità religiose iraniane – con cerimonia privata all’interno del “suo” Mausoleo dell’Imam Reza di Mashhad con Servin Bayat, sorella della più famosa Sareh, una delle protagoniste del film di Ashgar Farhadi, Una separazione. Interrogato sull’utilizzo dei suoi profili social ha risposto: «Avere una propria immagine social è importante, ma non fatemi dire bugie: i social sono un mondo finto. Devo aggiornarli per via del mio lavoro, ma la mia vita non dipende dai miei profili virtuali. Mi sono fatto degli account più per rispetto verso i tifosi che mi seguono. È questa la ragione, dar loro un piccolo assaggio della mia vita».

 

A Reza Ghoochannejad, però, i panni di calciatore famoso continuano ad andare sempre un po’ stretti. Interpellato sul suo futuro, Gucci – mai banale – ha parlato chiaro: «Chi lo sa cosa farò? Sicuramente riprenderò i miei studi. Forse non la stesse materie che ho studiato da giovanissimo ma magari Business Administration. Ho un bel po’ di idee, e non so da dove iniziare. Mi fa stare bene avere questo approccio, mi tiene la mente sveglia, in circolo, mi fa rimanere giovane. Le persone che mi conoscono bene sanno che io non sono solo un giocatore di calcio. Vorrei essere più di questo, è il mio vero obiettivo nella vita».

Siria: la resa dei conti a Idlib?

(AGI) – Beirut, 27 mar. – Non quella su Aleppo, né quella imminente su Raqqa: sarà l’offensiva su Idlib, città del nord della Siria, ad essere decisiva per le sorti del conflitto. Una resa dei conti che, peraltro, promette di polarizzare ulteriormente i rapporti tra Turchia, Stati Uniti e Russia, con l’aumento del sostegno di queste ultime due ai curdi siriani dell’Ypg e più in generale delle forze curdo-siriane delle Syrian Democratic Forces (Sdf).

E’ ad Idlib, infatti, che grazie ad un accordo tra Ankara e Mosca, i gruppi qaedisti sotto l’ombrello di Hayat Tahrir al Sham (in cui è confluita anche Fatah al Sham, ex Jabhat al Nusra) si erano spostati con le armi e le loro famiglie durante l’ultima offensiva russo-siriana su Aleppo. Tuttavia, Russia e Turchia – scrive l’analista Fehim Tastekin – hanno idee diverse su cosa fare di questi gruppi: Mosca ne promuove lo smantellamento, mentre Ankara preferirebbe inglobarli all’interno del Free Syrian Army per combattere gli stessi curdi, e impedire la costituzione di un territorio curdo autonomo ai confini con la Turchia.
In questi ultimi giorni, sia la Russia che gli Stati Uniti stanno intensificando i loro legami con le Ypg e le Sdf. Secondo l’analista turco, sono in corso dei colloqui tra russi e curdi siriani su un possibile coordinamento nell’offensiva a Idlib contro Hayat Tahrir al Sham. Le parti si sarebbero incontrate nella base di Khmeimim, vicino Latakia, per discutere operazioni congiunte sulla città del nord della Siria, divenuta ormai il centro operativo dei qaedisti.
Dall’incontro sarebbe emersa la volontà di istituire una base russa nella città di Afrin, capitale del cantone omonimo, ora parte de facto della regione autonoma del Rojava. I curdi avrebbero però rigettato la richiesta russa di posizionarvi truppe del regime siriano.
Quando la Russia e le truppe siriane apriranno il fronte di Idlib, gli scontri con le forze sostenute da Ankara potrebbero sconfinare fino alla stessa Afrin. Ufficiali delle Ypg avrebbero anche declinato l’offerta statunitense di includere le forze curde irachene di Barzani nell’alleanza.
Secondo Tamer Osman, “il problema più grande sta nel destino di centinaia di migliaia di civili siriani che vivono a Idlib (150000 abitanti prima della guerra, ndr), che stavolta non riusciranno a trovare un altro rifugio, visto che la città e i suoi sobborghi già ora sono oggetto di raid aerei siriani”. Potrebbe ripetersi dunque uno scenario già visto ad Aleppo est. L’eventuale installazione di truppe russe ad Afrin potrebbe portare ad una situazione simile a quella sperimentata a Manbij, quando l’offensiva minacciata dai turchi fu impedita dalle forze statunitensi nel nord e da quelle russo-siriane nel sud. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)

Yemen: il business e la piaga del qat sullo sfondo della guerra

(AGI) – Beirut, 27 mar. – Mentre la guerra in Yemen rende sempre più difficile trovare anche beni di prima necessità, aggravando una emergenza umanitaria sempre più preoccupante, c’è un mercato che sembra non conoscere crisi. Quello del qat, una pianta molto diffusa nel paese, e le cui foglie contengono un alcaloide, che causa eccitazione, euforia o allucinazioni.
Il qat è stato classificato come droga dall’Oms nel 1980. In Yemen la coltivazione e l’utilizzo del qat (masticandone le foglie) sono sempre stati molto diffusi (e legali), poiché garantiscono mediamente il triplo degli introiti di qualunque altra coltivazione nel paese e garantiscono almeno quattro raccolti l’anno. Viene spesso utilizzato anche per il pagamento della dote matrimoniale. “Prima della guerra vendevamo sia caffè che qat nella mia fattoria, ma negli ultimi due anni abbiamo smesso di piantare caffè e lo abbiamo sostituito con il qat, che ci fa guadagnare tre volte tanto”, spiega un agricoltore del villaggio di Al Ghail, vicino alla città di Taiz.
Con la crisi umanitaria, l’utilizzo da parte di uomini di ogni età sembra aumentato parallelamente alla mancanza di prospettive. “Mia madre è una donna anziana che ha bisogno di soldi per comprare medicine per il diabete. I miei bambini hanno bisogno di cibo. Poi ci sono i miei nipoti”, afferma Omar ai microfoni di Middle east eye, mentre mastica le foglie. Nel 2015 ha perso suo fratello in un bombardamento.
“Non sono mai stato dipendente dal qat”, continua, “ma l’attuale situazione nel paese mi ha costretto a farvi maggiore ricorso per aiutare la mia famiglia. Mi aiuta anche a passare qualche ora di felicità con i miei amici: quando mastico il qat, mi dimentico di tutte le sofferenze e inizio ad immaginare. Il qat annulla le sofferenze. Ma se paragono la mia vita di ora con quella prima della guerra, vorrei uccidermi”. Un terzo dello stipendio di Omar (12 dollari al giorno) se ne va per l’acquisto di questa droga.
Con il declino del commercio delle altre risorse, il mercato del qat continua a crescere e spesso la sua vendita è l’unica alternative per sopravvivere. “Nonostante oggi siano aumentati i venditori di qat, guadagno più di quanto guadagnavo prima della guerra”, spiega Hilmi al Yousufi. Quelli come lui pagano una tassa sulla quantità di qat venduto, sia nelle regioni controllate dagli Houthi che in quelle controllate dalle forze pro governative. “Pago circa 4 dollari al giorno di tassa, dipende dalla quantità di qat che riesco a vendere”.
I costi ambientali, oltre a quelli sociali, non sono indifferenti, poiché nonostante la mancanza di beni primari e acqua, le piante del qat consumano molta più acqua di qualunque altro albero da frutta. Ma la guerra non fornisce alternative a tanti agricoltori, tanto che nel maggio 2016, il divieto di vendere qat a Aden, disposto dalle autorità, è stato annullato dopo pochi giorni a seguito delle proteste della popolazione. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Tunisia: il destino della commissione per la verità e la giustizia

(AGI) – Beirut, 24 mar. – Salutata come l’ennesima dimostrazione della diversità e della virtuosità del percorso tunisino verso lo Stato di diritto, ora la Commissione per la verità e la dignità (IVD), tribunale indipendente istituito da una legge del dicembre 2013 per investigare sulle violazioni dei diritti umani avvenute in Tunisia dal 1955 (anno del ritorno dall’esilio di Habib Bourghuiba) al 2013, rischia di veder compromesso il suo lavoro e la sua legittimità, vittima di un clima politico sempre più polarizzato.
Al tribunale, presieduto dalla giornalista e attivista Sihem Bensedrine, sono stati sottoposti circa 62000 casi di tortura, sparizione forzata e violazione dei diritti umani verificatisi in Tunisia negli ultimi 60 anni, ma anche casi di corruzione e reati economici in generale.
Il fatto che dallo scorso novembre molte audizioni di testimoni siano state trasmesse sulla televisione nazionale ha attirato le attenzioni dell’opinione pubblica, ma ha avuto anche l’effetto di mettere in luce i contrasti tra i due principali partiti del paese, Nida Tounis e Ennahda. Le loro divergenze stanno rallentando l’implementazione della legge di giustizia transizionale, di cui il Tribunale è emanazione.
Nida Tounis, il partito secolare del presidente Beji Caid Essebsi, più vicino al “vecchio corso”, come alternativa all’IVD propone infatti la legge di riconciliazione economica – molto contestata dai gruppi di attivisti -, che garantirebbe l’amnistia a tutti coloro coinvolti in casi di corruzione e di sfruttamento illegale delle risorse nazionali. Ciò ha anche una motivazione pratica, cioè il fatto che alcuni membri di Nida Tounis sono coinvolti in alcuni casi sotto investigazione del Tribunale.
D’altronde lo stesso presidente Essebsi, critico verso la legge di giustizia transizionale, durante la campagna elettorale del 2014 aveva detto che “la Tunisia non deve continuare a guardare al passato”. Gruppi delle società civile, giornalisti e sopratutto il partito islamista moderato Ennahda, sono invece sostenitori dell’IVD. Il conflitto tra Nida Tounis e Ennahda in questi due anni di coabitazione si è giocato sopratutto sulla questione del mandato che l’IVD dovrebbe avere.
I quindici membri della Commissione per la verità e dignità erano stati eletti dalla Troika, un’alleanza tripartitica capeggiata da Ennahda, ma oggi, a seguito dell’attività di scrutinio interno portato avanti da Nida Tounis, sono rimasti solo in nove: troppo pochi per assicurare il quorum di due terzi e implementare le decisioni del Tribunale.
Come se non bastasse, i membri sollevati dall’incarico nella Commissione, oggi accusano il Tribunale di corruzione. Sihem Bensedrine è accusata di fare gli interessi di Ennahda a discapito delle forze politiche, una accusa che muove dalla priorità data dall’IVD a casi di abuso e tortura nei confronti di militanti islamisti da parte dello Stato.
Una accusa che a Fatim-Zohra el Malki, ricercatrice del Carnegie Endowment, appare ingenerosa, visto che i casi sotto investigazione riguardano casi di trattamento inumano e di tortura subiti da militanti islamisti durante l’epoca di Ben Ali. Inoltre, appare pretestuoso sostenere che Ennahda sostenga in blocco e in modo inequivocabile l’IVD, visto che in questi due anni la formazione islamista è sembrata preoccuparsi più del mantenimento del bilanciamento politico con Nida Tounis che non l perseguimento della giustizia transizionale.
Ad oggi, solo un terzo dei 62000 casi sottoposti all’IVD sono stati chiusi, e spesso le audizioni del Tribunale sono state interrotte da sit in che accusavano l’IVD di mancanza di trasparenza e di allungare le procedure. Tantissimi parenti delle vittime dello Stato aspettano giustizia, mentre alcuni, come il sindacalista Habib Guiza, hanno addirittura ritirato le loro denunce per via di questa fase di stallo.
Con lo stato d’emergenza prorogato solo lo scorso febbraio, che permette allo Stato la limitazione delle libertà e l’implementazione di misure che esulano dalla giurisdizione dell’IVD, la Tunisia rimane nel limbo, tra la costruzione di una democrazia duratura e lo sguardo ad un passato che fa male. e che reclama giustizia. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)

Iraq: l’inferno senza fine degli yazidi

(AGI) – Beirut, 24 mar. – “Ci sentiamo come dei giocattoli nelle mani dei politici. Siamo stati feriti e stiamo ancora sanguinando. Abbiamo ancora le nostre sorelle e le nostre mogli nelle mani dello Stato Islamico, e ora ci tocca anche questo”. E’ uno sconsolato grido d’aiuto quello di Khalaf Bahri, religioso yazida, mentre seppellisce un giovane della sua comunità vicino Sinjar, in Iraq.
Due anni e mezzo fa, i miliziani dello Stato islamico individuano la città popolata da questa antica minoranza di etnia curda, ne intuiscono l’isolamento sulle montagne, e la attaccano. Ne esce fuori l’ultimo genocidio moderno, un genocidio a lungo ignorato dalla comunità internazionale: gli Yazidi sono per i terroristi dell’Isis degli “adoratori del fuoco”, apostati, e secondo le Nazioni Unite, ad ottobre 2014 circa 5000 uomini vengono trucidati e altri 7000 tra donne e bambini vengono rapiti, stuprati e vendute come schiave. Altri 40000 scappano, portandosi dietro quello che possono, tra i corridoi aperti in seguito dalle forze curde.
Oggi gli Yazidi, nonostante la fuga dall’Isis, non sono ancora al sicuro. Situata al crocevia tra Siria, Iraq e Turchia, la tradizionale patria degli Yazidi è divenuta in questi due anni il terreno di scontro tra le varie fazioni curde, alimentato dalla divergenza di interessi tra Iran, Stati Uniti, Turchia e il governo di Baghdad. Gli Yazidi, in questo contesto, sono stati divisi, con i maschi unitisi a fazioni diverse, a seconda di chi desse loro aiuto immediato.
Molti uomini yazidi, infatti, sono morti in questi due anni non per mano dell’Isis ma nelle diverse battaglie tra fazioni curde per il controllo di questo territorio strategico. Gran parte di essi fanno parte delle Sinjar Resistance Units, una fazione locale affiliata al Pkk, il gruppo separatista con base in Turchia, finanziata anche dagli Stati Uniti.
Tuttavia, gli Stati Uniti stessi supportano – in funzione anti-Isis – anche un’altra fazione curda-siriana, quella legata ai Pashmerga del Rojava, nel nord della Siria, sotto il comando del governo regionale del Kurdistan iracheno. Queste due fazioni oggi spesso combattono l’una contro l’altra, proprio nei territori abitati dagli Yazidi. E questi ultimi, minoranza tra le minoranze, finiscono in mezzo. O meglio, sono costretti ad unirsi a chi li protegge.
Il governo curdo di Barzani ha chiesto più volte al Pkk di abbandonare Sinjar, che ritiene parte integrante del territorio curdo iracheno, ma sono gli stessi yazidi vicini al Pkk ad opporsi a questo ritiro: dopotutto, sono proprio le fazioni affiliate al Partito curdo dei lavoratori ad aver aperto i corridoi per la fuga degli Yazidi dall’Isis, mentre i pashmerga curdi iracheni abbandonavano le loro postazioni, lasciandoli al loro infausto destino. “Siamo vulnerabili e in una posizione debole, per cui chiunque ci dia un pezzo di pane, una casa, un’arma per difenderci, noi ce la prendiamo”, spiega sempre lo sheikh Bahri, oggi affiliato alle forze yazide del Pkk. E quel pane, quelle armi, quei ripari, sono stati forniti agli yazidi dal Pkk.
Tuttavia il governo regionale del Kurdistan ritiene Sinjar parte integrante del suo territorio, ed anche per questo chiede al Pkk di abbandonare il territorio. Dalla sua parte, ci sono altri Yazidi, quelli che si sono uniti alle forze pashmerga, che combattono contro il Pkk.
“Non ci sottometteremo ad una agenda iraniana o turca”, afferma Mahama Khalil, sindaco di Sinjar, che appartiene allo stesso partito di Barzani. “Il Pkk dovrebbe lasciare il territorio iracheno”, aggiunge, accusando le Sinjar Resistance Units di fare gli interessi delle milizie sciite sostenute dall’Iran. Solo che per Baghdad, la presenza del Pkk a Sinjar è fondamentale per controbilanciare quella dei curdi iracheni.
Mentre gli scontri tra le forze curde continuano, coinvolgendo gli yazidi, pochissimo è stato fatto per ricostruire Sinjar, e le aree circostanti sono ancora sotto il controllo dell’Isis, costringendo molte famiglie a vivere all’addiaccio, in tende sule montagne, senza nessun sostegno. Come quella di Jamil Khalaf, che sconsolato dice: “La colpa è di tutte le fazioni curde. Non sono interessati al nostro destino, fanno solo i loro interessi. Perché combattono tra loro, invece di liberare i nostri villaggi?”. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)

Iran: il tabù della sessualità (dentro e fuori dalla Repubblica islamica)

(AGI) – Beirut, 23 mar. – Che nella Repubblica islamica dell’Iran il dibattito pubblico sulla sessualità sia un tabù, delimitato solertemente dalle maglie della censura, è noto. Qualcuno potrebbe pensare che ciò sia una diretta conseguenza del controllo sociale e dello Stato etico nato dopo la rivoluzione del 1979. Le cose, però, non stanno esattamente così.
La censura disposta dal ministero della cultura arriva ovunque: dalla Tv ai libri di scuola fino alla pubblicistica in generale, in cui è impossibile trovare donne truccate, o qualunque riferimento all’intimità. La sfera sessuale viene toccata solo in riferimento alla riproduzione, alla promozione dei valori della famiglia. La separazione tra spazio pubblico e privato in Iran rimane netta ma affonda le radici all’interno di una porzione della società molto conservatrice, che era tale anche prima della rivoluzione.
Non esiste, in Iran, una contrapposizione così accentuata tra l’establishment e la società, come molto spesso i media tendono a raccontare, opponendo una società dalle tendenze laiche e liberali ad un regime conservatore e oscurantista. Esiste invece una polarizzazione interna alla stessa società, ed il peso del pudore rimane centrale, influenzando anche le generazioni più giovani, che hanno nella famiglia – e nei valori ad essa correlati – un riferimento.
Nominare in pubblico a parola “pene” (Kir) o “vagina” (Kos), in Iran, tende a provocare imbarazzo, se non sdegno: è difficile sentir pronunciare queste due parole in pubblico, la tendenza è quella di utilizzare eufemismi, a chiamarli “strumenti di procreazione”. Gli stessi artisti, in Iran, tendono all’autocensura su questi temi.
Una dimostrazione della forte correlazione tra tabù sessuali e società iraniana viene dalla diaspora: gli iraniani emigrati all’estero nel corso dei decenni sono circa 6 milioni e, come nota il sociologo irano-svedese Mehrdad Darvishpour, nella diaspora che vive in Occidente anche da vari decenni “non esiste un reale discorso sulla sessualità: la reticenza e il conservatorismo – a prescindere dal loro posizionamento “ideologico” nei confronti del regime – sono ancora preponderanti. Spesso gli iraniani della diaspora evidenziano una distanza netta dal regime sui temi politici ma molto meno su quelli sociali.
Amir, giovane iraniano che studia da qualche anno in italia, mi spiega che ad esempio sua madre, che dal 2005 ha smesso di votare in Iran ed è molto distante dal regime, ritenga giusto l’obbligo del velo vigente nella Repubblica islamica. “Io sarei d’accordo se lo Stato facesse cadere questo obbligo, ed esiste un dibattito sul tema. Ma credo che persone come mia madre scenderebbero in piazza, ad imbracciare l’argomento del ‘pudore violato’ “.
Un’altra ragione per cui anche nella diaspora il conservatorismo nei costumi è preponderante è legata al fatto che quest’ultima – così come l’establishment della Repubblica islamica – è dominata dagli uomini, che perpetuano il patriarcalismo e la tendenza a proteggere la sessualità.
Il Mko, il principale movimento di opposizione all’estero – considerato un movimento terroristico in Iran – ha sempre utilizzato il sesso come uno strumento di potere, mantenendo uno stretto controllo sulla sessualità dei suoi membri e ricorrendo anche ai divorzi forzati laddove venissero individuati comportamenti contrari alla morale.
Molti gruppi di sinistra in esilio, che si oppongono al regime nato nel 1979, come ad esempio i Fedayan-e Khalq, hanno sempre posto l’accento sui diritti dei lavoratori, sulla libertà politica, derubricando la sessualità ad argomento secondario. Un loro leader, Abdollah Panjeh Shahi, è stato ucciso dai vertici dell’organizzazione dopo esser stato scoperto avere una relazione extraconiugale.
Anche gli iraniani emigrati dopo le repressioni del 2009, della generazione dei “nativi digitali”, rimangono mediamente conservatori, pur mostrando una maggiore apertura. Judith Albrecht, che ha studiato per due anni la costruzione sociale dell’identità femminile nelle donne della diaspora iraniana negli Stati Uniti, ha notato che queste ultime considerano i valori della famiglia come la principale fonte identitaria. “Il paese che si sono lasciati alle spalle – spiega la Albrecht – è ancora il focus principale delle loro azioni”.
Esiste, tuttavia, un movimento diffuso di persone che contestano sempre di più le idee dominanti sulla moralità. Si tratta spesso di singoli attivisti, poco connessi l’uno con l’altro, che non hanno fatto “sistema”. Una iniziativa importante è quella del progetto online Jensiat, che usa i fumetti per spiegare le malattie trasmesse sessualmente. Il progetto è stato recuperato e ampliato da un team del Deutsche Welle, che ha dato vita ad un altra iniziativa, “Sexuality, love and living together”, dopo aver notato che online in lingua farsi esiste pochissimo materiale sull’educazione sessuale.
Ma l’attività più intensa sulla consapevolezza sessuale è portata avanti dagli attivisti LGBT fuori dall’Iran. Secondo Saideh Saadat Lendle, a capo di “LesMigraS”, la sezione anti-discriminazione e anti-violenza del Berlin Lesbenberatung (servizio di consulenza per lesbiche), “le ultime generazioni di iraniani sono molto più aperte sul tema dell’omosessualità”.
Mentre il regime conservatore e i suoi sostenitori denunciano la “ghazarbadegi” (intossicazione da occidente), declinandola in chiave sessuale come un tentativo di “rivoluzione” importato dagli Stati Uniti, le forze più moderate – sopratutto tra i riformisti – hanno iniziato a sensibilizzare sulla necessità di comprendere i “desideri naturali” dei giovani. Entrambe le forze, tuttavia – in un paese in cui la “paranoia” rispetto alle ingerenze straniere rimane viva, retaggio della storia recente – tendono a diffidare degli iraniani della diaspora, a loro avviso i principali responsabili del graduale e sotterraneo “cambiamento dell’etica sessuale”. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)

Iraq: le future frizioni tra Washington e Teheran

(AGI) – Beirut, 22 mar. – La guerra dell’Esercito iracheno e dei suoi alleati contro lo Stato islamico non volge forse al termine, ma vede perlomeno un orizzonte. Lo scorso 15 marzo il portavoce dell’Unità anti terrorismo irachena ha affermato che circa il 60% del territorio di Mosul è sotto il controllo delle forze di sicurezza nazionali, facendo eco al Primo ministro iracheno, Haider Al Abadi, che il giorno prima aveva annunciato l’inizio della “fase finale” della battaglia sulla seconda città più grande dell’Iraq.
Con la sconfitta dell’Isis in Iraq, si aprono molti interrogativi. Come spesso accade, la presenza di un nemico comune, universale, tende ad unire forze che in altre condizioni sarebbero ostili l’una all’altra: in Iraq, Iran e Stati Uniti hanno perseguito un obiettivo comune, talvolta coordinandosi l’un l’altra in modo indiretto e non ufficiale. Cosa ne sarà dei rapporti di forza tra i due paesi e dei loro interessi in iraq, quando l’Isis verrà sconfitto?
Mosul sembra avere un’importanza centrale per entrambe. Dopo aver completato il ritiro delle proprie truppe nel 2011, gli Stati Uniti dal 2014 – anno della proclamazione del Califfato – sono tornate a impegnarsi in Iraq, impiegando circa 5000 uomini (sopratutto forze speciali) e spendendo più di 10 miliardi di dollari per la guerra all’Isis in Siria e Iraq, sostenendo l’esercito di quest’ultima e operando raid aerei.
D’altra parte, come noto, i “boots on the ground” a Mosul li stanno mettendo sopratutto le Popular Mobilization Units (PMU), le milizie e le forze paramilitari a maggioranza sciita, sostenute finanziariamente e logisticamente dall’Iran. Le milizie sciite stanno attraversando un processo di legittimizzazione statale, diventando di fatto parte dell’esercito nazionale. Questa saldatura, ovviamente, preoccupa gli Stati Uniti circa la capacità di Teheran di mantenere in Iraq una propria sfera di influenza diretta.
Va tenuto presente che dal punto di vista della dottrina strategica, l’Iran lega in maniera diretta la sicurezza dei suoi porosi confini occidentali alla stabilizzazione di Mosul e dell’Iraq stesso. Alcuni giorni fa Iraj Masjedi, un consulente di Qassem Suleimani – il capo delle Forse Quds dei Guardiani della Rivoluzione – ha definito la guerra contro l’Isis una operazione di “difesa della sicurezza iraniana”, aggiungendo che la Repubblica islamica considera prioritario il mantenimento dell’integrità territoriale irachena, laddove invece sembrano sempre più attuali – per Washington – le ipotesi di una futura federalizzazione dell’Iraq.
Insomma, secondo le autorità iraniane l’impegno nel vicino Iraq non è un conflitto regionale: somiglia di più ad una operazione preventiva, di messa in sicurezza dei propri confini. Nell’immaginario comune degli iraniani, un Iraq instabile, governato da formazioni – come l’Isis, ma non solo – che vedono nell’Iran stesso un nemico, evoca il ricordo della sanguinosa guerra contro Saddam Hussein, la più lunga dal dopoguerra ad oggi.
Non esistono stime precise sull’entità numerica delle milizie paramilitari, all’interno delle quali conflluiscono molti volontari. Secondo il Senato americano in Iraq i miliziani sciiti sarebbero tra le 100000 e le 120000 unità, gran parte dei quali ricadono sotto l’ombrello “ufficiale” delle PMU. Nonostante la legge approvata dal parlamento iracheno per inglobare le milizie nell’esercito, non è chiaro quale possa essere il loro futuro ruolo all’interno delle forze di sicurezza nazionali, e in che misura esse possano rispondere a Teheran, anziché a Baghdad.
Questo è un ulteriore punto di frizione tra Stati Uniti e Iran. Washington vuole giocare un ruolo attivo nella determinazione del futuro delle milizie, spingendo verso un loro generale smantellamento, per poter poi esercitare una influenza sull’Esercito regolare dell’Iraq, nell’ottica di una preservazione dei propri interessi in loco.
Il rischio che Washington vede nella legittimazione delle milizie nasconde quello di una “iranizzazione” dell’Iraq: cioè che le milizie irachene giochino in futuro il ruolo che in Iran giocano le milizie dei basiji, le forza paramilitare (spesso deputata alla sicurezza interna e al controllo dei “costumi”) che ricade sotto il controllo dei Pasdaran. Insomma, gli Stati Uniti non vogliono che in Iraq nasca un’altra proxy iraniana, come già avvenuto in Libano con gli Hezbollah, che possa rendersi antagonista degli alleati regionali, sopratutto Turchia e Arabia Saudita.
Quella della governance dell’Iraq e di Mosul sarà forse la più grande sfida regionale negli anni a venire. Uno scenario possibile è quello in cui Mosul torni ad essere quella che era prima dell’avvento dell’Isis, con il governo iracheno in controllo della provincia di Nineveh (di cui Mosul è capitale). Uno scenario che trova il favore di Baghdad ma anche di Teheran, suo alleato. C’è però la questione demografica, che si collega con quella amministrativa: le comunità curde e arabe sunnite della zona non vedono positivamente la restaurazione del controllo del governo iracheno (a maggioranza sciita) su un’area in cui gli sciiti sono minoranza.
Mohammad Sadegh Koushki, analista di politica internazionale dell’Università di Teheran, sostiene che lo scenario ideale – funzionale alla federalizzazione osteggiata da Baghdad e Teheran – per Washington sarebbe quello di trasformare l’area in una regione sunnita, sulla falsariga del Kurdistan iracheno, che già gode di ampia autonomia. A Teheran sono convinti che l’aumento dell’impegno militare statunitense nell’area dimostra come il loro proposito sia quello di indebolire l’autorità centrale di Baghdad. (AGI) Lorenzo Forlani (Lby)

Iraq: la parabola di Muqtada al Sadr

(AGI) – Beirut, 21 mar. – Fino a dieci anni fa, se avessimo letto un qualunque articolo su un quotidiano occidentale che parlasse di Iraq, avremmo certamente trovato il nome di Muqtada al Sadr associato al fanatismo, alla violenza e alle divisioni settarie.
Dieci anni sono però lunghi in un paese in guerra dal 2003, e possono accompagnare le metamorfosi più impensabili. Quella del 43enne Moqtada al Sadr, chierico sciita, leader politico ed ex capo militare, ne è certamente un esempio paradigmatico.
Ad un osservatore superficiale di dinamiche irachene, il nome di Al Sadr evoca infatti il ricordo di una feroce milizia. L’Esercito del Mahdi, messo in piedi da Muqtada nel 2003 per combattere l’invasione americana, fino al 2008 accompagnò ad una fiera e determinata resistenza militare anti-americana azioni brutali e altrettanto cruente rappresaglie, sopratutto nei confronti della comunità sunnita, accusata di fungere da serbatoio naturale di “manodopera” per i gruppi jihadisti e anti sciiti come al Qaeda.
Nell’Iraq post-Saddam, diviso su linee confessionali, l’Esercito di Mahdi è stato a lungo uno dei principali protagonisti sul campo di battaglia, così come Muqtada è stato uno degli attori più influenti (e più bellicosi) di un Paese in preda al caos. Qualcosa cambia nel 2008, quando Al Sadr decide di smantellare il suo esercito. Inizia da lì la sua complessa evoluzione.
Muqtada, in realtà, è sempre stato un personaggio sui generis, multiforme e misterioso: punto di riferimento per gli strati più poveri della comunità sciita irachena ma allo stesso tempo promotore del dialogo interreligioso, dell’unità nazionale in un paese dilaniato; espressione delle strutture religiose sciite ma spesso disallineato alle posizioni politiche ufficiali delle Hawza (scuole religiose) di Najaf e di Qom (Iran), il “Vaticano” sciita; oppositore viscerale della presenza statunitense in Iraq ma non per questo mero strumento nelle mani dell’Iran, con cui spesso è stato in disaccordo.
Contestualmente allo smantellamento della sua milizia nel 2008, Muqtada, figlio del celebre Grand Ayatollah Mohammed Sadeq Al Sadr, rielabora l’eredità del padre e guida il movimento politico sadrista, che nel frattempo ottiene una quarantina di seggi in parlamento. Ma smette di rivolgersi solo alla comunità sciita, con cui comunque mantiene i legami più forti. In realtà già nel 2004, durante l’assedio americano sulla città sunnita di Fallujah, Muqtada aveva fornito aiuti ai residenti, e i suoi supporter cantavano slogan come “né sunnita, né sciita. Siamo tutti iracheni”. Sui media, tuttavia, tendevano ad avere maggior risalto le azioni militari dell’Esercito del Mahdi.
Dopo lo smantellamento da parte degli Stati Uniti di tutti i quadri del Partito Baath iracheno (che lascerà milioni di disoccupati per strada, pronti in seguito a sposare la causa dell’Isis), nel paese prolifera una branca regionale di al Qaeda – che poi sfocerà nello Stato Islamico -, contro cui man mano le comunità sciite formano milizie paramilitari; il governo a guida sciita di Al Maliki, sempre più corrotto, non sembra in grado di assicurare gli equilibri confessionali, e di fatto le comunità tribali sunnite delle regioni centro-occidentali non riconoscono l’esecutivo di Baghdad, da cui si sentono abbandonate.
Muqtada al Sadr, musulmano sciita come il primo ministro ma da sempre personaggio anti-establishment, è il primo a promuovere il superamento del “sistema della quote” che, dalla morte di Saddam, ha attribuito posizioni di potere su base settaria; inizia poi a fare suoi i temi della lotta alla corruzione e al clientelismo, oltre che quello della necessità di un governo di tecnici, legati il meno possibile alle proprie comunità confessionali. Moqtada, chierico sciita, ex leader militare di una milizia settaria, inizia – appunto – a rivolgersi con frequenza alla cittadinanza, a tutti gli iracheni.
Una prima dimostrazione concreta la fornisce nel 2013, quando appoggia i movimenti di protesta anti-governativa delle comunità sunnite, prima avvisaglia esplicita della polarizzazione della società, e cerca di saldare le componenti curde in funzione anti al Maliki. Può farlo perché rimane uno dei pochi leader nazionali estranei alle manovre politiche quantomeno opache del governo, che nel tempo lo allontanano dalla società civile. Il suo proporsi come leader conciliante e trasversale, in forte contrasto con quello che era pochi anni prima, passa però ancora sotto traccia.
Quando scopre, nel febbraio 2014, che all’interno del suo movimento alcuni hanno votato per l’innalzamento degli stipendi ai parlamentari, annuncia a sorpresa il ritiro ufficiale dalla vita politica e lo scioglimento del movimento sadrista, per “difendere la reputazione della mia famiglia”.
Una questione di reputazione. Concetto che nella tradizione sciita ha una particolare importanza: basti pensare che viene chiamato “esempio di emulazione” (Marja e-taqlid) il Gran Ayatollah che dimostra maggiore padronanza delle materie giuridico-teologiche, che si costruisce un pubblico più numeroso nei suoi seminari, e che raccoglie importanti somme di denaro attraverso le donazioni dei fedeli.
Sebbene formalmente al di fuori della politica nazionale, Moqtada al Sadr è molto diverso dal più importante ayatollah dell’Iraq, Ali Al Sistani. Quest’ultimo rappresenta nel dibattito pubblico la “Hawza al Samita” (Hawza silenziosa), che tende a perpetuare la tradizione quietista sciita, non intervenendo in modo deciso su questioni che esulino dalla religione. Muqtada è invece sempre stato capofila ideale della “Hawza al Natiqa” (Hawza che critica), seguendo le orme del padre ed entrando in politica col movimento sadrista.
La violenta irruzione dell’Isis sullo scenario iracheno, con la proclamazione del Califfato nel giugno 2014, spinge il chierico sciita a rimettere in piedi la sua milizia. Ma le intenzioni, così come le circostanze, sono molto diverse rispetto a un decennio prima: circa 40000 volontari si arruolano nella Saraya al Salam (“Brigata della pace”), dislocata nei dintorni di Baghdad e di Samarra, con il solo compito di difendere i mausolei sciiti dalla furia dell’isis. La Saraya al Salam non è più, però, espressione di settarismo, e si astiene anche dal partecipare all’assedio di Mosul.
Il passaggio di Muqtada da signore della guerra a leader politico dalle tendenze universaliste viene poi sancito in modo inequivocabile ad aprile 2016: il 16 del mese lancia un ultimatum di 72 ore al Parlamento per la nomina di un nuovo governo. Al parziale e insoddisfacente rimpasto deciso dall’assemblea, Muqtada risponde con la sua influenza socia politica: i suoi sostenitori – in modo tutto sommato pacifico – irrompono per la prima volta all’interno della green zone (emblema della distanza tra establishment e società civile) e occupano il Parlamento, costringendolo ad un cambiamento più concreto. L’episodio accresce il suo peso specifico nel panorama nazionale, pur gettando alcuni dubbi sulla sua reale natura.
E’ chiaro a tutti, però, che c’è una differenza tra essere un leader militare e un leader politico, per quanto mosso da uno spirito populista: sullo sfondo di un Iraq in perpetuo conflitto, Muqtada è cambiato in tutto, tranne forse che per la sua decisa ostilità alla presenza americana nel paese, che rimane un punto di attrito con il premier Haider Al Abadi.
Lo scorso novembre ha messo per iscritto le sue proposte per il futuro dell’Iraq. Le “Initial solutions”, un elenco di 29 punti, tra i quali spiccano alcuni che sarebbe stato difficile attribuirgli fino a dieci anni fa: oltre al sostegno alle popolazioni sfollate, nella lista viene ad esempio esplicitata la necessità di una riconciliazione nazionale, attraverso la cooperazione tra comunità sunnite e sciite. Propone inoltre la costituzione di un fondo gestito dalle Nazioni Unite per la ricostruzione e l’istituzione di una Commissione Onu per il monitoraggio dei diritti umani e la protezione delle minoranze, ai quali aggiungere un meccanismo per investigare i crimini di guerra. Ma, sopratutto, afferma chiaramente che “non c’è più posto per milizie settarie in Iraq”.
La sua reputazione dialogante sembra essere confermata dalle dichiarazioni di tanti sunniti iracheni, come quella di Mahmoud Mashhadani, ex speaker del parlamento: “Muqtada è uno sciita vicino ai sunniti. Di tutti i leader sciiti è il più aperto al dialogo”. Gli fa eco un traduttore sunnita di Baghdad, in condizione di anonimato, che racconta di come in più occasioni, le Brigate della pace di Muqtada abbiano impedito alle milizie sciite raccolte sotto l’ombrello delle PMU, di attaccare comunità sunnite.
L’idea di Al Sadr è quella di inviare delle delegazioni tribali sciite in aree sunnite, per avviare congiuntamente la ricomposizione sociale ed eliminare le future tensioni settarie, che rischiano di riemergere una volta che il nemico comune – l’Isis – verrà sconfitto. “Ho paura che la sconfitta di Daesh sia solo l’inizio di una nuova fase di violenza. La mia proposta è stimolata dal timore di una riesplosione del confitto etnico e settario dopo la liberazione di Mosul”, spiega Muqtada a Middle East Eye, nella prima intervista concessa ad uno straniero da tre anni a questa parte. “Vorrei che tutto ciò venisse evitato. Sono molto orgoglioso dell’eterogeneità dell’Iraq e ho paura che potremmo assistere a tentativi di genocidio di qualche gruppo etnico o confessionale”, conclude.
Un’altra sorprendente collaborazione Muqtada l’ha avviata dal 2015 (sull’onda delle proteste anti governative) con le forze laiche e di sinistra, come afferma Riad Fahmi, segretario generale del Partito Comunista iracheno. “I sadristi ci hanno coinvolto nel movimento di protesta, chiedendoci semplicemente di aderire alla non violenza, di usare solo slogan nazionalisti, di non marciare con ritratti di leader politici, e di unirci nell’obiettivo di uno Stato civile”.
Da capo militare a pacifista. Da feroce aizzatore di truppe a mediatore. Da leader politico-religioso polarizzante a promotore del dialogo inter settario. La parabola di Muqtada al Sadr è stata graduale, figlia di un personaggio di difficile inquadramento. Oggi i suoi progetti sembrano essere agli antipodi rispetto a quelli che aveva nei primi anni dopo la caduta di Saddam Hussein: ricomposizione delle divisioni settarie, protezione delle minoranze, cooperazione tra gruppi confessionali, lotta alla corruzione e al clientelismo ma, sopratutto, lo smantellamento di tutte le milizie del Paese, comprese le Saraya al Salam. Non male, per uno che nel 2003 ne inaugurò la proliferazione. Sarà lui l’uomo della riconciliazione irachena? (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)